
… bene anche soffermarsi su lessico, morfologia, sintassi, semantica, ecc. Due studi hanno preso in esame il dialetto di Aiello Calabro. I primi anni duemila è il Laboratorio di Fonetica dell’Unical a realizzare un progetto di un Atlante linguistico ed etnografico della Calabria, l’ALECAL, appunto. Per Aiello Calabro sono state condotte delle interviste per raccogliere parole del campo semantico della gelsibachicoltura.
A seguire, tratte dalla recente pubblicazione del Piccolo vocabolario, le note introduttive al dizionario.
L’ALECAL – Atlante linguistico etnografico della Calabria *
A metà 2004, una parte significativa della raccolta linguistica dell’ALECAL venne pubblicata – in tiratura limitata – su supporto multimediale. Si trattava di un progetto promosso e realizzato dal Laboratorio di Fonetica e dal Dipartimento di Linguistica dell’Unical, anche con il patrocinio del comune di Aiello Calabro.
L’ALECAL (responsabili scientifici: John Trumper, Marta Maddalon, Luciano Romito, Nadia Prantera, Maria Tucci, Antonio Mendicino), quando nacque in seno al laboratorio di Fonetica si proponeva una finalità molto ambiziosa che era la definizione sempre più approfondita delle partizioni dialettali calabresi, per tutti i livelli dell’analisi linguistica (fonetica, morfo-sintattica e lessico-semantica); e pure l’approfondimento degli aspetti storico-linguistici ed etno-antropo-linguistici della Calabria. Un progetto di alto valore scientifico.
Il lavoro realizzato consta di una parte introduttiva generale sulla storia linguistica e dialettale italiana e della Calabria che ripercorre a grandi linee i momenti principali che hanno condotto a una prima tappa unificatrice, rappresentata dal latino, e, dopo la sua crisi, alla nascita degli odierni dialetti romanzi, dell’italiano e delle sue varietà regionali. Il dialetto calabrese, come è noto, è stato classificato da diversi studiosi. Le sue diverse classificazioni tipologiche vanno da quelle delineate da Rohlfs (che differenzia la regione in due aree lessicali: a base greca, quella meridionale e a base latina, quella settentrionale), a quelle di Falcone (tre aree linguistiche secondo le isoglosse del vocalismo tonico) e poi a quelle degli stessi Trumper e Maddalon che dividono la Calabria dialettale in quattro aree (Lausberg, settentrionale, centrale e meridionale).
Il sussidio didattico dell’Atlante dialettale ed etnografico della Calabria relativo ad Aiello Calabro si soffermava, nello specifico, sugli aspetti fonetici, lessicali – prendendo in esame in particolare i campi semantici delle graminacee e della gelsibachicoltura – e toponomastici.
Aiello si colloca, geograficamente, in una zona che presenta, a Nord di questo comune, dialetti con vocalismo atono finale a quattro elementi e, a Sud, sistemi dialettali a soli tre elementi vocalici finali e perciò, trovandosi su di una isoglossa di transizione dialettale, rappresenta un punto di osservazione molto interessante.
Ma l’aspetto forse più affascinante e inedito contenuto in questa ricerca, è la tesi proposta dal professore Trumper sull’origine del toponimo Aiello.
Il termine “Castro Agelli” appare nel 1324. Prima ancora – come ci informa lo studioso – lo si trova (come Agel/Ayel) in vari diplomi papali del 1151, del 1122, del 1101, del 1098 e del 1065 nel resoconto sulla conquista normanna del Malaterra. Pure nella geografia di Guidone, dello stesso periodo, si parla della strada “Taurina – Amantea – Angellum”. Ancora prima (800-900), l’Anonimo Ravennate nella sua Cosmografia parla della stessa strada come “Tauriana Amantia Agello”. Ciò conferma la realtà del nome latino. Dall’altro lato, dalla citazione del Malaterra, si evidenzia una forma ambigua Ragel/ Rogel ~ Ravel ~ Agel ~ Ayel del toponimo, che fa pensare a qualche arabismo che in qualche modo copre e sostituisce Agellum nel periodo delle occupazioni dell’840 e 980, quando le sorti di Aiello sono legate a quelle del circondario della vicina Amantea.
“Infatti, l’arabo Rihal – dice Trumper – sarebbe un riferimento ai “casali” di Amantea, essendo plurale dell’arabo rahl ‘casale’ (‘villaggio’ = ebraico rahal ‘mercatino’), trascritto nel calabro-greco rhákhal, equivalente semantico del greco khōríon negli stessi documenti, molto presente come toponimo in Sicilia, più marginalmente in Calabria, ma dobbiamo sempre ricordare che il circondario di Amantea era zona di occupazione araba ed emirato. L’Aiello che troviamo nei vari documenti sembra dunque un bellissimo incrocio tra un toponimo arabo, Rihal ‘casali’ ed un toponimo latino Agellum ‘campicello, -i’”.
* Per ulteriori informazioni sulla ricerca che riguarda Aiello, si può consultare la pagina web: https://lingcal.wordpress.com/2015/10/09/la-bachicoltura-ad-aiello-calabro-cs/
Il Piccolo vocabolario del dialetto aiellese
Gaetano Coccimiglio, Pietro Pucci, con la collaborazione di Eugenio Medaglia, Il piccolo vocabolario del dialetto aiellese, voci, modi di dire, proverbi, Officine Editoriali da Cleto, 2023
Uno spazio dedicato a quest’opera di recente pubblicazione era doveroso. Riportiamo la sinossi dalla quarta di copertina.
“L’opera che il lettore ha in mano è un lavoro scritto da aiellesi per aiellesi. È una ricerca, anzi è uno scavo nella memoria di un passato recente e non, che, attraverso le parole dialettali ed il loro uso, non solo vuole andare alla scoperta della radici, ma pretende di fare rivivere lo spirito del posto e del tempo, ciò che, in una parola si potrebbe chiamare l’aiellesità.
Vi si trovano infatti non solo i lemmi asciutti di una parlata che va a scomparire, ma anche le nenie, le filastrocche, i proverbi, i modi di dire e le poesie che, più di ogni altra cosa, riflettono lo spirito del tempo. I vocabolari non sono mai completi a meno che l’autore o gli autori non si incarichino di scrivere un’enciclopedia.
Pertanto non c’è nessuna pretesa di aver voluto presentare una raccolta completa sia perché molti termini probabilmente rimarranno sconosciuti e sepolti per sempre e sia perché molti altri sono stati omessi volutamente, troppo simili all’italiano e scarsamente potevano riflettere lo spirito del posto. Il lettore adulto vedrà riaffiorare ricordi ormai sopiti ed è invitato a rivivere con nostalgia pensieri e sensazioni che affiorano pagina dopo pagina.
Il lettore più giovane è invitato ad aprirsi con meraviglia verso un mondo che forse non conosce ma, con tutto ciò, questo mondo non tralascerà di trasmettere la propria anima.
Proprio la ricerca dell’anima gli autori hanno voluto fissare in queste pagine che rimangono come scolpite nella pietra dure ed indimenticabili. Scripta manent”.
Breve nota sul dialetto aiellese
Il territorio di Aiello Calabro – a circa 45 km a sud-ovest di Cosenza – si situa al confine tra la Calabria cosentina e quella catanzarese. Tenendo conto della suddivisione della Calabria linguistica di J. Trumper e M. Maddalon, composta da cinque gruppi dialettali, l’area in esame è inserita nel gruppo due, ed è parte dell’isoglossa Falerna-Isola Capo Rizzuto, che divide appunto il gruppo due dal gruppo tre.
L’area dialettale, che risulta essere una zona di “transizione”, in base alle isoglosse riguardanti il vocalismo tonico, appartiene all’area cosentina in cui è presente una situazione di compromesso fra il vocalismo tonico siciliano e quello napoletano. Si differenzia, invece, dall’area cosentina in base alle isoglosse che riguardano il consonantismo. Per esempio, notiamo nel cosentino i fenomeni di assimilazione di mb>mm e nd>nn, e di cacuminalizzazione di ll>ddr, che nell’area aiellese non vengono attestati. Ancora, notiamo nel cosentino la sonorizzazione delle occlusive sorde p-t-k, che nell’aiellese vengono pronunciate come sorde e con una leggera aspirazione, ma del resto questo è un fenomeno pancalabro. È evidente però che la differenziazione fra i vari dialetti non può basarsi solo sulle isoglosse fonetiche, ma bisognerà considerare le sostanziali differenze lessicali, morfologiche, grammaticali e semantiche.
Tuttavia, per una analisi scientifica del dialetto calabrese, ed aiellese in particolare, si rimanda – oltre a quella classica del tedesco Gerhard Rolfhs – all’Atlante linguistico etnografico della Calabria realizzato, con il contributo del Comune di Aiello Calabro e dell’Istituto Comprensivo locale, a cura del Laboratorio di Fonetica dell’UNICAL (giugno 2004). Nella ricerca, coordinata dal dialettologo J. Trumper, è presente una sezione dedicata al nostro paese in cui si esamina fonetica, lessico (relativamente al “ciclo del baco da seta”), e toponomastica. (b.p.)
Prefazione di Bruno Pino
Esistono, in ogni dialetto, parole sepolte sotto strati e strati di oblio. Ogni generazione di parlanti dialettofoni se ne lascia alle spalle una quantità importante. Chi, per esempio, tra i giovani e giovanissimi lettori di questo libro, conosce termini come picuozzu, ‘ndirillu, cannacca o coffa, o ancora verbi come camardare e ‘mpurrare? Probabilmente nessuno o quasi; e pure i più anziani, per esigenze comunicative ed omologandosi al linguaggio delle generazioni successive, ne hanno attenuato o addirittura rimosso l’uso. Sono lessemi che appartengono alla nostra storia e che oramai, salvo qualche rara eccezione, più nessuno adopera nel linguaggio quotidiano.
Grazie al paziente e puntuale lavoro di scavo, di ricerca che gli Autori hanno portato avanti con passione e dedizione, pagina dopo pagina, potremo riacquisire una parte significativa del nostro patrimonio lessicale ed etnografico. “Poca”, o se volete, dunque, scorrendo le pagine del libro di Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci, entrambi cultori del dialetto locale – geometra e funzionario del Corpo Forestale in pensione, il primo, oltre che poeta vernacolare di particolare acume; già brillante docente di matematica e mio professore al Liceo, il secondo – si potranno ritrovare, con piacevole sorpresa, parecchie parole che credevamo perdute per sempre, e molte altre invece che ancora fanno parte dell’attuale bagaglio dialettale paesano; o vecchi “ditteri” della cultura contadina, appartenenti a campi lessicali “sorpassati” dalla contemporaneità.
Il corposo volume è organizzato in due parti. La prima dedicata al lessico in cui i termini compaiono in ordine alfabetico, corredati da esempi d’uso in dialetto, arricchiti con citazioni di poesie, proverbi, canzoni, ecc., con traduzione in italiano e spesso con la provenienza etimologica; l’altra, invece, raccoglie proverbi suddivisi per argomento (l’amicizia, amore, i parienti, gli animali, condizioni atmosferiche, il denaro, la morte, a luci rosse, la salute, la fortuna, il vino); e modi di dire.
In definitiva, un libro-baule, questo di Coccimiglio e Pucci, dove cercare il senno perduto della nostra società smemorata, che si dovrebbe tenere, non in soffitta, ma sempre a portata di mano.
Introduzione di Eugenio Medaglia
Sono passati poco più di dieci anni da quando il “Piccolo Vocabolario del Dialetto Aiellese” fu licenziato per la prima volta alle stampe. Durante questo lasso di tempo abbiamo dovuto assistere alla scomparsa di uno degli autori che, forse, più di tutti, aveva informato l’opera col suo spirito e con la sua arte di verseggiatore e di poeta. Parlo ovviamente di Gaetano Coccimiglio. Con l’amico Pietro Pucci, vero ed unico motore di tutta l’opera che ne è venuta fuori, mi sono innanzitutto divertito un mondo a collaborare al vecchio lavoro che, per cause di forza maggiore, era rimasto monco. Gaetano era venuto a mancare ma ci aveva lasciato in eredità l’impegno a proseguire un’opera a cui tanto era legato. Tra mille ripensamenti e non poco impegno abbiamo cercato di non abbandonare le vecchie carte alla “roditrice critica dei topi” e di riprendere, approfondire ed integrare un lavoro che meritava di essere revisionato ed aggiornato.
Anche questa nuova edizione si caratterizza per essere stata un’opera corale, fatta non nel chiuso delle biblioteche ma in piazza, con la partecipazione di diverse persone che, a vario titolo, hanno prestato il loro impegno anche perché si sono lasciati tartassare di telefonate (al limite dello stalking) in cui si suggerivano termini, significati, modi di dire e varie altre cose. Bisogna pertanto ringraziare in primis Gisa Guidoccio che non si è mai risparmiata nell’elargire suggerimenti, indicazioni, nel raccogliere interviste e nel seguire con interesse e passione passo per passo, pagina per pagina come tutta l’opera si arricchiva e si integrava con termini e locuzioni nuove. Grazie Gisa. Un secondo grazie va a Maurizio Rossi che ha voluto seguire le nostre discussioni, a volte, magari, anche aspre, che, inevitabilmente si presentano in un lavoro che occupa una certa mole. Grazie Maurizio per i suggerimenti che non hai fatto mancare. Bisogna poi ringraziare Bruno Pino che ha corredato il volume con splendide immagini del centro storico di Aiello. Non ci soffermiamo mai abbastanza sulle immagini ma spesso parlano e significano più delle parole. Bruno, poi, non ha mai detto di no quando è stato mandato a consultare, presso l’Università della Calabria le opere che altri vocabolatoristi, ben più degni, hanno pubblicato e da dove per noi era necessario attingere per termini particolarmente ostici nella definizione del significato autentico. Grazie Bruno. Non bisogna assolutamente dimenticarsi di Toto Mazzuca, che, pur nelle precarie condizioni fisiche, non ha mai fatto mancare la sua parola, il suo spunto di riflessione e di incoraggiamento. Grazie Toto. Né ci si dimentichi di Gigi Coccimiglio che con l’ironia e la battuta ha voluto rendere più briosa la fatica quando arrivavano, fatali, i momenti di scoramento. Grazie Gigi. Un ultimo dovuto ringraziamento va al dottor Adolfo Civitelli ed a Giulio di Malta, entrambi amanti del nostro borgo e cultori del nostro dialetto. Con il loro aiuto siamo riusciti a recuperare molti vocaboli, alcuni magari desueti ma di fondamentale rilevanza linguistica. Grazie.
Da un Ajellese nel mondo di Maurizio Rossi
Quando Eugenio mi ha chiamato a collaborare alla nuova edizione del Dizionario, scritto da mio zio Gaetano Coccimiglio e dal prof. Pietro Pucci, mi sono sentito onorato e grato. Quel testo per me è stato molto importante in questo mezzo secolo di esilio ligure, poiché mi ha permesso di ricordare altre parole e modi di dire, che hanno operato nella mia memoria come le cellule staminali, ridando vita a tutti quei suoni che hanno scandito la mia infanzia. Cosa posso dire sul dialetto che non sia già stato detto dai linguisti? Niente di originale posso fare, solo poche osservazioni intrise di nostalgia.
Fortunato è chi ha avuto il dialetto come lingua madre. Come il latte materno il dialetto nutre, dandoti tutti gli anticorpi utili a prevenire le malattie derivate dall’uso del linguaggio grigio, neutro, anglofizzato e omologato del consorzio civile. Il dialetto dà colore e calore, è espressivo al massimo grado.
Il dialetto stringe un legame indissolubile con il paese natio, con le sue persone e le sue pietre, le sue case e le sue vinelle. Per gli “ajellesi nel mondo” un modo di dire, un proverbio, spesso anche la singola parola, diventano rievocativi di situazioni, atmosfere assaporate nei vignani, davanti a llu focularu, alla vrascera oppure intorno ai tavoli del bar dove i grandi giocavano a carte. Il dialetto è insomma la trama e l’ordito su cui si ricamano i ricordi indelebili dell’infanzia.
Alcuni “ajellesi nel mondo” inoltre conservano come reliquie le parole di un tempo, che non contaminate dal contatto con altre realtà rimangono pure come allora.
A volte ripetute come giaculatorie per mantenere viva l’unione col paese natio: jiendu alla Macchia cogliendu buttuni, jiendu e veniendu…
Se all’amata (non ajellese) ti capita di dire una parola dolce e sensuale in dialetto, allora significa che ti scorre nel sangue. L’interesse per il dialetto è per me più una questione biologica che semiologica. E se in tante circostanze ti accorgi anche di pensare in dialetto (Chjanu mierula c’a via è petrusa; me signu ricuotu affittu e… caliatu), allora vuol dire che è radicato nell’intimo.
Chi emigra diventa starniero nel luogo in cui arriva e poi stranamente rimane tale quando ritorna all’origine. Ma chi conserva il dialetto può affermare un diritto, caso mai non bastassero lo jus soli, lo jus sanguinis o lo jus culturae. Nerenclave ajellese a Lavagna, tra i familiari e i parenti l’uso del dialetto è stato una forma di resistenza di fronte a un ambiente alquanto ostile (anni ‘60 -’70). Quando ci sentivamo squadrati con quella mùtria altezzosa tipica di queste parti, con quello sguardo di rimprovero quasi che ci dovessimo vergognare delle nostre origini, allora parlare in dialetto era un modo per rimanere legati alle nostre radici, e radicarle ancor di più, era identitario. Nessun termine ligure entrava nelle conversazioni familiari, e semmai le parole (e le pietanze) calabresi trionfavano anche tra i nuovi legami familiari durante i pranzi di Natale. Motivo di risate era provare a far dire “Vijjulàru” a un ligure: non ci riesce.
Con la parola dialettale il triangolo semiotico diventa poliedrico, subisce una progressione geometrica che sconvolge i paradigmi comunicativi e mostra in modo vivo la creatività di un paese. Ed è stato meraviglioso trovare nel Dizionario tutta la gamma dei sentimenti umorali, erotici, etici e sociali, difficili da rendere con un termine italiano. Ecco perché nelle animate discussioni politiche, sportive o addirittura filosofiche. Pregevole è stato il lavoro compiuto in questa nuova edizione, non solo per l’inserimento di nuovi termini e modi di dire, ma anche per l’impegno e la dedizione adoperati per rendere leggibile ogni parola. È difficile difatti scrivere in dialetto, problematico è rendere graficamente i quarti di tono di certe locuzioni, tutte le sfumature fonetiche. Bisogna parlarlo, il dialetto. Non solo storicamente, nel dialetto la parole prevale nettamente sulla lingua. Per questo motivo è difficile codificare la lingua dialettale in una grammatica o in un dizionario e non è possibile studiarla separartamente; occorre comunque accostarla sempre all’atto della parole.
Il Dizionario ci aiuterà a ricordare meglio le parole, i modi di dire e i proverbi, rinnoverà il gusto di parlare in dialetto, ci aiuterà mantenerlo vivo spero assieme al paese.
Giugno 2019
Annotazione di Gisa Guidoccio
Era il 1998 quando il compianto Gaetano Coccimiglio mi regalò il suo libro “Poesie. In vernacolo ed in lingua” definendomi, nella dedica in cui mi augurava una proficua conclusione dei miei studi universitari, “…cultrice della letteratura ed autrice di versi…”. Non era certo l’ètà anagrafica che ci accomunava, piuttosto una simpatica amicizia culturale. Non è facile trovare persone interessate a leggere e commentare versi specie se in dialetto, ai più risulta noioso, con lui invece era un’occasione di confronto, ma soprattutto di crescita, per me, avida dei suoi consigli e dei suoi saperi. Da ciò mai avrei immaginato di poter maneggiare una sua creatura letteraria, me indegna, mi sono trovata catapultata in un lavoro che, appena entrato in mio possesso nella prima edizione, ho divorato. Il mio interesse verso ciò che solo un aiellese può capire era smodato e riuscire in qualche modo a contribuire (anche se in minimissima parte) alla stesura della nuova edizione, mi riempie il cuore di orgoglio e di riconoscenza nei confronti del professore Pietro Pucci ed Eugenio Medaglia che mi hanno voluto coinvolgere in questa avventura che traccia in qualche modo i confini di un popolo orgoglioso del proprio patrimonio storico e culturale. Questo libro non rappresenta un semplice vocabolario, ma un fondamentale tassello del DNA aiellese. Si dice “l’aiellise vo’ parratu” ma se non sappiamo come si esprimevano i nostri nonni, come pretendiamo di onorare le nostre origini? Allora ecco che attraverso la seconda edizione di questo volume, sapientemente e minuziosamente curato, si fissa la storia linguistica di un parlato quotidiano, intimo, soggetto al naturale trascorrere del tempo e contaminato dagli stranierismi e dai termini legati alle moderne dinamiche dei social. Ritengo sia una grande fortuna, per me e per le generazioni future, possedere un tale tesoro culturale al quale poter attingere in ogni momento, e se anche un solo adolescente si lascerà travolgere dalla curiosità di sfogliare questo prezioso libro, si potrà considerare raggiunto lo scopo di tanta fatica: trasmettere il passato evitando l’oblio della parola.
Aiello Calabro aprile 2019
