Francesco Della Valle, poeta

Vissuto tra la fine del ‘500 e i primi decenni del ‘600, il poeta Francesco Della Valle nacque ad Ajello. Per il luogo di nascita, in verità, ci sono state tesi diverse. Alcuni studiosi reputavano Della Valle nativo di Cosenza e nipote di Sertorio Quattromani poiché nella dicitura riportata sulla copertina di una delle edizioni delle Rime (Napoli, 1617), il poeta si qualifica cosentino; così come nel sonetto che l’autore dedica Alla città di Cosenza dove dice: “Nobil città, ch’al chiaro Crati in sponda; …Come presso (sic!) il tuo Seggio ebbi la cuna”. Analizzati con attenzione, gli elementi che sostanziano la tesi della cosentinità, risultano però in qualche maniera poco sostenibili. Lo Spiriti, nelle sue Memorie degli scrittori cosentini, ci dice, invece, chiaramente, che il Della Valle “… di cui si rinviene il nome avanti la traduzione del IV libro dell’Eneide del Quattromani” visse intorno al 1570, mentre il Nostro “pubblicò le sue poesie il 1618, e dice l’Eritreo, che morì molto giovine (probabilmente nel 1627); onde se questi dovesse riputarsi lo stesso, che il primo, avrebbe dovuto avere nel 1618 almeno li suoi settant’anni; e perciò nò potea dirsi che fosse morto assai giovine”. Parimenti, anche la menzione che il poeta fa di Cosenza nel sonetto dedicato alla Città Bruzia (presso il tuo Seggio ebbi la cuna), trova una plausibile spiegazione nel fatto che potrebbe essere stata dettata unicamente dalla gloria e dalla potenza culturale e politica che la città dei Bruzi ebbe in quell’epoca.
Per Antonio Piromalli (leggi il saggio sul poeta qui), in una conferenza tenuta proprio ad Aiello Calabro nel settembre 2002, invece non ci sono dubbi sul luogo di nascita del poeta Francesco Della Valle, “Di duo Franceschi abbia la Patria il vanto/tu la spada adoprando ed io le carte/tu col valor del braccio ed io col canto”. I versi appartengono ad un sonetto delle Rime che scrisse il poeta, opera forse mai letta in precedenza con la dovuta attenzione, ed i versi citati da Piromalli sono dedicati all’amico Francesco di Malta, esponente di spicco di una delle famiglie nobili aiellesi, assalito dai turchi in battaglia e salvatosi eroicamente. Se la patria del di Malta era – come era – lo Stato feudale di Aiello, è logico dedurre, dunque, che anche Della Valle fosse aiellese. Anche un altro sonetto, sempre delle Rime che sono dedicate a una donna della propria città natale, si rivela chiarificatore. In esso l’autore affida il compito all’amico Muzio Stefanini, aiellese anche lui, di andare a trovare la sua musa in Aiello (Là dove sotto a poco amica stella/io nacqui e vissi i dì poco sereni/vanne pur, Muzio, e dica all’empia/che mia penna ha cara/che ancor l’adoro/e alla patria ingrata/che suo malgrado a nome mio sia chiara).
A confermare il luogo di nascita in maniera inconfutabile, nei primi anni duemila, è Antonio D’Elia, studioso e autore di una tesi di laurea sul poeta, e oggi docente universitario e presidente dell’Accademia Cosentina, che trova due importantissimi documenti notarili, presso l’Archivio storico diocesano di Tropea, datati 1604 e 1609. Tali documenti descrivono la donazione da parte del notaio GiovanPaolo Della Valle, padre di Francesco, dello Ius Patronatus dell’altare di San Lorenzo presso la chiesa di San Giuliano in Aiello, al figlio chierico, Francesco Della Valle appunto, che poi vi rinuncerà, forse per andare a Roma, nel 1609. Vi si apprende anche che Della Valle dovesse appartenere al mondo ecclesiastico. Forse un sacerdote, diacono o chierico.
In un sonetto delle Rime, dedicato a Girolamo Brivo, confessa infatti di essere già da dieci anni a Roma, dove visse lontano “dalla patria ingrata” e dove poteva vantare amicizie tra i più importanti personaggi dell’epoca. Sono suoi amici, il Cavalier Marino, Antonio Bruni, l’Eritreo, con cui condivide le frequentazioni all’Accademia degli Umoristi; il principe Filippo Colonna; Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I; il Duca Ranuccio Farnese; Roberto degli Ubaldini che sarà il suo mecenate; e, Cinzio e Pietro Aldobrandini, che lo zio, quello che diverrà Papa Clemente VIII, fa poi cardinali. Altro amico del Della Valle è il cardinale Maffeo Barberini, che salito al soglio pontificio nel 1623, col nome di Urbano VIII, si ricorderà del poeta che qualche tempo prima gli aveva dedicato alcuni sonetti, accordandogli nel 1626 – secondo Padre Francesco Russo che lo riporta dal quinto volume dei Regesti Vaticani -, una pensione sul conto del clero di Cosenza, città che Della Valle, desideroso di ritornare all’Accademia dei Costanti, reputa città di cultura.
Le Rime di Francesco Della Valle, che trattano i grandi temi dell’amore, della bellezza e dell’assenza, vennero pubblicate in due edizioni (Napoli 1617 e Roma 1622); mentre Le Lettere delle Dame e degli Eroi (Venezia 1622 e 1627 e Ravenna 1630) e altre sue liriche si trovano nella Raccolta di sonetti d’autori diversi et eccellenti dell’età nostra (Ravenna 1623) e in una Antologia pubblicata a Roma nel 1627, in occasione del Funerale della signora Sitti Maani Gioerida.
Lo stile, i modelli che prendono ispirazione da Petrarca, la rilevanza artistica del poeta, peraltro testimoniata da diversi studiosi come l’Eritreo, D’Amato, Spiriti, Accattatis, Croce, che lo include nel volume I Lirici marinisti pubblicato nel 1910, e ancora Getto, Tuscano, Procaccioli, lo stesso Piromalli, Crupi ed altri, che ne hanno analizzato lo stile, l’espressione e l’originalità della sua poesia, rendono giustizia ad un poeta che merita di essere studiato e ricordato.
“La matrice petrarchesca della poesia di Francesco Della Valle – scrive Antonio D’Elia nell’introduzione alle Rime, pubblicato da Rubbettino nel 2003 – è riconoscibile non solo nel contenuto, ma anche nella forma, non solo nel metro, ma anche nel lessico di amore di cui il poeta di Laura ha offerto un prontuario per i secoli a venire. Ma è matrice petrarchesca così come poteva sopravvivere nel Seicento: rivisitata, reinterpretata, rimodulata e non esente da innovazioni mariniste, riconducibili essenzialmente alle «conflagrazioni semantiche della coppia aggettivo-sostantivo» e all’uso di metafore, ossimori, antonomasie, paronomasie, allitterazioni”.

Nota bibliografica
Francesco Della Valle, Rime, Opera originale pubblicata da Alessandro Zannetti in Roma, 1622, disponibile online;
Francesco Della Valle, Lettere delle Dame e degli Eroi, Ciotti, Venezia, 1622, disponibile online;
Benedetto Croce, Lirici marinisti, Laterza, Bari, 1910;
Rocco Liberti, Storia dello Stato di Aiello in Calabria, Barbaro editore, 1978, p. 132-135;
Paolo Procaccioli, Della Valle Francesco, in “Dizionario biografico degli italiani”, vol. 37, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1989;
Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini Editore, Cosenza, 1996;
Vincenzo Napolillo, Il marinista Francesco Della Valle di Cosenza, in “Sinestesie” II Quaderno della Rivista, 2002;
Antonio Piromalli, Costume e poesia in Francesco Della Valle, in “Letteratura & Società”, VI, 17-18, Pellegrini, Cosenza, 2004, pp. 6-29;
Francesco Della Valle, Rime, a cura di Antonio D’Elia, per la Collana Classici della Letteratura Calabrese diretta da P. Crupi, Rubbettino, 2003.

Inoltre, secondo le informazioni di cui disponiamo, hanno affrontato lo studio del poeta aiellese, nelle loro tesi di laurea: Mariangela Romano (Università di Salerno); Alessandro Citro (Unical); Annalisa Montesanti (Università di Salerno); Antonio D’Elia (Unical). E magari altri studenti di cui non siamo al corrente.

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    In occasione della Giornata Mondiale della Poesia, riscopriamo insieme la voce di un autore affascinante e ancora poco conosciuto: Francesco Della Valle (Aiello, ca. 1590 – Roma, 1627).

    Il 21 marzo celebriamo la poesia in tutte le sue forme. È l’occasione ideale per tornare indietro nel tempo, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, e ritrovare un poeta che seppe intrecciare sensibilità barocca, introspezione e un gusto raffinato per l’immagine poetica.

    👉 Approfondisci qui: https://brunopino.wordpress.com/francesco-della-valle-poeta/

    Alcune sue composizioni sono raccolte in Aiello ad Litteram, alle pagine 138–147.

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