Combatti, compagno, combatti!

di Franco Pedatella
(La nostra gloriosa bandiera)

È uno dei testi più antichi, composto quando all’azione politica ed alla volontà di riscatto dei più deboli e diseredati, degli sfruttati, in qualunque dimensione geografica vivessero, accompagnavo, oltre che la mia lotta, anche, nei momenti di pausa della battaglia politica, il mio sentire e, quindi, i miei versi.
L’ho ritrovato, insieme a tanti altri che cercavo, perché ricordavo di averli composti, e ad altri di cui avevo perso completamente la memoria, mettendo a posto vecchie carte e vecchi fascicoli, per dare un po’ di ordine alla sistemazione dei miei libri e del materiale didattico e culturale utilizzato nel corso della mia lunga carriera scolastica.
Allora l’ardore giovanile di schierarci al fianco di quanti nel mondo si battevano per la libertà degli uomini e per l’autodeterminazione dei popoli infervorava noi giovani e ci spingeva all’impegno politico attivo per l’emancipazione dei popoli, per l’affrancamento dal colonialismo, per la liberazione da ogni tipo di schiavitù. Erano, ricordo, gli anni delle lotte contro la discriminazione dei negri e per la parità dei diritti tra bianchi e negri negli Stati Uniti d’America, delle lotte contro l’apartheid in Sud Africa ed in generale contro il neocolonialismo ed il capitalismo.

Combatti, compagno, combatti,
combatti all’ombra, fratello,
di nostra gloriosa bandiera!


E sappi, se già non lo sai:


è rossa perché dal mio sangue,
dal sangue dei nostri fratelli
è macchiata. Combatti, compagno!


Tienla alta, sempre più alta,
ché il sole vedralla al mattino
e rossi saranno i suoi raggi!


È simbol di quanti lavorano.


In alto sollevala al sole,
ché tutti la vedan, compagno
e seguan la scia del su’ andare!


Conservala e quando a te vecchio
assai peserà nelle mani
intatta a tuo figlio consegnala!


Vivrà nelle mani dei giovani.


E i nomi di quanti soffrirono,
a fuoco incisi sul drappo
durante le pene notturne,


diranno “vittoria” al mattino


e il sole per te spunterà.
Ricorda, ricorda, o compagno:
il popolo il sole è per te.


Franco Pedatella – Aiello Calabro, 1972

Per il Magna Graecia Teatro Festival. Una riflessione in versi di Franco Pedatella

Per il Magna Graecia Teatro Festival Calabria
di Franco Pedatella
Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura  ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per il Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato,  per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.

Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente
di quel dolor  ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide
ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.
L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.
Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro
l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate
che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate  chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia
inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato
e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.
Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,
ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.
Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra
che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.
E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose
piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi
che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,
trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.
C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.
E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade  di Lamezia Terme
vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.
Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,
anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.
Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.
Il Truculentus era sulla scena
protagonista  di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore
mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate
e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.
Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.
Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.
D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti  in campo contrapposte.
Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.


Franco  Pedatella – Cleto, 2 settembre 2011

Pini giganti della Sila

Pini giganti
di Franco Pedatella

Il testo è stato concepito in occasione di una mia visita, insieme ad alcuni amici e soci dell’Associazione Culturale Cletarte ed all’amico Vincenzo Marrapodi che fungeva da guida, al Parco Nazionale della Sila. Amerigo Cuglietta, nella baracca del custode, nota, incisi su una tavola di legno esposta sulla parete, alcuni versi del poeta calabrese Michele De Marco, detto Ciardullo, e scherzando con il custode, un giovane pieno di spirito e pronto di nome Aldo Colonna, dice che anch’io scrivo versi, anzi dice “sono poeta”, e m’invita a scriverne alcuni dedicati ai pini giganti della Sila, così come fa Ciardullo nei confronti della sua Sila. Mi presento al signor Aldo, il quale osserva che il mio nome non gli è nuovo, per aver letto qualcosa di mio. Gli ricordo che forse ha letto qualcosa, poesia o articolo sul Quotidiano della Calabria, forse la mia Lettera ai Milanesi scritta in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale e del Sindaco di quella città. Dalle mie parole intuisce il mio orientamento politico di sinistra e mi dice che anche lui scrive sullo stesso giornale e dichiara scherzosamente di essere una colonna, oltre che di nome, anche di fatto, perché non si piega. Allude chiaramente a certe sue prese di posizione contro corrente. Quindi m’invita a scrivere i miei versi, assicurandomi che li esporrà. Amerigo chiede che siano brevi, come quelli di Ciardullo. Rispondo che ci proverò, se mi verrà l’ispirazione. Io ed Aldo ci scambiamo gli indirizzi di posta elettronica ed i numeri di telefono e ci salutiamo amichevolmente con la promessa di risentirci.  Ora il mio verso preferito è l’endecasillabo e credo proprio che non ci sarà posto in quel piccolo spazio per versi così lunghi.


Pini giganti rigogliosi il cielo
paion sfidar quai Figli della Terra
di nerborute braccia contro Giove
armati. Sono i figli della Sila.
Uno abbattuto a terra dona vita
a tre germogli, simbolo di vita
rinata dalle gorgoglianti acque
scorrenti in seno a te, Calabria mia.
Così sei come Terra, Sila mia,
ch’ai figli tuoi che piegano il ginocchio
dài forza e vita sì che, se l’un cade,
cento dal seno tuo ne han rigoglio.
Franco  Pedatella, Spezzano Sila, 9 settembre 2011



Chi è quest'imbroglion?

di Franco Pedatella
(Il testo è nato da una riflessione sulla situazione economica e politica attuale, accompagnata dalla rimembranza di una vignetta apparsa su un numero de La Domenica del Corriere risalente, credo, al periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, recante la scena dell’opera di demolizione della nave Italia da parte dei governanti del tempo)

Chi è quest’imbroglion che s’appresenta
e dice d’esser Cesare romano,
mimando gli atti che son gesti vuoti
perché di quel non ha tempra geniale?

Poi quando tenta d’apparir gioviale
con riso che apparir vuole leale,
gli leggi in viso il dolo tracotante
dell’arricchito che vuol far possente.

Oh Italia, quale mai destino avesti:
di un tal mariuol subire le perverse
voglie che a fondo portano tue sponde

quali di nave spinta in gran tempesta,
cui manca il timonier, mentre la ciurma
priva di senno le assi taglia e spezza

e c’è chi mette in tasca il chiodo e il pezzo,
credendo d’arricchir sua prole o borsa,
e invece appesantisce anche le vesti,
quando entrerà tra le fessure il fiotto!

Franco Pedatella – Cleto, 30 luglio 2011

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Tu, operaio

Tu, operaio – di Franco Pedatella
(Testo scritto dopo l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e le proteste della Fiom)
Tu, operaio del duemila e undici,
sei solo a vender te merce a ribasso,
la dignità, il diritto tuo al lavoro,
persin la libertà del tuo pensare.
Resister devi ancora all’invasore
che importi vuol la legge del profitto
ch’egli persegue a suon di norme e botte,
di cui tu sei paziente oggetto e zitto.

Povero te, se ancor rimani solo
nel mondo ove dicon ch’è il mercato
a dettar legge della concorrenza
e dare il costo a merci ed al lavoro!
Oh, Dio, mi chiedo, che demonio mai
sarà questo ciclopico impostore,
che con sol occhio ma con cento braccia
a molti toglie e a pochi tutto dona
ed entra nelle case e scempia e fura
e dell’intimità pur s’impadrona?
Ma che demonio! Che Ciclope incolto!
Son loro, sono i Grandi della Terra
che proni al pro di multinazionali
s’ascondon vili ai popoli elettori,
deliberan nel buio d’aule amorfe
e pescano famelici nel torbido.
Son loro il Mercato della Terra,
che in mano han degli uomini il destino
trattandoli da schiavi al pòter proni,
silenti esecutori d’altrui voglie.
Per contrastare questo ignobil piano
che uniti tien padroni e padroncini
ed alla corte loro i governanti,
non rimanere solo, operaio!
Parla alla gente, di’ che tua battaglia
è lotta che accomuna chi lavora,
chi mangia, chi consuma, chi respira,
chiunque con mano opra od intelletto!
Chiama a raccolta in campo i padri, i figli,
le donne e guida all’urto estremo tutti,
per toglier le catene agli sfruttati
e fare l’uom davvero cittadino!
Novello Ulisse accecherai quell’occhio
e nuovo Eracle  delle cento braccia
farai un sol nodo e il mostro appenderai
a quella forca ch’era a te parata.
Allor sarà bandita del più forte
la legge che ora domina la vita
di masse enormi oppresse che faticano
nei campi, al mare, in fabbrica e in montagna.
La lotta tua bandiera sventolante
al sol sarà foriero d’uguaglianza
in dignità, diritti e libertà
della parola, di pensiero e d’atti.
Franco Pedatella – Roma, 30 giugno 2011

L’immunità parlamentare e il legittimo impedimento

Quelli che sostengono oggi il ritorno all’immunità parlamentare o ignorano la storia oppure la conoscono ma fanno finta di ignorarla.
Nel primo caso, in quanto ignoranti, non sono in grado di governare il Paese, anzi abusano della fiducia ricevuta dai cittadini elettori; nel secondo caso sono rei di tradimento del loro compito, che è quello di governare il Paese nell’interesse del Paese medesimo, cioè di quel complesso di abitanti-cittadini, organizzazione politica e giuridica e territorio che siamo soliti definire Stato.
Mai e poi mai, infatti, i Padri Costituenti si sarebbero sognati d’introdurre nella nostra Costituzione il principio dell’immunità solo per consentire ai “politici”  di coprire i loro traffici illeciti contro lo Stato per cui lavorano ed al quale hanno solennemente giurato fedeltà.

I Padri Costituenti ben sapevano che un parlamentare che esprimeva la propria libera opinione o difendeva i ceti più deboli e sosteneva una massa di cittadini in sciopero poteva facilmente incorrere nell’accusa di tentativo di sedizione, di turbamento dell’ordine pubblico, di attentato alla sicurezza dello Stato; essi avevano ben presenti le persecuzioni fasciste di recente memoria e quelle che più in generale un governo autoritario, attraverso gli organi di polizia asserviti ad una logica di potere e di difesa dei privilegi dei potenti, avrebbe potuto attuare nei confronti del dissenso e degli oppositori.
L’immunità era, quindi, uno strumento di difesa della libertà personale del parlamentare che metteva la propria opera e impegnava la propria persona a difesa dei deboli, o comunque di una parte sociale altrimenti soccombente, contro i cosiddetti poteri forti e contro un governo di privilegiati e di potenti.
I Padri Costituenti non hanno mai pensato di offrire, con l’immunità, una copertura od una sorta di impunità ad un potente che, nell’esercizio della sua funzione o del suo mandato da espletare nell’interesse dello Stato, lo tradisse per trarne profitto personale.
Saremmo al capovolgimento della logica e dei valori fondanti della Repubblica.
Ricordo a chi mi legge ed insegno ai giovani, che non lo sanno, che fino a poco tempo fa chiunque avesse una causa pendente od un conto in sospeso con il proprio Comune o una bolletta di una sola lira non pagata  non era eleggibile neppure alla carica di consigliere comunale del più sperduto Comune d’Italia, anche se di poche centinaia di abitanti.
Non ci doveva essere, per legge, conflitto d’interesse tra quel piccolo Comune ed un suo futuro consigliere che si fosse macchiato della colpa di non aver pagato la bolletta dell’acqua o il dazio o una qualsiasi altra tassa, anche se dell’importo di una sola lira.
Ora capite che cosa significa separazione tra pubblico e privato?
Capite perché la ditta appaltatrice di un qualsiasi lavoro, ancorché piccolo, non può essere coincidente con la persona di consigliere comunale? Capite perché la stessa persona non può essere contemporaneamente controllore e controllato?
Capite l’enorme bugia che vanno raccontando quattro miserevoli pennivendoli furfanti, per vestire di panni nobili l’immunità di certi “galantuomini”, una miserevole ed ignobile questione legata alla tutela illegittima degli interessi privati, non di chi vorrebbe coprirsi le spalle nei confronti di una persecuzione politica legata all’agitazione di masse di lavoratori o alla difesa dei principi di libertà contro il potere autocratico di una classe dirigente di potenti privilegiati, conservatori e reazionari, ma di un potente che, accusato di reati penali e fiscali nei confronti dello Stato, cui ha giurato fedeltà, vuole sfuggire alla giustizia sottraendosi a regolare processo?
L’immunità parlamentare, quella vera, è un’altra cosa.
Simili pennivendoli e venditori di parole da bancarella arrossiscano di vergogna e voi, giovani, comprendete come vi vogliono raggirare per coartare la vostra volontà inconsapevole!
La volontà veramente libera è quella consapevole.
Perciò avete il dovere di istruirvi e di non credere ai furfanti della moderna ragion di stato.
Ecco perché oggi avete una ragione in più per votare sì all’abrogazione del legittimo impedimento: questo impedimento di cui si parla, infatti, è veramente illegittimo ed ingiusto, tremendamente iniquo, perché viola il principio su cui si fonda lo stato moderno: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, una volta aboliti i privilegi dei potenti.
Il popolo parigino nel 1789 è insorto per portare, finalmente, di fronte  alla Convenzione Nazionale, che lo condannò, il re di Francia.
Volete tornare indietro?
Franco Pedatella – Cleto, 7 giugno 2011

Bello è ‘l civil servir la propria patria

Bello è ‘l civil servir la propria  patria:
chi ‘l fa con l’arma in mano, chi con penna,
o meritevol opra di scalpello
o di pennello o di dolce suono
che al ciel lo spiro umano in alto levi;
chi con sommessa prece che il silenzio
di uman deserto rompa e all’uom dia voce;
chi col pensier che arcan sentieri indaghi;

chi con ricurva falce al sol e al gelo,
chi con martel nel risonar dei ferri
in officina avvolta in fuoco e in fumo;
chi con man ferma che il timone tiene;
chi con pensier, con cuor, con cauto motto,
con provvido operar e siede a guida
per farla d’onor bella e di fortuna,
stimata nel consesso universale.
Oh possa meritare tal destino
la patria mia dal sol baciata e bella,
dal mare accarezzata in ampio abbraccio
ma d’uomini diserta di tal traccia!
Di questi invero non avrìa penuria;
solo son messi un po’ in estrema fila
da strepitar di voci al pòter prone,
che non è più servire, ma imperare.
Oh cielo, tendi ampio le tue braccia,
sollevala dal fango ov’ è caduta,
appressala al tuo petto generoso,
ai prosperi sentieri avvìala pronto!
Ne avrai dell’acque sue splendente specchio
per le tue stelle, che vi si vedranno
doppiate nel valor di lor faville
che artisti sempiterne canteranno.
Cleto, 4 giugno 2011, Franco  Pedatella

Il pollo or, amici, è bell’e pronto

Da Franco Pedatella riceviamo e pubblichiamo

Il pollo or, amici, è bell’e pronto(in occasione di un pronunciamento
della Corte di Cassazione)

Il pollo or, amici, è bell’e pronto
da mettere nel forno ad arrostire.
Lèvati, popol, pronto! Fa’ sentire
l’urlo tuo forte e fa’ pagare il conto

a quel che del tuo mal è il primo autore!
Poi degli amici suoi, che l’han protetto
dall’essere ai giudici condotto,
non ti scordar, ché rei son anche loro,

colpevoli d’aver deriso leggi,
che voglion tutti a sé al par soggetti,
e forza usâr del nover degli eletti
che seggon mal su onorati seggi!

Per abolir legale impedimento
ad un processo che fa tutti uguali,
amici, dite SÌ ! Sarete tali
quali vi vuol normale intendimento

che l’uom diverso fa dall’animale,
in special modo se vuol far leone
chi fuor di paramenti è un pecorone
cui portamento è d’essere bestiale.

Ei crede di poter comprare tutto,
ridurre quel che vuol a vile merce,
ma contro a lui or tutto si ritorce
perché il potere usò da PIGLIATUTTO.

D’onore e nobiltà non ha il concetto,
la carica che il tiene ha deturpato,
la scranna dove sie’ di sé ha lordato,
non ha del suo Paese alcun rispetto.

Quand’egli sarà nudo in Tribunale,
ove vergogne non potrà celare,
vedrete quanto ignobil imperare
v’ ha imposto e se in cervello aveste sale.

Cleto, 1° giugno 2011 Franco Pedatella

Lettera aperta ai Milanesi

Lettera aperta ai Milanesi
di Franco Pedatella
Milanesi carissimi,
sono Franco Pedatella, cittadino ed ex sindaco del Comune di Aiello Calabro, una ridente cittadina dell’entroterra di Amantea in Calabria, lungo il Basso Tirreno Cosentino.
In qualità di cittadino ed amministratore di questo Comune ho avuto modo di conoscere ed apprezzare, perché ne è vivo il ricordo nella coscienza di tutti, la generosa opera di solidarietà di cui avete dato prova in occasione del triste e tragico evento del terremoto del 1905, che ha distrutto parte dell’abitato, ha provocato molte vittime e ridotto in misere e precarie condizioni la popolazione, già duramente colpita da altri mali come la malaria.
A ricordo di quella generosità un quartiere della nostra cittadina, costruito con il vostro contributo, porta il nome di Rione Milanese. E Milano oggi ospita tanta popolazione aiellese che, emigrata, ha portato in Lombardia ingegno, operosità e volontà di progresso e di riscatto.
Inoltre Milano è stata presente ad Aiello nel 2005 attraverso una delegazione di rappresentanti in occasione della manifestazione che vi si è svolta nella ricorrenza del centenario del terremoto.
Era, quella, la Milano figlia della cultura dell’Illuminismo milanese di Giuseppe Parini, dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria prima, e dell’impegno romantico-risorgimentale di Alessandro Manzoni, di Silvio Pellico, di Giovanni Berchet e degli altri uomini de “Il Conciliatore” dopo, cultura feconda di utili risultati successivi, legata ai principi dell’egualitarismo, della libertà, della solidarietà, del filantropismo, dell’unità e dell’indipendenza della Patria. “Liberi non sarem se non siam uni” scrisse Alessandro Manzoni nel 1815.Ma oggi, carissimi Milanesi, non vi riconosco più.
L’ubriacatura berlusconiana e l’inconsistenza morattiana vi hanno resi insensibili.
Sembrate sempre di più, ve l’assicuro, la pancia dell’Italia piuttosto che la mente. E quelli che vi parlano dai salotti televisivi o dai “predellini”, pagando perfino gli applausi per tessere l’inganno contro di voi, lo sanno bene; usano infatti parole capaci di stimolare in voi gli istinti peggiori: la paura dell’estraneo, dell’altro o del diverso, l’egoismo più abietto e spregevole, il senso smisurato e miope della sicurezza egoistica del proprio famigerato “posto al sole”, insomma una visione delle cose assolutamente disumana che storpia la realtà, inventa nemici, induce misantropia ed è negatrice della vostra storia e contraria al principio stesso di civiltà positivamente intesa.
Ma Milano è storicamente un’altra cosa. È la patria dei grandi slanci ideali ed il cuore di un paese che sa battere all’unisono con le esigenze di una società viva ed in progresso, aperta alle istanze di rinnovamento tecnico ma anche di una più aperta umanità, che è la risorsa delle risorse, il motore vero della società; infatti solo l’apertura fiduciosa all’uomo che è dentro di noi può mettere in moto quelle energie che sole sono condizione essenziale per ogni vero progresso.
Il contrario, il rinchiudersi e la gretta difesa del proprio privato orticello sotto casa, non alimentato dallo scambio gioviale e dal reciproco flusso di energie con il vicino, in un sistema di vasi comunicanti, portano invece all’inaridimento della vostra pianta, che così rischia di non dare più frutti.
Milanesi carissimi, mi sento partecipe della vostra battaglia per il cambiamento e v’invito a difendere la scuola, i servizi, i diritti, i traguardi che avete conquistato, senza farvi fuorviare da chi intende parlare alla bestia che è nell’uomo, addormentandone gli ideali più nobili e la funzione di governo che la ragione deve avere nell’uomo e tarpando le ali alle spinte più coraggiose verso le conquiste che assicurino progresso, eguaglianza e giustizia per tutti.
Il candidato di centrosinistra, a me sembra, va in questa direzione e, senza cedere a populismi demagogici e a trovate da mercante furbo ed ingannatore, è vicino alle vostre esigenze come cittadini degni del proprio passato.
Berlusconi, invece, e la signora Moratti, e quanti in un modo o nell’altro parlano per loro conto
o ne rappresentano interessi ed atteggiamenti, accrescono ogni giorno di più le scorrettezze verbali e propagandistiche in una logica di “legge della giungla”, offendendo il vostro cuore e la vostra intelligenza. Solo nella bagarre, pensano, si possono intorbidare le acque e togliere la visione nitida delle cose che stanno sotto la superficie, nella speranza di nascondere così la nullità del proprio operato, colpendo anche impunemente con  malvagità.
Quanto alla Lega, essa si distingue, da quando è nata, per la rozzezza degli atteggiamenti e la villanìa  e la grossolanità verbali, che per un verso abbassano il livello della cultura della gente proponendo modelli linguistici e comportamentali da trogloditi, per l’altro parlano ad arte una lingua così bassa e, si fa per dire, “colorita” per dar l’impressione di esprimere i bisogni materiali e vitali della gente, che in realtà è protagonista turlupinata. Un altro inganno!
Ed allora: “Dagli all’untore!” direbbe ancora oggi Manzoni del povero Renzo, personaggio schietto ed indifeso, vittima innocente delle macchinazioni e delle alchimie dei potenti, di quelli che egli definiva “gli eroici furfanti” che facevano, e continuano a fare ancora, della “iniqua ragione” della spada lo strumento per opprimere gli oppressi e conservare i privilegi.
Essi sono solamente monumenti perfetti alla furbizia gratuita autocompiacentesi e all’ignoranza condita con vistosa saccenteria.
Milanesi carissimi, vi ringrazio per la paziente attenzione e v’invio i miei più affettuosi personali saluti. Un abbraccio particolare va ai miei amici, parenti e concittadini aiellesi a Milano.
Aiello Calabro, 19 maggio 2011.                                      
Franco Pedatella

Or che caduto è l’uomo del terrore

Riceviamo e pubblichiamo una composizione del prof. Franco Pedatella su un avvenimento importante (la morte di Bin Laden) che ha suscitato la riflessione del poeta e “che poi trascende il fatto in sé e si èleva a considerazioni più profonde e generali sulla vita degli uomini e dei popoli, o almeno tenta di farlo”. 
Questo ed altri scritti si potranno trovare anche sul Blog francopedatella.com.
***

Or che caduto è l’uomo del terrore.

Or che caduto è l’uomo del terrore,

non creder che hai raggiunto, Occidente,
per te la pace e buona condizione !
Pace non v’è per chi è invadente
e in tutto il mondo fa sopraffazione,
la fame diffondendo tra la gente
per trar profitto dall’occupazione
di terre che sol morder sa col dente.
Finché mancanza d’alimentazione,
finché dell’uom qual bestia sfruttamento
sarà nel mondo, di liberazione
la voglia produrrà sommovimento.
Calgaco tornerà, che il rapinare
di Roma sui sommessi disse chiaro
non era impero, ma voléa falsare
l’Urbe chiamando legge il suo piacere;
Calgaco, cui ‘l destino dei Britanni
diè di guidar le schiere a estrema pugna,
Calgaco, condottier di gente in armi,
cui nel suo fiero dir Roma ripugna;
Calgaco, che il Romano usurpatore
sente della sua cara patria terra
e avendo sol com’arma il braccio e il cuore
difende moglie e figli con la guerra.
Se il ricco ben armato è in campo aperto,
il povero, men forte, deve usare
la scaramuccia, il pugnare incerto,
solo così potendo guerreggiare.
Potéa affrontare David il gigante
Golίa,  combattendo petto a petto?
Cercò evitar di stare a lui dinante,
colpì con fionda e ne fuggì ‘l cospetto.
Chi col cannone avanza in gran colonna,
si dice, compie atto d’eroismo,
chi al fianco invece assal con picciol canna
si dice che atto fa di terrorismo.
“E come si permette, screanzato,
cotesto, il cui dover è sol servire,
di portar l’arma, a me sol destinato,
il cui dover invece è comandare?”  
sί sembra dire quel del temerario
che tracotante osa contrastare
a lui ch’è di mestiere avversario
di chiunque al suo passar sa il capo alzare.
Ma perché mai in terra d’altri andare
deve in colonna armata chi è più forte?
Chi ha detto mai che in altrui suol predare
può chi temer non dee che sian ritorte
contro a lui stesso l’armi ch’egli ha usato
per sottometter e colonizzare?
Giorno verrà che contro a lui adoprato
sarà quel ferro che a minacciare
pargoli, donne e vecchi chini a orare
in braccio ha preso a tôr dei campi il frutto,
quand’ uomini valenti a lottare
verranno a ch’ei restituisca il tutto.
Ove non seminasti non andare!
E, se ti è favorevole il mercato,
sappi che ti fu dato guadagnare
l’altrui, perciò quel che non hai sudato
restituisci in spirito fraterno,
perché alla fin, se i conti ben hai fatto,
quel ch’hai donato avrai vincendo un terno
né da temer avrai per tuo misfatto!
Dal tuo palazzo d’or potrai uscire
senza il pericol d’esser gambizzato
da chi ti sciama intorno e a deperire
da quotidian digiuno è abituato
o ad esser preda facile d’invidia
potrebbe contro a te essere spinto
dall’astinenza lunga e dall’inedia
che signoreggian l’animo ch’è vinto.
Perciò non t’allegrar, ricco Occidente,
ma, se davver sconfigger vuoi ‘l terrore,
facilita il progresso della gente
ovunque nasce e pena con sudore!
Se sei Golίa, devi pur capire
che il picciol David arma nella mano
ascosa può portar per te colpire
ed annientare il tuo potere insano.
Se la vicenda alterna della storia
oggi ti diè di far da comandante,
al fuoco manda l’imperar con boria!
L’arte si addice a te di governante.
Non ci sarà più l’uomo del terrore

né tu avrai alcuno da temere
nel mondo dove vige umano amore
che dà a ognuno quel che deve avere.
                                      Franco  Pedatella
Cleto, 5 maggio 2011.