“Il Castello di Aiello”, due poesie di Franco Pedatella

Le poesie che seguono dedicate al castello di Aiello Calabro (peraltro già pubblicate nel blog a luglio 2025) sono state lette da Rosa Giardino nel corso della manifestazione relativa alla consegna ad Aiello della bandiera dei Borghi più Belli d’Italia.

di Franco Pedatella

Turrite mura e pietre al sol riarse
tra le ondeggianti cime capolino
fanno e al passegger di mille anni
e più la storia narran della gente

che l’abitò e vinse e fu sovrana
degli altri borghi intorno e d’invasori
fu serva ed a tremuoti fu soggetta
che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.

Or te ne stai solingo, mio castello,
sopra il costone donde le vallate
d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti

osservi da padrone e piú non odi
gli strilli dei bambini sul tuo piano
che giocano a pallone e gridan: “Goal”.

Roma, 15 dicembre 2013 Franco Pedatella

***

Ma l’anno nuovo ti restituisce
l’aspetto antico e il muro già cadente
ritorna maestoso pei lavori
di bel restauro, che prepara anni

di nuovo tuo splendór, che qui attraente
richiamerà visitatori e genti,
che da te attratti e resi interessati
decideràn di rimaner nel borgo.

Avranno casa, su trarràn famiglia
e bimbi ripopoleràn le strade;
risoneràn di grida lor festose
piazze e vie tornate a nuova vita.

Allora nel ricordo torna in mente
quello che vidi e vissi da bambino
ed ebbe a riempir le mie giornate
e in sogno prende corpo e si fa vero.

Odo allór da porte spalancate
di sega il rauco fischio e di martello
il batter ferro o scarpe e il picchiettare
d’ago che cuce ratto stoffe nuove

e il richiamar d’antico bottegaio
dall’uscio, suscitando l’attenzione
di quei che passa ed esser può cliente
che acquista merce nuova, buona e bella.

Odo il trottar di mulo o di cavallo
o d’asino, cui zoccoli ha applicato
il fabbro, da cui esce scalpitando,
e rintronar fan zoccoli il selciato;

sparger dall’officina irregolari
colpi un motore vecchio e un po’ sfasato,
che grande mastro tenta di aggiustare
per metter l’automobile su strada;

di donne il chiacchierar nel vicinato
mentre si fila, cuce o si ricama;
il gioco delle carte in bar chiassoso,
“padrone e sotto” e un bel bicchier di vino

nelle cantine sparse per le vie;
le strade pien di gente a passeggiare,
il parapetto vivo a “criticare”,
talór con piglio ardito e spudorato,

quello che passa, parla e poi scompare,
specie s’è uomo in vista, che può fare,
o donna bella incline ad ancheggiare
con tacco alto e passo al suol battente;

dall’alta impalcatura il muratore
tornare a fare il tetto od opra nuova
incominciar, per fare nuovo alloggio
per gente che ha deciso di restare,

mentre pressante in casa attigua batte
telaio antico che a novelle spose
prepara il corredo e annuncia nozze
a giovinette cui il cuor batte e spera.

Sul fare della sera “focarelle”
vedo e le donne intorno riunite
a ricordar l’orrendo terremoto
che il tetto tolse e i cari a chi è scampato

e l’otto di settembre di ogni anno
tra le vicine viene ricordato
e in conversar si fanno ancór piú stretti
legami tra famiglie in vicinato.

Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu”
pentole usate e farne ancóra nuove;
portare da Borgile “ ‘u pignataru
cúcume, pignate e cucumielli”;

venir dalle campagne i contadini
a piedi o sull’asino a cavallo
per vendere gli ortaggi freschi e sani,
lieti cantando motivetti antichi.

Sotto il tuo sguardo torna amore e vita
e Aiello tiene in braccio nuovi figli,
che gioia spargeranno per le strade
sotto il guardar di anziani compiaciuti.

“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo,
quando è giunta l’ora di pranzare
ed è normal sospender l’opra in corso
e proseguire poi con cuor posato.

Insomma il paese qual già è stato
torna a novella vita e l’aria antica,
che un dí s’è respirata, a circolare
torna e a ridare sangue, aria e amore.

Aiello Calabro, 16 luglio 2025

In memoria di Giuseppe (detto Peppe) Guadagnuolo

A distanza di un po’ di tempo, riceviamo da Franco Pedatella una bella poesia dedicata all’amico fraterno Giuseppe.

Annuncio al mondo che a mancar venisti
tu, pezzo di mia vita da bambino,
di qualche anno a me più piccolino,
cresciuto insieme a me qual fratellino.

Quando nascesti bimbo sorridente,
ti diè mamma Carmela il latte sano
che avèa bevuto anch’io con tuo fratello
Nicola, sí che fummo una famiglia.

Ti diè coraggio e forza, amore e ardore
Mariu Surdatu, il padre tanto amato,
picciol di corpo, ma di cuore forte,
che di te fece un uom compiuto e ardito.

Eri da bimbo lento ad obbedire,
perciò talór tua madre s’arrabbiava,
ma tutto poi tornava come prima,
come il buon cuore tuo ben meritava.

Da me imparasti un poco di latino
per far la Scuola Media con onore
ed affrontar poi studi superiori
che vita avrebber fatto meno amara.

Di Alfredo Aloisio a scuola fosti
compagno e gareggiavi a primeggiare
nell’arrivare insiem su a quelle scale
che ti portavan nella Scuola Media;

ma dopo quella corsa ti piaceva
con lüi affacciarti alla finestra
ed ambedue star fermi ad aspettare
gli altri, poi in classe entrare ad imparare.

Quando fu l’ora di cercar lavoro,
nell’Arma entrasti dei Carabinieri.
Mettesti la divisa con l’orgoglio
di tutelar d’ogni uom la sicurezza

e fosti in prima fila nei momenti
piú tragici di storia nazionale,
che l’opinione pubblica divisero
e minacciâro l’unità ideale:

la strage alla stazione di Bologna,
il vile attentato nella Banca
della Agricoltura a Milano,
le tante sparse manifestazioni

per Reggio Capoluogo di Regione.
Viaggiavo in quel frangente io a Messina,
per far gli esami universitari:
il treno rallentava, poi fermava.

Tra quei che vigilavano tu eri.
Noi, ch’eravamo in treno, di saltare
in aria temevam per qualche bomba,
apposta tra i binari sistemata

per far la strage e il caso sollevare,
per far di Reggio Sede di Consiglio
e di Governator della Calabria
con la violenza e il diktat della mafia.

Per la lealtà del tuo servizio reso
nelle Stazioni sparse nel Paese
da nord a sud, nei Centri cittadini,
facesti onorevole carriera,

prestando con onore il tuo servizio,
da promozion passando a promozione,
ed alla fine fosti Maresciallo
Maggiore in Arma dei Carabinieri.

Tua moglie Rina avevi con amore
portato ad Aiello qui in famiglia.
Ne avesti in dono, frutto del suo amore,
Francesco, Salvatór, Maria Carmela,

che or, rimasti senza il padre amato,
conservano il ricordo del tuo amore
e portano, nel cuor, del genitore
l’animo, il carattere e l’ardore.

Dolori sparsi in corpo, un tempo sano,
tregua non dièro a te per lunghi anni;
ébbero infin ragion di tua salute
e féro forte il mal che ti rodeva.

Cedesti infine al duòl che le tue forze
piegò e pe‘ i sentieri solitari
andasti, che or ti portano all’eterno,
e noi qui lasci, angelo sereno.

Dolore tra gli amici, i familiari,
i conoscenti lascia tua scomparsa;
nell’Arma un vuoto dopo tanto impegno
speso in nome dei Carabinieri.

Aiello Calabro, 29 agosto 2025
Franco Pedatella

“Il Castello di Aiello” nei versi di Franco Pedatella

Da Franco Pedatella riceviamo e postiamo una poesia dedicata al castello di Ajello, che consta di due parti: la prima composta a dicembre 2013, e la seconda in occasione dell’inaugurazione del maniero lo scorso 16 luglio. Buona lettura

Il castello di Aiello

Turrite mura e pietre al sol riarse
tra le ondeggianti cime capolino
fanno e al passegger di mille anni
e più la storia narran della gente

che l’abitò e vinse e fu sovrana
degli altri borghi intorno e d’invasori
fu serva ed a tremuoti fu soggetta
che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.

Or te ne stai solingo, mio castello,
sopra il costone donde le vallate
d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti

osservi da padrone e piú non odi
gli strilli dei bambini sul tuo piano
che giocano a pallone e gridan: “Goal”.

Franco Pedatella, Roma, 15 dicembre 2013

***

Ma l’anno nuovo ti restituisce
l’aspetto antico e il muro già cadente
ritorna maestoso pei lavori
di bel restauro, che prepara anni

di nuovo tuo splendór, che qui attraente
richiamerà visitatori e genti,
che da te attratti e resi interessati
decideràn di rimaner nel borgo.

Avranno casa, su trarràn famiglia
e bimbi ripopoleràn le strade;
risoneràn di grida lor festose
piazze e vie tornate a nuova vita.

Allora nel ricordo torna in mente
quello che vidi e vissi da bambino
ed ebbe a riempir le mie giornate
e in sogno prende corpo e si fa vero.

Odo allór da porte spalancate
di sega il rauco fischio e di martello
il batter ferro o scarpe e il picchiettare
d’ago che cuce ratto stoffe nuove
e il richiamar d’antico bottegaio
dall’uscio, suscitando l’attenzione
di quei che passa ed esser può cliente
che acquista merce nuova, buona e bella.

Odo il trottar di mulo o di cavallo
o d’asino, cui zoccoli ha applicato
il fabbro, da cui esce scalpitando,
e rintronar fan zoccoli il selciato;

sparger dall’officina irregolari
colpi un motore vecchio e un po’ sfasato,
che grande mastro tenta di aggiustare
per metter l’automobile su strada;

di donne il chiacchierar nel vicinato
mentre si fila, cuce o si ricama;
il gioco delle carte in bar chiassoso,
“padrone e sotto” e un bel bicchier di vino

nelle cantine sparse per le vie;
le strade pien di gente a passeggiare,
il parapetto vivo a “criticare”,
talór con piglio ardito e spudorato,

quello che passa, parla e poi scompare,
specie s’è uomo in vista, che può fare,
o donna bella incline ad ancheggiare
con tacco alto e passo al suol battente;

dall’alta impalcatura il muratore
tornare a fare il tetto od opra nuova
incominciar, per fare nuovo alloggio
per gente che ha deciso di restare,

mentre pressante in casa attigua batte
telaio antico che a novelle spose
prepara il corredo e annuncia nozze
a giovinette cui il cuor batte e spera.

Sul fare della sera “focarelle”
vedo e le donne intorno riunite
a ricordar l’orrendo terremoto
che il tetto tolse e i cari a chi è scampato

e l’otto di settembre di ogni anno
tra le vicine viene ricordato

e in conversar si fanno ancór piú stretti
legami tra famiglie in vicinato.

Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu”
pentole usate e farne ancóra nuove;
portare da Borgile “ ‘u pignataru
cúcume, pignate e cucumielli”;

venir dalle campagne i contadini
a piedi o sull’asino a cavallo
per vendere gli ortaggi freschi e sani,
lieti cantando motivetti antichi.

Sotto il tuo sguardo torna amore e vita
e Aiello tiene in braccio nuovi figli,
che gioia spargeranno per le strade
sotto il guardar di anziani compiaciuti.

“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo,
quando è giunta l’ora di pranzare
ed è normal sospender l’opra in corso
e proseguire poi con cuor posato.

Insomma il paese qual già è stato
torna a novella vita e l’aria antica,
che un dí s’è respirata, a circolare
torna e a ridare sangue, aria e amore.

Franco Pedatella, Aiello Calabro, 16 luglio 2025

In memoria del compagno Alfonso Amendola, poesia di Franco Pedatella

Falce e martello hai sempre avuto al petto
e in bocca la parola comunista,
poi in buona fede hai seguito Occhetto
che avéa al partito dato altra pista;

ma il tuo ideal restava proletario,
perché piegava il dorso l’officina
ed il sudór versava l’operaio
e a zappatór la fronte stava china.

Vedéati la campagna elettorale
al fianco di Gaetano Pedatella
ed ai comizi in piazza puntuale
eri con falce e martello e stella.

Dell’Unità la Festa ti vedeva
alla raccolta pei paesi intorno
dei tavoloni che una festa attiva
chiedéa per richiamar la gente intorno.

Ed anche la cucina tu curavi
perché restasser fisse squisitezze
in gola ai tanti e bei visitatori
che a baci ringraziavan e a carezze.

Bussasti una mattina alla mia porta
e mi annunciasti: “Allende è spodestato”.
Il Cile avéa imboccato la via storta:
la dittatura militarizzata.

“Ora in sezione che dobbiamo fare?”.
“Usciam con le bandiere e i manifesti
noi che dobbiamo il popolo guidare
e i nostri cittadini teniam lesti!”.

La Lista della Tromba hai sostenuto
con forza e decisione sorprendente,
sapendo che mai nulla avresti avuto
da un sindaco che era a te parente.

Poi il gioco ti ha tenuto un po’ distante
da quell’impegno da gran militante.
La debolezza umana ne fa tante:
sveglia non manteniam talór la mente.

Or t’ha portato via cattiva sorte
in questo giorno di preparazione
a festa che nel cuor sentiamo forte:
l’Anniversario di Liberazione.

Scomparsa tua piangiam sentitamente
vecchi compagni e neosimpatizzanti.
Qual fosti portiam fisso nella mente.
Giammai cancelleremo i bei momenti.

Ti accoglie zia Rosina Pedatella,
che santa in ciel ti aspetta coi parenti,
mentre tu qui in Terra fama bella
lasci ai compagni, amici e conoscenti.

Aiello Calabro, 9 aprile 2024
Franco Pedatella

Il Presepe Vivente di Aiello nell’anno 2023

di Franco Pedatella

Nel testo che segue Aiello Calabro vuole raccontarsi com’era nel passato con le sue tradizioni, i momenti di vita quotidiana, le attività, le abitudini, allo scopo di trasmetterlo alle generazioni più giovani e conservarlo nella memoria dei posteri. Le scene che si susseguono vogliono far rivivere, come in quadri animati, la vita palpitante della gente in modo da promuoverne il ricordo indelebile. Il tutto, idealmente trasferito nella Palestina della tradizione evangelica, è incorniciato nell’atmosfera incantata della Natività del Bambin Gesù, che lo colloca in un ambito storico e religioso di incantevole bellezza.

Dal Lauro parte, ov’ho le mie radici,
il Presepe Vivente di Aiello,
che il paese vede idealmente
in Palestina antica trasferito.

Erode in nome della grande Roma
impera coi Romani in posa e in armi,
pronti a eseguir ogni ordine lor giunto
che dia l’idea di terra ben compatta,

lontana da contrasti e ribellioni
che un popolo segnavan prima inquieto,
diviso da contrasti prolungati,
perseguitato e altrove deportato.

Perciò vi aveva Roma i suoi soldati,
i legionari a ciò ben addestrati,
che, con sapienza ai nativi uniti,
ne féano provincia dell’Impero.

Ma qui ad Aiello or facciam ritorno
al posto dove ha inizio il nostro andare
in questo giorno bello da affidare
agli atti della storia popolare!

Mira quest’arco tu, visitatore!
Frutto è di mano d’opera locale,
d’arte che quivi ha le sue radici
ben coltivate in luogo ad essa eletto.

A guardia della porta i legionari
dicono che il dominio è qui di Roma,
che vi ha fissato il seggio del potere
rappresentato da local regnante.

Un lauro v’era un tempo, maestoso;
la cima e i rami suoi furiosi venti
sfidavano quand’Eolo infuriato
forte soffiava e tegole dai tetti

facéa volare in testa a chi passava
per le viuzze strette del paese.
Ma una mattina un vento assai impetuoso
vi s’abbattè con furia strepitosa:

i rami ne spezzò, piegònne il tronco
che a terra rovinò con crepitare
degli spezzati rami e del troncone
e il tetto tolse ai giochi dei bambini.

In processione il popolo si muove
in su verso San Cosmo, ov’è la chiesa,
che un tempo custodiva venerata
la bella statua dell’Immacolata,

donde a dicembre, il giorno a Lei dicato,
venía a Santa Maria accompagnata
a spalla da gran popolo festante
coi canti religiosi e con le note

solenni della banda musicale,
che allór riuniva i giovani a suonare,
lungo le vie, le marce e i motivetti
e l’opera poi in piazza sopra il palco.

Prosegue indi il viaggio in Via Castello.
Qui, nelle stanze a terra e negli androni
di antiche costruzioni e di palazzi,
arti e maestranze all’opera son chine.

Vi sono scarpe pronte alla consegna,
forme di scarpe, cuoio, gomma e suola
in rotoli, per fare calzature
nuove e rifarne altre consumate.

S’ode di là il graffiar di sega a mano
ed il lisciar di pialla o di martello
il battere su legno, a metter chiodi
su mobile già pronto alla consegna.

Il legno utilizzato vien dal bosco,
ch’è la ricchezza del paese nostro
e rifornisce anche segheria
dei mastri Casella, “I Pippari”,

perché anche le “pippe” fabbricavano
col ciocco che ad Aiello vegetava.
Ninno, don Peppe, Mastr’Angelo, il cognato,
il dí al rumór di seghe trascorrevano

e insieme a lor Michele, poi partito,
dopo una storia di perseguitato,
lontàn da casa negli Stati Uniti
e a moglie e a figlio infine riunito.

Il ticchettar di macchina che cuce
avverto, mentre gambe a cavalcioni
reggono stoffa dove il sopramano
vi fa con bianco fil paziente mano.

Il fuoco di fornace arrossa il ferro,
lo batte sull’incudine il martello
e lo modella il fabbro con la mano
abile a far lo zoccolo d’equino

o a farne attrezzo d’uso quotidiano.
Paziente il discepolo scintille
osserva uscir da incudine e martello,
mentre col piè alimenta la fornace.

Alla “Jisterna” , “Tuvulu” e “Canale”
le mamme andavan a lavare i panni,
li “assamberavan” poi con grande fuoco,
facevan la “lissía” per poi sciacquare.

Al sole stesi lí quei s’asciugavano,
prendevano l’odòr della natura;
raccolti poi in un cesto e ben piegati,
passavan per le vie ben profumati.

Era la gioia a tutto il vicinato,
quando passava sotto le finestre,
la mamma con il cesto sopra il capo
tenendo con la mano il suo bambino.

In casa giunta, i panni ben piegati
venivan nelle “casce” sistemati,
e quelli delicati da figura
venivan sotto il ferro ben stirati

al fuoco del carbone e della brace
che dentro vi ardevano bruciati,
mentre una mano esperta li bagnava
quanto serviva all’opera perfetta.

Si vede questa scena questa sera
nell’orto qui di fronte al bel palazzo,
dove Nicola Imperato un tempo
ebbe dimora e fece il falegname.

Qui mangiano gli alunni della Scuola
Elementare e portano ogni giorno
di legno “ un’asc-ca”, come contributo
che ogni famiglia deve per la mensa.

A cucinare è donna premurosa,
che con amor prepara le pietanze,
che con piacere mangiano affamati
questi ragazzi qui dall’aule giunti.

In quel negozio vendono “pignate”
fatte d’argilla nostra qui a Borgile.
Già ride il focolare, che “surache”
s’appresta accanto al tripode a bollire.

Piú in là già bolle in pentola la pasta
a piè del bel palazzo De Dominicis.
Tra un po’ con sugo rosso la condisce
pronta un man per avido palato.

Se poi in famiglia c’è anche un golosone,
acqua e farina mescola in “majilla”,
per far “pasta d’ ‘a casa” o “maccarruni”
o “pasta chjina”, come ai vecchi tempi.

Vigile guarda il bosco, se un incendio
all’improvviso parte su in montagna,
e avverte chi intervenga per fermare
il fuoco che le piante va a bruciare.

È il gruppo delle guardie forestali,
che vigila su tutto il territorio
quando d’estate il bosco e la campagna
preda del fuoco sono e vanno in fiamme.

I guardafuoco avvertono anche loro
e pronta una squadra di operai
con acqua, accette, seghe, zappe ed altro
fa spartifuoco e fiamme spegne o frena.

Qui è la Pretura, dove un sol pretore
giudica sulle liti in primo grado:
se un vicin di casa l’altro accanto
per futili motivi ha malmenato,

da due carabinieri vien portato
nella prigione dentro la caserma,
dove la notte e il giorno successivo
passa su tavolaccio a pane ed acqua.

Per le altre gli avvocati delle parti
son pronti a intervenir sulla questione
ed alla fine il giudice decide
chi condannare o assolvere o rinviare

ad opportuna istanza superiore,
dove un collegio adatto a giudicare
decider possa in via definitiva
se assolver l’imputato o condannare.

Scendendo per Via Monti giú alla “Valla”,
s’incontra rumorosa un’osteria:
ingordo un bevitore vi tracanna
coi suoi compagni un gran bicchier di vino,

mentre l’ostessa porta a mani piene
di pane grosse fette e mortadella
sí che giammai sian sazie quelle gole
e il vino bevan fino a notte fonda.

Non so se sian contente loro spose
d’arrivo di mariti barcollanti,
pronti a parlare loro in pieno sonno
ed a finir poi tutto in un bisticcio.

“Va’, jetta ‘ste mundizze alla “Cerbina”!
‘Ud’ aspettȃ ca vene ‘u scupature!
Domane priestu hȃm’ ‘e pigliȃ ‘u postale
ppe ccurrere a Ccusenza allu Spitale”

dice la madre a figlia cui sta male
il padre e non si sente di mangiare
neanche il piatto solito gradito,
che preferiva ad ogni cucinato.

Sul letto è coricato, poverino,
e con difficoltà può camminare.
Neanche questa festa può godere,
che tutto l’anno aspetta con amore.

“L’impegnativa ‘u miedicu l’ha ffatto.
De cchjú nun se pô ffare cca ad Ajíellu.
Vidimu s’ a Ccusenza ‘a pô cconzare
sta gamba, ca nun pô cchjú ccaminare,

ancunu specialista buonu e bravu,
c’ ‘a ppostu le mintisse ‘a nerbatura,
ccussí pattrita torne a ccaminare
e ancore ‘a passïata se pô ffare”.

Su quella impalcatura sta sospeso
il mastro muratore, al suo lavoro
intento con il secchio di cemento
e la cazzuola in mano per spalmare

sul muro il cemento e intonacare
perfettamente a mo’ dell’arte sua,
mentre da sotto altro materiale
fornisce l’aiutante puntuale.

In questo forno caldo ed accogliente
“viscotta” fan le donne a mezzanotte
fino al mattino, quando ancor bollenti
li portano nei cesti ben coperti

in case e vie per essere venduti,
dalla montagna fino alla marina,
quivi ad Aiello e pei paesi intorno,
per dar la gioia a bimbi e a ragazzini.

Vi si produce pure pane fresco
che sparge bel profumo tutt’intorno.
Sa di salute, fa venir la voglia
di masticarne un pezzo, e non per fame.

Il pane qui prodotto vien venduto
in quel negozio a fianco insieme a riso,
pasta e generi altri alimentari
al viver quotidiano necessari.

Oggi è gran festa e tutti generosi
son quelli che producon da mangiare,
perché in Terra arriva a predicare
il Ben e a far cessare ogni odio e guerra:

un bambinello nudo e infreddolito,
senza una culla o un letto o un pian d’appoggio,
ma ricco dentro d’attenzion speciale
a tutti i bisogni della Terra.

Andiamo a tender anche noi la mano!
Dall’altra parte mano generosa
porrà qualcosa a spegnere la fame,
segno d’affetto in mondo non piú umano,

dove la guerra, l’odio, il capitale
dettano legge sulle decisioni
di chi governa, regge, opra e impera
e dello sfruttamento legge impone.

Salici e canne, in ordine ammucchiati,
con mano esperta vengono intrecciati
dal mastro cestaio qui seduto,
per farne gli strumenti di lavoro

a donne che vi portano le olive,
ad uomini che tornano dai campi
dopo giornata di raccolta intensa,
ai figli che li seguono per gioco

o per aiuto al lavoro duro
dei genitori o di fratel maggiore,
in ogni caso lucro desiato
per la famiglia a tavola riunita.

Quell’altro impaglia sedie per fornire
un comodo riposo a chi sta in casa
o, quando dal lavoro ritornato,
a desco mangia il cibo meritato.

Che odór di funghi vien da quella casa,
di “vàllani” e castagne a “rosella”!
Di certo la montagna ha rifornito
il focolar, che questi prelibati

cibi ai palati offre delicati
e fa piacere a tutta la famiglia
nelle serate innanzi al focolare
o intorno al bracier tra gambe acceso.

I fichi secchi mandano un odore
ed hanno un gusto proprio prelibato.
In questa casa accanto si lavora
con gran passione e vengono prodotti

“crucette”, fichi secchi e al cioccolato
e piú specialità studiate ad uopo
per far contenti i gusti ed i palati
di chi ad Aiello vive o sta in vacanza.

Le donne son già pronte al primo sole:
dalla montagna “sàrcine” di legna
portano a casa e poi, per cucinare,
preparano “pignate” e “casseruole”.

Già la mattina presto i pomodori
approntan là per fare la “conserva”;
nelle bottiglie il sugo vien versato
e la provvista fan per la “vernata”.

Aiutano a tappare le bottiglie
i maschi con la forza lor maggiore.
Tutto finisce poi nella “quadara”
sotto la quale arde e cuoce fiamma.

Non è finita ancora la giornata
che si protrae al giorno successivo,
quando dai fichi il miele è spremuto
e nei contenitori sistemato.

Tanta fatica al fin viene premiata
fuori, tra le case, al vicinato,
quando su sedie e panche ben sedute
raccontano e fanno “ ‘u curunatu”.

Ma il loro gran lavoro ancor non cessa:
parlando, il telaietto tra le mani
tengon per fare ai panni un bel ricamo.
Tovaglie e fazzoletti ricamati

ed orli di lenzuola e di coperte
escon da quelle mani laboriose,
mentre completa in ciel sua traversata
il sol già pronto a manca a tramontare.

Nell’altra casa il batter di telaio
si sente, ove donna laboriosa
fili di piú colori va intrecciando
e tesse tela a farne degna dote

alla figliola, che tra poco il sogno
coronerà, nel cuore accarezzato,
di essere la sposa fortunata
di un giovanotto bello e innamorato.

Di sé farà di certo bella mostra
la seta che “ ‘u síricu” ha prodotto,
da mani esperte all’uopo allevato
com’è ad Aiello antica tradizione.

C’è gente riunita quivi in piazza,
un po’ seduta sopra il parapetto,
un poco in piedi ferma o a passeggiare,
che chiacchiera e racconta del paese

la vita quotidiana e quel che accade
ai paesani in casa e per le strade,
quello che fa il compare in osteria
e come fa la spesa la comare.

Ne segue una risata con l’affetto
che da lontano tempo qui ad Aiello
lega la nostra gente e tiene uniti
famiglie, conoscenti e vicinato.

La posta quivi arriva quotidiana,
la porta il postale puntuale.
Don Casimiro la preleva pronto,
la porta in Posta con il suo asinello.

Donna Carmela la riceve in Posta,
la smista con dovuta diligenza,
poi la consegna ad altro personale
per la consegna ai destinatari.

Lo aspettano le donne sulla porta
disiose di notizie di parenti,
che per lavoro o altro son partiti
ed in lontana terra sistemati.

Seduto è con la faccia insaponata
e aspetta il cliente che il rasoio
barba gli rada e lucentezza día
alla sua pelle e induca il sole a invidia.

Intanto il barbiere, mastro esperto,
è interessato al dir d’altri clienti,
che parlan della tattica seguita
nella partita della Nazionale,

in cui l’Italia ha vinto sulla Francia,
ma l’altra ha perso poi contro la Spagna,
partecipando ai grandi Campionati
Europei, in vista dei Mondiali.

“S’è fatto tardi, è l’ora di pranzare.
Per i capelli passa il pomeriggio!
Farò di te un gran bel giovanotto”
dice il barbiere al suo malcapitato.

Gli altri allo stesso modo manda a casa,
lavoro sbrigativo promettendo,
mentr’essi son passati a disputare
dell’Inter, Roma, Milan, Juve e Napoli.

In questo bel palazzo principesco,
denominato Cybo-Malaspina,
urla, impera, giudica e dispone
Erode, che il volere suo impone.

Teme che dei parenti suoi qualcuno
o altri, come detto in profezia,
gli prenda il trono e resti ei senza regno.
Per questo vuole uccidere i bambini:

tra i nuovi nati certo eliminato
verrebbe il futuro usurpatore
ed annullata quella profezia
che notte e dí giammai lo lascia in pace.

Se questa profezia tanto temuta
noi la guardiam con gli occhi della storia,
dire possiam che questo Bambinello
è senza dubbio quello ch’egli cerca,

perché predicherà poi l’uguaglianza,
agli umili darà la beatitudine,
sorriso ai sofferenti darà in dono,
castigo e dannazione ai prepotenti.

Ho visto quel romano in atto e in armi
picchiare questo povero pezzente,
che un giorno è stato un ricco benestante
e s’è ridotto or nullatenente.

Questo è l’impero: c’è quel che comanda
e gli altri rende tutti a lui obbedienti;
diventa con il tempo imperialismo,
fa ricchi i pochi, gli altri fa pezzenti.

Il lunedí è giorno di mercato.
Dalle campagne vengon contadini
che portano i prodotti della terra,
frutto di lor lavoro in settimana.

L’odór di “carne ‘e puorcu d’ ‘a Ricella”,
su fuoco vivo cotta e preparata,
si sparge in questa via dal caseggiato
che sta di fronte a noi presso al mercato.

Uomini e donne al tavolo disteso
hanno il maiale e fan la carne a pezzi:
salsicce, soppressate, “sanguinacciu”,
lardo con grasso han cura di serbare.

Quella che guida queste operazioni,
rivolta al figlio con parole chiare,
con voce ferma di chi sa operare
dice che cosa manca per mangiare:

“Di sale bianco un pezzo vai a comprare
al tabacchino! Bada che sia bianco!
Poi dentro al mortaio lo ammacchiamo
e pasta asciutta in piatto ci condiamo.

Mi raccomando, compra solo il sale!
Tabacco e sigarette non guardare!
È roba che fa male a menti sane
e vizio è a chi è malato e gli fa male”.

Non era frequentato assai il Macello.
Per una sola volta a settimana
mangiava carne la famiglia media:
vitello, capra, pecora o agnello.

E lo annunciava forte il banditore
in piazze, strade, vie, qua e là in paese:
“ ‘A crapa, ‘u puorcu, ‘a piecura o vitella
allu cumpà Pascale l’è sciollata.

L’è jjuta sutta chillu terminale
chi porte ‘mberu ‘u jume de Savutu.
Pronta è alla chjanca ‘a carne frisca e bella.
Curriti, ca sinnò nun ci ‘a trovati!”.

Non era esposta in frigo bene in vista.
Su ligneo ceppo a batterla “ ‘u chjanchíeri”
sta con martello, ascia e con coltello,
per farla a fette e venderla ai clienti.

A “San Giuliano” innanzi a vecchia chiesa,
dov’ampio spazio s’apre riservato
tra bei palazzi e chiesa al ciel sospesa
e il posto è dal passeggio separato,

Sinedrio in Sinagoga v’è riunito.
Ardua questione impegna i sacerdoti:
come onorare il padre e la madre
nel rapido mutar d’usi e costumi.

Il Sommo Sacerdote s’alza e dice
lo spirito e il tenór di Vecchia Legge
che al popolo Mosè ha consegnato
dal Sinai discendendo. Sí è narrato.

<<Altra questione è questa: se la guerra
ci fanno, che risponder noi dobbiamo?>>.
<<È scritto “Non uccidere!” nel quinto
comandamento, senza condizioni>>.

In quello spazio ampio son raccolti
tanti animali, ad essere venduti
a prezzo ragionevol destinati.
La festa porteranno nelle case

in questi nostri giorni ricordati
quando saranno in tavola serviti.
Alcun sarà di certo risparmiato
e in altra occasione consumato.

Qual bela, qual grugnisce, crocchia o mugge,
del fato inconsapevol che l’attende,
mentre dal gioco dei bambini è attratto,
che intorno gli saltellano giocando.

Sotto la “Vota” dell’antica “Praca”,
“Piazza del Popolo” oggi intitolata,
umile giace e dolce il Bambinello,
su cumulo di paglia sistemato.

Fuoco non v’è che arda a riscaldarlo,
non v’è accogliente stanza ad ospitarlo;
un bue e un asinello con lor fiato
tengono caldo il bimbo infreddolito.

La mamma sua Maria e Giuseppe, il padre,
gli stanno intorno teneri e devoti,
ancor preoccupati pe ‘l decreto
che i nati di quel dí voléa ammazzati.

Per questo dalla casa eran fuggiti
cercando un ricovero sicuro.
Giuseppe ad ogni porta avéa bussato
chiedendo un letto per mamma e nascituro.

Invano, tutto era occupato!
Il mondo a questo avvento s’è negato.
Solo alla fine un bue e un asinello
la grotta loro aprîro al Bambinello.

Ora Egli è qui e la novella lieta
il mondo all’improvviso ha conquistato:
da lunge re e pastori qui arrivati
recano doni al Bimbo che qui è nato.

Quasi re fosse l’adorano inchinati
ed una stella in cielo s’è fermata
a illuminar splendente questa grotta,
facendone splendor di Paradiso.

Finisce qui la nostra passeggiata,
il nostro viaggio dell’adorazione.
Perciò anche noi inchiniamoci a pregare
per ringraziar chi in Terra a noi è venuto

a spalancare all’uomo porte nuove
e ad aprire strade inconsuete,
che portano a traguardi mai veduti
dagli uomini filosofi e scienziati!

Per fargli onore, a raccoglier legna
giovani e anziani in giro sono andati,
per fare questa “fòcara ‘e Natale”,
che idealmente vuole riscaldare

il Bambinello qui da poco nato,
dal clima invernale infreddolito.
Pïetosa la gente del paese
ricorda ancòr cosí l’evento lieto.

Aiello Calabro, 25 dicembre 2023

Franco Pedatella

“I funerali dello Stato”, poesia di Franco Pedatella

I funerali dello Stato

A Berlusconi fanno i funerali
di Stato, ad onorar la sua memoria
di uomo, Presidente del Consiglio,
di cittadino buono ed esemplare.

Ѐ questo il senso della cerimonia
che impegna il personale dello Stato,
dai militari agli uomini politici
rappresentanti delle Istituzioni.

E se fan questo a Silvio Berlusconi,
allora ad ogni amministratore
pubblico di Comune o di Provincia
o di Region, corrotto e corruttore,

che il pubblico denaro ha sperperato,
se n’è appropriato ed ha disonorato
la Carica di Stato a lui affidata,
ha da aspettarsi l’intitolazione

al nome suo di strada o monumento,
che lo ricordi ai posteri modello
da imitare in vita e da lodare
tra i banchi delle scuole e in orazioni

che si terranno in manifestazioni
pubbliche e ufficiali, ove i nomi
ricorrono d’illustri cittadini
mostrati come esempi da sacrare.

La “damnatio memoriae”, che i Romani
avevano a Nerone comminato
e ad ogni riservavan cittadino
indegno di portare questo nome,

andrebbe applicata a Berlusconi
che ha il Paese all’Estero ridotto
a oggetto di disprezzo e derisione
negli ufficiali incontri tra gli Stati.

Vienmi in aiuto, Tullio Cicerone!
Difendi da novello Catilina
l’Italia nata dal Risorgimento,
libera resa dalla Resistenza!

Dovrebbero seder con Berlusconi
Mazzini, Garibaldi e l’Alighieri?
Stargli vicino e far da servitori
color che s’immolarono a Legnano?

Naturalmente un uomo che scompare
dolor produce in animo ai presenti.
Noi quindi rispettiamo il deceduto,
perché ogn’ uomo è debole e in peccato,

cede ai richiami degli istinti umani,
si piega a inclinazioni di natura.
Questo ci fa partecipi al dolore
e ci avvicina al duol di chi rimane.

Ma altra cosa è l’onór di stato,
che si concede al merito di vita,
che proprio non esiste in questo caso.
Sono un abuso i funeral di Stato.

Allora oggi i funeral di Stato,
col degradar della parola “Stato”,
per un Paese serio, accorto e degno,
diventan funerali dello Stato.

Aiello calabro, 14 giugno 2023 | Franco Pedatella

Ad Alessandro Manzoni, una poesia di Franco Pedatella per il centocinquantesimo anniversario della morte

Caro Alessandro, stan tentando ancora
di toglierti dai banchi della scuola,
dicendo che quel tuo grande romanzo
e il tuo Napoleon che vince e muore,

esempi di pietosa man divina
che tutto regge e i deboli protegge
e i forti atterra e affanna e poi consola,
non interessan le generazioni

di giovani che col telefonino,
con il computer e la leggerezza
del lor pensare e del fantasticare
crédon di dominar lor vita e il mondo.

Maestro fosti di realismo sano,
coi forti che soccombono e si fanno
artefici di aiuto a chi han pestato,
tranne l’irriducibil malfattore,

e i deboli ognór perseguitati
e infine a dignità restituiti.
Perciò ai giovani hai da dire ancora
ov’è giustizia, ov’è decoro d’uomo.

Non nobili, non re, non cavalieri
protagonisti son del tuo romanzo,
ma due giovani umíli popolani,
vittime del mal fare dei potenti.

Il loro fare, il lor lottare e dire
ai giovani dimostra che lor vita
sfugge al destino altrove stabilito
e artefice fa l’uom del suo avvenire.

Il tutto avviene sotto l’occhio vigile
e attento di Divina Provvidenza,
che al mìser guarda con benevolenza
ed al potente oppone resistenza.

Ѐ questa una gran rivoluzione
nella letteratura italiana,
u’ prima primeggiavano i signori
e dame lor di nobili natali.

Tu illumina, perciò, la mente a quello
che con lo sguardo bieco e mente chiusa
vuole in soffitta al buio collocarti
e mettere a tacer la tua parola.

Coraggio e forza dona a chi sostiene
che il tuo parlar è guida, forza e amore
nel mondo ove con strumenti nuovi
dissangua il prepotente, schiaccia e impone

e il debole ha sete di giustizia,
ha fame, muore in mar, perisce in guerra,
guarda il figliuól che ha fame e in man gli spira,
dal cielo attende man che lo sollevi.

Tra noi ci sono ancora i don Rodrigo,
l’Innominato, il Nibbio, il Griso ed altri,
il Padre Provinciale, don Abbondio,
Renzo e Lucia e tanti come loro

che avrian bisogno di Padre Cristoforo
e di altri come lui, moltiplicati,
di una pagnotta sola soddisfatti,
portata come “pane del perdono”.

Di festeggiarti or fingon gli italiani
con cerimonia solo esteriore.
Invece, se davvero ti stimassero
maestro della lingua e del sentire

comune del popolo italiano,
dovrebbero lasciarti sugli altari
di una scuola libera che in giovani
promuove conoscenza e formazione.

La tua modernità, direi immortale,
è sotto gli occhi di chi vuol capire:
soggetto è il vero, l’interessante è il mezzo,
l’utile è il fine estremo d’arte tua.

Quelli che stanno in cattedra e in politica,
che son chiamati a dire queste cose,
indegni son del posto u’ stan seduti,
se chiare non intendon queste cose

e ignoran che fosti anche Presidente
di degna Commission Ministeriale
che lavorò a unificar la lingua
e a completar sul piano culturale

il movimento del Risorgimento
che fece dell’Italia un solo Stato
con una legge, una lingua sola,
un solo governo nazionale.

Questa è la voce della scuola mia,
aperta sempre per gli alunni miei,
che mai non cede a mode e a infingimenti,
ma punta all’istruzione e formazione.

Aiello Calabro, 22 maggio 2023 | Franco Pedatella

25 Aprile, una poesia di Pedatella per la Liberazione

Riceviamo dal prof. Franco Pedatella e postiamo un testo per la Festa della Liberazione, che sarà recitato durante la manifestazione ad Amantea ed a Rovito per la festa provinciale.

Per la Festa della Liberazione ad Amantea 25 Aprile 2023

All’alba, quando in cielo appare il sole,
noi siamo a terra pronte a lavorare;
andiam per l’ampie piane di Calabria,
olive raccogliendo fino a notte.

Guai se drizziam la schiena a respirare!
Curve sulle ginocchia ad una ad una
tutte le raccogliam. Così il padrone
sempre presente vuole, osserva e impone.

Ma una mattina udiamo aerei e scoppi
squarciare l’aria, giungerci vicini.
Gente scappar vediam dal mare ai monti,
parte impaurita, parte con l’armi in mano.

Capiamo allór: la guerra pría lontana,
per noi dogliosa sol perché figlioli
e sposi al fronte lottano cadendo,
ora è tra noi e l’invasore fugge

e semina, ove passa, fame e morte.
Perciò anche per noi or suona l’ora:
non piú padroni, ma moviam le gambe
i viveri a tagliare agli oppressori!

I prigionieri chiusi in Ferramonti,
che scappano, in casa nascondiamo!
I confinati, qui a scontar mandati
inesistenti colpe, aiutiamo!

Tu, che sei fragil, spia dove s’accampa
l’oste oppressor! Tu, che hai le gambe ratte,
corri ad avvisare i frati al monte!
Io forte son di braccia, l’arma prendo

e vo in montagna a unirmi ai combattenti
che voglion liberar la patria nostra
dal piè straniero, che la opprime e strozza
e toglie l’aria e il cibo ai figli infanti.

Sbarriam le vie, tagliam la ritirata
al vil fascista e al suo nazista amico!
Apriamo l’avanzata agli Alleati!
Andiamo ai monti e uniamci ai figli e sposi

che l’armi non depongon, ma le puntano
di contro agli oppressori e in corsa abbracciano
fraterni i partigiani che combattono
per far l’Italia una, sana e libera!

Franco Pedatella

Lavoratore, tu che “butti il sangue”…

Lavoratore, tu che "butti il sangue" ...

Lavoratore, tu che “butti il sangue”
da mane a sera fin che il sol tramonta
e pure nella notte da che il Capo
l’elettrica corrente ha utilizzato

per dare luce al tuo lavór notturno
levandoti anche le ore del notturno
riposo che natura generosa
t’avéa qual meritata dote data,

ritorna alla tua fede comunista
per conquistare i tuoi diritti persi
a viver come uomo, non piú bestia,
ma essere pensante, il ben volente!

Ti toglie il sangue, tolto ti ha la vita,
la prole, la consorte il tuo padrone,
mandando tutti ov’ egli ha stabilito
che devono produrre e diventare

anch’essi elementi del mercato
per consumare quello che han prodotto
e mai spezzare il circolo vizioso
“produrre, consumare e riprodurre

all’infinito”, anelli di catena
di cui sol egli ha in mano capo e fine.
Ti ha tolto anche la patria, se emigrato
sei per cercar fortuna in terra altrui,

e tu il conforto dell’estremo pianto
hai perso degli amici e il pio commiato.
Tutto ei move con determinazione,
sordo ad ogni grido di dolore,

solo deciso ad accumulare
all’infinito soldi, banche e beni
che formano il suo gran bel capitale
con cui comanda, ordina e dispone

e d’esser gode e fare da padrone
e agli altri lascia le incombenze gravi
di procurarsi il cibo con sudore
per consentirsi la sopravvivenza.

Giammai si ferma ed ogni debolezza
scruta, disposto sempre ad occupare
ogni angolo di libertà strappato
e farsi piú possente in suo operare.

S’è unito ad altri ed ha globalizzato,
un unico sistema imponendo
di vita, di consumi e produzione
e tutti ha sottomesso a un solo impero,

quello di voglia sua d’impadronirsi
di tutte le risorse del Pianeta,
gli altri rendendo suoi novelli schiavi,
pronti a sgobbar penando ed a tacere.

Ti guarda con il volto sorridente,
talora dietro sigla si nasconde
anonima, multinazionale,
potente, senza volto, patria e sangue.

Ogni arma egli userà di persuasione
per farti sottomesso ai suoi voleri:
la legge, l’armi, la cultura falsa,
la religione, pur la corruzione.

Ma tu, armato della tua cultura,
forte del gran consenso popolare,
impavido per la tua strada avanza
e il passo muovi dritto all’obiettivo!

Volta per volta la necessità
t’indicherà la forma di tua lotta.
Tu pronto sii col braccio e con la mente
a fronteggiar le insidie e uscir vittore!

Ritorna presto al vecchio tuo partito,
che nome avéa “Partito Comunista”!
Quando il vessillo in mano leverai,
accorreranno schiere di operai.

Soltanto un nuovo ordine mondiale,
fondato su giustizia ed equità,
può garantire a tutti libertà
e pari diritti universali.

Uffici, scuole, fabbriche e campagne
saranno teco, anche ogni uomo in armi,
ché voglion tutti un mondo degli eguali,
fraterno, democratico ed umano.

Per fare questo, devi organizzarti
e far trionfare l’uomo che t’è dentro,
buono, civile, libero e fraterno.
Devi esser degno di chiamarti uomo,

soccorrere il fratello bisognoso,
schierandoti con quello ch’è indifeso,
lottando per la libertà di tutti.
Devi tornare ad esser comunista.

Aiello Calabro, 15 gennaio 2023 | Franco Pedatella

Alla memoria di Tonnuzzo Capparelli

Alla memoria di Tonnuzzo Capparelli
poesia di Franco Pedatella


Giunge da Roma triste una notizia: 
Tonnuzzo Capparelli è deceduto.
Non v’è ad Aiello pietra del selciato
che non ne pianga l’indole scherzosa. 

Bontà di cuore, animo gentile, 
all’altrui duolo partecipazione, 
forte sentir legami parentali,
spirito d’amicizia a tutti volto.

Lo stil di vita han fatto queste doti
di un uomo sempre pronto al bel sorriso
e l’arte del cucir poi l’ha foggiato
a fare il sarto nella sua bottega,

ereditando l’arte di famiglia,
da piú generazioni tramandata,
che ha portato tanti Capparelli
ad essere maestri del cucito.

Vienmi in aiuto, o Musa, a consegnare
ai posteri il ritratto di quest’uomo
che, qui in paese amato, è poi partito
quando a colpirci venne emigrazione!

Era un  paese, il nostro, di artigiani,
professionisti d’ogni specie e grado.
Coltivavan la terra i contadini 
con competenza e questa frutti sani

e gustosi per la tavola rendeva.
Poi vennero i prodotti a inferior costo. 
Il capitale vinse sul lavoro
ed ebbe inizio l’esodo di massa.

Si spensero le vie, non piú stridore
di sega né un martello batter ferro
o suola o legno s’odon e il silenzio
ogni segnàl di vita involge in spire.

Cosí se n’ va Tonnuzzo Capparelli,
dal pianto dei suoi cari accompagnato,
dei compaesani  che lo conobber lieto,
dal canto degli oranti consolato. 

Con lui scompare un pezzo di paese,
un’ala del motór che lo moveva,
della comunità il segno vivo,
che oprava e producéa gioiosa e sana.

Ma l’eco di sua  voce ancor sentiamo,
quando è l’estate in piazza lo vediamo,
le sue parole ci son familiari,
l’abbraccio col sorriso a noi rimane.


Aiello Calabro, 31 gennaio 2023