Avendo intenzione di andare a far visita ai miei alunni ed ai miei colleghi nella nuova sede della mia scuola (inaugurato il 16 febbraio scorso, ndb), ho pensato di dedicare loro per l’occasione questi versi. Sono stati scritti in parte a Cleto, in parte nella Sala ticket dell’Ospedale Civile dell’Annunziata di Cosenza, in parte nella Sala d’attesa del Reparto di Dermatologia dell’Ospedale Mariano Santo di Mendicino, perché in questo giorno mi sono spostato nelle suddette località.
Questi versi da una parte vogliono essere un augurio per il futuro, dall’altra vogliono ribadire un concetto ed una certezza da me acquisita da tempo e più volte affermata. Quanto al concetto, lo affermano la legge istitutiva e l’Ordinamento Scolastico del Liceo Scientifico.
Quest’edificio nuovo sia di spinta a quel che per apprender o insegnare v’entra e antica lena non allenta, ché sa che quinci esce quel che andare
deve lungo la via della sapienza che scienza associa a litterae humanae e pel progresso crea la dirigenza adatta per nozioni e doti umane.
La scienza sola può creare infatti mostri soltanto di tecnologia, che all’uomo danno mezzi poco adatti
al suo progresso vero in armonia con l’universo umano e di natura. Lettere e scienza invece dan cultura
che serve per l’umana civiltà, sbarrando il passo a tecnocrazia. Così al sevizio della libertà tiene il sapere la democrazia.
Dedico questo brano a tutti gli innamorati, perché avvertano il loro amore come sentimento che eleva e non abbassa, perfeziona e non abbrutisce, affina e non istintualizza. Guardino essi a questo sentimento come a momento di esaltazione della loro umanità e non si lascino deviare da tanta, purtroppo invadente, pubblicità e pratica di mercificazione di questo sentimento.
Franco Pedatella
Ogni parola m’esce a mo’ di verso.
(Il poeta)
Il brano nasce da una fusione tra la figura mitologica della Musa, ispiratrice di poesia, e l’Amore che mi sta al fianco, che si fa a sua volta fonte ispiratrice di poesia. L’occasione di questo accostamento è data dall’avvicinarsi della ricorrenza di San Valentino, meglio nota come “festa degli innamorati”.
Qualche giorno fa, nell’articolo intitolato “No all’abolizione del valore legale del titolo di studio”, invitavo il popolo a respingere qualsiasi ipotesi del genere, in qualunque forma venisse presentata, come una terribile iattura ed ingiustizia per il progresso delle classi subalterne in particolare e, comunque, come un grave colpo contro il progresso in generale.
In quell’occasione individuavo nelle schiere innumerevoli di maestri e professori di ogni ordine e grado, che quotidianamente fanno il loro dovere di educatori e combattono la loro battaglia di civiltà, una grande risorsa.
Ora aggiungo che questa è una risorsa capace di portare il Paese fuori dalle secche, in cui l’hanno fatta incagliare quelli che ad una vera scuola non sono mai stati per frequentarla (non sarebbero così ignoranti, incapaci ed immorali, se l’avessero fatto) e porto un esempio concreto, che in questi giorni mi ha colpito particolarmente, di come il personale della scuola italiana sia una vera e grande risorsa.
Mi sono trovato qualche giorno fa ai funerali della maestra Maria Fiorentino, madre della prof.ssa Caterina Policicchio, Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo di Aiello Calabro, ed ho ascoltato con interesse la lettura del discorso che i suoi alunni dell’allora quarta elementare, nel lontano 1987, le hanno dedicato nel momento di salutarla perché andava in pensione e che adesso hanno voluto rileggere nel momento dell’estremo saluto.
Essi scrivevano: “ (…) abbiamo scelto questa occasione per salutare la persona che è stata la nostra mamma spirituale (…). Era il 15 settembre 1983; (…) eravamo confusi, frastornati (…). Era il nostro primo giorno di scuola. Ci attendevate sulla porta sorridente, affettuosa (…). Voi ci avete dato i primi elementi del leggere, dello scrivere (…). Ci avete aiutato in tutti i momenti in cui eravamo in difficoltà e ci avete voluto sempre bene. Qualche volta ci avete regalato (…) caramelle, quaderni(…). Io e i miei compagni non dimenticheremo mai quello che voi avete fatto per noi. Tra pochi giorni, purtroppo, perderemo la vostra guida, (…) ma noi tutti vi porteremo nel nostro cuore per sempre. I vostri alunni”.
Allora mi sono detto: questi parlano di mamma spirituale, che li attendeva sorridente sulla porta, come si attende qualcuno in crisi di fiducia in se stesso a cui bisogna ispirare fiducia, infondere coraggio e fornire aiuto e disponibilità. Allora il sorriso è il rimedio migliore. Ma può sorridere solo colui che il sorriso ce l’ha dentro, non altri. Poi parlano di persona che ha voluto sempre bene e regalava caramelle, quaderni e si lamentano perché perderanno la sua guida. Infine la porteranno sempre nel cuore.
Ma per far questo e per sortire simili effetti, signori miei, ci vuole una mamma, ci vuole una maestra, ci vuole una lavoratrice, ci vuole una persona che non si risparmia, che non si limita a fare il mestiere di impiegata, per cui è stata assunta e viene retribuita. Ci vuole, insomma, chi sappia essere contemporaneamente mamma, maestra, educatrice, guida spirituale, lavoratrice, benefattrice ed altro ancora. Chi lavora soltanto per la retribuzione, non va a regalare di tasca propria i quaderni e le penne, persino le caramelle. Ed io conosco delle maestre che comprano con denaro proprio il gesso da usare in aula e la carta per le fotocopie e le penne e i colori e non stanno a guardare l’orologio in attesa che passi l’ora, squilli la campanella che annuncia la fine delle lezioni e poi, di corsa, subito a casa; anzi, si attardano in classe ben oltre la fine dell’ora di lezione e non disdegnano di parlare con alunni e genitori ben oltre l’ora prevista per i ricevimenti ed i colloqui con i genitori.
E, allora, ci sono le risorse in questo Paese! Ecco, queste sono le risorse, sotto i nostri occhi, le risorse perché la scuola sia veramente strumento di formazione e di uguaglianza e mezzo di progresso civile e sociale!
Solo non bisogna farle disperdere, non bisogna stancarle né logorarle inutilmente, soprattutto non bisogna demotivarle, avvilirle, squalificarle agli occhi della società, deprivarle di quanto occorre perché siano all’altezza del compito sempre più difficile che le attende.
Il mondo della scuola è un ambiente complessivamente sano e, nel disorientamento generale, è elemento di sicurezza ed ancoraggio certo contro deviazioni e depravazioni. Ma alla scuola non si può chiedere tutto senza concederle niente. Soprattutto non bisogna lasciarla sola nelle difficoltà, ma bisogna operare una saldatura, una nuova alleanza tra la scuola e la famiglia, perché l’una non operi in modo difforme dall’altra ed ambedue siano insieme guida sicura in base ad un progetto formativo concordato e condiviso, che non lasci spazi a malintesi rimedi di comodo.
In una parola, bisogna lavorare per ricostruire intorno ai ragazzi quella “società educante” che è sempre stata elemento decisivo ai fini di una buona istruzione e di una sana educazione, facendo sì che la scuola e la famiglia, ognuna con il proprio ruolo e le proprie caratteristiche, portino a termine il loro compito.
Chi governa, soprattutto chi governa la scuola, deve capirlo ed operare di conseguenza, per valorizzare una risorsa preziosa che, al di là di disfunzioni particolari e nonostante qualche limite individuale e legato a situazioni particolari e circoscrivibili, è funzionale a qualsiasi progetto di rinascita, di progresso e di sviluppo sul piano economico ed umano.
Si tratta quindi di riaffermare la centralità della funzione della scuola nella società e non di abolire il valore del titolo che essa rilascia, dopo aver operato per dequalificarla!
Non voglio dare l’impressione di essere masochista, ma se la neve che è arrivata, come del resto fa ogni anno (per chi “ha sale nel cervello”), è in quantità tale da far capire al popolo italiano come stanno realmente le cose, mi sento di dire che, almeno per una volta, è la benvenuta.
In realtà, al di là delle ridicole polemiche tra il sindaco di Roma ed il capo della Protezione Civile, il problema è al di là del disagio romano: uno Stato serio (o qualunque organismo istituzionale) si attrezza ad un livello nettamente superiore a quello che “storicamente” è il “livello di guardia” delle calamità e delle emergenze verificatesi o che si possono verificare. Così fa nel suo piccolo anche il comune padre di famiglia dotato di un minimo di buon senso.
Ma, se chi governa presenta continuamente nelle parole lo Stato come un “grande ladrone che mette le mani nelle tasche dei cittadini”, allora il messaggio è quello che va in direzione di uno Stato che deve essere “disarmato”, vorrei dire disattrezzato, e di un modello di società in cui ci sia “meno Stato”.
Allora, se si vuole “meno Stato”, cioè una presenza piccola e quasi occasionale e non decisiva dello Stato nella società civile, non ci si può lamentare se di fronte ad una nevicata lo Stato non c’è: i mezzi della Protezione Civile, al di là delle possibili responsabilità interne alla Protezione Civile medesima, non sono per le strade a prevenire ed a soccorrere i cittadini di fronte ad un caso di emergenza.
Non sono per le strade, perché non ci sono, e non ci sono, forse perché non hanno uomini né carburante, ed in ogni caso perché c’è “meno Stato, e c’è “meno Stato, perché chi ha governato questo Paese ha voluto uno Stato meno presente, e comunque una sua presenza dequalificata, nei posti strategici della vita dei cittadini, dalla giustizia ai trasporti, dalla scuola alla sanità, dalla protezione civile alla sicurezza sociale, dalla lotta alla criminalità ed all’evasione fiscale al servizio della tutela dell’ordine pubblico.
Pensate: la neve ha bloccato un intero Paese. È impensabile! Inimmaginabile!
“Meno Stato”, dicono lor signori, propinandoci la lezione quotidiana del loro liberismo, perché ci vuole uno Stato più “leggero”, meno “pesante”, che “costi di meno” e chieda meno tasse! A chi? Ai ricchi, visto che i poveri le pagano già!
Di questo passo, quello che è accaduto oggi sulle strade e lungo le ferrovie per la neve, domani accadrà negli ospedali in caso di qualche emergenza; anzi talora, in forma transitoria, accade già.
Si pensi ai posti di pronto soccorso insufficientemente attrezzati e di conseguenza alle ambulanze ferme perché non possono liberare le barelle mentre un “infartuato” richiede aiuto.
I treni non hanno personale sufficiente, i binari delle ferrovie non vengono ispezionati, gli autobus non sono forniti di catene e di gomme antineve, le strade non vengono curate, gli ospedali non hanno sufficienti medici né personale ausiliario, le scuole sono in smobilitazione per “dimagrimento dei contenuti” e per insufficienza di insegnanti e di personale degli uffici.
E qui mi fermo per esigenza di brevità.
Lo sappiano i cittadini italiani!
Se non c’è lo Stato, il cittadino oggi deve spalare la neve da solo e rimane bloccato nei treni, domani dovrà fare da sé anche di fronte ad un’emergenza più grossa quale può essere un’epidemia. Lo sappia questo popolo, che dal ruolo di popolo colto e maestro di civiltà è passato a quello di massa di creduloni, ammaliati dal primo venditore di fumo che passa, incapaci di collegare logicamente due nozioni o due concetti!
In una scuola seria, dell’alunno che non sa collegare si dice che è privo di senso logico e non viene promosso.
Ecco perché, allora, forse c’è bisogno della neve come maestra capace di non farlo bocciare!
Quello che il popolo non può e non deve mai accettare è l’abolizione, non importa se decisa o programmata, del valore legale del titolo di studio, perché la scuola, in particolare quella pubblica, la conquista del titolo di studio ed il suo valore legale sono stati lo strumento fondamentale del riscatto sociale e civile delle classi popolari.
Attraverso lo studio, duro e serio, i “figli del popolo” hanno “conquistato”, dico conquistato perché di vera e propria conquista si è trattato, la vera pari dignità nei confronti dei “figli di papà” del tempo, che, se svogliati e decadenti, hanno perduto il passo di marcia in avanti, se volenterosi, hanno meritatamente conservato, nella scala economica e sociale, il posto ed il “grado” che loro spettavano, senza alcuna discriminazione.
Questo dico ed affermo io che all’epoca, nell’anno 1960, in un piccolo e laborioso paese della Calabria, in provincia di Cosenza, fui il primo, proveniente dal ceto popolare, ad iscrivermi al Liceo Classico di Cosenza, la scuola dei ricchi, dei “signori” (così veniva chiamata ed era in gran parte), facendo quasi “scandalo” in mezzo al popolo timido e ignorante (ma con la simpatia e l’incoraggiamento della parte più avanzata, progressista ed avveduta degli aristocratici) e ad avere “l’onore” ed il piacere di ricevere, nell’anno 1962, da parte dell’allora Ministro Luigi Gui, una lettera di notifica e le congratulazioni per il superamento del concorso per la concessione di una succosa borsa di studio triennale.
Allora gran parte del popolo del Meridione d’Italia non si rendeva conto del miracolo che stava avvenendo sotto i suoi occhi, ma la portata storica della cosa non sfuggiva all’attenzione sempre vigile dei ceti privilegiati, che allora hanno subito lo scacco.
Ricordo a quanti non lo sanno, ma avrebbero il dovere di saperlo: grandissima fu la resistenza dei ceti privilegiati all’apertura della scuola a tutti, come recita la Costituzione Repubblicana; grandissima fu la loro resistenza quando i Comuni in cui erano al governo le forze democratiche e popolari favorirono la frequenza della scuola pubblica anche da parte dei figli di operai e contadini con l’apertura di scuole anche nelle campagne e perfino con la costruzione di edifici scolastici nelle zone rurali.
Ora è da qualche decennio che quella resistenza conservatrice, opportunisticamente silente ma mai sopita, ha ripreso forza e vigore, direi coraggio, e, non potendo far tornare indietro la storia (chiudendo la scuola al popolo), la affatica, la fa vivere in affanno, la dequalifica, la svuota di contenuti, ne mina quasi la ragion d’essere, per cancellare poi abbastanza agevolmente ed in maniera, direi quasi, indolore il valore legale del titolo di studio che essa rilascia come ultimo atto della sua funzione e del suo operato; anche perché intanto questa resistenza conservatrice s’è fatta finanziare a proprio uso e consumo dallo Stato, di cui per altri versi nega l’utilità, la scuola privata ed ha cercato di renderla un po’ più qualificata e presentabile (una volta era il diplomificio degli svogliati e degli incapaci figli di papà in fuga dalla scuola pubblica seria verso scuole facili e compiacenti).
Ora è assolutamente necessario che il popolo si liberi dal lungo torpore a cui l’ha condannato l’abbondante dose di droga berlusconiana (di Berlusconi sia come capo di governo che come proprietario di televisioni private a diffusione nazionale, che hanno terribilmente abbassato la qualità della televisione tradizionale e, di conseguenza, i gusti e la “cultura” del pubblico) e comprenda che questo provvedimento colpisce al cuore ogni suo progetto di riscatto civile e sociale. A meno che questo popolo non voglia farsi raffigurare come colui che, in un momento favorevole regalatogli da padri e nonni saggi, sia soddisfatto di aver messo la cravatta e creda di aver raggiunto per sempre la felicità e poi, non conoscendo la storia degli uomini, faccia tornare indietro, per infingardaggine e colpevole ignoranza, fino ai pantaloni con le toppe e le scarpe rotte, quando non a piedi nudi, i figli ed i nipoti.
Quanto al presidente Monti, egli ha la mia stima personale, perché è persona degna e seria e non fa il Pulcinella dentro e fuori dei confini nazionali.
Ma non capisco che cosa questo provvedimento abbia a che fare con il risanamento e l’emergenza che oggi vive il nostro Paese.
Semmai occorre la restituzione, alla scuola italiana, tutta intera, della sua piena funzione e dignità di istituzione (attenzione, ho detto istituzione, non agenzia, come è purtroppo assai spesso di moda nel linguaggio anche ministeriale di questi tempi) costituzionalmente deputata ed organicamente strutturata per l’istruzione e la formazione.
Si faccia anche piazza pulita di tanta equivoca e malintesa autonomia che, lungi dal valorizzare risorse e storia locali intese all’arricchimento culturale, facendo ricorso spropositato alla pratica dei progetti spesso finalizzati a reperire risorse economiche per la sussistenza della scuola, semplicemente riduce, spezzetta, assottiglia e rende superficiali i contenuti di un sapere unitario nazionale, producendo oggi diseguaglianze nella formazione e nell’istruzione e creando i presupposti e giustificando, in prospettiva, future discriminazioni regionali o locali.
Ovviamente capisco il provvedimento come punto fermo ed occasione di successo di quella volontà di “rivincita della destra” che ho cercato di descrivere in precedenza.
Ma è per questa ragione che un popolo degno di questo nome non deve accettarlo, anzi, se approvato e convertito in legge, appena possibile, deve cancellarlo.
La scuola pubblica italiana, la foltissima schiera dei maestri e dei professori che ogni giorno, anche in mezzo all’incomprensione generale, anche di fronte ad attività e pratiche demolitorie di ministri che hanno remato contro anziché aiutarli e sostenerli nella loro opera quotidiana di lotta contro l’ignoranza e l’arroganza degli ignoranti, fanno il loro dovere di educatori, sono, essi sì, una risorsa preziosa per la rinascita del Paese.
Essi, quindi, si propongano di cambiare questo provvedimento, anche migliorando la qualità del loro lavoro, oserei dire della loro santa missione, perché questo provvedimento, appunto, vanifica ogni loro sforzo e condanna alla marginalità sociale ed economica tanti giovani volenterosi ma privi di mezzi.
Uno stato ricco dell’esperienza di duemila anni di storia, lo Stato della Città del Vaticano, nonostante i suoi macroscopici errori commessi nel corso dei secoli, dovrebbe insegnare qualcosa circa l’opportunità della promozione avveduta delle energie migliori senza discriminazione alcuna, se consente anche al figlio di un umile contadino di arrivare all’apice della piramide e della “carriera” ecclesiastica: parlo di Angelo Roncalli, divenuto Papa Giovanni XXIII.
Non ci vuole molta fantasia per immaginare che cosa succederà in un paese come il nostro, dove già vige tanta “discrezionalità” nel valutare un giovane, che non ha “santi in paradiso”, concorrente ad un posto di lavoro o di responsabilità, se persino un titolo di studio ed un voto, che certificano in modo inoppugnabile un percorso di studi, non varranno più come prova oggettiva ed incontestabile di valore. Il “padrone di turno”, che seleziona ed assume, non avrà più alcun freno alla propria libera “discrezionalità”.
Oggi (ieri, ndb) ad Aiello Calabro nella Casa della Cultura si è svolto un interessante e significativo incontro di un gruppo di alunni dell’Istituto Comprensivo di Aiello Calabro con l’onorevole Salvatore Magarò, Presidente della Commissione regionale contro la ‘ndrangheta. Quest’incontro costituisce un momento programmato del Progetto PON “Le(g)ali al sud: un progetto per la legalità in ogni scuola”, a cui l’Istituto ha aderito con il partenariato del Comune di Aiello, che ha visto impegnati gli alunni delle quarte e quinte classi dei Plessi della Scuola Primaria di Aiello e di Cleto.
Il progetto, fortemente voluto dal Dirigente Scolastico, prof.ssa Caterina Policicchio, ha coinvolto il prof. Giuseppe De Vita, in qualità di Referente valutazione del progetto, le maestre Luisa Magli e Anna Maria Milito, nella veste di Tutor interne rispettivamente per il Plesso di Aiello e quello di Cleto, le dottoresse Eugenia Pagliaro e Laura Coccimiglio, quali Tutor esterne rispettivamente per il Plesso di Aiello e quello di Cleto. Oltre a questi, hanno presenziato all’incontro, l’Assessore alla Cultura del Comune di Aiello Calabro, prof.ssa Lucia Baldini, il Presidente del Consiglio d’Istituto, sig.ra Rosaria Falsetto e le autorità istituzionali, civili, militari e associative del luogo.
Ha aperto i lavori e moderato gli interventi il prof. De Vita, che ha espresso sinteticamente le motivazioni, i contenuti e le finalità del Progetto, sottolineando che il rispetto della legalità può dare le ali al sud, come significativamente si legge nella grafia del titolo del progetto medesimo.
Quindi il Dirigente, prof.ssa Policicchio, ha esordito ringraziando l’on.le Magarò per avere risposto prontamente all’invito di partecipazione, il personale che ha lavorato nel Progetto ed ha guidato con amore e competenza gli alunni all’acquisizione dei contenuti ed alla realizzazione degli obiettivi programmati, e gli alunni, che hanno frequentato con continuità ed interesse. Ha poi continuato sottolineando l’importanza dell’esperienza e come la scuola possa fare tanto nella battaglia quotidiana e per la vittoria definitiva contro la mafia e la ‘ndrangheta, col suo progetto educativo capace di far crescere uomini e cittadini consapevoli, sentinelle della vita di tutti e del futuro.
L’assessore Baldini ha portato i saluti del Sindaco ed ha ricordato con commozione la visita degli alunni del Plesso della Scuola Primaria di Cleto qui venuti per conoscere direttamente gli Uffici Comunali e le loro funzioni. Nello scambio di cortesie di quel giorno gli alunni le hanno consegnato una lettera di ringraziamento, che l’Assessore ha letto con non pochi momenti di emozione.
Poi è stata la volta degli alunni: quelli del Plesso di Aiello hanno recitato in successione le strofe di un brano poetico sulla mafia; quelli di Cleto, in forma di composizione in prosa, hanno fatto il resoconto del loro percorso formativo: partendo da “parole magiche” come cittadino, diritti, leggi e regole, hanno incontrato ed analizzato lo Stato e la Costituzione, hanno conosciuto il Comune come “ente costituito da tutti noi” e lo hanno visitato ad Aiello nelle sue funzioni concrete; hanno stabilito essi stessi delle regole e ne hanno adottata una a testa assumendosi il compito di farla rispettare; poi si sono costituiti loro stessi in società organizzata ed hanno eletto un sindaco secondo la prassi prevista dalle leggi vigenti.
Quindi ha preso la parola l’on.le Magarò, che è entrato subito nel tema analizzando in termini semplici e chiari, didattici, il fenomeno della mafia e della ‘ndrangheta e come esse s’inseriscono nella vita della società, nel mondo degli affari ed in quello politico. Si è soffermato sul fenomeno del “pizzo” e sull’omertà, tanto più forte nella ‘ndrangheta quanto più essa si basa su rapporti solidali familiari. Ha puntato il dito contro i cattivi politici ed ha esaltato chi, invece, sa rappresentare gli interessi e le esigenze di tutti. Ha ricordato quanto possono fare gli educatori, genitori e maestri, non solo con gli insegnamenti teorici e le nozioni, ma anche e soprattutto con l’esempio. Ha citato il caso del cattivo padre che è colui che esorta il figlio a non fumare e che, però, fuma. “Certamente – ha detto – seguirà l’esempio del padre”. Con linguaggio attento alla giovanissima età dei suoi interlocutori, ha mostrato alla facoltà d’immaginazione dei bambini la vita grama del mafioso chiuso nel suo nascondiglio, anche se è pieno di tante ricchezze, e l’ha messa a confronto con quella di un comune cittadino che “mangia pane e cipolle”, ma vive libero ed all’aria aperta.
Alla fine è seguito un brevissimo intervento di saluto dei rappresentanti delle Associazioni, Franco Pedatella, per conto di “Cletarte”, e Franco Roppo Valente, per conto de “la Piazza”. L’incontro si è concluso alle ore 12,30 circa, giusto in tempo per il rientro degli alunni nelle aule ed il ritorno a casa con lo scuolabus.
Il testo viene composto oggi, la sera delle dimissioni di Berlusconi dalla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre il Paese è attraversato da un moto di profondo risentimento verso quest’uomo che da diciassette anni quasi ininterrottamente guida le sorti dell’Italia.
Qui di seguito, pubblichiamo la scheda del Dizionario dei Musicisti Calabresi, curato dalla musicologa di origini aiellesi, Marilena Gallo.
A seguire, la postfazione di Franco Pedatella, ed il curriculum vitae della studiosa.
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Il Dizionario dei Musicisti Calabresi, pubblicato in questa elegante veste editoriale da Abramo Editore, realizzato ad opera della Associazione Musicale Maurizio Quintieri sotto gli auspici del MIBAC e a cura della musicologa Marilena Gallo, è la prima opera completa a carattere enciclopedico che ricompone l’intera storia musicale della regione.
Il volume racchiude biografie e profili artistici dettagliati di compositori, interpreti, direttori d’orchestra e di banda, librettisti, autori di teoria musicale, musicologi, etnomusicologi, editori, costruttori di strumenti (liutai ed organari) di ogni città della Calabria, a partire dalla antica Grecia fino a notificare personalità musicali nati in regione entro il 1950. Costituiscono eccezione a questo criterio i nominativi di Pitagora, Francesco Saverio Salfi e Osvaldo Minervini.
Con 342 voci trattate, l’opera offre un panorama particolareggiato e criticamente aggiornato dell’universo musicale calabrese, abbracciando il repertorio classico, il jazz, il teatro musicale, l’etnomusicologia, la liuteria e l’organologia. il Dizionario dei Musicisti Calabresi si propone sia al vasto pubblico che agli studiosi come repertorio di informazioni sistematiche, e mira a diventare strumento prezioso di consultazione per docenti, studenti di conservatorio, licei musicali e scuole secondarie, non solo con riguardo alla nostra regione, nonché come strumento di orientamento e stimolo a più personali interessi culturali.
L’attento lavoro di ricerca storica ed etnomusicologica portato avanti dai curatori ha tra l’altro rilevato numerosi errori anagrafici che in quest’opera si è provveduto a correggere, anche attraverso la preziosa collaborazione di archivi presenti nel territorio calabrese.
A compendio della parte alfabetica, il Dizionario dei Musicisti Calabresi contempla una serie di preziosi appendici (Indice per luoghi di nascita; Repertorio delle voci biografiche ordinate per categoria; Repertorio delle voci biografiche ordinate per secoli) che inquadrano in forma schematica ma esaustiva i dati e garantiscono una consultazione più rapida ed agile dell’opera.Pagine 432 – Prezzo € 40,00
ISBN 88-8324-130-4 – EAN 978 8883241307
Postfazione al “Dizionario dei Musicisti Calabresi”
di Franco Pedatella
Qui di seguito il testo della Postfazione scritta per il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura della prof.ssa Marilena Gallo. In me c’è il piacere, l’orgoglio anche, di informare circa il contributo che l’Autrice aiellese attraverso questo Dizionario, con rara competenza disciplinare, ha dato allo studio ed alla conoscenza di questo importante settore della cultura calabrese, partendo dall’età antica ed arrivando ai giorni nostri. Postfazione Leggendo il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura di Marilena Gallo, Abramo Editore, Caraffa di Catanzaro (CZ) 2010, si colgono immediatamente gli aspetti che, secondo me, lo caratterizzano nel modo più specifico: funzionalità d’impostazione, completezza di trattazione, accurata diligenza nel lavoro di ricerca, chiarezza espositiva, facilità di consultazione. Si tratta, quindi, di un lavoro destinato a chiunque abbia a che fare, per mestiere o professione o gusto personale, con la cultura musicale o voglia intraprendere studi musicali. È da sottolineare il fatto che questo testo, oltre al pregio di essere un valido manuale di disciplina musicale, mette in luce il contributo ed il ruolo della cultura musicale calabrese all’interno del panorama della più generale cultura nazionale, e non solo in termini di valido ed aggiornato elenco di autori ed opere, ma anche e soprattutto perché scava nel più vasto e variegato orizzonte di studiosi ed operatori del mondo della musica fino agli stessi costruttori di strumenti musicali, facendo emergere non solo figure di alta risonanza, ma anche una tendenza, un’inclinazione, un’attitudine alla musica di tutto un territorio e di una gente senza i quali non si spiegherebbe facilmente la presenza di tanti e tali cultori della materia. In altre parole, da questo testo emerge anche che la Calabria è stata ed è terreno fertile per l’attività musicale sia in termini di creatività che in termini di operatività. Ciò non è cosa di poco conto per una terra che stenta da sempre a far emergere, innanzi tutto ai propri occhi, la consapevolezza delle proprie risorse. Poi, scorrendo le svariate pagine del Dizionario, si avverte che, nel variare delle firme, si respira la stessa aria, si coglie lo stesso spirito, si sente la stessa passione che anima, in comunione d’intenti, tutti i collaboratori. Intendo dire che le voci dei collaboratori sono ben coordinate ed intonate perché i “pezzi” sembrano animati da una comune impostazione, da un metodo comune d’indagine e dalla stessa voglia ed esigenza di precisione e veridicità, non la veridicità fredda del compilatore obiettivo ed impersonale, ma quella animata e partecipe di chi vuole, esponendo, raccontare coinvolgendo il lettore ed il futuro studioso. In altre parole, i collaboratori sono perfettamente affiatati e sembrano tutti insieme, anche se ognuno con la propria individualità, formare un Coro, il cui corifeo, per dirla alla greca, come un regista, mostra di saper coordinare sapientemente le voci e guidare l’orchestra. E l’orchestra, dal greco ὀρχήστρα che viene a sua volta da ὀρχέομαι ‘danzare’, sembra partecipare ad una danza di echi grecizzanti. È stata parte, la Calabria, di quel mondo che fu la culla della cultura e della società occidentali odierne. Questa stessa cosa il Dizionario vuol fare emergere, quando indaga l’orizzonte musicale calabrese partendo dall’età magnogreca. All’organizzazione del lavoro corrispondono l’idea ed il titolo stesso del Dizionario, cioè di una trattazione organica, sistematica, completa nel suo genere, rapida, agile nell’esposizione, facile da consultare ed esauriente nei contenuti. Il testo possiede, cioè, tutti gli ingredienti utili allo scopo che si prefigge e le qualità della tipologia per cui si propone. Vi sono, quindi, a me sembra, tutte le premesse per un pieno successo tra i cultori e gli appassionati della musica in tutti i suoi ambiti ed aspetti.
Franco Pedatella – Cleto, 30 novembre 2010
Curriculum Vitae di Marilena Gallo
Figlia di Bruno e Giuseppina Vairo, Marilena Gallo si è diplomata in Flauto presso il Conservatorio di Musica “S. Giacomantonio” di Cosenza nel 1991. Oltre all’attività nel gruppo corale “Cooperativa Corale Polifonica Città di Cosenza” (con la quale ha preso parte anche ai cori dell’opera “I Pagliacci” di Lencavallo nella Stagione Lirica 1998 e all’opera “Carmen” di Bizet nella Stagione Lirica 1990 del Teatro Rendano di Cosenza) ed ad una apprezzata attività concertistica, realizzata in duo con la chitarra, con il pianoforte ed in trio con violino e pianoforte, i suoi interessi musicali si sono sviluppati anche nel settore della ricerca musicologica, collaborando con diverse riviste ed enti musicali. Nel 1993 ha conseguito la qualifica professionale di “Critico e Pubblicista Musicale”. Laureata nel 1996 in Scienze Economiche e Sociali, con votazione 100/110, presso l’Università della Calabria, con una tesi su “Il melodramma verdiano come elemento di costruzione dell’identità nazionale italiana” (relatore prof.ssa Anna Rossi-Doria), nel maggio 2003 ha conseguito la seconda laurea, in D.A.M.S. indirizzo Musica, con votazione 110/110 e lode. Dopo il conseguimento del primo titolo accademico ha frequentato: il Corso di Perfezionamento post-laurea “La dimensione europea della scuola e dell’insegnamento” presso l’Università degli Studi di Firenze nell’anno accademico 1996/97, il Corso di Perfezionamento post-laurea “Progettazione formativa e valutazione” presso l’Università degli Studi di Firenze nell’anno accademico 1997/98 ed il IV Seminario interdisciplinare di Studi e Ricerche Regionali sul Mediterraneo presso la Fondazione Antonio Guarasci di Cosenza nel 1997. Nel 2000 vince la seconda edizione del “Premio Leoncavallo”, istituito dall’Accademia Montaltina degli Inculti, con il lavoro sull’opera Pagliacci dal titolo “Uno squarcio di vita….calabrese”. Nel 2003 vince una borsa di studio presso la “Scuola estiva di Musica e Filosofia di Maratea” promossa dalla Sonus Edizioni. Numerosi sono i seminari e convegni che l’hanno vista apprezzata relatrice tra i quali ricordiamo: Giuseppe Verdi, espressione del carattere italiano (2001); Primo incontro di studi su Maurizio Quintieri, Paterno (2002); Tersicore ambrosiana: l’Armonia capricciosa di suonate musicali da camera di Tomaso Motta milanese, maestro di ballo (1681) Maratea (PZ) (2003); Le sonate per violino e pianoforte di Beethoven (2004) a Barcellona (Spagna) – presso l’Espai Cultural de Caja Madrid; Armonia capricciosa di suonate musicali da camera di Tomaso Motta milanese, maestro di ballo (1681) Pesaro (2005) per la Società Italiana di Musicologia; Guido Serrao: La musica come eredità, Unical – Rende (2008). Per l’Associazione Musicale “Maurizio Quintieri” di Cosenza da diversi anni cura la stesura delle note di sala delle Stagioni Concertistiche (dal 2002 ad oggi) e delle manifestazioni “I luoghi della musica” (2002-2003-2004); sempre per lo stesso ente ha curato le note del booklet dei CD AMQ 2 e AMQ 003 della Collana discografica “Musica dal Vivo” (il primo contenente Le canzoni popolari spagnole di Garcia Lorca; il secondo composizioni per violoncello e pianoforte di Schumann, Prokofiev e Schnittcke). Nel 2011 ha curato le note biografiche per il CD AUR001 “Da quella bella bocca” – Polifonia sacra e profana calabrese dei secoli XVI e XVII. Oltre all’attività artistica e di ricerca, numerosi sono i titoli didattici ed abilitanti conseguiti. Si ricordano le abilitazioni all’insegnamento relative alle scuole materne ed elementari, nonché quelle relative ad Educazione Musicale e Strumento Musicale nella Scuola Secondaria di primo grado. Attualmente è docente a tempo indeterminato della classe di flauto presso l’Istituto Comprensivo “Vico-Gullo” di Cosenza ed è Supervisore al Tirocinio nel Biennio per la formazione dei docenti per la classe di concorso A77 presso il Conservatorio di Musica “S. Giacomantonio” di Cosenza. Per le Edizioni Artemide, nel 2003, ha trascritto e revisionato il libro Maurizio Quintieri: Musica da camera, in cui sono contenute composizioni inedite dell’omonimo musicista calabrese. Per le edizioni Caruso ha curato nel 2004 l’edizione critica, primo esemplare in notazione moderna, di Tomaso Motta, Armonia capricciosa di suonate musicali da camera … op. I (1681) su licenza del Civico Museo Bibliografico di Bologna, il quale ne custodisce l’unica copia. Per le edizioni ASeditore, nel 2005, ha trascritto e revisionato le Romanze da camera per voce e pianoforte di Maurizio Quintieri. Per le edizioni Artemide ha curato nel 2006 l’edizione critica Balletti, Correnti, Gighe, e Sarabande à trè, due Violini, e Violone, libro primo, opera seconda (1681) di Carlo Piazzi e Arie, Gighe, Balletti, Correnti, Allemande, e Sarabande a Violino, e Violone, ò Spinetta con il secondo Violino à beneplacito, opera prima (1670) di Pietro Degli Antonii. Nella primavera del 2007 è stato pubblicato il suo saggio “L’armonia capricciosa di suonate musicali da camera op. I di Tomaso Motta, milanese, maestro di ballo (1681)” per il numero 3 della rivista “Drammaturgia musicale ed altri studi” edita dall’Università di Palermo. Successivamente altre riviste hanno pubblicato suoi saggi su musicisti calabresi. È in corso di pubblicazione Adele Marra. Vita ed opere di una compositrice calabrese, relazione presentata insieme a Giuseppina Montagnese al convegno In-audita musica. Intrecci femminili tra armonia e melodia, Novara 2008. È la curatrice del Dizionario dei Musicisti Calabresi (Abramo editore – 2009) prima opera enciclopedica patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il volume racchiude 342 voci sull’universo della musica colta della Calabria, dalla Magna Grecia fino ai nati nel 1950.
Il testo è nato per la rabbia suscitata in me dall’atteggiamento di derisione tenuto nei confronti delPresidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, ed attraverso di lui nei confronti di tutto il popolo italiano, da parte dei Presidenti francese e tedesco davanti alle telecamere, in immagini che hanno fatto il giro del mondo ed hanno suscitato in modo palese (ma succedeva di già da quando quest’uomo ridicolo fa il Presidente del Consiglio) l’ilarità di tutte le Nazioni del mondo. Subito ho pensato alla disfida di Barletta, quella vera, ed alla miseria materiale e morale degli Italiani di oggi e di colui che dovrebbe essere il difensore della dignità nazionale ed invece è la causa prima del suo declino in una comunità, quella europea, di cui l’Italia è membro fondatore.
Anche in quel tempo un condottier francese
tacciò di fellonìa gli Italiani,
di gran viltate li incolpò a Barletta,
perché spergiuri ordivan tradimenti.
Allor levòssi di contrasto il petto
del cavaliere Ettòrre Fieramosca,
che mise insieme tredici animosi
ed ai Francesi morse il fianco e il petto.
Or si ripete a cinquecento anni
la stessa offesa a chi guida l’Italia,
peggior perché di derisione intrisa.
Ma Ettòr dov’è, u’ posa il Fieramosca,
che pronto a offrire il sangue, il viso e il petto