
di Carmelina Sicari
A Melicuccà si tiene il Festival della Poesia (dal 6 all’11 agosto 2026), un evento incentrato sulla memoria del grande poeta Lorenzo Calogero. Nato nel 1910 e scomparso nel 1961, Calogero si può definire a tutti gli effetti l’erede novecentesco di Giacomo Leopardi.
Non a caso, un volume a lui recentemente dedicato definisce “infiniti” i temi calogeriani. Analizziamo, ad esempio, questi celebri versi: “La non amante, amata che m’ama ancora“.
È la morte quella sul cui “virgineo senso” aspira ad addormentarsi il poeta di Recanati. Ma questo non basta a definire la vorticosa produzione di Calogero. Il testo di Luigi Tassoni, a cui accennavamo sopra, s’intitola proprio: “Gli infiniti di Lorenzo Calogero“.
Un titolo scelto per esprimere la parentela spirituale con l’Infinito dell’ermo colle. La poesia di Calogero, tuttavia, non fa riferimento a un sistema filosofico rigido e strutturato: vive di pura vibrazione e di suoni.
La Lingua Poetica e la Critica
Un “poco suono / anzi” raggiunge il poeta, vero e proprio figlio del cosmo. La sua scrittura vibra nell’energia dei singoli fonemi, muovendosi quasi “perpendicolarmente al vuoto”.
La poesia di Calogero è infinita nella dimensione di un linguaggio poetico che allude e cattura musicalmente, sia nella sua brevità sia nella sua drammatica intensità. Pochi critici hanno compreso appieno la grandezza di questo autore — tra questi spicca Andrea Zanzotto, che ne ha colto la vera essenza: un erede di Leopardi dal linguaggio spezzato e musicalmente tragico.
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