“Il Castello di Aiello”, due poesie di Franco Pedatella

Le poesie che seguono dedicate al castello di Aiello Calabro (peraltro già pubblicate nel blog a luglio 2025) sono state lette da Rosa Giardino nel corso della manifestazione relativa alla consegna ad Aiello della bandiera dei Borghi più Belli d’Italia.

di Franco Pedatella

Turrite mura e pietre al sol riarse
tra le ondeggianti cime capolino
fanno e al passegger di mille anni
e più la storia narran della gente

che l’abitò e vinse e fu sovrana
degli altri borghi intorno e d’invasori
fu serva ed a tremuoti fu soggetta
che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.

Or te ne stai solingo, mio castello,
sopra il costone donde le vallate
d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti

osservi da padrone e piú non odi
gli strilli dei bambini sul tuo piano
che giocano a pallone e gridan: “Goal”.

Roma, 15 dicembre 2013 Franco Pedatella

***

Ma l’anno nuovo ti restituisce
l’aspetto antico e il muro già cadente
ritorna maestoso pei lavori
di bel restauro, che prepara anni

di nuovo tuo splendór, che qui attraente
richiamerà visitatori e genti,
che da te attratti e resi interessati
decideràn di rimaner nel borgo.

Avranno casa, su trarràn famiglia
e bimbi ripopoleràn le strade;
risoneràn di grida lor festose
piazze e vie tornate a nuova vita.

Allora nel ricordo torna in mente
quello che vidi e vissi da bambino
ed ebbe a riempir le mie giornate
e in sogno prende corpo e si fa vero.

Odo allór da porte spalancate
di sega il rauco fischio e di martello
il batter ferro o scarpe e il picchiettare
d’ago che cuce ratto stoffe nuove

e il richiamar d’antico bottegaio
dall’uscio, suscitando l’attenzione
di quei che passa ed esser può cliente
che acquista merce nuova, buona e bella.

Odo il trottar di mulo o di cavallo
o d’asino, cui zoccoli ha applicato
il fabbro, da cui esce scalpitando,
e rintronar fan zoccoli il selciato;

sparger dall’officina irregolari
colpi un motore vecchio e un po’ sfasato,
che grande mastro tenta di aggiustare
per metter l’automobile su strada;

di donne il chiacchierar nel vicinato
mentre si fila, cuce o si ricama;
il gioco delle carte in bar chiassoso,
“padrone e sotto” e un bel bicchier di vino

nelle cantine sparse per le vie;
le strade pien di gente a passeggiare,
il parapetto vivo a “criticare”,
talór con piglio ardito e spudorato,

quello che passa, parla e poi scompare,
specie s’è uomo in vista, che può fare,
o donna bella incline ad ancheggiare
con tacco alto e passo al suol battente;

dall’alta impalcatura il muratore
tornare a fare il tetto od opra nuova
incominciar, per fare nuovo alloggio
per gente che ha deciso di restare,

mentre pressante in casa attigua batte
telaio antico che a novelle spose
prepara il corredo e annuncia nozze
a giovinette cui il cuor batte e spera.

Sul fare della sera “focarelle”
vedo e le donne intorno riunite
a ricordar l’orrendo terremoto
che il tetto tolse e i cari a chi è scampato

e l’otto di settembre di ogni anno
tra le vicine viene ricordato
e in conversar si fanno ancór piú stretti
legami tra famiglie in vicinato.

Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu”
pentole usate e farne ancóra nuove;
portare da Borgile “ ‘u pignataru
cúcume, pignate e cucumielli”;

venir dalle campagne i contadini
a piedi o sull’asino a cavallo
per vendere gli ortaggi freschi e sani,
lieti cantando motivetti antichi.

Sotto il tuo sguardo torna amore e vita
e Aiello tiene in braccio nuovi figli,
che gioia spargeranno per le strade
sotto il guardar di anziani compiaciuti.

“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo,
quando è giunta l’ora di pranzare
ed è normal sospender l’opra in corso
e proseguire poi con cuor posato.

Insomma il paese qual già è stato
torna a novella vita e l’aria antica,
che un dí s’è respirata, a circolare
torna e a ridare sangue, aria e amore.

Aiello Calabro, 16 luglio 2025

In memoria di Giuseppe (detto Peppe) Guadagnuolo

A distanza di un po’ di tempo, riceviamo da Franco Pedatella una bella poesia dedicata all’amico fraterno Giuseppe.

Annuncio al mondo che a mancar venisti
tu, pezzo di mia vita da bambino,
di qualche anno a me più piccolino,
cresciuto insieme a me qual fratellino.

Quando nascesti bimbo sorridente,
ti diè mamma Carmela il latte sano
che avèa bevuto anch’io con tuo fratello
Nicola, sí che fummo una famiglia.

Ti diè coraggio e forza, amore e ardore
Mariu Surdatu, il padre tanto amato,
picciol di corpo, ma di cuore forte,
che di te fece un uom compiuto e ardito.

Eri da bimbo lento ad obbedire,
perciò talór tua madre s’arrabbiava,
ma tutto poi tornava come prima,
come il buon cuore tuo ben meritava.

Da me imparasti un poco di latino
per far la Scuola Media con onore
ed affrontar poi studi superiori
che vita avrebber fatto meno amara.

Di Alfredo Aloisio a scuola fosti
compagno e gareggiavi a primeggiare
nell’arrivare insiem su a quelle scale
che ti portavan nella Scuola Media;

ma dopo quella corsa ti piaceva
con lüi affacciarti alla finestra
ed ambedue star fermi ad aspettare
gli altri, poi in classe entrare ad imparare.

Quando fu l’ora di cercar lavoro,
nell’Arma entrasti dei Carabinieri.
Mettesti la divisa con l’orgoglio
di tutelar d’ogni uom la sicurezza

e fosti in prima fila nei momenti
piú tragici di storia nazionale,
che l’opinione pubblica divisero
e minacciâro l’unità ideale:

la strage alla stazione di Bologna,
il vile attentato nella Banca
della Agricoltura a Milano,
le tante sparse manifestazioni

per Reggio Capoluogo di Regione.
Viaggiavo in quel frangente io a Messina,
per far gli esami universitari:
il treno rallentava, poi fermava.

Tra quei che vigilavano tu eri.
Noi, ch’eravamo in treno, di saltare
in aria temevam per qualche bomba,
apposta tra i binari sistemata

per far la strage e il caso sollevare,
per far di Reggio Sede di Consiglio
e di Governator della Calabria
con la violenza e il diktat della mafia.

Per la lealtà del tuo servizio reso
nelle Stazioni sparse nel Paese
da nord a sud, nei Centri cittadini,
facesti onorevole carriera,

prestando con onore il tuo servizio,
da promozion passando a promozione,
ed alla fine fosti Maresciallo
Maggiore in Arma dei Carabinieri.

Tua moglie Rina avevi con amore
portato ad Aiello qui in famiglia.
Ne avesti in dono, frutto del suo amore,
Francesco, Salvatór, Maria Carmela,

che or, rimasti senza il padre amato,
conservano il ricordo del tuo amore
e portano, nel cuor, del genitore
l’animo, il carattere e l’ardore.

Dolori sparsi in corpo, un tempo sano,
tregua non dièro a te per lunghi anni;
ébbero infin ragion di tua salute
e féro forte il mal che ti rodeva.

Cedesti infine al duòl che le tue forze
piegò e pe‘ i sentieri solitari
andasti, che or ti portano all’eterno,
e noi qui lasci, angelo sereno.

Dolore tra gli amici, i familiari,
i conoscenti lascia tua scomparsa;
nell’Arma un vuoto dopo tanto impegno
speso in nome dei Carabinieri.

Aiello Calabro, 29 agosto 2025
Franco Pedatella

Prima la poesia

di Carmelina Sicari

Ci riempie di gioia la notizia che Melicuccà, il paese che ha dato i natali al grande poeta Calogero e Montemurro che li ha dati al suo più convinto lettore, Sinisgalli, sono uniti in nome della poesia da un gemellaggio. Se trionfasse questo metodo cioè l’unione di posti disparati e lontani non avremmo bisogno del riarmo.
A Melicuccà si è anche tenuto un festival della poesia. E dobbiamo ricordarci che se ogni riarmo prelude sempre alla guerra, la poesia è il più sicuro antidoto ad essa. E per questo motivo la modernità anziché optare per essa ha scelto colpevolmente le armi.
Manzoni sorrideva con tristezza al fatto che il mentecatto del paese venisse chiamato ‘poeta’ ed in un bellissimo racconto di Corrado Alvaro Rinaldo che aveva ammirato il poeta-celebratore nelle feste e nei conviti, alla madre che gli chiedeva cosa volesse fare da grande, rispondeva: – Il poeta. E la madre piangeva per la delusione.
Sì, Lorenzo Calogero di Melicuccà è un grande poeta, nonostante che il titolo non gli sia stato attribuito se non con grande fatica molto tardi e molto dopo il suo suicidio. Ma la sua presenza che lievita nella sua poesia intensamente come in Leopardi è solo un aspetto della sua cosmicità. Così come Il pastore errante nell’Asia del recanatese il poeta sente il figlio che gli nasce dall’Oceano e dialoga con le stelle, abbraccia l’universo intero in un impeto di vitalità e di amore. Grande poeta chi ci solleva dagli sterili ripetitivi motivi di una tradizione letteraria ormai desueta. Ma c’è un modulo critico riguardi la poesia che bisogna rivedere. È il rifiuto del dannunzianesimo attraverso la formula della poesia contemporanea come erede del Leopardi. Gozzano con l’esaltazione dell’odore dell’aglio e della cedrina certo appartiene a questa frontiera antidannunziana, così come Montale de I limoni. Ma dobbiamo considerare che il vate d’Italia sapeva perfettamente che l’essenza poetica è la parola vibrante se diceva Poeta, divina è la parola e il verso è tutto. Si tratta di individuare i punti intermedi tra Leopardi e le figurine che popolano gli idilli e la ricerca dannunziana. Tra questi va collocato Calogero.

La morte m’innamora
e la vorrei condurre a quel sito
in cui ella come amante amata
mi ama ancora.


Questi versi rendono evidente l’eredità di Leopardi ma sono ben oltre il dannunzianesimo nella ricerca linguistica. Calogero è un profeta della nuova poesia, quella che vincerà le guerre.

“Il Castello di Aiello” nei versi di Franco Pedatella

Da Franco Pedatella riceviamo e postiamo una poesia dedicata al castello di Ajello, che consta di due parti: la prima composta a dicembre 2013, e la seconda in occasione dell’inaugurazione del maniero lo scorso 16 luglio. Buona lettura

Il castello di Aiello

Turrite mura e pietre al sol riarse
tra le ondeggianti cime capolino
fanno e al passegger di mille anni
e più la storia narran della gente

che l’abitò e vinse e fu sovrana
degli altri borghi intorno e d’invasori
fu serva ed a tremuoti fu soggetta
che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.

Or te ne stai solingo, mio castello,
sopra il costone donde le vallate
d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti

osservi da padrone e piú non odi
gli strilli dei bambini sul tuo piano
che giocano a pallone e gridan: “Goal”.

Franco Pedatella, Roma, 15 dicembre 2013

***

Ma l’anno nuovo ti restituisce
l’aspetto antico e il muro già cadente
ritorna maestoso pei lavori
di bel restauro, che prepara anni

di nuovo tuo splendór, che qui attraente
richiamerà visitatori e genti,
che da te attratti e resi interessati
decideràn di rimaner nel borgo.

Avranno casa, su trarràn famiglia
e bimbi ripopoleràn le strade;
risoneràn di grida lor festose
piazze e vie tornate a nuova vita.

Allora nel ricordo torna in mente
quello che vidi e vissi da bambino
ed ebbe a riempir le mie giornate
e in sogno prende corpo e si fa vero.

Odo allór da porte spalancate
di sega il rauco fischio e di martello
il batter ferro o scarpe e il picchiettare
d’ago che cuce ratto stoffe nuove
e il richiamar d’antico bottegaio
dall’uscio, suscitando l’attenzione
di quei che passa ed esser può cliente
che acquista merce nuova, buona e bella.

Odo il trottar di mulo o di cavallo
o d’asino, cui zoccoli ha applicato
il fabbro, da cui esce scalpitando,
e rintronar fan zoccoli il selciato;

sparger dall’officina irregolari
colpi un motore vecchio e un po’ sfasato,
che grande mastro tenta di aggiustare
per metter l’automobile su strada;

di donne il chiacchierar nel vicinato
mentre si fila, cuce o si ricama;
il gioco delle carte in bar chiassoso,
“padrone e sotto” e un bel bicchier di vino

nelle cantine sparse per le vie;
le strade pien di gente a passeggiare,
il parapetto vivo a “criticare”,
talór con piglio ardito e spudorato,

quello che passa, parla e poi scompare,
specie s’è uomo in vista, che può fare,
o donna bella incline ad ancheggiare
con tacco alto e passo al suol battente;

dall’alta impalcatura il muratore
tornare a fare il tetto od opra nuova
incominciar, per fare nuovo alloggio
per gente che ha deciso di restare,

mentre pressante in casa attigua batte
telaio antico che a novelle spose
prepara il corredo e annuncia nozze
a giovinette cui il cuor batte e spera.

Sul fare della sera “focarelle”
vedo e le donne intorno riunite
a ricordar l’orrendo terremoto
che il tetto tolse e i cari a chi è scampato

e l’otto di settembre di ogni anno
tra le vicine viene ricordato

e in conversar si fanno ancór piú stretti
legami tra famiglie in vicinato.

Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu”
pentole usate e farne ancóra nuove;
portare da Borgile “ ‘u pignataru
cúcume, pignate e cucumielli”;

venir dalle campagne i contadini
a piedi o sull’asino a cavallo
per vendere gli ortaggi freschi e sani,
lieti cantando motivetti antichi.

Sotto il tuo sguardo torna amore e vita
e Aiello tiene in braccio nuovi figli,
che gioia spargeranno per le strade
sotto il guardar di anziani compiaciuti.

“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo,
quando è giunta l’ora di pranzare
ed è normal sospender l’opra in corso
e proseguire poi con cuor posato.

Insomma il paese qual già è stato
torna a novella vita e l’aria antica,
che un dí s’è respirata, a circolare
torna e a ridare sangue, aria e amore.

Franco Pedatella, Aiello Calabro, 16 luglio 2025

Giornata Mondiale della Poesia. Alcuni componimenti di Francesco Della Valle

Stilluzza, chi te lievi la matina, canto popolare di Aiello

Canto popolare di Aiello Calabro, dalla raccolta di Giovanni Solimena, tratto da Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane, diretta da Angelo De Gubernatis, Anno II, fascicolo I, Roma Tipografia Forzani e C., 1894, pagg. 384-387. (Segnalato da Goffredo Plastino).

CANTI POPOLARI
RACCOLTI IN AIELLO DI CALABRIA.

Illustre signor Professore,
Nelle mie vecchie carte ho trovato una manatina di canti popolari aiellesi, che mi affretto a trascrivere per la sua Rivista.
Essi sono ben piccola parte della mia raccolta. Della quale buona porzione pubblicai, con opportune osservazioni, or fan sei o sette anni, su vari fogli letterari, tra i quali noto di volo il Pensiero de’ giovani di Campobasso, il Movimento calabrese di Cosenza e la Cronaca rossa di Milano; ed il resto trovasi, credo, tuttora inedito, nelle mani di un mio egregio amico e col lega, cui ne feci dono.
Dio voglia, illustre signor conte, che possa tornare a’ miei studi prediletti, libero dalle cure professionali, dalle quali per necessità or non mi posso distogliere.
Sarei lietissimo allora di portare frequente il modesto con tributo dell’opera mia al grande edificio nazionale, pel quale Ella, con intelletto d’ amore, ha gettato solide fondamenta, così che con orgoglio potrebbe il noto verso d’ Orazio fin da ora ripetere :
Exegi monumentum aere perennius.
Mi creda sempre
di Lei sincero ammiratore Avv. G Solimèna.

Stilluzza, chi te lievi la matina
d’ oru e d’ argientu carricata vai ;
quandu te lievi te parti ‘sta scrima,
a llu tu’ amante prejare lu fai.
Tu si cumu la rosa a llu jardinu
chi cchiù te crisci cchiù bella te fai;
tu si cumu la frunda de l’aliva
sta’ sempre virde e nun spàmpini mai.

Dimmi, brunetta, si t’ arde llu core
quandu la notte me sienti cantare;
te pigli lu fusillu ed iesci fore,
dici a lla mamma « ca vaju a filare ».
Si màmmata nun vue chi iesci fore
vatinde a lla finestra a lacrimare;
tu lacrimi de intra ed io de fore:
pena chi nun se può mai supportare.

Bella, ccu ‘ssi capilli ‘nnanellati,
treme la terra quandu li sciunditi:
vene la festa e ve li pettinati,
‘ncapu ‘sta ianca faccia li teniti.
Vene la sira quandu ve curcàti,
a luna fa la ninna e vui dormiti;
vene lu juornu quandu ve susìti
‘a spera de lu sule trattenìti.

De ccà cce su’ passatu mo fa’ n’ annu,
ccu ss’ uocchi ce àvìe fattu ‘nu disignu.
Te priegu, bella, ‘nu piacìre famme
de nduve m’ avìe scrittu scassaminde ;
ca su’ lli gienti tue tantu tiranni,
rèscere nun mme fannu ‘sstu disignu.

Nu paru d’ uocchi nìvuri cosa grande!
La guardu, la guardai, cadu malatu.
U mièdicu cce vene la matina:
« Stu giuvaniellu è troppu ‘nnamuratu ;
si nun cce vene lla bella a vidìre,
dumane, puvariellu, è sutterratu! »

Vurrie mandare nu suspiru ‘n’aria!
Lu manda ‘nduve va lla mia memoria;
lu mandu a chilla banda sulitaria
‘nduve la bella mia fa festa e gloria.
Ca sì la sorti; nun me va cuntraria
spieru de ‘ndè portare la vittoria!

Bella, eh’ alh uocchi tue cce su dui dardi!
Ferìscianu lu core a echi t’ ammieri;
‘e petre chi scorpisci bruci ed ardi,
l’uomini pazzi savi li fa’ jire.
Te priegu, bella mia, chi Dio te guarde,
reprinda st’ uocchi ca me fa’ morire.
E quantu è duce lu vostru risguardu !
Tieni lu mele ‘mbucca quandu ridi!

Brunetta, chi te pèndanu ssi lazza,
ed alla testa tua galante trizze !
Te pèndanu le rose a mazza a mazza,
culonna lavurata de bellizze.
Quandu me scùonti ccu ‘ss’ uocchi m’ammazzi
ed allu core fuocu mi cce attizzi;
n’ ura te vulerrie dintra ‘ssi vrazza;
cent’anni camperle de cuntentizza!

Ora me partu e ‘stu core te lassu,
e ccu gran’ chiantu a lla spartenza mia;
me partu de lu giocu e de lu spassu,
me partu de chi bene me vulìa.
Quante pedate chi de tie m’ arrassu,
tante funtane fanu l’ uocchi mie.

Dicìtime de mie vui echi vulìti,
quandu passu de cca me taliati;
li fatticielli vuostri ve taciti,
de chilli ‘e l’atri vui nun ve ‘mportati.
Nun haiu, amore mio, nun haiu a core
de te mandare a dire cumu staiu,
te mandu li suspiri a tri ed a dui
e de risposte nunde viju mai.
Furtuna, ‘sta risposta la sapìe
de fùrnere li juorni e pue li guai.

Gioia, de nduve te vinne tantu affettu;
ca nun ripuosu nè juornu nè notte.
La memoria tua è sempre sperta,
‘n’ura nun puodi avìre de cunfortu.
Si m’hai d’amare diciamillu certu,
ca ppe l’amure tuo priendu la morte;
si tu me circhi l’ arma de ‘stu piettu,
bella, ma caccili e ti la viegnu puortu.

Spinnu de l’arma mia, rosa ‘ncarnata,
tu si refugiu de ‘st’ amara vita.
Ccu tie nun c’è bisuognu de ‘mbasciata,
ca tinde tira ccu lla calamita.

Affritti siensi mie, marturizzati,
si n’ ura de ripuosu nun l’ aviti,
sera la mia furtuna sventurata
ca va cuntra de mie la stella unita.
Chissu ve dicu e vuogliu chi sapiati
ch’allu mundu cce stanu guai ‘nfiniti.

All’ ura chi te vitti io già t’amai,
e dissi amare nun te puotti cchiùi;
bella, de ‘st’ uocchi tue me ‘nnamurai,
pigliai ppe te lassare e t’amu chiùi.
Cumu un te vuogliu amare tantu assai,
mentre lu core mio l’aviti vui?
Rapra ssu piettu mio ca viderai
ch’ io signu senza core e tu ccu dui.

Tròvete amante, ca m’haiu trovatu
nu giuveniellu maggiure de tie ;
de miegliu sangu e miegliu parentatu,
crepati si nd’ aviti gelusia.
E chiavi de llu u piettu m’ ha dunatu
chi rapisse e chiudisse a voglia mia;
de ‘na cosa sula m’ha privatu
mo vasciu l’ uocchi quandu viju a tia.

Aiello in Calabria.

Timpa d’a Calandia. Un pannello con la poesia di Verduci per ricordare u zu Ntoni u picciune e za Rusaria a bombara

A breve, il restauro del castello di Aiello Calabro sarà terminato e così, ci sentiamo di proporre (altre idee verranno magari anche dopo), l’installazione di un pannello da collocare nei pressi della Timpa della Calandia, in occasione della futura riapertura. Come i più “anziani” sapranno, dalla Calandia molti anni fa (non so nemmeno quando) cadde un uomo – mio lontano parente – per recuperare una pecorella. U zu ‘Ntoni ‘u Picciune (il soprannome è dovuto al fatto che volò da sopra la rocca del castello nella sottostante Aricella, morendo). Peppe Verduci ne aveva dipinto le figure di marito e moglie, ‘u zu ‘Ntoni e lla za Rusaria ‘a Bombara, nella poesia che segue.

Rose e Viole, leggende popolari di varie nazioni raccolte e tradotte dal calabrese Costantino Arlìa

Per la Giornata mondiale del Libro, postiamo la Lontananza, tratta dal volume Rose e Viole del 1865, curato da Costantino Arlìa. Buona lettura

In memoria del compagno Alfonso Amendola, poesia di Franco Pedatella

Falce e martello hai sempre avuto al petto
e in bocca la parola comunista,
poi in buona fede hai seguito Occhetto
che avéa al partito dato altra pista;

ma il tuo ideal restava proletario,
perché piegava il dorso l’officina
ed il sudór versava l’operaio
e a zappatór la fronte stava china.

Vedéati la campagna elettorale
al fianco di Gaetano Pedatella
ed ai comizi in piazza puntuale
eri con falce e martello e stella.

Dell’Unità la Festa ti vedeva
alla raccolta pei paesi intorno
dei tavoloni che una festa attiva
chiedéa per richiamar la gente intorno.

Ed anche la cucina tu curavi
perché restasser fisse squisitezze
in gola ai tanti e bei visitatori
che a baci ringraziavan e a carezze.

Bussasti una mattina alla mia porta
e mi annunciasti: “Allende è spodestato”.
Il Cile avéa imboccato la via storta:
la dittatura militarizzata.

“Ora in sezione che dobbiamo fare?”.
“Usciam con le bandiere e i manifesti
noi che dobbiamo il popolo guidare
e i nostri cittadini teniam lesti!”.

La Lista della Tromba hai sostenuto
con forza e decisione sorprendente,
sapendo che mai nulla avresti avuto
da un sindaco che era a te parente.

Poi il gioco ti ha tenuto un po’ distante
da quell’impegno da gran militante.
La debolezza umana ne fa tante:
sveglia non manteniam talór la mente.

Or t’ha portato via cattiva sorte
in questo giorno di preparazione
a festa che nel cuor sentiamo forte:
l’Anniversario di Liberazione.

Scomparsa tua piangiam sentitamente
vecchi compagni e neosimpatizzanti.
Qual fosti portiam fisso nella mente.
Giammai cancelleremo i bei momenti.

Ti accoglie zia Rosina Pedatella,
che santa in ciel ti aspetta coi parenti,
mentre tu qui in Terra fama bella
lasci ai compagni, amici e conoscenti.

Aiello Calabro, 9 aprile 2024
Franco Pedatella

Il profilo del poeta Francesco Della Valle su Orizzonte Savuto

Grazie per l’ospitalità a Orizzonte Savuto, periodico del comune di Altilia che anche in questo numero ha dedicato spazio ad uno scritto che parla dell’Aiellese Francesco Della Valle, poeta del 1600.

ORIZZONTE SAVUTO ALTILIA-MAIONE – anno II n° 3 del 6 aprile 2024