L’associazione “INSIEME PER… O.D.V.” di Amantea (CS) promuove la seconda edizione del premio letterario dedicato alla figura di Arturo Pucci, figura costante di impegno civile, autodidatta e appassionato di cultura.
Amantea (CS) – È ufficialmente aperto il bando per la seconda edizione del Concorso Nazionale di Poesia e Racconto Breve dedicato ad Arturo Pucci, promosso dall’associazione INSIEME PER… O.D.V. di Amantea.
Il concorso nasce per ricordare Arturo Pucci, la cui vita è stata un punto di riferimento per l’impegno civile dell’associazione: un meridionale partito ed emigrato che ha mantenuto intatto il legame con le proprie radici. Proprio da questo vissuto di partenza e ritorno trae ispirazione il tema scelto per questa edizione: “PARTIRE PER RITORNARE”.
Modalità di partecipazione e regolamento: La partecipazione è aperta a tutti, senza limiti di età. È possibile concorrere con: Poesie: di lunghezza non superiore ai 60 versi. Racconti brevi: di massimo 7.000 caratteri (spazi inclusi). La forma metrica e stilistica è libera ed è ammessa la partecipazione con testi già editi, purché frutto dell’ingegno dell’autore.
Premi: 1° classificato Sezione Racconti Brevi: € 100,00 1° classificato Sezione Poesia: € 100,00 1° classificato Sezione Classi del Polo Scolastico di Amantea: € 100,00 Per i secondi e terzi classificati è prevista l’assegnazione di una coppa o di un trofeo.
Scadenze e invio degli elaborati: La quota di iscrizione è fissata a € 5,00 e deve essere versata sul conto intestato a insieme per…o.d.v. (IBAN: IT43C0538780600000004116791).
Gli elaborati in formato digitale (.docx) dovranno essere inviati entro le ore 12:00 del 31 ottobre 2026 all’indirizzo email: associazioneinsiemex@gmail.com, specificando la richiesta di conferma di lettura. Per gli studenti del Polo Scolastico di Amantea, il termine di scadenza è prorogato al 15 novembre 2026.
Il prodigio che la poesia compie è notevole. Esso ha due punte: il dialogo che stabilisce attraverso l’autore (autentico medium) e quello con la natura. Tutte le possibilità dell’essere sono riassunte in queste due punte.
Il “tu” che l’autore usa per parlare con la natura stabilisce un altro da sé, un elemento diverso che permette di uscire dal solipsismo e dall’egoismo: “Chiare, fresche et dolci acque…”.
Ecco l’incipit del dialogo. Esso sarà centrale nella nostra poesia e culminerà nel dialogo con la luna di Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel?“
Anche quando la poesia esplora le zone più oscure, sa perfettamente che sono le possibilità insite nell’essere stesso del poeta: “Madame Bovary c’est moi” (“Madame Bovary sono io”), esclama Flaubert.
Il nodo centrale: La parola poetica. Sono le frontiere della poesia esplorata in questi giorni a Melicuccà. Il nodo centrale è la parola poetica. “Divina è la parola“, diceva D’Annunzio.
A Melicuccà si tiene il Festival della Poesia (dal 6 all’11 agosto 2026), un evento incentrato sulla memoria del grande poeta Lorenzo Calogero. Nato nel 1910 e scomparso nel 1961, Calogero si può definire a tutti gli effetti l’erede novecentesco di Giacomo Leopardi.
Non a caso, un volume a lui recentemente dedicato definisce “infiniti” i temi calogeriani. Analizziamo, ad esempio, questi celebri versi: “La non amante, amata che m’ama ancora“.
È la morte quella sul cui “virgineo senso” aspira ad addormentarsi il poeta di Recanati. Ma questo non basta a definire la vorticosa produzione di Calogero. Il testo di Luigi Tassoni, a cui accennavamo sopra, s’intitola proprio: “Gli infiniti di Lorenzo Calogero“.
Un titolo scelto per esprimere la parentela spirituale con l’Infinito dell’ermo colle. La poesia di Calogero, tuttavia, non fa riferimento a un sistema filosofico rigido e strutturato: vive di pura vibrazione e di suoni.
La Lingua Poetica e la Critica Un “poco suono / anzi” raggiunge il poeta, vero e proprio figlio del cosmo. La sua scrittura vibra nell’energia dei singoli fonemi, muovendosi quasi “perpendicolarmente al vuoto”.
La poesia di Calogero è infinita nella dimensione di un linguaggio poetico che allude e cattura musicalmente, sia nella sua brevità sia nella sua drammatica intensità. Pochi critici hanno compreso appieno la grandezza di questo autore — tra questi spicca Andrea Zanzotto, che ne ha colto la vera essenza: un erede di Leopardi dal linguaggio spezzato e musicalmente tragico.
Le poesie che seguono dedicate al castello di Aiello Calabro (peraltro già pubblicate nel blog a luglio 2025) sono state lette da Rosa Giardino nel corso della manifestazione relativa alla consegna ad Aiello della bandiera dei Borghi più Belli d’Italia.
di Franco Pedatella
Turrite mura e pietre al sol riarse tra le ondeggianti cime capolino fanno e al passegger di mille anni e più la storia narran della gente
che l’abitò e vinse e fu sovrana degli altri borghi intorno e d’invasori fu serva ed a tremuoti fu soggetta che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.
Or te ne stai solingo, mio castello, sopra il costone donde le vallate d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti
osservi da padrone e piú non odi gli strilli dei bambini sul tuo piano che giocano a pallone e gridan: “Goal”.
Roma, 15 dicembre 2013 Franco Pedatella
***
Ma l’anno nuovo ti restituisce l’aspetto antico e il muro già cadente ritorna maestoso pei lavori di bel restauro, che prepara anni
di nuovo tuo splendór, che qui attraente richiamerà visitatori e genti, che da te attratti e resi interessati decideràn di rimaner nel borgo.
Avranno casa, su trarràn famiglia e bimbi ripopoleràn le strade; risoneràn di grida lor festose piazze e vie tornate a nuova vita.
Allora nel ricordo torna in mente quello che vidi e vissi da bambino ed ebbe a riempir le mie giornate e in sogno prende corpo e si fa vero.
Odo allór da porte spalancate di sega il rauco fischio e di martello il batter ferro o scarpe e il picchiettare d’ago che cuce ratto stoffe nuove
e il richiamar d’antico bottegaio dall’uscio, suscitando l’attenzione di quei che passa ed esser può cliente che acquista merce nuova, buona e bella.
Odo il trottar di mulo o di cavallo o d’asino, cui zoccoli ha applicato il fabbro, da cui esce scalpitando, e rintronar fan zoccoli il selciato;
sparger dall’officina irregolari colpi un motore vecchio e un po’ sfasato, che grande mastro tenta di aggiustare per metter l’automobile su strada;
di donne il chiacchierar nel vicinato mentre si fila, cuce o si ricama; il gioco delle carte in bar chiassoso, “padrone e sotto” e un bel bicchier di vino
nelle cantine sparse per le vie; le strade pien di gente a passeggiare, il parapetto vivo a “criticare”, talór con piglio ardito e spudorato,
quello che passa, parla e poi scompare, specie s’è uomo in vista, che può fare, o donna bella incline ad ancheggiare con tacco alto e passo al suol battente;
dall’alta impalcatura il muratore tornare a fare il tetto od opra nuova incominciar, per fare nuovo alloggio per gente che ha deciso di restare,
mentre pressante in casa attigua batte telaio antico che a novelle spose prepara il corredo e annuncia nozze a giovinette cui il cuor batte e spera.
Sul fare della sera “focarelle” vedo e le donne intorno riunite a ricordar l’orrendo terremoto che il tetto tolse e i cari a chi è scampato
e l’otto di settembre di ogni anno tra le vicine viene ricordato e in conversar si fanno ancór piú stretti legami tra famiglie in vicinato.
Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu” pentole usate e farne ancóra nuove; portare da Borgile “ ‘u pignataru cúcume, pignate e cucumielli”;
venir dalle campagne i contadini a piedi o sull’asino a cavallo per vendere gli ortaggi freschi e sani, lieti cantando motivetti antichi.
Sotto il tuo sguardo torna amore e vita e Aiello tiene in braccio nuovi figli, che gioia spargeranno per le strade sotto il guardar di anziani compiaciuti.
“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo, quando è giunta l’ora di pranzare ed è normal sospender l’opra in corso e proseguire poi con cuor posato.
Insomma il paese qual già è stato torna a novella vita e l’aria antica, che un dí s’è respirata, a circolare torna e a ridare sangue, aria e amore.
A distanza di un po’ di tempo, riceviamo da Franco Pedatella una bella poesia dedicata all’amico fraterno Giuseppe.
Annuncio al mondo che a mancar venisti tu, pezzo di mia vita da bambino, di qualche anno a me più piccolino, cresciuto insieme a me qual fratellino.
Quando nascesti bimbo sorridente, ti diè mamma Carmela il latte sano che avèa bevuto anch’io con tuo fratello Nicola, sí che fummo una famiglia.
Ti diè coraggio e forza, amore e ardore Mariu Surdatu, il padre tanto amato, picciol di corpo, ma di cuore forte, che di te fece un uom compiuto e ardito.
Eri da bimbo lento ad obbedire, perciò talór tua madre s’arrabbiava, ma tutto poi tornava come prima, come il buon cuore tuo ben meritava.
Da me imparasti un poco di latino per far la Scuola Media con onore ed affrontar poi studi superiori che vita avrebber fatto meno amara.
Di Alfredo Aloisio a scuola fosti compagno e gareggiavi a primeggiare nell’arrivare insiem su a quelle scale che ti portavan nella Scuola Media;
ma dopo quella corsa ti piaceva con lüi affacciarti alla finestra ed ambedue star fermi ad aspettare gli altri, poi in classe entrare ad imparare.
Quando fu l’ora di cercar lavoro, nell’Arma entrasti dei Carabinieri. Mettesti la divisa con l’orgoglio di tutelar d’ogni uom la sicurezza
e fosti in prima fila nei momenti piú tragici di storia nazionale, che l’opinione pubblica divisero e minacciâro l’unità ideale:
la strage alla stazione di Bologna, il vile attentato nella Banca della Agricoltura a Milano, le tante sparse manifestazioni
per Reggio Capoluogo di Regione. Viaggiavo in quel frangente io a Messina, per far gli esami universitari: il treno rallentava, poi fermava.
Tra quei che vigilavano tu eri. Noi, ch’eravamo in treno, di saltare in aria temevam per qualche bomba, apposta tra i binari sistemata
per far la strage e il caso sollevare, per far di Reggio Sede di Consiglio e di Governator della Calabria con la violenza e il diktat della mafia.
Per la lealtà del tuo servizio reso nelle Stazioni sparse nel Paese da nord a sud, nei Centri cittadini, facesti onorevole carriera,
prestando con onore il tuo servizio, da promozion passando a promozione, ed alla fine fosti Maresciallo Maggiore in Arma dei Carabinieri.
Tua moglie Rina avevi con amore portato ad Aiello qui in famiglia. Ne avesti in dono, frutto del suo amore, Francesco, Salvatór, Maria Carmela,
che or, rimasti senza il padre amato, conservano il ricordo del tuo amore e portano, nel cuor, del genitore l’animo, il carattere e l’ardore.
Dolori sparsi in corpo, un tempo sano, tregua non dièro a te per lunghi anni; ébbero infin ragion di tua salute e féro forte il mal che ti rodeva.
Cedesti infine al duòl che le tue forze piegò e pe‘ i sentieri solitari andasti, che or ti portano all’eterno, e noi qui lasci, angelo sereno.
Dolore tra gli amici, i familiari, i conoscenti lascia tua scomparsa; nell’Arma un vuoto dopo tanto impegno speso in nome dei Carabinieri.
Ci riempie di gioia la notizia che Melicuccà, il paese che ha dato i natali al grande poeta Calogero e Montemurro che li ha dati al suo più convinto lettore, Sinisgalli, sono uniti in nome della poesia da un gemellaggio. Se trionfasse questo metodo cioè l’unione di posti disparati e lontani non avremmo bisogno del riarmo. A Melicuccà si è anche tenuto un festival della poesia. E dobbiamo ricordarci che se ogni riarmo prelude sempre alla guerra, la poesia è il più sicuro antidoto ad essa. E per questo motivo la modernità anziché optare per essa ha scelto colpevolmente le armi. Manzoni sorrideva con tristezza al fatto che il mentecatto del paese venisse chiamato ‘poeta’ ed in un bellissimo racconto di Corrado Alvaro Rinaldo che aveva ammirato il poeta-celebratore nelle feste e nei conviti, alla madre che gli chiedeva cosa volesse fare da grande, rispondeva: – Il poeta. E la madre piangeva per la delusione. Sì, Lorenzo Calogero di Melicuccà è un grande poeta, nonostante che il titolo non gli sia stato attribuito se non con grande fatica molto tardi e molto dopo il suo suicidio. Ma la sua presenza che lievita nella sua poesia intensamente come in Leopardi è solo un aspetto della sua cosmicità. Così come Il pastore errante nell’Asia del recanatese il poeta sente il figlio che gli nasce dall’Oceano e dialoga con le stelle, abbraccia l’universo intero in un impeto di vitalità e di amore. Grande poeta chi ci solleva dagli sterili ripetitivi motivi di una tradizione letteraria ormai desueta. Ma c’è un modulo critico riguardi la poesia che bisogna rivedere. È il rifiuto del dannunzianesimo attraverso la formula della poesia contemporanea come erede del Leopardi. Gozzano con l’esaltazione dell’odore dell’aglio e della cedrina certo appartiene a questa frontiera antidannunziana, così come Montale de I limoni. Ma dobbiamo considerare che il vate d’Italia sapeva perfettamente che l’essenza poetica è la parola vibrante se diceva Poeta, divina è la parola e il verso è tutto. Si tratta di individuare i punti intermedi tra Leopardi e le figurine che popolano gli idilli e la ricerca dannunziana. Tra questi va collocato Calogero.
La morte m’innamora e la vorrei condurre a quel sito in cui ella come amante amata mi ama ancora.
Questi versi rendono evidente l’eredità di Leopardi ma sono ben oltre il dannunzianesimo nella ricerca linguistica. Calogero è un profeta della nuova poesia, quella che vincerà le guerre.
Da Franco Pedatella riceviamo e postiamo una poesia dedicata al castello di Ajello, che consta di due parti: la prima composta a dicembre 2013, e la seconda in occasione dell’inaugurazione del maniero lo scorso 16 luglio. Buona lettura
Il castello di Aiello
Turrite mura e pietre al sol riarse tra le ondeggianti cime capolino fanno e al passegger di mille anni e più la storia narran della gente
che l’abitò e vinse e fu sovrana degli altri borghi intorno e d’invasori fu serva ed a tremuoti fu soggetta che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.
Or te ne stai solingo, mio castello, sopra il costone donde le vallate d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti
osservi da padrone e piú non odi gli strilli dei bambini sul tuo piano che giocano a pallone e gridan: “Goal”.
Franco Pedatella, Roma, 15 dicembre 2013
***
Ma l’anno nuovo ti restituisce l’aspetto antico e il muro già cadente ritorna maestoso pei lavori di bel restauro, che prepara anni
di nuovo tuo splendór, che qui attraente richiamerà visitatori e genti, che da te attratti e resi interessati decideràn di rimaner nel borgo.
Avranno casa, su trarràn famiglia e bimbi ripopoleràn le strade; risoneràn di grida lor festose piazze e vie tornate a nuova vita.
Allora nel ricordo torna in mente quello che vidi e vissi da bambino ed ebbe a riempir le mie giornate e in sogno prende corpo e si fa vero.
Odo allór da porte spalancate di sega il rauco fischio e di martello il batter ferro o scarpe e il picchiettare d’ago che cuce ratto stoffe nuove e il richiamar d’antico bottegaio dall’uscio, suscitando l’attenzione di quei che passa ed esser può cliente che acquista merce nuova, buona e bella.
Odo il trottar di mulo o di cavallo o d’asino, cui zoccoli ha applicato il fabbro, da cui esce scalpitando, e rintronar fan zoccoli il selciato;
sparger dall’officina irregolari colpi un motore vecchio e un po’ sfasato, che grande mastro tenta di aggiustare per metter l’automobile su strada;
di donne il chiacchierar nel vicinato mentre si fila, cuce o si ricama; il gioco delle carte in bar chiassoso, “padrone e sotto” e un bel bicchier di vino
nelle cantine sparse per le vie; le strade pien di gente a passeggiare, il parapetto vivo a “criticare”, talór con piglio ardito e spudorato,
quello che passa, parla e poi scompare, specie s’è uomo in vista, che può fare, o donna bella incline ad ancheggiare con tacco alto e passo al suol battente;
dall’alta impalcatura il muratore tornare a fare il tetto od opra nuova incominciar, per fare nuovo alloggio per gente che ha deciso di restare,
mentre pressante in casa attigua batte telaio antico che a novelle spose prepara il corredo e annuncia nozze a giovinette cui il cuor batte e spera.
Sul fare della sera “focarelle” vedo e le donne intorno riunite a ricordar l’orrendo terremoto che il tetto tolse e i cari a chi è scampato
e l’otto di settembre di ogni anno tra le vicine viene ricordato
e in conversar si fanno ancór piú stretti legami tra famiglie in vicinato.
Stagnare vedo al fuoco “ ‘u quadararu” pentole usate e farne ancóra nuove; portare da Borgile “ ‘u pignataru cúcume, pignate e cucumielli”;
venir dalle campagne i contadini a piedi o sull’asino a cavallo per vendere gli ortaggi freschi e sani, lieti cantando motivetti antichi.
Sotto il tuo sguardo torna amore e vita e Aiello tiene in braccio nuovi figli, che gioia spargeranno per le strade sotto il guardar di anziani compiaciuti.
“Il piatto è pronto” dir può sposa a sposo, quando è giunta l’ora di pranzare ed è normal sospender l’opra in corso e proseguire poi con cuor posato.
Insomma il paese qual già è stato torna a novella vita e l’aria antica, che un dí s’è respirata, a circolare torna e a ridare sangue, aria e amore.
Canto popolare di Aiello Calabro, dalla raccolta di Giovanni Solimena, tratto da Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane, diretta da Angelo De Gubernatis, Anno II, fascicolo I, Roma Tipografia Forzani e C., 1894, pagg. 384-387. (Segnalato da Goffredo Plastino).
CANTI POPOLARI RACCOLTI IN AIELLO DI CALABRIA.
Illustre signor Professore, Nelle mie vecchie carte ho trovato una manatina di canti popolari aiellesi, che mi affretto a trascrivere per la sua Rivista. Essi sono ben piccola parte della mia raccolta. Della quale buona porzione pubblicai, con opportune osservazioni, or fan sei o sette anni, su vari fogli letterari, tra i quali noto di volo il Pensiero de’ giovani di Campobasso, il Movimento calabrese di Cosenza e la Cronaca rossa di Milano; ed il resto trovasi, credo, tuttora inedito, nelle mani di un mio egregio amico e col lega, cui ne feci dono. Dio voglia, illustre signor conte, che possa tornare a’ miei studi prediletti, libero dalle cure professionali, dalle quali per necessità or non mi posso distogliere. Sarei lietissimo allora di portare frequente il modesto con tributo dell’opera mia al grande edificio nazionale, pel quale Ella, con intelletto d’ amore, ha gettato solide fondamenta, così che con orgoglio potrebbe il noto verso d’ Orazio fin da ora ripetere : Exegi monumentum aere perennius. Mi creda sempre di Lei sincero ammiratore Avv. G Solimèna.
Stilluzza, chi te lievi la matina d’ oru e d’ argientu carricata vai ; quandu te lievi te parti ‘sta scrima, a llu tu’ amante prejare lu fai. Tu si cumu la rosa a llu jardinu chi cchiù te crisci cchiù bella te fai; tu si cumu la frunda de l’aliva sta’ sempre virde e nun spàmpini mai.
Dimmi, brunetta, si t’ arde llu core quandu la notte me sienti cantare; te pigli lu fusillu ed iesci fore, dici a lla mamma « ca vaju a filare ». Si màmmata nun vue chi iesci fore vatinde a lla finestra a lacrimare; tu lacrimi de intra ed io de fore: pena chi nun se può mai supportare.
Bella, ccu ‘ssi capilli ‘nnanellati, treme la terra quandu li sciunditi: vene la festa e ve li pettinati, ‘ncapu ‘sta ianca faccia li teniti. Vene la sira quandu ve curcàti, a luna fa la ninna e vui dormiti; vene lu juornu quandu ve susìti ‘a spera de lu sule trattenìti.
De ccà cce su’ passatu mo fa’ n’ annu, ccu ss’ uocchi ce àvìe fattu ‘nu disignu. Te priegu, bella, ‘nu piacìre famme de nduve m’ avìe scrittu scassaminde ; ca su’ lli gienti tue tantu tiranni, rèscere nun mme fannu ‘sstu disignu.
Nu paru d’ uocchi nìvuri cosa grande! La guardu, la guardai, cadu malatu. U mièdicu cce vene la matina: « Stu giuvaniellu è troppu ‘nnamuratu ; si nun cce vene lla bella a vidìre, dumane, puvariellu, è sutterratu! »
Vurrie mandare nu suspiru ‘n’aria! Lu manda ‘nduve va lla mia memoria; lu mandu a chilla banda sulitaria ‘nduve la bella mia fa festa e gloria. Ca sì la sorti; nun me va cuntraria spieru de ‘ndè portare la vittoria!
Bella, eh’ alh uocchi tue cce su dui dardi! Ferìscianu lu core a echi t’ ammieri; ‘e petre chi scorpisci bruci ed ardi, l’uomini pazzi savi li fa’ jire. Te priegu, bella mia, chi Dio te guarde, reprinda st’ uocchi ca me fa’ morire. E quantu è duce lu vostru risguardu ! Tieni lu mele ‘mbucca quandu ridi!
Brunetta, chi te pèndanu ssi lazza, ed alla testa tua galante trizze ! Te pèndanu le rose a mazza a mazza, culonna lavurata de bellizze. Quandu me scùonti ccu ‘ss’ uocchi m’ammazzi ed allu core fuocu mi cce attizzi; n’ ura te vulerrie dintra ‘ssi vrazza; cent’anni camperle de cuntentizza!
Ora me partu e ‘stu core te lassu, e ccu gran’ chiantu a lla spartenza mia; me partu de lu giocu e de lu spassu, me partu de chi bene me vulìa. Quante pedate chi de tie m’ arrassu, tante funtane fanu l’ uocchi mie.
Dicìtime de mie vui echi vulìti, quandu passu de cca me taliati; li fatticielli vuostri ve taciti, de chilli ‘e l’atri vui nun ve ‘mportati. Nun haiu, amore mio, nun haiu a core de te mandare a dire cumu staiu, te mandu li suspiri a tri ed a dui e de risposte nunde viju mai. Furtuna, ‘sta risposta la sapìe de fùrnere li juorni e pue li guai.
Gioia, de nduve te vinne tantu affettu; ca nun ripuosu nè juornu nè notte. La memoria tua è sempre sperta, ‘n’ura nun puodi avìre de cunfortu. Si m’hai d’amare diciamillu certu, ca ppe l’amure tuo priendu la morte; si tu me circhi l’ arma de ‘stu piettu, bella, ma caccili e ti la viegnu puortu.
Spinnu de l’arma mia, rosa ‘ncarnata, tu si refugiu de ‘st’ amara vita. Ccu tie nun c’è bisuognu de ‘mbasciata, ca tinde tira ccu lla calamita.
Affritti siensi mie, marturizzati, si n’ ura de ripuosu nun l’ aviti, sera la mia furtuna sventurata ca va cuntra de mie la stella unita. Chissu ve dicu e vuogliu chi sapiati ch’allu mundu cce stanu guai ‘nfiniti.
All’ ura chi te vitti io già t’amai, e dissi amare nun te puotti cchiùi; bella, de ‘st’ uocchi tue me ‘nnamurai, pigliai ppe te lassare e t’amu chiùi. Cumu un te vuogliu amare tantu assai, mentre lu core mio l’aviti vui? Rapra ssu piettu mio ca viderai ch’ io signu senza core e tu ccu dui.
Tròvete amante, ca m’haiu trovatu nu giuveniellu maggiure de tie ; de miegliu sangu e miegliu parentatu, crepati si nd’ aviti gelusia. E chiavi de llu u piettu m’ ha dunatu chi rapisse e chiudisse a voglia mia; de ‘na cosa sula m’ha privatu mo vasciu l’ uocchi quandu viju a tia.
A breve, il restauro del castello di Aiello Calabro sarà terminato e così, ci sentiamo di proporre (altre idee verranno magari anche dopo), l’installazione di un pannello da collocare nei pressi della Timpa della Calandia, in occasione della futura riapertura. Come i più “anziani” sapranno, dalla Calandia molti anni fa (non so nemmeno quando) cadde un uomo – mio lontano parente – per recuperare una pecorella. U zu ‘Ntoni ‘u Picciune (il soprannome è dovuto al fatto che volò da sopra la rocca del castello nella sottostante Aricella, morendo). Peppe Verduci ne aveva dipinto le figure di marito e moglie, ‘u zu ‘Ntoni e lla za Rusaria ‘a Bombara, nella poesia che segue.