Rivista calabrese di storia del '900. In distribuzione il n° 1-2011 del Periodico dell'Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea

Angelo Manetti, il navigatore calabrese sulle navi portoghesi e di Cristoforo Colombo

Fonte: Calabriaplus (Articolo Rivista “Mediterraneo e dintorni” del 2007 di Giuseppe Pisano)
Forse nessun altro uomo al mondo prima di lui ha intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese, dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama. Si tratta di Angelo Manetti (o Manetto o Manetta), proveniente dal paese di Aiello Calabro, il quale rimane ancora oggi un personaggio del tutto sconosciuto. Notizie su questo misterioso navigatore calabrese si ritrovano su un testo datato 1770 scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi il quale afferma di ricavare da un antico manoscritto la notizia che il nostro conterraneo Manetti fece parte dell’importantissima spedizione marittima portoghese che portò, nel 1498, alla scoperta delle cosiddette “Indie Orientali”, fino a Calcutta. 


L’Oceano Indiano aveva avuto, durante tutto il Medioevo, contatti difficili con il Mediterraneo, perché bisognava superare la barriera musulmana, attraversare l’Egitto o le zone desertiche inospitali. Il grande merito di questa flotta portoghese, comandata da Vasco da Gama, consistè appunto nel mettere in contatto tali ambienti, aprendo il passaggio a sud-est, cioè la via diretta di comunicazione fra Atlantico e Oceano Indiano. Pare che la scelta del comandante, per questa delicata quanto quasi impossibile spedizione, fosse stata effettuata, prima di morire, dal re Giovanni II che allora ricopriva anche la carica di Gran Maestro dei cavalieri di Cristo di Tomar. Al finanziamento avevano concorso i Sernigi, banchieri fiorentini stabilitisi in Portogallo, la nazione i cui abitanti, per la loro grande attività evangelizzatrice esercitata in tutto il mondo, meritarono, da Papa Pio XII (lo stesso Papa che proclamò San Francesco da Paola “Patrono della gente di mare italiana”), l’appellativo di “popolo crociato e missionario”.
Tra i 160 membri dell’equipaggio (molti di loro avevano già partecipato ai viaggi di Diogo Cào e Bartolomeo Diaz effettuati tra il 1485 e il 1488) a bordo delle 4 navi che salparono da Lisbona l’8 luglio 1497 e giunsero, dopo avere doppiato il Capo di Buona Speranza, fino a Calcutta c’era, quindi, anche il nostro Manetti. Ma quale fosse, però, il suo vero ruolo in quest’ardua spedizione, che vide tra l’altro la decimazione di buona parte dei partecipanti a causa della malattia dello scorbuto, non è dato sapersi. Si potrebbe trattare, per usare un definizione dello storico Jacques Heers, di un “cavaliere navigatore”. Di certo si sa che Angelo Manetti apparteneva ad una famiglia aristocratica di Aiello, paese che fu infeudato dai Cybo, la casata del papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo il pontefice che, grazie ad alcuni studi effettuati di recente, pare sia stato l’artefice, il vero sponsor, del viaggio di Cristoforo Colombo. L’Orlandi ci fa sapere anche che la famiglia Manetti si era stabilita in Massa Carrara, la città dove dimoravano i Cybo. I legami tra le due famiglie erano da sempre molto forti e nel ‘700 il Conte Giovanni Battista Manetti rivestiva addirittura la carica di Segretario di Stato per conto della casa ducale di Modena.
Questi legami secolari tra le famiglie Manetti e Cybo e la notizia, riportata sul manoscritto antico, che Angelo Manetti partecipò ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Cristoforo Colombo gettano, senza ombra di dubbio, nuovi interrogativi sulla storia della scoperta dell’America e del grande navigatore genovese: si avvalora maggiormente la tesi, portata avanti principalmente dallo studioso Ruggero Marino, di una regia Vaticana e di papa Innocenzo VIII nella spedizione ultraoceanica; diviene sempre meno credibile la teoria secondo cui Cristoforo Colombo, dopo avere viaggiato con uomini come Manetti che avevano conoscenze dirette di navigazione sia nelle cosiddette Indie Orientali che in quelle Occidentali, non si convinse mai di avere scoperto un nuovo continente, mentre invece si avvalora maggiormente la tesi che l’Ammiraglio preferì non osare mettersi contro la cosmografia medievale per non essere tacciato di eresia; aumentano le probabilità che Colombo, e forse anche il nostro Manetti, appartenessero ad una setta, non esclusa quella dei cavalieri di Cristo (eredi dei Templari), che perseguiva un disegno, voluto dalla Chiesa di Roma, che doveva portare ad una nuova crociata antimusulmana, alle soglie del ‘500, per la riconquista del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Il tomo dell’abate umbro ci informa anche che il Manetti, dopo avere fatto ritorno ad Aiello, “si ritrovò alla battaglia di Seminara con il gran Capitano” Consalvo da Cordova che comandava la cavalleria contro i francesi.
Manetti rimane ancora oggi sconosciuto anche agli stessi calabresi, non esiste neanche una via o una piazza dedicata a lui in Calabria, e nemmeno nel suo paese d’origine. Tutto ciò è davvero triste, e ancor più triste è stato l’atteggiamento di non considerazione da parte di istituzioni come la Regione Calabria nei riguardi di un progetto di rivalutazione di questo personaggio straordinario presentato dal sottoscritto già due anni orsono.

Francesco C. Volpe originario di Cleto con la mente rivolta al Risorgimento

di Manfredo Manfredi (Avvocato) 
Fonte: Il Quotidiano della Calabria del 17 settembre 2008

Vedendolo girovagare per le strade di Amantea, dove vive ma non è nato, sembra uno di quei pensionati alla ricerca di un passatempo. E in effetti, Francesco C. Volpe, (dove C. non nasconde, all’americana, un suo secondo nome, ma sta per Cleto, il simpatico paese dell’entroterra tirrenico, dove egli è nato nel 1932, ed è un singolare espediente per distinguersi da un omonimo studioso del salernitano) pensionato lo è davvero, – è stato preside di scuola ed è a riposo ormai da anni -, ma con la mente sempre aperta agli studi che lo hanno appassionato sin da quando, all’Università di Roma, si laureava con una tesi su “Cultura calabrese tra Risorgimento e Unità”. Da allora il riferimento al Risorgimento, all’Unità d’Italia ed al periodo che ha preceduto l’avvento del Fascismo, nella ricerca storiografica sulla cultura calabrese, è stato una costante nel suo pensiero. Autore di opere come “Calabria: storia e cultura (1815-1922)”, con prefazione di Gaetano Cingari, cui è stato assegnato nel 1992 il Premio Sila, e come “Cultura e storia nel mezzogiorno tra ‘800 e ‘900”, con introduzione di Augusto Placanica, che ha avuto l’onore di essere adottato come testo per il suo corso di lezioni dal prof. Antonio Coco, titolare della cattedra di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Catania; estensore di voci storiografiche “Calabria Citra tra restaurazione ed unità” e “Il pensiero politico meridionale” ricompre – se nell’opera collettiva “Storia del mezzogiorno” di – retta da R. Romeo e G. Galasso, e collaboratore assiduo della “Rassegna storica del Risorgimento”, dell’”Archivio storico per le province napoletane”, de “Il ponte” e, soprattutto, di “Nuova antologia”, la prestigiosa rivista fondata da Giovanni Spadolini, dove, ancora di recente, è comparso un suo articolo su Giovanni Nicotera, il terribile (per la sua attitudine repressiva verso la sinistra estrema, che avrebbe con le sue intemperanze potuto ostacolare l’inserimento delle masse nella partecipazione alla vita dello Stato) Ministro degli Interni di origine calabrese dei governi De Pretis, con Franco Volpe, come tutti lo chiamano e lo conoscono, è piacevole fare quattro chiacchiere. Come uomo di scuola, il professor Volpe, è assolutamente favorevole alle iniziative che intende adottare l’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini, soprattutto per quanto riguarda la reintroduzione della figura del vecchio caro maestro unico ed il ripristino del voto in condotta; è preoccupato, come uomo di cultura, per l’invadenza della televisione, che oltre ad ostacolare la vera conoscenza, gli appare assolutamente diseducativa per la formazione dei giovani; è perplesso, anche per la poca presa che hanno fuori dai confini nazionali, sulla validità dell’attuale schiera di scrittori, letterati, storici, filosofi, giornalisti, dopo la grande stagione di fine ‘800-primi del ‘900; è rammaricato per non essere ancora riuscito a portare a compimento le sue ricerche sulla Calabria nella cultura meridionale dal Risorgimento ai primi del sec. XX, perché egli è assolutamente convinto, come del resto lo sono pure io, che dallo studio della nostra storia passata si traggono positivi ammonimenti e utili insegnamenti per il presente. Chiacchierare con il professor Volpe mi riporta alla mente il ricordo di un altro calabrese illustre, (anch’egli, in fondo, amanteano ma solo d’adozione, in quanto era nato ad Altomonte), il compianto prof. Luigi De Franco (scomparso poco più di dodici anni fa ed al quale ero legato da affettuosa amicizia), anch’egli di cultura sterminata ed accomunato a Volpe da quell’ideale di socialismo romantico che, purtroppo, ha finito con l’essere tradito sul piano della prassi, al punto che il partito che a esso si richiamava, oggi è pressoché scomparso, e dall’essere stati entrambi esclusi dal mondo accademico ufficiale, che, come giustamente ha scritto Augusto Placanica, dovrebbe rimproverarsi per “le furberie” per i “riti gretti” cui è ricorso per non coinvolgere nella sua struttura uomini di tal fatta. Il nostro incontro, dopo un breve commosso accenno al padre, scomparso nel 1936 in Africa ad appena 24 anni, e dal quale probabilmente ha ereditato la sua passione per gli studi (il padre, infatti, pur gestore di un negozio di alimentari, da autodidatta si era formato una sua cultura, tanto da essere corrispondente de “Il Mattino” e de “Il Popolo d’Italia”) termina col riferimento compiaciuto che egli fa a quel grande ed eclettico studioso che fu il professor Alessandro Galante Garrone, il quale, per una recensione a una sua opera, lo ringraziò, qualificandola «fra le più belle, intelligenti e generose che mi sia accaduto di leggere», e col ricordo di quegli ebrei che furono reclusi nel campo di concentramento di Ferramonti e che gli consentirono di curare un’apposita pubblicazione che venne inserita nel Bollettino dell’United States Holocaust Memorial Museum.