Omaggio a Strati

di Carmelina Sicari
Ho curato per Gangemi Editore l’introduzione al racconto-romanzo di Saverio Strati Tibi e Tascia e, sarò di parte, ma mi sembra il più bel libro dello scrittore di S. Agata che come dice nell’intervista pubblicata sul Quotidiano, si porta la Calabria nel cuore. È un racconto senza idillio, crudo, crudele anzi nel suo finale certo non lieto. Dei due ragazzi protagonisti, Tiberio detto Tibi e Teresa detta Tascia, solo uno si riscatta e guarda ad un futuro diverso, Tiberio. È un racconto che non ha nulla a che vedere con la ricerca linguistica né con la creazione di tipi, di caratteri collegati all’ambiente e da esso determinati come accadeva in La Cava. Un racconto dove la parentela con Alvaro si avverte fortissima per l’ingiustizia della sorte e per la crudezza della realtà lì rappresentata. Il mondo di Tibi e Tascia oscilla come per Antonello di Alvaro tra due realtà, quella dell’abbondanza che è il mondo dei signori, dei padroni e l’altro della necessità a cui appartengono Tibi e Tascia. Essi vivono l’adolescenza con un mito, il gioco. Un gioco primitivo quello della noccioline che finirà con l’essere anche nella sua elementarietà fagocitato dagli adulti. La necessità per Tascia è rappresentata dal bambino che si porta in collo, il fratellino a cui deve badare e per Tibi il non poter accedere agli studi. E la Calabria con le sue acque dilavanti, le fiumare, terra dura come la fatica. Non conosce rivendicazioni questa Calabria. Non è ancora il nostro turno. Eppure è forte e vera, come ne Il giorno della Calabria di Repaci, la sua bellezza sta nella sua forza. Mentre Tibi si allontana su una macchina rombante, Tascia riprende in braccio il fratellino, accetta il suo destino, la lotta, la resistenza. Certo non è il senso di rivalsa di Antonello che alla fine incontra la giustizia nella figura dei carabinieri che sono venuti a prenderlo. Non c’è il colore dei racconti di Rea. C’è un senso epico della storia e della vita. Metamorfosi ed evoluzione.