La memoria, la parola, la scuola

di Carmelina Sicari

Certo, è indubbio ormai: la regressione della scuola è divenuta evidente, luogo di fattacci violenti, di aggressione ai docenti, di zuffe e così via. È come se si fosse perduta la memoria dei dibattiti, del sentimento dell’onore di cui parlava Attisani, come se tutto fosse andato alla deriva.

Soprattutto la memoria.

La breve favola di Rodari sulla memoria è particolarmente significativa: la volpe escogita il trucco sempre uguale di fingersi morta, e le galline, senza memoria, le si accalcano intorno, e lei le divora tutte. Senza memoria.

Non basta la storia per coltivare la memoria della lenta e onerosa conquista della civiltà. No, non bastano le date, il contesto: occorre interpretare, comprendere lo spirito del tempo.

E poi c’è la parola. La parola vince la violenza, ma bisogna coltivarla a lungo e sapientemente. Vir bonus dicendi peritus è l’ideale formativo del mondo classico.

Nella Pro Roscio Amerino, Cicerone ottiene una paradossale assoluzione in un caso estremo proprio appellandosi a questi due elementi: tradizione e parola. Roscio Amerino viene trovato con il cadavere del padre, ucciso in una camera chiusa dall’interno, ma viene assolto. Nessuno, dice Cicerone, potrebbe avallare un simile delitto, che è delitto innanzitutto contro la memoria della nostra storia. La sua perorazione è così forte che non può che vincere.

Dobbiamo tornare, nelle scuole, non ad abilità spicciole, ma a queste supreme capacità.

Oriana Fallaci, vent’anni dopo: la memoria che resiste all’apocalisse

di Carmelina Sicari

Alla notizia della possibile estinzione del genere umano a causa del clima impazzito e del caldo straordinario e intollerabile, ci si sarebbe aspettata una qualche reazione, e non una tranquilla indifferenza come è stato di fatto.

L’anno Mille era stato ben diverso: Carducci ne commenta l’avvento come una profonda liberazione. Il terrore panico aveva dominato in conseguenza della profezia. “Mille, non più mille”: l’alba dell’anno successivo al Mille segnò la fine di un incubo.

Qui, ora, siamo al netto opposto. “La terra può finire”, diceva Carlo Cassola. Ma resta la memoria, e l’arte.

Un testimone particolarmente attendibile in questi tempi apocalittici è Oriana Fallaci, che è stata testimone di un’altra apocalisse, quella dell’11 settembre, e ce ne ha lasciato memoria ne La rabbia e l’orgoglio, un testo straordinario, testimonianza della civiltà occidentale e della sua storia.

A vent’anni dalla sua morte, Oriana Fallaci è più che mai attuale.

Commemorare Oriana Fallaci sembrerebbe un’operazione inutile di coccodrillaggio, e basta — ma c’è un episodio che mi piace ricordare.

Gita scolastica in Grecia. Gli alunni mi chiedono con insistenza di visitare il cimitero. Ad Atene.

“Ma perché?”

Li accontento.

E lì, giunti, si precipitano dietro indicazioni dettagliate su una tomba: quella di Panagulis.

Avevano letto Un uomo, appunto, della Fallaci, e ne avevano tratto un’impressione imperitura e drammatica.

Un uomo, insieme a La rabbia e l’orgoglio, sono i segni del genio di Oriana, che merita di essere ricordata con gratitudine.

No, non è sapiens l’uomo di oggi se uccide. Se anima i conflitti è ancora quello della pietra

di Carmelina Sicari

Questa constatazione nel titolo del post non elimina la responsabilità di tutti, compresa la nostra. Occorre la prevenzione; occorre la formazione, a mio avviso, focalizzata su due punti: un modulo educativo e uno, per così dire, storico-esistenziale.

Il primo è quello che Adelchi Attisani, illustre pedagogista ai miei anni universitari, definiva il sentimento dell’onore. Bisogna riprendere questo tema che la cavalleria utilizzò per superare la barbarie dei suoi tempi. Mia madre, nella mia gloriosa infanzia, ci faceva insistentemente leggere I Reali di Francia proprio per questo; anzi, molti ragazzi della mia generazione portavano il nome di Fioravanti, da uno dei protagonisti.

Ma la dimensione creaturale è più forte e intensa: sentirsi creatura facente parte del creato significa avere un senso di fratellanza e di rispetto verso tutte le altre creature, al pari di San Francesco, che chiamava “sorella” l’acqua e perfino la morte.

Bisogna anche far presto.

Le frontiere della poesia

di Carmelina Sicari

Il prodigio che la poesia compie è notevole. Esso ha due punte: il dialogo che stabilisce attraverso l’autore (autentico medium) e quello con la natura. Tutte le possibilità dell’essere sono riassunte in queste due punte.

Il “tu” che l’autore usa per parlare con la natura stabilisce un altro da sé, un elemento diverso che permette di uscire dal solipsismo e dall’egoismo: “Chiare, fresche et dolci acque…”.

Ecco l’incipit del dialogo. Esso sarà centrale nella nostra poesia e culminerà nel dialogo con la luna di Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel?“

Anche quando la poesia esplora le zone più oscure, sa perfettamente che sono le possibilità insite nell’essere stesso del poeta: “Madame Bovary c’est moi” (“Madame Bovary sono io”), esclama Flaubert.

Il nodo centrale: La parola poetica. Sono le frontiere della poesia esplorata in questi giorni a Melicuccà. Il nodo centrale è la parola poetica. “Divina è la parola“, diceva D’Annunzio.

Proprio essa svela l’approdo all’infinito.

Il peso delle parole: da umili a ultimi, la metamorfosi del riscatto sociale

di Carmelina Sicari

Odo nelle cronache di questi giorni parole certo non nuove, ma che assumono un particolare valore, come un potente richiamo.

L’illusione dell’uguaglianza e i mille volti degli ultimi. Ultimi. Il Papa degli ultimi, e folle grandiose si mobilitano al richiamo che infine riconoscono come cardine dell’umanità. Non dovrebbero esserci ultimi nella scala sociale: è uno dei moniti — rimasto disatteso — della Rivoluzione Francese: Égalité, l’uguaglianza. Ma il termine ultimo è stato nella letteratura edulcorato e travestito con termini più accettabili: umili, vinti, o come i malheureux (gli sventurati, gli infelici).

Le categorie letterarie e sociali | Gli Umili (Manzoni): di umili si parla per Alessandro Manzoni. C’è un saggio di Angelandrea Zottoli intitolato proprio “Umili e potenti”. In effetti, nel romanzo manzoniano si contrappongono i potenti, alla cui balia vengono abbandonati gli umili: il peso della responsabilità e il giudizio della storia gravano su di loro. Ma gli umili non sono gli ultimi; umile è una categoria religiosa oltre che sociale, che allude a una virtù specifica: l’umiltà.

I Vinti (Verga): E poi ci sono i vinti. Qui non c’è alcuna aura religiosa. Su di loro — I Malavoglia verghiani, Mastro-don Gesualdo — pende la sorte, il fato. L’ombra del mondo classico si addensa inesorabile e cancella ogni loro sforzo, obbligandoli a una condizione di perenne emarginazione.

I Malheureux: I malheureux sono invece i protagonisti di una categoria politica, legati alla necessità di un riscatto sociale. «Sont la puissance de la terre» (Sono la potenza della terra). Si può amministrare il potere in loro nome, possono fornire la delega del potere, coprire il vuoto dei poteri tradizionali e legittimare i mutamenti.

Il ritorno del termine “Ultimi” | Gli ultimi prolungano questo elemento e varcano la soglia della modernità: ci raggiungono. La parola diviene nuova, si rinnova, acquista un nuovo vigore. È capace di emozionare, di interferire con la realtà e di muovere le folle.

L’Anniversario di Collodi

di Carmelina Sicari

Capita di sentirsi un burattino anche senza la celebrazione dell’anniversario collodiano. Pinocchio è apparso in un momento in cui il pupo faceva il suo ingresso nella letteratura — e non solo come espressione fantastica e letteraria, bensì in una dimensione sociologica e filosofica.
Pupi tutti! grida un personaggio pirandelliano al culmine dell’esasperazione. Lo spirito di Dio entra in noi e si fa pupo. E il titolo di un’opera di Rosso di San Secondo suona: Marionette, che passione! La scoperta di una non autenticità, di una limitazione della libertà e della soggettività sono i temi del Novecento.
Pinocchio fa testo con i suoi incontri, che ne rivelano la fisionomia occulta della separazione dall’io. Tutti gli incontri sono paradossali. Così il giudice afferma che l’amnistia è una misura per i colpevoli, e quando Pinocchio dichiara di essere innocente, allora sentenzia: E tu resti in carcere. Così l’omino di burro e il paese dei balocchi, così i medici allocchiti che affermano che se il burattino non è morto deve essere per forza vivo — e così esprimono la loro sapienza nel campo. Pinocchio ha una vita parallela alla nostra, e per questo uno dei suoi maggiori interpreti è Manganelli, che scrive un libro parallelo. Ma i piani del testo, intriso di simboli e di riferimenti illustri, sono espliciti: quello della realtà dura, in cui operano mistificatori come il Gatto e la Volpe; l’altro letterario, di influssi alti; e infine uno profondo, simbolico. Pinocchio si accosta a tutti i piani e riesce a conquistare se stesso.
Com’ero buffo quando ero un burattino! Dovrebbe essere la conclusione di ogni formazione, del raggiungimento del sé.

L’11 giugno ricorre il 70° anniversario della morte di Corrado Alvaro

di Carmelina Sicari
Spentasi la generazione dei primi alvariani come De Angelis — quelli che gli facevano da guardia del corpo — tramontata la stagione dei critici come Pedullà, resta come un immenso spazio interpretativo.
Tre elementi occupano buona parte di questo spazio: l’elemento iconico dei pastori con i lunghi cappucci appoggiati ai nodosi bastoni; il silenzio di Melusina, che conserva come un segreto interrotto dal grido di Antonello, che vuole dire il fatto suo alla giustizia che è venuta a prenderlo.
Il pastore è dentro di noi.
L’elemento primitivo che ha sostituito l’idillio è fondamentale. Come per la Calabria, Gente d’Aspromonte è nella memoria soltanto, non la nostalgia dell’Eden perduto. Non sono primitivi i pastori, ma al di qua della storia. Sono fuori dalla storia, che scorre come lontano da loro.
E poi c’è il silenzio di Melusina, che custodisce un universo di sensazioni, di dolore, di pensieri.
Ma su tutto si leva il sentimento di giustizia di Antonello. Proprio qui Alvaro dimostra di saper interpretare lo spirito della gente di Calabria, animata da una richiesta inesausta di giustizia.
La lettura del loro carattere, della loro anima, è il segreto dell’attualità del grande scrittore.

La festa del libro di Torino 2026

di Carmelina Sicari

Sì, apre a Torino il Salone del Libro e dunque il suo trionfo.

Perché la nostra civiltà, e non solo, è su di esso fondata. Al centro un eroe: lui, don Chisciotte, impazzito per i libri, che si identifica con loro e attraverso il mondo predicando gli ideali nei libri appresi. Il netto opposto rispetto a Don Ferrante, che nella sua biblioteca raccoglie piuttosto l’erudizione imperante ed autori come il Cardano.

Nihil humanum a me alienum puto

È il motto del libro, città aperta alla poesia, alla scienza, alla virtù, al vizio. Voci, voci. Il sermo dei grandi oratori, i lamenti dei poeti; Redde codicillos, grida Catullo a Lesbia, e la voce severa di Cicerone ammonisce: Quousque tandem abuteris.

Voci, ma sorprendente è anche la vita proteiforme del libro, capace di rinnovarsi con aggiunte, prologhi, interventi. Come la canzone di Aspromonte, si adatta al territorio con eroi del posto e coinvolge il lettore di ogni epoca. La vita misteriosa del libro è testimoniata dalla diffusione in Calabria fino a qualche anno fa de I reali di Francia, tanto che molti portano ancora il nome dei personaggi come Fioravanti. Santi ed eroi popolari.

Sparirà Manzoni dalle scuole?

Alessandro Manzoni (1858) Giuseppe Cornienti

di Carmelina Sicari

Vi ricordate le appassionate parafrasi de I Promessi Sposi, le analisi dei personaggi sulle orme dei critici crociani come Russo? Il paesaggio lirico mandato a memoria dell’Addio ai monti? La notte dell’Innominato che poteva concorrere con le pagine degli scrittori russi?

E che dire di don Abbondio, espressione mondiale del “sentimento del contrario” come lo ha consacrato Pirandello ne L’umorismo?

Tutto ciò sta per sparire se va avanti la riforma letteraria al ginnasio dove si studiano I Promessi Sposi, il romanzo nazional-popolare che ha consacrato da noi il romanzo storico. Una grande nostalgia ci afferra, e non solo nella memoria degli anni giovanili, quanto per un filone che non dovrebbe venir meno nella nostra formazione culturale.

Il dibattito se Manzoni sia un “oratore della fede” più che un artista ha consentito di riassumere tutto il panorama intellettuale degli anni del crocianesimo ed oltre. E il grande pannello della peste a Milano poteva concorrere con le grandi descrizioni di Tucidide e degli storici greci.

Ma soprattutto c’è un punto che occorre sottolineare: la presenza nella storia di una categoria mai apparsa prima, gli umili. Zottoli afferma che per la prima volta i potenti vengono giudicati per come trattano gli umili.

La contrapposizione con il potere osceno si configura in una lotta con un altro potere: la Provvidenza, che agisce come per caso ma costantemente e finisce con l’avere la meglio. Un lieto fine è dovuto proprio dal suo trionfo.

No, Manzoni non va eliminato in tempi di confusione.

Emozioni e guerra

di Carmelina Sicari
La guerra suscita grandi emozioni soprattutto perché nella guerra in atto manca qualcosa. Mancano gli eroi e i martiri. Eroi come Leonida che risponde al nemico persiano che lo minaccia di coprire il sole con le frecce dell’ingente esercito: «Combatteremo all’ombra.» Eroi, con un salto di secoli, come Enrico Toti che lancia al nemico la sua stampella. Martiri come i caduti della Grande guerra, tra cui mio nonno ventenne, di cui ho cercato invano la tomba nei cimiteri veneti. Caduto sul San Michele in una delle battaglie dell’Isonzo. Per generazioni i nipoti maschi si chiamarono Stefano e le femmine Stefania. Perché nella guerra a porre il discrimine tra civiltà e barbarie non è solo il valore, bensì anche l’eusebeia, il rispetto, la pietas, quella che fa grande Enea. I caduti delle Termopili hanno tutti ferite al petto. Non che si possa prediligere la guerra, ma certo questa attuale, con i missili che sfrecciano anonimi nello spazio, rispetto alle precedenti ha un surplus di orrore. E nella guerra di un tempo c’era la strategia. Napoleone, le braccia non conserte, organizzava l’impero e le truppe adoranti, fiduciose, certe della vittoria, ubbidivano celermente. Niente di tutto questo. Tutto sparito. Siamo a una mutazione terribile.