
L’ultimo dei “varbieri aiellesi”
di Bruno Pino
Il salone si conserva ancora come quando era in piena attività, prima che andasse in pensione. Lo specchio oblungo riflette tutti gli oggetti e gli strumenti che hanno avuto una funzione. Le forbici, le lame per radere, pettini e spazzole, la mitica brillantina, il pennello per la schiuma da barba, il seggiolino per i bambini con la testa di topolino. Tutto è rimasto com’era. Dalle vetrinette fanno capolino fotografie ingiallite, ritagli di giornali, vecchi calendarietti di quelli profumati, ricordi vari. È un piccolo museo dell’amarcord. Qui, come in una recente descrizione dei barbieri del sud del vecchio secolo, del giornalista Paride Leporace, «l’attesa del turno era lenta»; qui, «La modernità del vecchio barbiere è un ventilatore che taglia a fette l’aria del vecchio tempo».
Mastr’Adorfu, così lo chiaman tutti, ma il vero nome è Rodolfo, il protagonista di tanti anni passati con le forbici in mano, l’ultimo dei “varbìeri” ajellesi, è ancora qui. Ogni tanto, va in giro a trovare amici e parenti, infermi a letto; e per carità cristiana, a chi accorcia i capelli, a chi rade la barba. È un ancora giovanile signore, di minuta corporatura, capelli bianco grigi, sempre ben rasato. Per la sua curiosità avrebbe potuto fare anche il giornalista. Si informa di questo, chiede a quell’altro, ti racconta cosa è successo, cosa si dice in piazza, ti chiede il perché ed il percome. Non è difficile incrociarlo. Più volte al giorno se ne va a trovare i propri cari al Cimitero.
Mastr’Adorfu – come pure lo sono stati tanti altri artigiani del luogo, oramai passati a miglior vita – era e rimane tuttora un punto di riferimento per quegli Aiellesi che vivono fuori paese. Sono stati suoi clienti, e quando ritornano, specialmente d’estate, non mancano di passare dal vecchio salone per salutarlo. Il suo, il vecchio salone, come anche le vecchie e innumerevoli “putighe” di una volta sparse per il paese, era una sorta di ritrovo. Frequentato non solo per farsi la toeletta, ma per leggere il giornale, o parlare, come si suole dire, del più e del meno.
A sprazzi ci ha raccontato la storia della sua vita e dell’attività artigianale durata per un quarantennio. Nato ad Aiello nel marzo del ’35, giovanissimo, Rodolfo Sicoli va a imparare il mestiere nella “putiga” di mastru Fiorenzo Pucci. Diversi anni di apprendistato e poi, come tanti coetanei in quel periodo, dopo la seconda guerra, se ne va a cercar miglior fortuna, un po’ a Milano, e poi a Roma, sempre come aiutante barbiere. A 18 anni, nell’autunno del 1953, decide di mettersi in proprio, e apre il suo salone ad Aiello, dove era nato e dove avrebbe formato famiglia. Per oltre quarant’anni, “il simpatico figaro” dell’antico paesino di Ajello chissà quanti baffi ha sagomato, quante barbe ha raso, e quanti tagli di capelli, a padri di famiglia e giovanotti. Nel dicembre del 1962 sposa Gilda Lepore. Dal loro matrimonio nascono Carmela – che perderanno prematuramente nel 1994 – e Graziella che i coniugi Sicoli li ha resi nonni. Il 1994, a dicembre, il salone chiude i battenti. Mastr’Adorfu se ne va in meritata pensione. Ogni tanto, però, riapre le porte per liberare i ricordi. Ricordi che per un po’ ci riportano indietro negli anni, con nostalgia.
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peccato che non ce una foto di mio nonno eugenio Bernardo anche lui era barbiere a aiello ciao rita dalla spezia
anche mio nonno era barbiere peccato che non ha una foto lui era eugenio Bernardo ciao rita dalla spezia