La sindrome bizantina

Di Carmelina Sicari

Sì, siamo greci. Il testo di Elio Stellitano, La sindrome bizantina, propone un sostanziale disvelamento, abroga la dissimulazione dell’essere qualcosa d’altro. L’elemento bizantino è l’essenza della nostra storia, di noi calabresi, ma è anche estensibile all’attualità per singolare contaminazione. I bizantini non sono mai spariti sotto i colpi delle armate normanne dalla storia della Calabria che diviene metafora della storia attuale. Ferocia, crudeltà e nello stesso tempo desiderio di andare oltre la storia, di vivere al di là del tempo, sono gli elementi contraddittori ma drammatici e reali della vicenda rappresentata nella poesia. Sì, perché si tratta di un testo poetico con cui l’autore inaugura un nuovo genere, la poesia storica, che non esiste nel nostro territorio letterario. Esiste l’ode manzoniana che volge al religioso con gli Inni sacri ma anche con i cori delle due tragedie. Esiste la lirica patriottica, l’inno, esiste la poesia di Merope dannunziana ma non una vera e propria poesia storica. La tradizione poetica nostrana è lirica e la storia è stata proclamata defunta già da un po’. L’Alexandros di Pascoli con un occhio bruno e l’altro azzurro risponde ai canoni del simbolismo più che a quelli della storia. Invece in America con Withman ad esempio e l’ode al Capitano per la morte di Lincoln, lo spazio letterario dedicato al genere è ampio. Naturalmente è epopea e storia negativa. Tra le muse non sorridono al poeta né Erato né Calliope. Solo Talia irride e stride nei versi, distici con rima, rapidi folgoranti. Le vittime lì trascorrenti sono anche carnefici ed il fuoco greco, la crudeltà imperanti dilagano fino ai nostri giorni e costituiscono una chiara metafora della nostra terribile realtà. Nella metafora gigantesca la Calabria thema di Bisanzio occupa un posto importante in cui abitano ancora tanti romei, dato che il cognome più diffuso è proprio Romeo. Dopo la caduta degli Dei ai Romani succedettero i Romei, ma che si estende con immensa dilatazione ad altre sanguinose province di oggi dove il mondo religioso delle icone, coesiste, singolare contraddizione con una crudeltà efferata. Il panorama umano sembra vario ma è uniforme nella spettacolare crudeltà. Teodora Amalasunta, Belisario, sono da essa accomunati e la sigla globale più del fragore delle armi e dei raggiri, nell’incubo dei complotti, è il sonno dell’umanità. Dormono persino i monaci sui codici miniati. Dormono nei bivacchi dei confini i mercenari slavi. Dormono i mercanti. Nei monasteri basiliani i saggi dormono sopra i codici purpurei. E i distici rappresentano, chiusi come sono dalla rima, la chiusura di un mondo sostanzialmente senza porte né finestre, monade assoluta. Il ritratto della galleria affollata più crudele è quello di Teodora cortigiana bizantina. Ma tremenda è anche l’ immagine di Odoacre, di Belisario, di Amalasunta. Talora poi l’arcipelago sommerso diviene esplicito e ecco apparire personaggi attuali, assassini che scrivono poesie e attuano metamorfosi senza cambiamento. La parola più ricorrente è notte. La notte di Narsete non illuminata dal fuoco greco che ne accresce la potenza e la tenebrosità. Non è la notte oscura mistica dell’abbandono di Dio ma quella dell’abbandono e della sparizione dell’uomo. La poesia storica così diviene anche profetica.


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Pubblicato da

Bruno Pino

Bruno Pino è giornalista, blogger, appassionato di storia locale, fotografo - Cosenza & Aiello Calabro (Cs) - Contatti brunopino66@gmail.com | +39.3495767435

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