di Carmelina Sicari
Confesso di considerare con grande scetticismo l’ipotesi del ponte sullo Stretto e della sua possibile realizzazione, come d’altro canto quasi tutti quelli che abitano sulle sue rive. È un sogno certo della mia infanzia quando si cantava sui carri allegorici per la festa patronale: “ed andremo a piedi cucchi, cioè uniti – ed arriveremo fino là” e si mostrava l’altra riva. Faccenda di miracoli l’attraversamento dello Stretto che fu davvero attraversato da un Santo italo-francese, secondo la tradizione. Anzi l’attraversamento con mezzi inusuali, ed il ponte lo è, è avvenuto solo con San Francesco di Paola, santo italo francese, giacché è vissuto in Calabria la prima parte della sua vita ed in Francia la seconda. Santo calabrese ed europeo come sono europei tutti i più illustri calabresi, come Salfi, come Alvaro. È il santo che rappresenta maggiormente lo spirito dei Calabresi ed anche i loro sogni, le loro speranze. Il celebre miracolo dell’attraversamento dello stretto sul mantello tra l’infuriare dei marosi è stato espunto dalle biografie ufficiali. Non c’è certo documentazione adeguata ma è uno dei miracoli più strepitosi insieme all’attitudine del Santo di toccare il fuoco senza bruciarsi, di resuscitare i morti, di far sanguinare le monete frutto di estorsione ai poveri e così via. Un’attitudine taumaturgica che colloca il Santo al pari del poverello d’Assisi e di Sant’Antonio da Padova. San Francesco doveva recarsi dalla sponda calabrese a quella opposta messinese. Il traghettatore poiché il santo non aveva denaro per pagarlo, si rifiutò di traghettarlo. Allora il santo stese il suo mantello sull’acqua e vi salì insieme ad un fraticello percorrendo il mare in preda ad un tempesta furiosa. Il santo viene collocato tra gli umili ed i potenti perché l’ultima parte della sua vita la trascorse in Francia dove viene chiamato perché provvisto di spirito profetico e perché guarisse il re francese, Luigi XI. Ma questo non significa che San Francesco possa essere considerato amico dei potenti come degli umili perché la sua condizione di eremita lo poneva accanto ai poveri, agli oppressi, agli emarginati di ogni genere. Nella società specie meridionale questo ruolo assumevano gli eremiti, i fraticelli che abitavano nelle grotte e che si ergevano con insolito ed improbabile coraggio contro i potenti in difesa del popolo. Nella canzone di Aspromonte uno di questi va a sfidare Almonte e gli invasori. Nella biografia di San Francesco questo ruolo viene assegnato al Santo nel miracolo delle monete. Il Santo davanti a re Ferrante d’Aragona spezza le monete che provengono dal tributo del popolo e da esse sgorga sangue vivo. Non c’è un bios di San Francesco ma c’è una vera e propria legenda come quella sorta intorno a San Francesco di Assisi, la legenda aurea. Ci sono le storie milazzesi. La storia dell’impiccato che Francesco richiama in vita e che entra nel suo ordine. La storia del pozzo dell’acqua che diviene potabile. La storia dell’immagine impressa sulla porta di Candida sua seguace. Una fioritura come nei Fioretti di San Francesco. Questa fioritura di storie viene continuata nell’opera ottocentesca di Nicola Misasi che consacra definitivamente la vicenda di San Francesco come emblematica della Calabria. Francesco è il ribelle e rappresenta il cuore ed il carattere del calabrese così come Telesio ne rappresenta l’intelletto. Visione prettamente romantica ma molto suggestiva. Il ciclo francese è anche quello dei potenti. Costretto dal papa Sisto IV ad andare in Francia presso Luigi XI, egli incontra nel lungo viaggio Ferrante d’Aragona, il papa stesso oltre al re di Francia che non guarisce e resta legato da una promessa fatta al re a Tours fino alla sua morte. Ma sia il viaggio che la sua dimora in Francia sono costellati da guarigioni e prodigi. Francesco è anche dotato di profezia. La più grande è quella del gran monarca che ricorda da vicino Gioacchino da Fiore. In effetti se la leggenda della sua vita ricorda Francesco di Assisi e Antonio da Padova che lottava contro Ezzelino da Romano e compieva analoghi prodigi. Probabilmente la spinta decisiva verso la Francia fu dovuta all’impegno del papa di riconoscere la regola e l’istituzione dell’Ordine dei Minimi fortemente voluto dal santo che in tal modo intendeva contribuire alla riforma della Chiesa. Nella sua adolescenza il pellegrinaggio a Roma lo aveva spinto al desiderio di riforma soprattutto nella direzione della povertà. I minimi non devono aver denaro. E la fondazione dei conventi a Corigliano, a Paola, in Sicilia, a Genova, a Roma e poi a Praga in Europa segna il passaggio dalla vita eremitica a quella cenobitica. L’ultimo degli eremiti è San Francesco da Paola. La povertà come assunto della regola lo lega al movimento francescano del poverello di Assisi. Secondo la tradizione l’altro polo della regola Charitas gli viene dettato da un Angelo. Eremita e riformatore sempre umile ha spiegato in un altro miracolo il fondamento dei prodigi, la fede. Un giovane affetto da una piaga inguaribile si reca da lui che raccoglie un’erba e gli dice di fare un impacco sulla ferita. Il giovane scettico esclama che ha usato infiniti decotti e medicine inutilmente ed il Santo spiega che non è l’erba ma la fede a compiere il prodigio. La biografia del Russo insiste su questo aspetto cogliendo la sua carica riformista attraverso l’ordine dei minimi da lui impressa nella storia. Da ribelle a riformatore dunque ma sempre interprete dello spirito di trasformazione interiore. La regola fu approvata nel 1506 un anno prima della morte del Santo nel 1507, da Giulio II venne santificato appena dodici anni dopo la morte tanto grande è la sua fama. Il suo corpo bruciato dagli Ugonotti nel 1583 durante le guerre di religione in Francia ha fatto registrare un altro miracolo. Il fuoco suscitato dai profanatori continuava a spegnersi e solo quando essi fecero bruciare una croce si mantenne vivo. Solo il Santo forse può risolvere il problema del ponte.
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