Costabile e Calogero, testimoni della Calabria perduta

di Carmelina Sicari

Ricorre il centenario della nascita di Franco Costabile, l’autore de La rosa nel bicchiere e de Il canto degli emigranti. È un triste anniversario perché seguìto immediatamente da quello della morte avvenuta per suicidio nel 1965. Quattro anni prima moriva allo stesso modo Lorenzo Calogero. I due testimoni sono loro. Di che? Della Calabria perduta, abbandonata, colma di tenerezza come appunto La rosa nel bicchiere ma traboccante di disperazione. Testimoni della marginalità del dolore particolare, i due poeti consacrarono nella poesia e nel suicidio l’appartenenza viscerale alla terra e la condivisione del suo destino, Costabile celebrando il tema del paradiso perduto specie ne Il Canto degli emigranti, Calogero, la cosmicità e la tragedia del vuoto ne I quaderni di Villa Nuccia e in Perpendicolarmente a vuoto. Il paradiso perduto si concretizza nella tremenda immagine dei passi sciolti che risuonano sul selciato di chi abbandona il proprio luogo natio per andare chissà dove chissà dove. Il vuoto è rappresentato in Calogero dall’immagine geometrica di Perpendicolarmente. Calogero è un poeta post ermetico in cui l’eredità di Leopardi si esprime in forme assolutamente nuove. Il vagheggiamento tutto leopardiano della morte così viene espresso: La non amante amata che mi ama ancora. Ma ci sono altri testimoni anche se meno tragici. Il giorno della Calabria di Leonida Repaci apre con un registro diverso, sulle bellezze della Calabria. Il Creatore assegna alla terra che somiglia alla California tutte le bellezze ed i beni possibili ma interviene il nemico pronto a spargere negatività. E poi naturalmente Alvaro che della terra scopre in Gente d’Aspromonte un tremendo dualismo. Regno di abbondanza quello del patronato e di miseria l’altro dei pastori. Antonello cova un sordo rancore per il mondo da cui è escluso e diviene ribelle e fuorilegge. Si propone quando arrivano i carabinieri d’arrestarlo, di dire il fatto suo alla giustizia che finalmente incontra. No, la vita dei pastori d’Aspromonte non è bella. Eppure loro i pastori con i lunghi cappucci calati sul viso e i lunghi mantelli poggiati ad un bastone sembrano divinità greche. E la terra è cruda con le piogge dilavanti ed i torrenti che straripano. Così in Strati in Tibi e Tascia le acque e la durezza delle stagioni condizionano il carattere e la storia di due adolescenti. Tutti testimoni di qualcosa che sembra ineluttabile, fatale, immutabile.


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