A Melicuccà si rinnova l’appuntamento con il festival della poesia, evento che pone al centro la memoria e l’opera del grande poeta Lorenzo Calogero.
Nato nel 1910 e scomparso nel 1961, Calogero può essere definito, a buon diritto, l’erede novecentesco di Giacomo Leopardi. Non è un caso che un recente volume a lui dedicato definisca “infiniti” i temi calogeriani. Analizzando versi come: La non amante, amata che m’ama ancora, si intravede quella “morte” su cui, con virginale senso, amava adagiarsi il poeta di Recanati. Tuttavia, tale definizione non basta a circoscrivere la poesia vorticosa di Calogero. Il testo di Luigi Tassoni, intitolato Gli infiniti di Lorenzo Calogero, ne esplora la profonda parentela con l’infinito leopardiano, sottolineando come la scrittura calogeriana non faccia riferimento a un sistema di pensiero precostituito, ma viva di vibrazioni e suoni.
Una poesia di pura vibrazione. Il poeta, figlio del cosmo, raggiunge vette liriche attraverso l’energia di singoli fonemi, come nel folgorante verso: perpendicolarmente a vuoto.
La poesia di Calogero è infinita nella dimensione della lingua: una poetica che allude e cattura musicalmente, fondendo una brevità icastica a un’intensità abissale.
Il riconoscimento critico. Pochi critici hanno saputo comprendere appieno la portata della sua opera; tra le rare eccezioni spicca Andrea Zanzotto. Calogero resta, dunque, il vero erede di Leopardi: maestro di un linguaggio spezzato, visionario e musicalmente tragico.
Capita di sentirsi un burattino anche senza la celebrazione dell’anniversario collodiano. Pinocchio è apparso in un momento in cui il pupo faceva il suo ingresso nella letteratura — e non solo come espressione fantastica e letteraria, bensì in una dimensione sociologica e filosofica. Pupi tutti! grida un personaggio pirandelliano al culmine dell’esasperazione. Lo spirito di Dio entra in noi e si fa pupo. E il titolo di un’opera di Rosso di San Secondo suona: Marionette, che passione! La scoperta di una non autenticità, di una limitazione della libertà e della soggettività sono i temi del Novecento. Pinocchio fa testo con i suoi incontri, che ne rivelano la fisionomia occulta della separazione dall’io. Tutti gli incontri sono paradossali. Così il giudice afferma che l’amnistia è una misura per i colpevoli, e quando Pinocchio dichiara di essere innocente, allora sentenzia: E tu resti in carcere. Così l’omino di burro e il paese dei balocchi, così i medici allocchiti che affermano che se il burattino non è morto deve essere per forza vivo — e così esprimono la loro sapienza nel campo. Pinocchio ha una vita parallela alla nostra, e per questo uno dei suoi maggiori interpreti è Manganelli, che scrive un libro parallelo. Ma i piani del testo, intriso di simboli e di riferimenti illustri, sono espliciti: quello della realtà dura, in cui operano mistificatori come il Gatto e la Volpe; l’altro letterario, di influssi alti; e infine uno profondo, simbolico. Pinocchio si accosta a tutti i piani e riesce a conquistare se stesso. Com’ero buffo quando ero un burattino! Dovrebbe essere la conclusione di ogni formazione, del raggiungimento del sé.
Vi ricordate le appassionate parafrasi de I Promessi Sposi, le analisi dei personaggi sulle orme dei critici crociani come Russo? Il paesaggio lirico mandato a memoria dell’Addio ai monti? La notte dell’Innominato che poteva concorrere con le pagine degli scrittori russi?
E che dire di don Abbondio, espressione mondiale del “sentimento del contrario” come lo ha consacrato Pirandello ne L’umorismo?
Tutto ciò sta per sparire se va avanti la riforma letteraria al ginnasio dove si studiano I Promessi Sposi, il romanzo nazional-popolare che ha consacrato da noi il romanzo storico. Una grande nostalgia ci afferra, e non solo nella memoria degli anni giovanili, quanto per un filone che non dovrebbe venir meno nella nostra formazione culturale.
Il dibattito se Manzoni sia un “oratore della fede” più che un artista ha consentito di riassumere tutto il panorama intellettuale degli anni del crocianesimo ed oltre. E il grande pannello della peste a Milano poteva concorrere con le grandi descrizioni di Tucidide e degli storici greci.
Ma soprattutto c’è un punto che occorre sottolineare: la presenza nella storia di una categoria mai apparsa prima, gli umili. Zottoli afferma che per la prima volta i potenti vengono giudicati per come trattano gli umili.
La contrapposizione con il potere osceno si configura in una lotta con un altro potere: la Provvidenza, che agisce come per caso ma costantemente e finisce con l’avere la meglio. Un lieto fine è dovuto proprio dal suo trionfo.
No, Manzoni non va eliminato in tempi di confusione.
Il 18 febbraio del 1915 a Firenze moriva Costantino Arlìa, l’illustre letterato, accademico della Crusca e magistrato, nato ad Ajello il 23 agosto 1828 (immagine creata da IA*). Nel rinviarvi alla voce Arlìa Costantino del Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, curato dall’ICSAIC (https://www.icsaicstoria.it/dizionario/arlia-costantino/), ad un post sul Blog di Bruno Pino (https://brunopino.it/…/costantino-arlia…/) e alle pagine 150-160 dell’antologia Aiello ad Litteram, vi segnaliamo pure le schede SIUSA che si riferiscono ai fondi Costantino Arlìa della Crusca e della Biblioteca Marucelliana (https://siusa-archivi.cultura.gov.it/…/siusa/pagina.pl… – https://siusa-archivi.cultura.gov.it/…/siusa/pagina.pl…). Il rimando più importante, però, è per questa pagina di AbeBooks (https://www.abebooks.it/ricerca…/autore/arlia-costantino/) dove si possono acquistare volumi di Arlìa anche della fine del 1800. Un suggerimento per i prossimi acquisti della Biblioteca comunale di Aiello Calabro. Il 2028 è vicino, ma c’è tempo a sufficienza per pensare a qualche iniziativa in suo onore. (bp)
* “L’immagine – è la spiegazione dell’IA alla quale abbiamo chiesto di immaginare come potesse essere Arlìa – potrebbe evocare un volto familiare proprio perché si rifà a un canone visivo ottocentesco condiviso da molti intellettuali italiani dell’epoca. Non è una somiglianza diretta con una persona specifica, ma una convergenza stilistica e culturale”.
Se l’unione è il primo elemento della rifondazione europea per il nuovo ordine, ce n’è un altro importante. In tempo di bilanci si scopre che esiste un paradosso. La Calabria, considerata depauperata, in regressione perenne, ha un patrimonio incommensurabile di beni – come si dice oggi – immateriali. Non è un caso che lo storico Augusto Placanica abbia detto: «Ogni idea grande conquista l’anima del calabrese». E Antonello, il protagonista di Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, quando vede i carabinieri che sono venuti a catturarlo, esclama: «Ora finalmente potrò dire alla giustizia il fatto suo». Egli crede di sapere cosa sia la giustizia. Sicché la Calabria si trova ad avere il patrimonio più cospicuo ideale, non materiale, forse dell’intero pianeta, se è vero – come è vero – che ha il piano alternativo di un ordine mondiale rinnovato, alternativo alle progettazioni di potere odierne. Parliamo naturalmente di Gioacchino da Fiore e della sua età dello Spirito, che non ha nulla a che vedere con le trame di sostituzione egemonica ora in atto. Le bianche stole e i koimetentes, quelli che dormono in attesa della renovatio, sono immagini epiche e sublimi insieme. Questo è il primo auspicio per l’anno a venire. Non un semplice mutamento, un cambio di governance – come si dice – ma una rivoluzione culturale è necessaria per la pace. L’Aspromonte contiene il secondo auspicio: l’unità dell’Europa per la difesa del territorio. L’attaccamento al territorio è la seconda altissima idealità europea. E poi l’ultimo auspicio: la naturalezza del vivere, il ritorno alla natura, rappresentata da Alvaro che diviene, con la pubblicazione di tutta la sua opera, scrittore nazionale al pari di Foscolo o di Manzoni. Tre momenti di una condizione alta della storia della regione, di un sublime che non può cadere in oblio. Il primo momento è la visione grandiosa di un tempo che non è più dominato da economia e da lotte per il potere, in cui l’umanità raggiunge se stessa, scopre chi possa davvero essere. L’ordine nuovo non può essere un cambio di poteri ma qualcosa che va oltre. Ed infine, con Alvaro, il ripristino della filosofia della natura, così potente nel pensiero di Bernardino Telesio e Tommaso Campanella. L’avvento dell’Europa come orizzonte della vita dei pastori d’Aspromonte: non più e non solo divinità montane con i lunghi cappucci calati sui volti e i bastoni a cui si appoggiano, ma ambasciatori di una naturalezza della vita a cui occorre ritornare.
di Carmelina Sicari Tra gli studi attuali su Pasolini, importante il convegno sullo scrittore a Lamezia Terme. Convegni e analisi confermano l’importanza assunta dallo scrittore nel panorama delle patrie lettere. Un piccolo contributo alla sua esegesi. C’è una pagina de I ragazzi di vita che ricorda da vicino il libro Cuore. Ricordate l’episodio di Ferruccio? La nonna lo rimprovera mentre lui sta morendo dopo averla protetta con il suo corpo. Sangue romagnolo, il racconto mensile in Ragazzi di vita, l’atto eroico compiuto dal ragazzo che salva l’anziana dalle acque portandosela sulle spalle e che poi finisce col contrarre la polmonite e morire, è come sommerso nel caos della quotidianità degli accadimenti confusi. A stento il lettore riesce a coglierne il potente significato. Ci sono degli eroismi sconosciuti, mistificati, incompresi, sommersi. Solo una vigile coscienza può riconoscerli e comprenderne la portata. E soprattutto questi eroismi non sono sbandierati, incorniciati offerti come tali su un piatto d’argento. La realtà che noi consideriamo bassa può coprirne il senso se non c’è ampia accortezza. Pasolini è dunque il grande interprete a livello laico della coscienza individuale e soprattutto collettiva. Entrambe gli appaiono offuscate incapaci di manifestarsi ed esprimersi nel caos della contemporaneità.
E così Benni descrive la realtà intrisa di sorrisi, di assurdo, di fantasia. Un miscuglio orrido ma ironico e lieve. Perché lo scrittore scomparso ora è stato tra i più grandi interpreti della letteratura come Epifania, rivelazione autentica dell’esistenza e della storia. Gli appartengono le due categorie principali individuate da Italo Calvino ne Lezioni americane, la leggerezza e la rapidità. Il cavallo Pegaso alato è davvero il simbolo di questa scrittura sorridente e profonda, che svela lati inediti della vita con rapidità eccezionale. Ma la sua eloquenza è pari a quella di Nestore che secondo la dizione classica, aveva parole alate di persuasione. Rispetto ai latrati odierni c’è un abisso. L’abisso colmato da Stefano Benni soprattutto nei Celestini l’opera del 1992 che ne consacrò la fama. Quando venne a Reggio quasi ci scusavamo per averlo richiamato così lontano e in un’oscura periferia dell’universo letterario. Ma lui tagliò corto. Si può pensare anche qui – e la frase mi fu di conforto nelle oscure stagioni successive. Pegaso e Nestore insieme ci ha persuaso che l’esistenza va guardata da molteplici lati e soprattutto con sorridente accettazione. E non è cosa da poco. Un mestiere da stoici e che comunque ha a che fare con la peithò classica, la dea persuasione e con la necessità di sopportare il peso del dolore e della morte. Né esistenzialista né vitalista, Benni crede soprattutto alla letteratura, alla sua funzione salvifica, di correzione della volgarità, della fatica del vivere, dell’indifferenza. Una forma di suprema bellezza.
L’eroe è al centro della società greca della polis. È al centro della paideia, del sistema educativo dei giovani, della loro formazione. È al centro del mito. Nel mito l’eroe ha mille volti e mille nomi, ma è sempre lo stesso, quello che lotta contro i mostri per liberare la polis. Il mito, la paideia, la polis sono profondamente legati e l’eroe è al centro di ognuna e di tutto. L’eroe è per eccellenza chi lotta per gli altri e libera la sua gente dai mali che l’affliggono. L’eroe è Perseo, che uccide la Medusa che fa di marmo chiunque la guardi. Per ucciderla deve guardare l’immagine di lei riflessa in uno specchio. È eroe Teseo che uccide il Minotauro rintanato nel Labirinto costruito appositamente per proteggerlo. Eroe è Edipo che affronta il suo tragico destino per liberare la città dalla peste. E così via. Deve essere imitato, deve suscitare altri eroi simili a lui e per questo è un modello. Deve entrare nella paideia, nella formazione giovanile, deve suscitare l’aretè, la virtù. Deve avere imbracciato la dicaiosune, la giustizia. La connessione paideia-politeia diviene evidente e strettissima, la paideia deve fornire modelli, il mito, la statuaria, l’arte in genere devono servire non come erudizione ma come esempio di azione. Leonida e i Trecento Spartani che muoiono alle Termopili ne sono un esempio efficace. Il nemico, il Persiano deve essere fermato ed i trecento non esitano a sacrificarsi. Tutti con ferite al petto vengono ritrovati. Nessuno di loro ha provato a voltare le spalle, a cedere il campo. Paideia e politeia sono l’essenza della polis. I due bronzi riassumono le virtù esemplari, sono elementi profondamente connessi con la paideia e con la polis. Potrebbero essere Temistocle l’eroe di Salamina e Pericle, costruttori della più antica e famosa democrazia, collegati ad essa in tutta l’oratoria e nella storiografia. Riccardo Partinico ne è profondamente convinto e ha trovato prove convincenti. Secondo Platone lo stato di giustizia è prattein ta eautou fare ciò che si è capaci. Pericle è l’uomo di stato e Temistocle il guerriero, eccelsi nella loro azione, come dimostra il saggio di Partinico. Il pregio della ricerca di Partinico consiste nell’analisi del linguaggio del corpo. È un metodo indubbiamente innovativo. Non solo fonti filologiche, testi, bensì proprio l’analisi di elementi fisici. L’aretè, infatti è armonia tra mente e corpo, possanza fisica oltre che mentale. Il linguaggio del corpo dice chiaramente chi sia il guerriero con la kinè e la testa allungata. Sono le caratteristiche di Pericle. Le fonti letterarie lo dicono con chiarezza, Pericle era nato con questa caratteristica. D’altro canto, la Kinè è il segno del comandante quale era appunto Pericle figlio d Crisippo. E c’è un terzo elemento. La singolare somiglianza con il busto di Pericle al museo Vaticano, altro elemento di concordanza. Il discorso agli Ateniesi riportato da Partinico coincide con il monito di Platone nella Repubblica che al centro della politeia debba esserci prattein tà eaoutou. Fare ciò che sappiamo fare, che ci piace che è gradito. Come un refrain nel discorso si ripete a noi Ateniesi piace così. Che sembrerebbe un’affermazione presuntuosa se non avesse il corrispettivo nella frase platonica. Il tema della democrazia rappresentata da Pericle e Temistocle è quello dell’unità Unità politeia-paideia – mente-corpo, filosofia e medicina. Il grande dibattito che si svolge è tra l’arcaicità della formula della democrazia rappresentata dal binomio Pericle-Temistocle e formule più recenti. Platone vede superata la democrazia periclea, la cui aretè è fondamentalmente retorica. Ma Isocrate la difende. La definizione di Aspasia sembra essere la più giusta e solenne. Quello di Pericle il governo del migliore approvato dal popolo. I grandi della letteratura tra cui Senofonte che condivise il comando con Pericle condividono questo giudizio. L’aretè è soprattutto costruita sull’oratoria.
Ci riempie di gioia la notizia che Melicuccà, il paese che ha dato i natali al grande poeta Calogero e Montemurro che li ha dati al suo più convinto lettore, Sinisgalli, sono uniti in nome della poesia da un gemellaggio. Se trionfasse questo metodo cioè l’unione di posti disparati e lontani non avremmo bisogno del riarmo. A Melicuccà si è anche tenuto un festival della poesia. E dobbiamo ricordarci che se ogni riarmo prelude sempre alla guerra, la poesia è il più sicuro antidoto ad essa. E per questo motivo la modernità anziché optare per essa ha scelto colpevolmente le armi. Manzoni sorrideva con tristezza al fatto che il mentecatto del paese venisse chiamato ‘poeta’ ed in un bellissimo racconto di Corrado Alvaro Rinaldo che aveva ammirato il poeta-celebratore nelle feste e nei conviti, alla madre che gli chiedeva cosa volesse fare da grande, rispondeva: – Il poeta. E la madre piangeva per la delusione. Sì, Lorenzo Calogero di Melicuccà è un grande poeta, nonostante che il titolo non gli sia stato attribuito se non con grande fatica molto tardi e molto dopo il suo suicidio. Ma la sua presenza che lievita nella sua poesia intensamente come in Leopardi è solo un aspetto della sua cosmicità. Così come Il pastore errante nell’Asia del recanatese il poeta sente il figlio che gli nasce dall’Oceano e dialoga con le stelle, abbraccia l’universo intero in un impeto di vitalità e di amore. Grande poeta chi ci solleva dagli sterili ripetitivi motivi di una tradizione letteraria ormai desueta. Ma c’è un modulo critico riguardi la poesia che bisogna rivedere. È il rifiuto del dannunzianesimo attraverso la formula della poesia contemporanea come erede del Leopardi. Gozzano con l’esaltazione dell’odore dell’aglio e della cedrina certo appartiene a questa frontiera antidannunziana, così come Montale de I limoni. Ma dobbiamo considerare che il vate d’Italia sapeva perfettamente che l’essenza poetica è la parola vibrante se diceva Poeta, divina è la parola e il verso è tutto. Si tratta di individuare i punti intermedi tra Leopardi e le figurine che popolano gli idilli e la ricerca dannunziana. Tra questi va collocato Calogero.
La morte m’innamora e la vorrei condurre a quel sito in cui ella come amante amata mi ama ancora.
Questi versi rendono evidente l’eredità di Leopardi ma sono ben oltre il dannunzianesimo nella ricerca linguistica. Calogero è un profeta della nuova poesia, quella che vincerà le guerre.
Ricorre il centenario della nascita di Franco Costabile, l’autore de La rosa nel bicchiere e de Il canto degli emigranti. È un triste anniversario perché seguìto immediatamente da quello della morte avvenuta per suicidio nel 1965. Quattro anni prima moriva allo stesso modo Lorenzo Calogero. I due testimoni sono loro. Di che? Della Calabria perduta, abbandonata, colma di tenerezza come appunto La rosa nel bicchiere ma traboccante di disperazione. Testimoni della marginalità del dolore particolare, i due poeti consacrarono nella poesia e nel suicidio l’appartenenza viscerale alla terra e la condivisione del suo destino, Costabile celebrando il tema del paradiso perduto specie ne Il Canto degli emigranti, Calogero, la cosmicità e la tragedia del vuoto ne I quaderni di Villa Nuccia e in Perpendicolarmente a vuoto. Il paradiso perduto si concretizza nella tremenda immagine dei passi sciolti che risuonano sul selciato di chi abbandona il proprio luogo natio per andare chissà dove chissà dove. Il vuoto è rappresentato in Calogero dall’immagine geometrica di Perpendicolarmente. Calogero è un poeta post ermetico in cui l’eredità di Leopardi si esprime in forme assolutamente nuove. Il vagheggiamento tutto leopardiano della morte così viene espresso: La non amante amata che mi ama ancora. Ma ci sono altri testimoni anche se meno tragici. Il giorno della Calabria di Leonida Repaci apre con un registro diverso, sulle bellezze della Calabria. Il Creatore assegna alla terra che somiglia alla California tutte le bellezze ed i beni possibili ma interviene il nemico pronto a spargere negatività. E poi naturalmente Alvaro che della terra scopre in Gente d’Aspromonte un tremendo dualismo. Regno di abbondanza quello del patronato e di miseria l’altro dei pastori. Antonello cova un sordo rancore per il mondo da cui è escluso e diviene ribelle e fuorilegge. Si propone quando arrivano i carabinieri d’arrestarlo, di dire il fatto suo alla giustizia che finalmente incontra. No, la vita dei pastori d’Aspromonte non è bella. Eppure loro i pastori con i lunghi cappucci calati sul viso e i lunghi mantelli poggiati ad un bastone sembrano divinità greche. E la terra è cruda con le piogge dilavanti ed i torrenti che straripano. Così in Strati in Tibi e Tascia le acque e la durezza delle stagioni condizionano il carattere e la storia di due adolescenti. Tutti testimoni di qualcosa che sembra ineluttabile, fatale, immutabile.