
Di Gianfrancesco Solferino
Per uno strano scherzo del destino (qualora il destino esistesse!) per il secondo anno consecutivo vengo chiamato per un ricovero il 26 settembre, giorno in cui la Chiesa universale celebra i fratelli siriani, medici e martiri, Cosimo e Damiano. Il loro culto, diffuso capillarmente nell’orbe cattolico, riscuote ab immemorabili una devozione particolare in tutto il Meridione italiano. Cosimo (o, più correttamente Cosma) e Damiano, infatti, esercitarono, secondo il Martirologio, la missione del chirurgo e del farmacista, cerusici di un tempo lontano (IV secolo), armati di una scienza empirica e pochi, pochissimi mezzi ma capaci di dispensare, prima dell’arte medica, il dono superno e lenitivo della Carità.
Non sappiamo se i Fratelli siriani, operando nella loro pur breve vita, furono ispirati dal principio ippocratico “Divinum est opus sedare dolorem”. Certamente ebbero ben chiaro il monito del Maestro divino che ai Dodici intimò: “… Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni” (Matteo 5, 6-8). E, con altrettanta perentorietà Cristo soggiunse: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Una frase troppo scomoda per questo mondo, soprattutto per coloro i quali, pur potendo dispensare sollievo alle sofferenze altrui, hanno fatto e continuano a fare della medicina uno strumento di arricchimento, di speculazione, di benessere personale. Per quell’applicazione sine glossa del monito evangelico, Cosimo e Damiano si fecero largitori instancabili di cure e di aiuto gratuiti a persone di ogni condizione sociale. Per questo meritarono dalla Chiesa il commovente appellativo di “Anargiri” che letteralmente tradotto dal greco significa “senza argento”. Si, i Medici senza argento! Peccato che i primi a tradire la vocazione dei Medici siriani furono i loro colleghi, molti dei quali ancora oggi sono sempre più convinti di dover “spremere” succo dalle pietre e condannare alla disperazione quanti, pur non potendo, devono comunque ricorrere privatamente alle cure mediche con costi inverosimili e spesso, troppo spesso, erogate lontano da casa.
E mentre i signori politicanti tornano a litigarsi per gli scranni di Palazzo Campanella promettendo una nuova e “taumaturgica” sanità pubblica, con ospedali all’avanguardia, strade nuove e nuovi ponti che li colleghino, migliaia e migliaia di calabresi soffrono indicibili disagi, spesso costretti a costosissime migrazioni fuori regione oppure a rimanere succubi dell’approssimazione diagnostica di chi convintamente sostiene di poterli curare allungando i tempi di agonia o velocizzando quelli del trapasso. Lungi da chi scrive l’idea di fare di tutte le erbe un fascio e condannare senz’appello l’intera classe medica. Ma non posso che unirmi al coro di quanti che, come me, sono stati colpiti da una malattia degenerativa e, pur insistendo a rimanere in Calabria, devono ora pagare le spese di una Sanità allo sfascio, di nosocomi chiusi o fantasma, di ospedali non attrezzati o, comunque, non idonei a fronteggiare una patologia grave. Ospedali come il G.O.M. di Reggio Calabria dove i medici sono pochi, spesso soffocati dall’utenza troppo numerosa, le strutture sono antidiluviane e insufficienti, per non dire scomode e inadeguate. La quotidiana esperienza che sto vivendo al G.O.M. in questo frangente, è uno schiaffo sonoro alle bugie dei politici, in primis per via dello sforzo imposto al personale medico e paramedico che vi lavora, costretto ad un inaccettabile surplus di lavoro, senza tralasciare la vergogna delle stanze, arredate con mobilio di venticinque anni fa (raffazzonato, cadente, non detergibile) dei letti (completamente affossati e spesso senza comandi funzionanti per la mobilità), passando per l’inaccettabile stato dei bagni (senza pavimentazione antiscivolo, senza presidi per i portatori di handicap, senza docce, o perché rotte o perché non fruibili) e finendo con la sciatteria della refezione (consegnata ai pazienti senza un vassoio e senza un fazzoletto di carta) e alla pulizia (sommaria e troppo frettolosa per essere definibile igiene, men che meno “sanificazione”).
Confesso che mi ha ferito la leggerezza e la presunzione di chi, il 20 marzo scorso, con un’ischemia cerebrale in corso, mi ha dimesso dal Pronto Soccorso del G.O.M. sostenendo che ero semplicemente affetto da una crisi epilettica. Mi ha ferito ancor di più l’apatica freddezza di chi, dovendomi prescrivere una risonanza magnetica, ha sbagliato i nuovi codici regionali per l’esecuzione dell’esame, lasciando passare più di due mesi per avere – finalmente! – la dicitura corretta. Dal 20 di marzo la risonanza è stata quindi eseguita privatamente soltanto il 10 luglio. Con la visita di controllo del 26 agosto, constatato lo stato di avanzamento della mia patologia – la Sclerosi Multipla Progressiva – e l’ennesimo episodio di ischemia cerebrale verificatasi il 20 marzo, di cui ancora è ignorata l’eziologia, mi sono state consigliate analisi che, per il CUP CALABRIA, non erano prescrivibili perché somministrabili solo in regime di ricovero. Un altro errore burocratico, una nuova leggerezza a mio danno. Ed ora eccomi qui, sotto le cure di un altro specialista che, scandalizzatosi per quanto accaduto, ha pensato bene di sottopormi a nuovi accertamenti per fare finalmente chiarezza sullo status quo e su cosa si potrà fare per provare a rallentare questa malattia, diagnosticabile già nel 2012 ma che per colpa dei numerosi “scienziati” che mi hanno visitato nel frattempo, è stata riconosciuta con grave ritardo soltanto nel 2019.
La mattina del 26 settembre, mentre prendevo posto nel letto assegnatomi nel reparto di Neurologia, ho pensato intensamente alla spumeggiante bagarre di fedeli che in quei momenti brulicava per le strade di Riace e stava accompagnando le statue dei Santi Medici dalla chiesa madre al loro antico santuario extra moenia. La bellezza diafana delle venerate immagini lignee, “tradita” da un recente restauro che ha offuscato i colori originali e la tenerezza affabile dei loro volti, rimane comunque scolpita nella mia mente, nel mio cuore, parimenti alla loro potente gestualità, che guarda oltre i confini del tempo e dello spazio e continua ancora a rassicurarci, a infonderci coraggio. A infondere speranza in quella folla incontenibile che senza sosta porge loro doni e offerte pur dimenticando che Cosimo e Damiano sono e saranno sempre i Medici Anargiri, cioè medici per vocazione, non per denaro.
Mi sembra di risentire in questo momento, pur nel vociare ospedaliero, i canti dialettali intonati da Immacolata Pisani, “vicina di casa” di San Cosimo e di San Damiano (abitava proprio accanto al campanile!), custode della tradizione riacese, depositaria di un patrimonio immateriale che il tempo e l’insipienza della modernità sembrano a tutti i costi voler lentamente cancellare. “Mmeculata – così la chiamavano affettuosamente i Riacesi – oggi non è più tra noi, ma in tanti ancora oggi ci emozioniamo ricordando la sua voce ferma e roboante mentre intonava una delle “razioni” più antiche, un canto in minore severo e dal forte potere evocativo.
“E San Cosimu e Domianu / ed era medicu e suvranu / Chi sanava la carna rutta / e ccù lu meli e ccù la bucca. / Cù la bucca l’avìa sanatu / E lu regnanti ch’era ammalatu!” /
Narrata la guarigione miracolosa di “nu tala regnanti”, il canto si sofferma sul toccante dialogo tra il re miracolosamente risanato e i suoi Benefattori:
“Chjiamati la rigina, mia mugghjieri / La mia rrobba vi vogghjiu rigalari!”
Rispondono di rimando Cosimo e Damiano:
“Nui no ‘mbulimu no rrobba e no dinari / Fumma mandati de’ nostru Signuri. / Cu’ li dinari nui facimu arruri / Si po’ cadira ‘mpeccatu mortala!”
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