di Carmelina Sicari
Spentasi la generazione dei primi alvariani come De Angelis — quelli che gli facevano da guardia del corpo — tramontata la stagione dei critici come Pedullà, resta come un immenso spazio interpretativo.
Tre elementi occupano buona parte di questo spazio: l’elemento iconico dei pastori con i lunghi cappucci appoggiati ai nodosi bastoni; il silenzio di Melusina, che conserva come un segreto interrotto dal grido di Antonello, che vuole dire il fatto suo alla giustizia che è venuta a prenderlo.
Il pastore è dentro di noi.
L’elemento primitivo che ha sostituito l’idillio è fondamentale. Come per la Calabria, Gente d’Aspromonte è nella memoria soltanto, non la nostalgia dell’Eden perduto. Non sono primitivi i pastori, ma al di qua della storia. Sono fuori dalla storia, che scorre come lontano da loro.
E poi c’è il silenzio di Melusina, che custodisce un universo di sensazioni, di dolore, di pensieri.
Ma su tutto si leva il sentimento di giustizia di Antonello. Proprio qui Alvaro dimostra di saper interpretare lo spirito della gente di Calabria, animata da una richiesta inesausta di giustizia.
La lettura del loro carattere, della loro anima, è il segreto dell’attualità del grande scrittore.
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