di Carmelina Sicari
Alla notizia della possibile estinzione del genere umano a causa del clima impazzito e del caldo straordinario e intollerabile, ci si sarebbe aspettata una qualche reazione, e non una tranquilla indifferenza come è stato di fatto.
L’anno Mille era stato ben diverso: Carducci ne commenta l’avvento come una profonda liberazione. Il terrore panico aveva dominato in conseguenza della profezia. “Mille, non più mille”: l’alba dell’anno successivo al Mille segnò la fine di un incubo.
Qui, ora, siamo al netto opposto. “La terra può finire”, diceva Carlo Cassola. Ma resta la memoria, e l’arte.
Un testimone particolarmente attendibile in questi tempi apocalittici è Oriana Fallaci, che è stata testimone di un’altra apocalisse, quella dell’11 settembre, e ce ne ha lasciato memoria ne La rabbia e l’orgoglio, un testo straordinario, testimonianza della civiltà occidentale e della sua storia.
A vent’anni dalla sua morte, Oriana Fallaci è più che mai attuale.
Commemorare Oriana Fallaci sembrerebbe un’operazione inutile di coccodrillaggio, e basta — ma c’è un episodio che mi piace ricordare.
Gita scolastica in Grecia. Gli alunni mi chiedono con insistenza di visitare il cimitero. Ad Atene.
“Ma perché?”
Li accontento.
E lì, giunti, si precipitano dietro indicazioni dettagliate su una tomba: quella di Panagulis.
Avevano letto Un uomo, appunto, della Fallaci, e ne avevano tratto un’impressione imperitura e drammatica.
Un uomo, insieme a La rabbia e l’orgoglio, sono i segni del genio di Oriana, che merita di essere ricordata con gratitudine.
Scopri di più da Parole & Immagini
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.