Portalettere che vanno e che vengono. Il tempo di imparare a chi e dove recapitare la posta che vengono trasferiti in altre località. Così può capitare che una lettera, un vaglia o una semplice cartolina che aspettavi da chissà quanto tempo, magari è in giacenza da più giorni, in attesa che il nuovo postino inizi lentamente a farsi una idea esatta delle vie e viuzze del centro storico o delle numerose frazioni. Tale situazione della distribuzione della posta, che permane oramai da più tempo, ha creato non pochi malumori tra gli utenti della cittadina tirrenica. E ha convinto il primo cittadino Gaspare Perri a lamentarsi con il responsabile del Recapito di Poste Italiane di Cosenza e con il Direttore delle Poste di via Vittorio Veneto della città bruzia. “Con la presente nota – scrive il sindaco in un telegramma – porto a conoscenza delle signorie loro che da oltre dieci giorni il centro urbano di Aiello Calabro è sprovvisto di portalettere. Data l’importanza del servizio – aggiunge Perri – pregasi provvedere, ognuno per la propria competenza, con cortese sollecitudine onde evitare gravi disagi a questo Ente ed alla popolazione tutta”.
AIELLO CALABRO – Dopo ben due anni dalla scomparsa, quando aveva perduto ogni speranza, una signora di Roma ritrova il suo cane in Calabria. La storia da “chi l’ha visto”, in versione canina con lieto fine – che ci è stata appena raccontata -, inizia in una brutta giornata di pioggia quando Power (questo il nome del meticcio, un incrocio tra un pastore tedesco ed un labrador) si allontana da casa sulle tracce della sua inseparabile padrona che era dovuta partire per qualche tempo. Le strade di Roma sono tante e Power finisce per perdersi. Per fortuna incontra Vincenzo, un ragazzo calabrese, che lo nota spaesato e infreddolito nei pressi di un centro sportivo dove lavora dalle parti di Roma sud. Tra i due nasce subito una grande amicizia. Vincenzo però sa che il cane di grossa taglia – che porta un collare bordeaux con le borchie ottonate – si è smarrito e che i suoi proprietari lo stanno certamente cercando. Comincia a chiedere in giro, ma per diverse ragioni, le ricerche, da una parte e dall’altra (è stato persino dato l’annuncio dello smarrimento durante una rubrica televisiva di “Buona Domenica” condotta da Enrica Bonaccorti), rimarranno senza alcun sito. Così Vincenzo decide di adottare Power che ribattezza Arturo. Ma il giovane e la sua compagna Federica, lavorano tutto il giorno e il grosso cane – nonostante abbia a disposizione un bel giardino – soffre la solitudine delle lunghe giornate romane. Dopo un po’, anche se a malincuore, arriva la decisione di portarlo giù in Calabria, dove vivrà in campagna dalla famiglia della sorella di Vincenzo. Qui, nella nuova residenza, il meticcio marrone – a cui tutti si affezionano, specialmente la piccola Sabrina – mette su famiglia con tanto di piccoli al seguito. In fondo al cuore, però, forse non ha mai dimenticato la sua prima padrona Anna. Forse un giorno potrà rivederla. Chissà. Il desiderio di Arturo comincia ad avverarsi nel mese di marzo scorso. L’occasione è il compleanno di Vincenzo. Giada, sua cognata, gli compone al computer un biglietto di auguri con le foto dei familiari e di Arturo. È soddisfatta del piccolo lavoro, così lo stampa e, prima di darlo al festeggiato, lo mostra ad una collega che si chiama Dora, la quale, neanche a farlo apposta, è la figlia della signora Anna, la proprietaria di Power/Arturo. In breve tempo si organizza la trasferta in Calabria. Dora, prima di annunciare la bella notizia del ritrovamento alla madre, vuole essere certa che si tratti davvero del loro cane. L’epilogo è di quelli strappalacrime. Carezze, baci, salti di gioia. Poi, il viaggio di ritorno verso Roma e l’incontro con la ignara signora Anna. Immaginatevi la immensa gioia della signora romana per aver ritrovato il suo cucciolone Power. Una volta tanto, tra i tanti, troppi episodi di abbandoni di animali che si sentono in giro, una bella storia di Pasqua che si conclude nel migliore dei modi.
AIELLO CALABRO – In un inventario di metà ‘700 del Regio Tavolario Schioppa, di opere d’arte rappresentanti S. Francesco di Paola conservate nelle chiese aiellesi, se ne contano diverse. Nell’Apprezzo Schioppa – come riporta lo storico Rocco Liberti in alcuni numeri recenti della rivista Storicittà edita a Lametia Terme – nella chiesa di Santa Maria Maggiore erano custoditi: un quadro nella cappella di juspatronato della famiglia Manetta della Madonna del Carmine con S. Caterina e S. Francesco di Paola, e un altro dipinto nella Cappella dei Giannuzzi dedicato al santo taumaturgo di cui ricorre quest’anno il quinto centenario della morte avvenuta il 2 aprile 1507. Nella chiesa di S. Giuliano si conservava un quadro dell’Addolorata con S. Giuliano e S. Francesco. In un’altra cappella ora distrutta, quella di S. Giuseppe sita nell’omonimo largo, era custodito un quadro della Beata Vergine ed i Santi Giuseppe e Francesco di Paola. Oltre alle opere d’arte citate, di cui oggi non rimane nessuna traccia, nel centro dell’abitato, c’era e c’è tuttora, nell’omonimo spiazzo, la cappella devozionale dedicata a San Francesco di Paola, il santo calabrese “onnipresente – fa notare Liberti – in quasi tutti gli spazi sacri di Aiello”. La chiesetta venne costruita nel 1718 per volere della famiglia Giannuzzi.
AIELLO CALABRO – L’ex Convento degli Osservanti, appena fuori dal centro storico di Ajello, è certamente il monumento più artisticamente rilevante della cittadina. Acquisito dalla Intendenza di Finanza nel 1892 per 600 lire, il complesso dell’ex Convento, era stato dapprima fondato in località Piano della Fontana negli anni ’70 del 1400 e poi, a seguito di movimento franoso di quella zona, ricostruito a partire dal 1735 dove si trova attualmente. «Lo spettacolare patrimonio custodito nel plesso architettonico – riferisce il critico d’arte Gianfrancesco Solferino – parla eloquentemente, più di ogni altra testimonianza artistica, della grande storia di Ajello, dei fasti di un passato legato alla supremazia egemonica e alla ricca committenza di nobili casate. Le notevoli testimonianze di scultura ‘400esca napoletana, dell’arte rinascimentale toscana e dell’architettura barocca calabrese – aggiunge – ne fanno un autorevole esempio di eclettismo artistico pienamente fruibile nell’unitaria sintassi dell’opera». Nel corso del XIX secolo, con la soppressione degli Ordini Religiosi del 1809, i locali dei Frati vennero abbandonati e demoliti assieme al Chiostro, mentre l’orto dei monaci fu trasformato, a partire dalla prima metà dell’800, in cimitero. Ora, questo straordinario monumento – per il quale anni fa la stessa amministrazione comunale chiese, con tanto di delibera, il riconoscimento alla regione Calabria di sito di notevole interesse artistico – rischia di rovinarsi ulteriormente. Come se non bastassero l’umidità (che ne ha compromesso importanti parti architettoniche e distrutto nel corso degli anni un affresco del ‘500), nonché la penuria di mezzi finanziari che ne impediscono il completo restauro del luogo (che conserva peraltro l’effige della Madonna delle Grazie a cui gli aiellesi e non solo sono molto devoti), ci si mette anche il comune che, invece di spostare le tombe addossate alla muratura esterna della chiesa, sta permettendo nuove costruzioni. Eppure, nella passata consiliatura, individuate le tombe come causa di forti infiltrazioni di umidità alla parete interna della Chiesa (come si può notare dalla foto), si era deciso di rimuoverle progressivamente, e già qualcuna era stata demolita, con grande beneficio della struttura cultuale. Di recente, viceversa, l’incomprensibile e, a conti fatti, inopportuno cambio di politica del comune che avrebbe potuto far costruire nuovi loculi in altre zone del camposanto. L’appello è quello di ripensarci. Crediamo che la sensibilità dimostrata anche di recente dalla attuale amministrazione comunale per le emergenze artistiche della cittadina (si veda per esempio l’attenzione verso San Giuliano) non possa essere a corrente alternata.
“Shall I call him artist or genius – or mystic – or madman? Probably he is all.” Queste sono le parole tratte dal Robinson’s Diary, del 10 dicembre 1825, di H. C. Robinson. Parole che si interrogano sulla personalità di William Blake, un artista totale che dipinge, incide, scrive poesia (conosciuto per essere l’autore dei Canti dell’Innocenza del 1789 e dei Canti dell’Esperienza del 1794), che compone musica, considerato e conosciuto nella sua epoca soprattutto per l’attività di illustratore di libri. È certamente un uomo di genio, come lo definisce Coleridge. Il suo valore è conosciuto anche fuori dall’Inghilterra. Un pittore tedesco, che lo aveva conosciuto, ebbe a dire: “In Inghilterra ho visto molti uomini di talento, ma solo tre uomini di genio: Coleridge, Flaxman and Blake, e di questi Blake era il più grande”. Blake – di cui ricorrono 250 anni dalla nascita celebrati con una mostra di Quaderni di appunti alla British Library da metà gennaio sino a tutto il mese di marzo – nasce a Londra nel 1757. Sin da piccolo è incoraggiato dai suoi genitori a coltivare interessi artistici. In particolare, sarà colpito dai pittori italiani del trecento senese. Lo vediamo fare apprendistato presso una scuola di disegno (Henry Parr’s drawing school), poi lavorare presso un incisore (J. Basire) per alcuni anni, fino a vederlo alla Royal Academy, diretta dal Reynolds, che subito abbandona per un senso di intolleranza verso le rigide regole vigenti. Poi con l’aiuto della moglie e del fratello, aprirà un piccolo negozio di stampe. Purtroppo, il fallimento dell’attività commerciale e la precoce morte del fratello fanno cadere Blake in uno stato di profonda disperazione che riesce a superare grazie all’aiuto della moglie e degli amici Tom Paine e William Godwin. Le scarse risorse finanziarie indurranno Blake a dedicarsi a tempo pieno all’incisione, in conseguenza della poca popolarizzazione delle sue opere poetiche ed artistiche, apprezzate dai soli uomini di genio amanti di opere fuori dai canoni popolari. Il mancato successo, e i pochi proventi economici derivanti dal suo lavoro, nonché il generale procedere della sua vita, lo faranno ritirare in se stesso. E gradualmente a credere nelle realtà delle cose che dipinge: quelle straordinarie visioni del passato, presente e futuro, percepite o rilevate sotto l’influenza di uno spirito. L’importanza di Blake come artista creativo sarà messa in evidenza, soprattutto da A. Gilchrist, o meglio da una sua biografia di Blake, pubblicata postuma, grazie alla moglie di lui (di Gilchrist) e ai fratelli Rossetti. In seguito, altri studiosi si dedicheranno a Blake: da Swinburne, a Yeats, a Eliot, a Frye ecc. Al 1789 risalgono le illustrazioni per i Songs of Innocence e Thel, al 1791-92 quelle di America e al 1794 quelle per i Songs of Experience, Europe e Book of Urizen. L’anno dopo illustra Song of Los, Book of Ahania e Book of Los. Tra il 1800 e il 1802 inizia a lavorare ad una serie di illustrazioni bibliche; mentre tra il 1804 e il 1818 lavora a Jerusalem, corredata da un apparato iconografico di circa duecento incisioni; e al Milton. In conseguenza di un incontro nel 1818 con il pittore Linnel, gestore del salotto intellettuale che si riunisce nella sua casa a Hampstead, Blake pubblica una serie di illustrazioni per Il libro di Giobbe, seguita più tardi dalle incisioni per l’illustrazione della Divina Commedia, progetto che però non porta a termine a causa della morte dell’artista, il 12 agosto 1827. Dalla Tesi di Laurea di Bruno Pino
Arti Verbali e Arti Visive Ri-creazioni e trasposizioni visive di programmi verbali In W. Blake e nella Confraternita Preraffaellita Unical luglio 1996
UNA VITA davvero tormentata. Piena di amori, ma anche di delusioni, di dolore, di impegno sociale, di incontri importanti, di poesia e tenerezza. La vita di Rina Faccio o meglio di Sibilla Aleramo, la scrittrice e poetessa vissuta dal 1876 al 1960, è stata effettivamente così. «Era una donna bellissima. I suoi capelli bianchi le incorniciavano il viso come un’aureola». Il ritratto che Livia Naccarato, poetessa e scrittrice originaria di Aiello Calabro (Cs), traccia della Aleramo in una recente conversazione, è puntuale e suggestivo. La vita di Sibilla è molto movimentata e tormentata. Dapprima, la malattia mentale della madre, poi la violenza che subisce a soli 16 anni dalla quale, come conseguenza, ne deriva un matrimonio riparatore, un figlio e quindi il fallimento di questa non voluta unione coniugale. In seguito, ha diverse altre relazioni amorose, prima con il poeta Giovanni Cena che le darà lo pseudonimo di Sibilla Aleramo; poi con il pittore Cascella; il poeta Dino Campana, con cui ha una breve ed intensa quanto drammatica storia di amore (raccontata in “Un viaggio chiamato amore”, il film diretto da Michele Placido, ed interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi, per la produzione di Rai Cinema, andato in onda lunedì 19 marzo su Rai Due); ed infine con il poeta Franco Matacotta, molto più giovane di lei. La sua opera più famosa è “Una Donna” del 1906. Il libro «assume caratteristiche di manifesto, di emblema, dell’affermazione del diritto alla donna, alla sua libertà come persona umana indipendentemente dai vincoli del matrimonio, della famiglia e della maternità». Il primo libro di poesie “Momenti” invece, viene pubblicato nel 1920 a cui seguono molti romanzi. Sibilla in questo periodo vive a Roma, in una mansarda di Via Margutta, ma viaggia spesso a Parigi dove molte sue opere sono tradotte e dove riceverà, nel 1933, il “Premio alla Latinità”. Nel secondo dopoguerra aderisce al PCI, si impegna, pure, intensamente in campo sociale. Collabora, all'”Unità” e alla rivista “Noi donne”. Nel 1947 pubblica “Selva d’Amore” che otterrà l’anno successivo il premio Viareggio. Ma le ultime opere “Aiutatemi a dire” del 1951 e “Luci della mia sera” del 1956 (si trovano, unici esemplari, nella Biblioteca Nazionale – Lascito Falqui – sezione Libri d’Arte per la cui consultazione serve un permesso speciale), «assumono – ci dice la poetessa Naccarato – carattere di universalità poetica. Qui, il mito dell’amore atto ad infrangere le incrostazioni dell’antica sottomissione e ipocrisia si sublima e le luci che nel bel titolo illuminano la sua sera, sono quelle di cui una grande speranza umana, l’immagine di un armonioso paradiso su questa terra». Negli ultimi anni della sua vita – morirà il 13 gennaio del 1960 a Roma -, Sibilla va fra la gente del popolo e nelle sezioni del partito a leggere le sue poesie. Sarà in questi frangenti che Livia Naccarato la conoscerà e subito ne ammirerà la dolcezza dei gesti e la poeticità dei suoi scritti. «… Ai secoli e ai millenni di libertà/ Ai secoli e ai millenni di umana ascesa/ In questa nostra terra alfine degna/ Del grano, dell’ulivo e della rosa» (dalla lirica “Va lontano il nostro sorriso” tratto da “Luci della mia sera”). «Ci sono in questi versi, in queste parole, con la sua consueta carica di vita – evidenzia la poetessa Naccarato -, una grande fede in un mondo migliore e un grande messaggio di pace. Bene accogliamolo e cerchiamo di tradurlo in realtà; accogliamolo perché proprio in questo momento storico che stiamo vivendo di confusione e caduta degli ideali, abbiamo bisogno, invece, di credere fermamente in quegli ideali per i quali tante donne e tanti uomini hanno dato la vita».
AIELLO CALABRO – Ma che fine ha fatto la Pro Loco? Oramai a chiederselo sono in tanti. E tra questi anche il Quotidiano della Calabria. Gli ultimi segni di vitalità risalgono ad anni or sono e da allora questa associazione – che dovrebbe occuparsi, oltre che di promozione turistica del territorio aiellese, anche del miglioramento della qualità della vita nel proprio paese – non dà più traccia di se. A parte qualche collaborazione in passato con l’Amministrazione comunale, ed alcune iniziative come “Casellone sotto le Stelle” e la partecipazione al progetto Unpli “l’Arcobaleno della Storia” con l’impiego di qualche giovane nel servizio civile, la Pro Loco aiellese non ha mai brillato per come avrebbe dovuto e potuto. Per diverse ragioni. C’è da dire, tuttavia, che la responsabilità di questa annosa pigrizia riteniamo non sia attribuibile all’ultimo presidente (che a quanto ci risulta ha pure fatto sapere tempo addietro di voler lasciare la carica) o al consiglio direttivo, né alla locale Amministrazione comunale che peraltro nulla o poco ha fatto per sollecitarne l’attività (com’è noto fa parte di diritto a tutti gli effetti con un proprio rappresentante del CdA), ma che probabilmente sia in gran parte attribuibile alla parte cosiddetta attiva della comunità, la quale si sta dimostrando invece indolente e che oltre al mero desiderio proclamato di come dovrebbe e potrebbe essere il paese che vogliamo, è poco incline a spendersi per il bene della collettività e quindi ad impegnarsi in prima persona in una associazione di grande importanza, com’è la Pro Loco, per la vitalità di ogni piccolo o grande centro. La provocazione l’abbiamo fatta. Il sasso nello stagno è lanciato. Ora ci aspetteremmo che qualcuno si faccia avanti con il proprio punto di vista. Ma ci aspetteremmo anche, ed è questa la nostra proposta, che i tanti o pochi uomini di buona volontà (specialmente quelli che in ancora giovane età sono andati in pensione da poco, ma anche e soprattutto i giovani) possano raccogliere la sfida ed impegnarsi in chiave socio-culturale per ridare ad Aiello un rinnovato slancio a favore della difesa del patrimonio culturale, ambientale e storico.
Si chiama Inmigrarte, de la angustia a la expresiòn, un progetto dell’Associazione spagnola Codigo Libre di cui è animatore l’aiellese Alfredito Aloisio.
Aloisio – che la passione per il fenomeno dell’emigrazione l’ha ereditata dal padre Nando, responsabile dell’Inca Cgil per l’America Latina e organizzatore nel 1975 della prima conferenza internazionale sul tema – vive e lavora come ricercatore dell’Università a Barcellona in Spagna, una tra le mete – nella misura del 14% – dell’emigrazione italiana nel mondo che in terra iberica conta attualmente più di 60 mila unità. L’associazione che Aloisio gestisce assieme ad altri è impegnata da anni nel sociale, e questa volta ha voluto promuovere proprio sul fenomeno migratorio una interessante raccolta di esperienze. L’iniziativa – i cui dettagli si possono consultare sul blog http://codigo-libre.blogspot.com – consiste nello scrivere, in non più di tre pagine, esperienze di immigrazione, sia che si tratti di esperienze di persone immigrate, che di persone del luogo che li accoglie.
Le tematiche affrontate nelle storie raccolte – come motivazioni personali che hanno determinato la scelta di emigrare; aspettative e illusioni, difficoltà di integrazione, risvolti psicologici per la separazione dal gruppo familiare, relazioni con la cultura del luogo, e con amici, colleghi di lavoro ecc. – saranno utilizzate come fonte di ispirazione per diverse forme artistiche, come teatro, fotografia, musica e danza, arti visuali e cortometraggi.
L’ARGENTINA, con più di 400 mila presenze, come risulta dall’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero), è il paese extraeuropeo che ospita il maggior numero di cittadini italiani ed è anche quello in cui la popolazione di origine italiana viene stimata intorno al 50% del totale. Almeno così evidenzia il recente rapporto degli italiani nel mondo della Fondazione Migrantes.
I calabresi, con quasi 60 mila residenti regolarmente iscritti Aire, e con oltre mezzo milione di oriundi, rappresentano la fetta più consistente. Molti di questi, si parla di migliaia di persone, sono riuniti in associazioni – se ne contano una ottantina – che aderiscono alla Faca, la Federazione Calabrese che a sua volta fa parte di Feditalia, una grandissima famiglia di istituzioni e associazioni italiane in terra argentina.
Una delle associazioni appena costituita e presentata ufficialmente a Buenos Aires è “Calabria Unita” e tra i suoi principali obiettivi, c’è la formazione dei giovani per facilitare il loro inserimento nel mondo del lavoro. Il nuovo sodalizio, sin dal suo debutto avvenuto i principi di dicembre scorso, ha raccolto l’attenzione di numerosi membri della comunità calabrese di Buenos Aires. Tra gli altri il giudice Franco Fiumara, presidente della FACA che ha offerto l’appoggio istituzionale della federazione da lui presieduta; José Tucci, vice presidente della Consulta regionale dei Calabresi nel mondo; Santo Ianni, calabrese di Belmonte Calabro e presidente del Comites di Buenos Aires; Irma Rizzuti presidente dell’Associazione Calabrese; ed infine l’On. Ricardo Merlo, che si è congratulato con “Calabria Unita” affermando di “ascoltare una musica diversa in questa associazione, una musica per stimolare le nuove generazioni, perché comincino ad occupare spazi nella collettività”.
Abbiamo incontrato Italo Aloisio, presidente di questa nuova associazione, proprio qualche giorno fa, in occasione di un suo viaggio privato in Italia.
Aloisio, classe 1935 – fratello di quel Nando protagonista della prima Conferenza dell’Emigrazione, nel 1975, nella sua veste di presidente del Patronato Inca-Cgil per l’America Latina, e di Settimio, promotore sportivo di successo – era partito da Aiello Calabro (Cs) per l’Argentina nel 1954, dove si è impegnato in diverse attività lavorative. È stato prima sarto e poi gestore di un bar. In seguito, ha messo su una piccola fabbrica di rivestimenti e mattonelle, aperto una catena di negozi per l’edilizia e iniziato a importare ardesia. Ma in tutta questa attività non ha mai smesso di impegnarsi a favore degli emigrati italiani.
Calabria Unita, come ci ha spiegato, si rivolge “a tutti i calabresi ed ai loro discendenti, con un programma diverso e ambizioso, elaborato da un Consiglio Direttivo caratterizzato dal comune profilo imprenditoriale dei suoi componenti. Al centro del nostro programma – ha detto Aloisio – c’è l’obiettivo di offrire ai giovani discendenti di calabresi, possibilità di formazione professionale e l’insegnamento di arti e uffici nei vari campi di attività (tessile, metallurgico e gastronomico), con concrete possibilità di lavoro”.
L’associazione di calabresi, che sinora conta 1.143 iscritti (la maggior parte, ci fa notare Aloisio, sono interi nuclei familiari che non hanno mai fatto parte di altre associazioni calabresi in Argentina), sarà presto operativa. Per esempio, il 20 di febbraio si sono aperte le iscrizioni al primo corso di “plomeria, agua y gas” (idraulica, nda), il cui inizio è previsto per il 15 marzo. Ma, come assicura Aloisio, a breve saranno attivati anche i corsi di “Manejo de maquinas laser”, “Mecanica de Automoviles”, “Confecciòn de Prendas de vestir Femeninas” e altri ancora.
Il sodalizio, che si offre di aiutare i propri associati nell’acquisto di medicinali, nell’intermediazione di cittadinanza e nel settore del turismo con importanti sconti, parte sotto i migliori auspici. E trova approvazione anche tra i politici calabresi come il Senatore Gino Trematerra, presente all’inaugurazione di Buenos Aires; e l’On. Mario Pirillo che ha incontrato il presidente Aloisio nei primi giorni di febbraio.
da Il Quotidiano della Calabria del 5 febbraio 2004
AIELLO CALABRO – Il 1783 è l’anno del terremoto che sconvolge le Calabrie. Aiello, quel 5 di febbraio, è colpita solo in maniera lieve. Si registra solo la morte del castellano per il crollo dell’antico maniero. Per lo scampato pericolo, la popolazione in segno di ringraziamento, di penitenza e di devozione verso il protettore San Geniale, volle fare pubblica processione e dare inizio alla festa ex voto, che si innesta su un precedente ex voto del 1623 consacrato all’Immacolata. Questo anno, la festività dedicata a San Geniale che precede quella patronale solenne della prima domenica di maggio risalente al 1668, è certamente più densa di significati, religiosi, ma anche storico-artistici. Nel mese di novembre scorso, come si ricorderà – presentata al pubblico a fine dicembre in una riuscita conferenza organizzata dall’assessorato comunale alla cultura (tra i relatori don Ortensio Amendola, parroco di santa Maria Maggiore dove sono conservate le reliquie, la storica delle religioni Elisabetta Mazzei e don Enzo Gabrieli, presidente della Commissione di Ricognizione) -, si è conclusa la Ricognizione Canonica sul ‘corpo santo’ di Geniale martire, voluta da monsignor Giuseppe Agostino, Metropolita di Cosenza-Bisignano. Un atto che si colloca, come è scritto nella relazione di don Enzo Gabrieli, “nel cammino che la nostra Chiesa locale sta facendo, per la riscoperta e la valorizzazione della memoria dei Santi e dei Martiri”. L’attenzione, sempre più viva, verso il patrono, e verso un periodo storico in cui le Reliquie del Martire vennero ad Aiello (26 luglio 1667) per interessamento della famiglia feudataria dei Cybo, è testimoniata anche dalla volontà della famiglia Solferino di far eseguire – con i nulla osta di Curia e Soprintendenza – il restauro del simulacro settecentesco contenente le reliquie, che dovrebbe terminare in tempo utile per la solenne festa patronale del 2 maggio prossimo. Nel programma della festa ex voto del 5 febbraio (tutti gli uffici pubblici osserveranno la chiusura), vi sono le messe celebrate in Santa Maria Maggiore e la fiera nel centro storico. L’amministrazione comunale, che aveva previsto in occasione di San Geniale “e vutu” la consegna al parroco don Amendola di una targa ricordo, in segno di gratitudine per l’opera svolta al servizio della comunità, per il suo cinquantesimo anniversario di parrocato nella comunità aiellese (1954 – 2004), ha fatto sapere che la cerimonia di consegna avverrà durante la visita pastorale che Monsignor Agostino farà ad Aiello il prossimo 15 febbraio.