32 anni fa moriva “il grande timoniere” Mao Tse-Tung

Il 9 settembre del 1976, a mezzanotte e 10, moriva a Pechino “il Grande Timoniere”, che dal 1949, anno della proclamazione della Repubblica Popolare, era stato uno dei protagonisti indiscussi della storia della Cina. Per 27 anni Mao Tse-tung rappresentò – come scrive il giornalista Vittorio Zucconi – «l’ultima illusione di una possibile alternativa rivoluzionaria, giovanilista e movimentista alla sclerosi terminale del Socialismo sovietico e all’imborghesimento dei partiti comunisti occidentali». La Cina di oggi, che sempre di più si dirige verso il libero mercato, apprestandosi a divenire la prima potenza economica mondiale, è il frutto della storia politica e sociale assai travagliata che va dalla rivolta dei boxer alla fine dell’Impero, dal caos politico dei Signori della Guerra, alle mire espansionistiche del Giappone, dalla comparsa sulla scena politica cinese delle teorie marxiste e leniniste, alla nascita della Repubblica Popolare.

Mao e la costituzione del PCC. Mao Tse-tung che significa “Luce sull’Oriente”, era nato il 26 dicembre 1893 nel villaggio di Shaoshan nella provincia dello Hunan da una benestante famiglia contadina. Diplomatosi nel 1918, si reca subito dopo a Pechino dove trova lavoro nella biblioteca universitaria. Qui inizia la sua adesione al nascente movimento marxista cinese che nel 1921 a Shangai porterà alla costituzione del Pcc di cui egli è uno dei 12 fondatori. Il partito, appena fondato, sarà subito tra i principali protagonisti della politica cinese. Dopo l’iniziale collaborazione (avallata dal Komintern) con il Kuomintang, finalizzata a fare fronte comune contro il potere dei Signori della Guerra, il partito comunista cinese però entrerà in conflitto con i nazionalisti che dal 1925, alla morte del fondatore Sun Yat-sen, è guidato da Chiang Kai-shek. Quest’ultimo, anche con forti contrasti all’interno dello stesso Kuomintang, rovescia la linea del predecessore e comincia nel 1927 – dopo i primi successi della “spedizione a nord” per la riunificazione del paese che poi porterà alla formazione nel 1928 del nuovo governo a Nanchino – all’epurazione dei comunisti. Ne segue un periodo di rivolte durante il quale, sebbene i primi tentativi falliti, i comunisti riescono a fondare nel 1931, nella zona montana dello Jangxi, la Repubblica sovietica cinese. Naturalmente, il Kuomintang non sta a guardare e lancia delle campagne di annientamento contro i soviet cinesi che determineranno, nell’ottobre del 1934, la “Lunga Marcia” verso nord, un esodo di massa che purtroppo contò, tra le fila comuniste, diverse migliaia di morti e che è stata definita, “più che una ritirata militare, un movimento rivoluzionario itinerante, ed aveva coinciso con la laboriosa scalata personale di Mao”, ratificata poi a Mosca nell’estate del 1935 anche dalla III Internazionale, in cui lo stesso Mao venne eletto membro del Comitato Centrale.
Gli anni seguenti, per la Cina, saranno caratterizzati dapprima dal riavvicinamento tra Pcc ed il governo nazionalista di Jiang Jieshi, col quale si costituirà un fronte comune contro il Giappone – uscito sconfitto poi definitivamente dal secondo conflitto mondiale – e successivamente, fallita ogni trattativa dopo gli accordi di Yalta, dalla ripresa della guerra civile per la conquista del potere tra il Pcc, guidato da Mao che nel 1945 era stato eletto a presidente del Comitato Centrale durante il VII Congresso nazionale, ed il Kuomintang. 
Alla fine, la meglio sarà dei comunisti di Mao che nel gennaio 1949 occupano Pechino, ed a seguire Nanchino, Shanghai e Canton. Il 21 settembre 1949, si costituisce un governo centrale del popolo che designa come capitale Pechino; mentre il 1° ottobre si inaugura ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese con Mao presidente, mentre il Kuomintang si rifugia a Taiwan. 
Da questa data e sino al 1976, anno della sua morte, Mao sarà il grande timoniere della Cina, affrontando la difficile situazione economica del paese, e avviando riforme di collettivazione agraria e statalizzazione dell’impresa. Nel 1958 lancerà il Grande Balzo in avanti, “nella convinzione che la Cina è matura per uno sforzo produttivo generalizzato”. Ma l’economia cinese, con tale politica, stenterà a decollare. Anche sul piano internazionale, le cose non vanno per il meglio. Si incrinano infatti, per divergenze ideologiche e pratiche, i rapporti con la Russia che nel 1960, addirittura, ritirerà tutti i tecnici sovietici e interromperà il programma di aiuti. Anche all’interno del Pcc si acutizzano i dissensi che condurranno poi, nel 1966, alla Rivoluzione culturale dalla quale uscirà ancora una volta vittorioso Mao che dal 1959 aveva ceduto la presidenza della nazione a Liu Shaoqi. Durante la rivoluzione culturale, il culto di Mao si amplia grazie anche a Lin Biao – prima designato suo successore e poi sconfessato nel 1970 – che con i suoi soldati “contribuisce in modo decisivo al successo della Rivoluzione culturale”.
La Cina entrerà finalmente a far parte a pieno titolo sulla scena internazionale, con l’ammissione nel 1971 all’ONU, e con la visita ufficiale di Nixon a Pechino.
Gli ultimi anni di vita di Mao saranno contraddistinti, a partire dal 1973, da una campagna politica per far penetrare maggiormente l’ideologia socialista nel paese. E così fa nominare dal X Congresso nazionale del Pcc, il così conosciuto “quartetto radicale”, composto dalla moglie Jiang Qing e dai tre maggiori esponenti dei radicali di Shanghai, che si dovrà occupare di mettere in pratica l’idea di Mao. Il quartetto, in questa fase, cerca di mettere in cattiva luce la vecchia guardia del PCC – tra questi Deng Xiaoping – ed il primo ministro Zhou Enlai che morirà agli inizi del 1976. Prima di morire, Mao nominerà Hua Guofeng vice presidente del Pcc e primo ministro. Alla sua morte, si aprirà la lotta per il potere e a farne le spese sarà la banda dei 4 i cui membri verranno arrestati e processati.
Nel dopo Mao, riemergerà la figura di Deng Xiaoping, che porta avanti l’impresa della modernizzazione cinese di agricoltura, industria, difesa e ricerca scientifica.
Tra i libri su Mao segnaliamo alcuni titoli usciti quasi contemporaneamente del trentennale della morte (2006) del grande timoniere. Si tratta di una antologia dal titolo “I Pensieri di Mao” edita dalla casa editrice Fermento di Roma dove si affrontano i temi della dottrina maoista, passando dal definire cosa sono i comunisti all’educazione dei giovani e delle donne; dall’arte e la cultura, lo studio, al comportamento dell’esercito, la guerra e la pace, l’esercito e il popolo ecc. Seguono: la biografia dell’americano Philip Short “Mao. L’uomo, il rivoluzionario, il tiranno” (Rizzoli); l’autobiografia di Chen Ming, professore vittima della Rivoluzione Culturale “Nubi nere s’addensano” (Marsilio); e “Mao, la storia sconosciuta” (Longanesi), scritto dalla cinese Jung Chang e dal marito, lo storico britannico Jon Halliday, in cui “demoliscono interamente la figura del dittatore e quello che resta, dopo la lettura di questa biografia, è l’immagine di un uomo estremamente crudele – alla pari o forse di più di Hitler e di Stalin -, indifferente alla sorte del popolo…”. Nel libro, inoltre, si evidenziano i milioni di morti – si parla di circa 70 milioni durante il governo Mao “di cui 38 milioni per la carestia negli anni ‘58-‘61, il risultato del Grande Balzo in avanti che avrebbe dovuto far diventare la Cina una potenza nucleare”.
E ancora, come non ricordare, il celebre Libretto Rosso (edito da Feltrinelli) che raccoglie le frasi, i discorsi, le teorie di Mao durante la sua lunga carriera.
Nella foto, il nostro pezzo uscito sul Quotidiano in occasione del trentennale.

12 agosto 1944. L’Eccidio di S. Anna di Stazzema

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera

I primi di agosto 1944, Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione in quell’estate aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò all’alba del 12 agosto ’44, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.
In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. Infine il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non fu rappresaglia, non fu vendetta. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare di La Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l’Eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale Militare di La Spezia e conclusosi nel 2005 con la condanna all’ergastolo per dieci ex SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al Pm Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant’Anna. Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi “Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra.
Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spingevano in comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel giro di cinque giorni uccidevano oltre 340 persone mitragliate, impiccate, addirittura bruciate con i lanciafiamme.
Nella prima metà di settembre, con lo sconfino del massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portavano avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido venivano fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), e per finire a Bergiola e a Forno i nazisti facevano circa 200 vittime. Avrebbero continuato la strage con il massacro di Marzabotto.

La famiglia Tucci
Un episodio rilevante dell’eccidio fu il massacro della famiglia di Antonio Tucci, un ufficiale di marina che lavorava a Livorno, ma originario di Foligno, che aveva condotto la sua famiglia a Sant’Anna di Stazzema. In questa strage morirono 8 dei suoi figli (la cui età andava dai pochi mesi ai 15 anni) e la moglie. Soltanto lui si salvò perché in servizio a Livorno.
Il 25 aprile 2004 il Comune di Foligno, durante la festa della Liberazione, rendendo omaggio alle vittime della Resistenza e degli eccidi, ha intitolato una piazza del centro cittadino a Don Minzoni; in mezzo alla piazza è stato realizzato un monumento che comprende una fontana a forma di clessidra, nel cui fascione centrale sono scolpiti in bronzo alcuni episodi a ricordo delle vittime, tra i quali la Croce della famiglia Tucci.

Il processo
Nell’estate del 1994, Antonino Intelisano (il procuratore militare di Roma), mentre cerca documentazione su Erich Priebke e Karl Hass, avvia un procedimento che porterà alla scoperta, in uno scantinato della procura militare, di un armadio contenente 695 fascicoli «archiviati provvisoriamente», riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini. Tra questi viene trovata anche della documentazione relativa al massacro di Sant’Anna, per il quale verrà riaperta l’inchiesta che porterà ad individuare alcuni dei responsabili.
A distanza di quasi sessant’anni, il 20 aprile 2004, davanti ai giudici del Tribunale Militare della Spezia è stato celebrato un processo per questo crimine. Il giudice delle udienze preliminari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio per i tre ufficiali SS accusati di essere gli esecutori dell’eccidio. Tra i militari tedeschi accusati: Gerhard Sommer, 83 anni, comandante il II Battaglione della divisione di Panzergrenadier Reichsfuher e gli ufficiali Alfred Schonber, 83 anni, e Ludwig Sonntag, 80 anni. Per altre due SS, Werner Bruss, 84 anni, e Georg Rauch, 83 anni, richiesto il non luogo a procedere, mentre per Heinrich Schendel, 82 anni, il Gup ha rinviato gli atti al pubblico ministero fissando il termine massimo di 5 mesi per ulteriori indagini.
Il 22 giugno 2005, dieci ex ufficiali e sottufficiali tedeschi vengono condannati all’ergastolo per il massacro, dal tribunale militare della Spezia. Al momento della sentenza i dieci erano tutti ultraottantenni.
L’8 novembre 2007 vennero confermati dalla Corte di Cassazione gli ergastoli all’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottufficiali nazisti Georg Rauch e Karl Gropler. La Cassazione si e’ espressa contro la richiesta di rifare il processo in quanto i soldati delle SS sentiti come testimoni dovevano essere considerati coimputati e quindi le loro testimonianze non valide. La sentenza rigetta questa tesi e conferma che l’eccidio è stato un atto terroristico premeditato.

25 luglio 1943. L'arresto di Mussolini ed il nuovo Governo Badoglio

Fonte: Roma Civica

Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all’Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l’Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell’Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l’Italia, l’alleato debole della Germania.

Una situazione militare ormai allo sfascio, unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran consiglio fascista del 24 luglio, in cui – alle 3 del mattino del 25 luglio – venne approvato l’ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28).
Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e l’invito al Duce di pregare il re “affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della patria, assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”: al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c’era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le “grandi manovre” del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.
La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.
Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all’Isola della Maddalena.
Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.

19 luglio 1992. La Strage di via d'Amelio

Non dimenticare è un dovere civile. Sedici anni fa, ci fu la strage di via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Qui di seguito, la sintesi di quanto avvenne tratta da Wikipedia, l’enciclopedia libera.


La Strage di via d’Amelio fu un attentato di stampo mafioso operato il 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta. L’attentato segue di pochi mesi quello contro l’altro giudice Giovanni Falcone, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.
Una Fiat Panda celeste imbottita di tritolo, e non una Fiat 126 come erroneamente dichiarò la stampa radicando nell’immaginario collettivo un’imprecisione che purtroppo ha trovato spazio anche nella rappresentazione televisiva e cinematografica di questo evento, esplose in Via d’Amelio, strada in cui viveva la madre di Borsellino, dalla quale quella domenica il giudice si era recato in visita.
A detta degli agenti di scorta via d’Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato anche chiesto di mettere una zona di rimozione davanti alla casa: la richiesta però non fu accolta dal comune di Palermo.
Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è Antonino Vullo. La bomba venne radiocomandata a distanza ma ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne organizzata la strage, nonostante il giudice sapesse di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per lui.
C’è, inoltre, un particolare più inquietante di tutti gli altri: l’agendina rossa di Borsellino non venne ritrovata, probabilmente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto.
A pochi giorni dal 15° anniversario dalla strage, la Procura di Caltanissetta ha aperto un nuovo fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati dei servizi segreti possano avere ricoperto un ruolo nella strage.

Polemiche relative alla Strage di via d’Amelio
In occasione del quindicesimo anniversario della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, grande scalpore ha destato una lettera aperta del fratello del giudice, Salvatore, indirizzata all’ex-Ministro degli Interni Nicola Mancino. Tale lettera, intitolata “19 luglio 1992: Una strage di stato” ipotizza che l’allora Ministro degli Interni Mancino fosse a conoscenza della causa dell’omicidio di Borsellino. In un passaggio si legge infatti, “Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando [il pentito mafioso] Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada [ex numero tre del SISDE, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa], incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente… In quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.”
Altri fatti, tra l’altro citati nella lettera di Salvatore Borsellino, misero in questione l’operato del Ministero degli Interni guidato allora da Mancino: destarono scalpore, per esempio, la presenza in via D’Amelio di un poliziotto trasferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze perché colluso con un gruppo di spacciatori di droga, e la presenza in Via D’Amelio dell’allora Capitano dell’Arma dei Carabinieri Arcangioli, visto allontanarsi dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino appena estratta dai rottami della Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante prima dell’esplosione. A detta dei familiari e dei colleghi di Borsellino, questa borsa conteneva un agenda che il giudice utilizzava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini e colloqui.
A fronte delle critiche sul suo operato all’epoca della strage di via D’Amelio, Mancino sostenne di non ricordarsi di nessun incontro con il giudice nel mese di Luglio 1992 e mise in dubbio l’attendibilità del pentito Mutolo. Salvatore Borsellino replicò con un’altra lettera aperta: “In merito alla persistenza delle lacune di memoria del sen. Mancino sull’incontro con Paolo Borsellino del primo Luglio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non possano assumere da solo valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come quella rossa [scomparsa in seguito alla strage di Via d’Amelio], Paolo ha annotato: ‘1 Luglio ore 19:30: Mancino’. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale riferisce la frase di Paolo durante l’interrogatorio: ‘devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz’ora e torno ….’, devo ricordare al sen. Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dott. Contrada, funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso [procuratore aggiunto alla procura di Palermo] Vittorio Aliquò ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell’ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a complimentarsi per la sua nomina, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell’attenzione di tutti gli Italiani.”

14 luglio 1984. Ovvero quando Francesco Magli dipinse i panettoni della Scala a Milano

Nel tram mi tremavano le gambe” racconta. “Ma era qualcosa che andava fatta. Portai con me dei pennelli e dei colori e decisi di colpire nel bel mezzo di Milano. Alla Scala. Così cominciai a colorare la città grigia”.

Era il 14 luglio del 1984 quando Francesco Magli dipinse quei blocchi di cemento arrotondato (i panettoni spartitraffico) che a ogni angolo di Milano segnano un divieto o una proibizione. Blocchi che possono trasformarsi nelle mani di un artista in uno strumento di libera creatività, “come chiodi sul muro della città a cui appendere la propria rivolta” e “combattere la costrizione della legge con la libertà del colore”. Una data storica (la presa della Bastiglia) che l’artista calabrese scelse per celebrare la rivolta popolare per eccellenza. Fu poi multato per aver “imbrattato”. Ma per Francesco – «pittore militante che ha fatto di Milano il suo terreno d’azione, della mappa della città un territorio reale e immaginario da cui lanciare i suoi strilli di megafono» – che con l’insegnamento e la pittura vuole far riflettere sulla realtà contemporanea e sulle contraddizioni del denaro e del consumo – era una azione irrinunciabile per protestare contro la politica degli sfratti. Contro le ingiustizie di una città tentacolare e grigia che lascia poco spazio alla creatività e alla forza del colore.

A quella data deve la sua popolarità di artista, guadagnandosi spazio su tutti i giornali dell’epoca. Da quel momento, ma anche da prima la sua vita è votata all’arte. Arte e Vita sono inscindibili in un “cortocircuito di politica e pensiero”. Sempre alla ricerca di nuove esperienze, di nuove iniziative per far conoscere le opere d’arte e soprattutto l’uomo che sta dietro di esse, la sua anima, per la affermazione della dignità dell’uomo, per il “grande dialogo“, per l’amicizia e la solidarietà tra gli uomini, per la Pace, la Giustizia.

A questo mondo io sono e sarò sempre dalla parte dei poveri”, dice Magli con Garcia Lorca.

2 luglio 1940. La tragedia dimenticata dell'Arandora Star

QUELLO dell’eccidio dell’Arandora Star, la nave di lusso trasformata in nave per il trasporto di prigionieri all’indomani dell’inizio della seconda guerra mondiale tra l’Inghilterra e l’Italia, è un episodio che ai più è sconosciuto.
Con la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, l’atteggiamento della Gran Bretagna nei confronti della Comunità italiana cambiò radicalmente. Gli italiani (erano all’incirca 18 mila i residenti), che erano ben integrati nel tessuto sociale ed economico dell’isola, divennero stranieri nemici. In 4 mila (tra i 18 e i 70 anni) furono arrestati e internati con maltrattamenti e tenuti, come si evince in un rapporto della Croce Rossa, in condizioni disumane. Di questi 4 mila, 700 circa tra quelli ritenuti più pericolosi, furono imbarcati sulla Arandora Star diretta in Canada.
Era la mattina del 2 luglio 1940. Dopo solo un giorno di navigazione, nei pressi delle coste dell’Irlanda, la nave venne silurata da un sommergibile tedesco (la sigla U47, altrimenti detto “il toro”). Gli italiani che trovarono la morte nelle acque gelide dell’Atlantico furono 446. Tra di loro, anche Giuseppe Andreassi, classe 1880, nativo della provincia di Cosenza. I superstiti, come leggiamo sul sito http://www.ArandoraStarCampaign.com, promosso dai familiari delle vittime che non hanno mai ricevuto scuse ufficiali, né un risarcimento dal Governo britannico – «una volta sbarcati nel Regno Unito, subirono altri maltrattamenti e, nonostante le sofferenze patite, molti di loro vennero nuovamente imbarcati per essere deportati in Australia».
La vicenda, dopo tantissimi anni di oblio, è stata raccontata in un volume pubblicato nel 1980, “Star of Shame”, l’unico libro che tratta del disastro basandosi sui racconti di molti sopravvissuti italiani, tedeschi ed ebrei che però non è mai stato reperibile in Gran Bretagna. È invece del 2002 “Arandora Star, una tragedia dimenticata”, di Maria Serena Balestracci. Il libro si basa su ricostruzioni storiche, documenti, e su testimonianze dirette. Alle due pubblicazioni, nel 2004, si è aggiunto anche un film-documento, realizzato dall’emittente televisiva Noi Tv, in collaborazione con la Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana.

1, 2, 3, ISOLA!

Arte e artigianato, musica e giochi per le strade del quartiere Isola – MILANO


1, 2, 3 luglio 2008 dalle 18 alle 24

Laboratori e giochi per i bambini Aperitivi, mostre, tour eno-gastronomici Musica, performances e Dj set

A cura di: www.isolagaribaldi.netinfo@isolagaribaldi.net

con il patrocinio di: Provincia di Milano

con la collaborazione di: Politecnico di Milano

con il sostegno di: Unione del Commercio

Per informazioni su eventuali cambi di programma ed aggiornamenti www.isolagaribaldi.net

Nel corso dell’iniziativa, Mercoledì 2 luglio Dalle 17 alle 19, l’Artista Francesco Magli curerà una visita guidata nel suo laboratorio in via De Castillia, 24, spiegando ai partecipanti “Come nasce un’opera d’arte?”

1 e 2 luglio: la Festa della Madonna delle Grazie, tra storia e tradizione

AIELLO CALABRO – Il consueto appuntamento con la fede e con la tradizione arriva puntuale come ogni anno.
Le celebrazioni della festa dedicata alla Madonna delle Grazie – iniziate con il Novenario di preparazione lo scorso 23 giugno – sono attese dalle popolazioni del luogo e del circondario con un singolare sentimento devozionale. Per questa occasione, ritornano pure diversi emigrati che hanno ancora nel cuore un forte sentimento di attaccamento per la Vergine.
Nel segno della continuità il programma religioso e le iniziative civili. La sera del primo luglio però rimane la giornata più attesa, perché la statua della Madonna viene trasportata in paese da fuori le mura (rinnovando così l’antico desiderio degli Aiellesi di custodire la Madonna nella chiesa Matrice) e perché la processione che si svolge di notte è certamente la parte della festa più suggestiva e per certi versi più spettacolare per gli addobbi artistici del carro, per le luminarie che fanno da corona al vecchio castello e alla via pellegrina.
Il culto per la Madonna delle Grazie ad Aiello risale a diversi secoli fa, quando su richiesta di Francesco de Siscar, viceré di Calabria e Signore di Aiello e Petramala, viene concessa dal Papa Sisto IV licenza di edificare una chiesa dell’Ordine di San Francesco degli Osservanti, intitolata a santa Maria delle Grazie. La lettera papale, datata Roma 8 aprile 1472, ed inserita nel documento del notaio aiellese Giovanni Angelo Inserra, fu letta alla presenza dei frati, quindi si procedette alla designazione ed alla concessione, da parte del Siscar, del territorio dove costruire la chiesa. Più tardi, nel 1597, la chiesa si arricchisce per volere della famiglia Cybo, con la costruzione della bella Cappella gentilizia che fu rimontata nel 1735 – dopo l’abbandono del Convento vecchio – assieme alle parti architettoniche del convento nel luogo dove si trova adesso. Il trasporto su un carro di buoi delle parti architettoniche e dell’affresco raffigurante la Madonna dal vecchio al nuovo convento è riportato dalla legenda popolare come miracoloso. Si racconta infatti che un campo di grano irrimediabilmente rovinato dal passaggio del carro ricrebbe più alto e rigoglioso di prima.
Da segnalare, per quanto riguarda il programma religioso del 1 luglio, oltre alla imperdibile fiaccolata notturna, la veglia e la contemplazione della Vergine (alcuni osservano il digiuno e si ritirano in preghiera presso la chiesa del Convento). Per il 2 luglio invece, Sante Messe e processione per le vie del paese in mattinata; mentre nel pomeriggio, S. Rosario, Benedizione eucaristica e processione di accompagnamento della Madonna alla Cappella Cybo.

"Cletarte", un modo per valorizzare il territorio di Cleto

Qualche giorno fa, presso la Chiesa della Consolazione di Cleto (nella foto), ha avuto luogo la Presentazione ufficiale dell’Associazione Culturale “CLETARTE”. La Vice-Presidente, Filomena Longo, ha rivolto ai presenti il suo saluto e quello dei soci fondatori, evidenziando sia l’importanza di tutelare e valorizzare il territorio cletese (definendolo “un gioiello” da poter inserire tra i borghi più belli d’Italia) sia la convinzione che la “neonata” Cletarte riuscire a far “rifiorire” tutta la bellezza di un paese poco conosciuto ai più, ma così ricco di splendore, cultura, fascino, mistero, arte, storia e natura incontaminata. La cerimonia è proseguita con l’eloquente spiegazione del Presidente Gaetano Cuglietta il quale, ringraziando la Field per il grande contributo dato alla creazione dell’Associazione, ha sottolineato le finalità di Cletarte, che opera nei settori dello studio, della promozione e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, della promozione turistica, dell’aggregazione giovanile e di tutte quelle attività finalizzate allo sviluppo socio-economico della diffusione della cultura artistica, musicale e letteraria (anche attraverso l’evento “Cletarte”, giunto ormai alla sua IV^ Edizione). Il prof. Franco Pedatella, uno dei soci fondatori, ha comunicato la necessità reale di dover riuscire a creare un’unica forza, capace di sostenere l’associazione nella realizzazione dei suoi scopi. E’ seguito il saluto del sindaco di Cleto, Amerigo Cuglietta, che si è detto entusiasta di tale iniziativa positiva e propositiva, elogiando singolarmente ogni socio fondatore (Gaetano Cuglietta, Filomena Longo, Benito Filice, Franco Pedatella, Franco Morisco e Michele Plastino) per l’amore e la convinzione in un’associazione nata con la volontà di creare qualcosa di innovativo a Cleto e dintorni. Tra il pubblico, si sono notate presenze eccellenti quali i professori Maggiorino Iusi e Franco Ferlaino (entrambi docenti Unical), l’architetto Sergio Ruggiero (autore del libro “Tre croci a Pietramala”) e Saveria Rizzuto con Armando Orlando (rispettivamente presidente e segretario dell’”Associazione Casa delle Culture Maria Coltellaro” di S. Mango d’Aquino). Ognuno di loro è intervenuto con testimonianze preziose sulla storia, le tradizioni, le leggende e le metamorfosi di Cleto, contribuendo a far luce sul suo passato ed a rendere ancora più magica l’atmosfera che si respirava all’interno della caratteristica Chiesa della Consolazione cornice di tale singolare evento.
Per maggiori Informazioni: www.cletarte.com


9 maggio 2008: Giorno della Memoria. Trent'anni fa gli assassinii di Aldo Moro e Peppino Impastato

Il 9 maggio è il Giorno della Memoria, una giornata dedicata alle vittime del terrorismo, istituita dal Parlamento italiano come ricorrenza annuale. Il 9 maggio è la data in cui, nel 1978, 30 anni fa, venne ucciso Aldo Moro dalla Brigate Rosse. Ma è anche il giorno in cui la Mafia fece saltare in aria il giornalista siciliano Peppino Impastato.
Oscurati dalla tragedia nazionale in atto in quei giorni, la sua storia e la sua tragica fine resteranno ignoti ai più per più di vent’anni, sino all’uscita del film di Marco Tullio Giordana “I Cento Passi” (2000).

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