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Journalist & Blogger, Local History Researcher, Aspiring Photographer, Poetic Environmentalist
12 agosto 1944. L’Eccidio di S. Anna di Stazzema
I primi di agosto 1944, Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione in quell’estate aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò all’alba del 12 agosto ’44, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.
In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. Infine il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non fu rappresaglia, non fu vendetta. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare di La Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l’Eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale Militare di La Spezia e conclusosi nel 2005 con la condanna all’ergastolo per dieci ex SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al Pm Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant’Anna. Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi “Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra.
Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spingevano in comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel giro di cinque giorni uccidevano oltre 340 persone mitragliate, impiccate, addirittura bruciate con i lanciafiamme.
Nella prima metà di settembre, con lo sconfino del massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portavano avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido venivano fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), e per finire a Bergiola e a Forno i nazisti facevano circa 200 vittime. Avrebbero continuato la strage con il massacro di Marzabotto.
La famiglia Tucci
Un episodio rilevante dell’eccidio fu il massacro della famiglia di Antonio Tucci, un ufficiale di marina che lavorava a Livorno, ma originario di Foligno, che aveva condotto la sua famiglia a Sant’Anna di Stazzema. In questa strage morirono 8 dei suoi figli (la cui età andava dai pochi mesi ai 15 anni) e la moglie. Soltanto lui si salvò perché in servizio a Livorno.
Il 25 aprile 2004 il Comune di Foligno, durante la festa della Liberazione, rendendo omaggio alle vittime della Resistenza e degli eccidi, ha intitolato una piazza del centro cittadino a Don Minzoni; in mezzo alla piazza è stato realizzato un monumento che comprende una fontana a forma di clessidra, nel cui fascione centrale sono scolpiti in bronzo alcuni episodi a ricordo delle vittime, tra i quali la Croce della famiglia Tucci.
Il processo
Nell’estate del 1994, Antonino Intelisano (il procuratore militare di Roma), mentre cerca documentazione su Erich Priebke e Karl Hass, avvia un procedimento che porterà alla scoperta, in uno scantinato della procura militare, di un armadio contenente 695 fascicoli «archiviati provvisoriamente», riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini. Tra questi viene trovata anche della documentazione relativa al massacro di Sant’Anna, per il quale verrà riaperta l’inchiesta che porterà ad individuare alcuni dei responsabili.
A distanza di quasi sessant’anni, il 20 aprile 2004, davanti ai giudici del Tribunale Militare della Spezia è stato celebrato un processo per questo crimine. Il giudice delle udienze preliminari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio per i tre ufficiali SS accusati di essere gli esecutori dell’eccidio. Tra i militari tedeschi accusati: Gerhard Sommer, 83 anni, comandante il II Battaglione della divisione di Panzergrenadier Reichsfuher e gli ufficiali Alfred Schonber, 83 anni, e Ludwig Sonntag, 80 anni. Per altre due SS, Werner Bruss, 84 anni, e Georg Rauch, 83 anni, richiesto il non luogo a procedere, mentre per Heinrich Schendel, 82 anni, il Gup ha rinviato gli atti al pubblico ministero fissando il termine massimo di 5 mesi per ulteriori indagini.
Il 22 giugno 2005, dieci ex ufficiali e sottufficiali tedeschi vengono condannati all’ergastolo per il massacro, dal tribunale militare della Spezia. Al momento della sentenza i dieci erano tutti ultraottantenni.
L’8 novembre 2007 vennero confermati dalla Corte di Cassazione gli ergastoli all’ufficiale Gerhard Sommer e ai sottufficiali nazisti Georg Rauch e Karl Gropler. La Cassazione si e’ espressa contro la richiesta di rifare il processo in quanto i soldati delle SS sentiti come testimoni dovevano essere considerati coimputati e quindi le loro testimonianze non valide. La sentenza rigetta questa tesi e conferma che l’eccidio è stato un atto terroristico premeditato.
25 luglio 1943. L'arresto di Mussolini ed il nuovo Governo Badoglio
Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all’Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l’Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell’Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l’Italia, l’alleato debole della Germania.
Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e l’invito al Duce di pregare il re “affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della patria, assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”: al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c’era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le “grandi manovre” del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.
La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.
Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all’Isola della Maddalena.
Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.
19 luglio 1992. La Strage di via d'Amelio
Non dimenticare è un dovere civile. Sedici anni fa, ci fu la strage di via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Una Fiat Panda celeste imbottita di tritolo, e non una Fiat 126 come erroneamente dichiarò la stampa radicando nell’immaginario collettivo un’imprecisione che purtroppo ha trovato spazio anche nella rappresentazione televisiva e cinematografica di questo evento, esplose in Via d’Amelio, strada in cui viveva la madre di Borsellino, dalla quale quella domenica il giudice si era recato in visita.
A detta degli agenti di scorta via d’Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato anche chiesto di mettere una zona di rimozione davanti alla casa: la richiesta però non fu accolta dal comune di Palermo.
Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è Antonino Vullo. La bomba venne radiocomandata a distanza ma ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne organizzata la strage, nonostante il giudice sapesse di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per lui.
C’è, inoltre, un particolare più inquietante di tutti gli altri: l’agendina rossa di Borsellino non venne ritrovata, probabilmente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto.
A pochi giorni dal 15° anniversario dalla strage, la Procura di Caltanissetta ha aperto un nuovo fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati dei servizi segreti possano avere ricoperto un ruolo nella strage.
Polemiche relative alla Strage di via d’Amelio
In occasione del quindicesimo anniversario della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, grande scalpore ha destato una lettera aperta del fratello del giudice, Salvatore, indirizzata all’ex-Ministro degli Interni Nicola Mancino. Tale lettera, intitolata “19 luglio 1992: Una strage di stato” ipotizza che l’allora Ministro degli Interni Mancino fosse a conoscenza della causa dell’omicidio di Borsellino. In un passaggio si legge infatti, “Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando [il pentito mafioso] Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada [ex numero tre del SISDE, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa], incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente… In quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.”
Altri fatti, tra l’altro citati nella lettera di Salvatore Borsellino, misero in questione l’operato del Ministero degli Interni guidato allora da Mancino: destarono scalpore, per esempio, la presenza in via D’Amelio di un poliziotto trasferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze perché colluso con un gruppo di spacciatori di droga, e la presenza in Via D’Amelio dell’allora Capitano dell’Arma dei Carabinieri Arcangioli, visto allontanarsi dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino appena estratta dai rottami della Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante prima dell’esplosione. A detta dei familiari e dei colleghi di Borsellino, questa borsa conteneva un agenda che il giudice utilizzava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini e colloqui.
A fronte delle critiche sul suo operato all’epoca della strage di via D’Amelio, Mancino sostenne di non ricordarsi di nessun incontro con il giudice nel mese di Luglio 1992 e mise in dubbio l’attendibilità del pentito Mutolo. Salvatore Borsellino replicò con un’altra lettera aperta: “In merito alla persistenza delle lacune di memoria del sen. Mancino sull’incontro con Paolo Borsellino del primo Luglio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non possano assumere da solo valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come quella rossa [scomparsa in seguito alla strage di Via d’Amelio], Paolo ha annotato: ‘1 Luglio ore 19:30: Mancino’. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale riferisce la frase di Paolo durante l’interrogatorio: ‘devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz’ora e torno ….’, devo ricordare al sen. Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dott. Contrada, funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso [procuratore aggiunto alla procura di Palermo] Vittorio Aliquò ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell’ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a complimentarsi per la sua nomina, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell’attenzione di tutti gli Italiani.”
14 luglio 1984. Ovvero quando Francesco Magli dipinse i panettoni della Scala a Milano

“Nel tram mi tremavano le gambe” racconta. “Ma era qualcosa che andava fatta. Portai con me dei pennelli e dei colori e decisi di colpire nel bel mezzo di Milano. Alla Scala. Così cominciai a colorare la città grigia”.
Era il 14 luglio del 1984 quando Francesco Magli dipinse quei blocchi di cemento arrotondato (i panettoni spartitraffico) che a ogni angolo di Milano segnano un divieto o una proibizione. Blocchi che possono trasformarsi nelle mani di un artista in uno strumento di libera creatività, “come chiodi sul muro della città a cui appendere la propria rivolta” e “combattere la costrizione della legge con la libertà del colore”. Una data storica (la presa della Bastiglia) che l’artista calabrese scelse per celebrare la rivolta popolare per eccellenza. Fu poi multato per aver “imbrattato”. Ma per Francesco – «pittore militante che ha fatto di Milano il suo terreno d’azione, della mappa della città un territorio reale e immaginario da cui lanciare i suoi strilli di megafono» – che con l’insegnamento e la pittura vuole far riflettere sulla realtà contemporanea e sulle contraddizioni del denaro e del consumo – era una azione irrinunciabile per protestare contro la politica degli sfratti. Contro le ingiustizie di una città tentacolare e grigia che lascia poco spazio alla creatività e alla forza del colore.
A quella data deve la sua popolarità di artista, guadagnandosi spazio su tutti i giornali dell’epoca. Da quel momento, ma anche da prima la sua vita è votata all’arte. Arte e Vita sono inscindibili in un “cortocircuito di politica e pensiero”. Sempre alla ricerca di nuove esperienze, di nuove iniziative per far conoscere le opere d’arte e soprattutto l’uomo che sta dietro di esse, la sua anima, per la affermazione della dignità dell’uomo, per il “grande dialogo“, per l’amicizia e la solidarietà tra gli uomini, per la Pace, la Giustizia.
“A questo mondo io sono e sarò sempre dalla parte dei poveri”, dice Magli con Garcia Lorca.
2 luglio 1940. La tragedia dimenticata dell'Arandora Star
QUELLO dell’eccidio dell’Arandora Star, la nave di lusso trasformata in nave per il trasporto di prigionieri all’indomani dell’inizio della seconda guerra mondiale tra l’Inghilterra e l’Italia, è un episodio che ai più è sconosciuto.Era la mattina del 2 luglio 1940. Dopo solo un giorno di navigazione, nei pressi delle coste dell’Irlanda, la nave venne silurata da un sommergibile tedesco (la sigla U47, altrimenti detto “il toro”). Gli italiani che trovarono la morte nelle acque gelide dell’Atlantico furono 446. Tra di loro, anche Giuseppe Andreassi, classe 1880, nativo della provincia di Cosenza. I superstiti, come leggiamo sul sito http://www.ArandoraStarCampaign.com, promosso dai familiari delle vittime che non hanno mai ricevuto scuse ufficiali, né un risarcimento dal Governo britannico – «una volta sbarcati nel Regno Unito, subirono altri maltrattamenti e, nonostante le sofferenze patite, molti di loro vennero nuovamente imbarcati per essere deportati in Australia».
La vicenda, dopo tantissimi anni di oblio, è stata raccontata in un volume pubblicato nel 1980, “Star of Shame”, l’unico libro che tratta del disastro basandosi sui racconti di molti sopravvissuti italiani, tedeschi ed ebrei che però non è mai stato reperibile in Gran Bretagna. È invece del 2002 “Arandora Star, una tragedia dimenticata”, di Maria Serena Balestracci. Il libro si basa su ricostruzioni storiche, documenti, e su testimonianze dirette. Alle due pubblicazioni, nel 2004, si è aggiunto anche un film-documento, realizzato dall’emittente televisiva Noi Tv, in collaborazione con la Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana.
1, 2, 3, ISOLA!
Arte e artigianato, musica e giochi per le strade del quartiere Isola – MILANO
1, 2, 3 luglio 2008 dalle 18 alle 24
Laboratori e giochi per i bambini Aperitivi, mostre, tour eno-gastronomici Musica, performances e Dj set
A cura di: www.isolagaribaldi.net – info@isolagaribaldi.net
con il patrocinio di: Provincia di Milano
con la collaborazione di: Politecnico di Milano
con il sostegno di: Unione del Commercio
Per informazioni su eventuali cambi di programma ed aggiornamenti www.isolagaribaldi.net
Nel corso dell’iniziativa, Mercoledì 2 luglio Dalle 17 alle 19, l’Artista Francesco Magli curerà una visita guidata nel suo laboratorio in via De Castillia, 24, spiegando ai partecipanti “Come nasce un’opera d’arte?”
1 e 2 luglio: la Festa della Madonna delle Grazie, tra storia e tradizione
AIELLO CALABRO – Il consueto appuntamento con la fede e con la tradizione arriva puntuale come ogni anno.Nel segno della continuità il programma religioso e le iniziative civili. La sera del primo luglio però rimane la giornata più attesa, perché la statua della Madonna viene trasportata in paese da fuori le mura (rinnovando così l’antico desiderio degli Aiellesi di custodire la Madonna nella chiesa Matrice) e perché la processione che si svolge di notte è certamente la parte della festa più suggestiva e per certi versi più spettacolare per gli addobbi artistici del carro, per le luminarie che fanno da corona al vecchio castello e alla via pellegrina.
Il culto per la Madonna delle Grazie ad Aiello risale a diversi secoli fa, quando su richiesta di Francesco de Siscar, viceré di Calabria e Signore di Aiello e Petramala, viene concessa dal Papa Sisto IV licenza di edificare una chiesa dell’Ordine di San Francesco degli Osservanti, intitolata a santa Maria delle Grazie. La lettera papale, datata Roma 8 aprile 1472, ed inserita nel documento del notaio aiellese Giovanni Angelo Inserra, fu letta alla presenza dei frati, quindi si procedette alla designazione ed alla concessione, da parte del Siscar, del territorio dove costruire la chiesa. Più tardi, nel 1597, la chiesa si arricchisce per volere della famiglia Cybo, con la costruzione della bella Cappella gentilizia che fu rimontata nel 1735 – dopo l’abbandono del Convento vecchio – assieme alle parti architettoniche del convento nel luogo dove si trova adesso. Il trasporto su un carro di buoi delle parti architettoniche e dell’affresco raffigurante la Madonna dal vecchio al nuovo convento è riportato dalla legenda popolare come miracoloso. Si racconta infatti che un campo di grano irrimediabilmente rovinato dal passaggio del carro ricrebbe più alto e rigoglioso di prima.
Da segnalare, per quanto riguarda il programma religioso del 1 luglio, oltre alla imperdibile fiaccolata notturna, la veglia e la contemplazione della Vergine (alcuni osservano il digiuno e si ritirano in preghiera presso la chiesa del Convento). Per il 2 luglio invece, Sante Messe e processione per le vie del paese in mattinata; mentre nel pomeriggio, S. Rosario, Benedizione eucaristica e processione di accompagnamento della Madonna alla Cappella Cybo.
"Cletarte", un modo per valorizzare il territorio di Cleto
Qualche giorno fa, presso la Chiesa della Consolazione di Cleto (nella foto), ha avuto luogo la Presentazione ufficiale dell’Associazione Culturale “CLETARTE”. La Vice-Presidente, Filomena Longo, ha rivolto ai presenti il suo saluto e quello dei soci fondatori, evidenziando sia l’importanza di tutelare e valorizzare il territorio cletese (definendolo “un gioiello” da poter inserire tra i borghi più belli d’Italia) sia la convinzione che la “neonata” Cletarte riuscire a far “rifiorire” tutta la bellezza di un paese poco conosciuto ai più, ma così ricco di splendore, cultura, fascino, mistero, arte, storia e natura incontaminata. La cerimonia è proseguita con l’eloquente spiegazione del Presidente Gaetano Cuglietta il quale, ringraziando la Field per il grande contributo dato alla creazione dell’Associazione, ha sottolineato le finalità di Cletarte, che opera nei settori dello studio, della promozione e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, della promozione turistica, dell’aggregazione giovanile e di tutte quelle attività finalizzate allo sviluppo socio-economico della diffusione della cultura artistica, musicale e letteraria (anche attraverso l’evento “Cletarte”, giunto ormai alla sua IV^ Edizione). Il prof. Franco Pedatella, uno dei soci fondatori, ha comunicato la necessità reale di dover riuscire a creare un’unica forza, capace di sostenere l’associazione nella realizzazione dei suoi scopi. E’ seguito il saluto del sindaco di Cleto, Amerigo Cuglietta, che si è detto entusiasta di tale iniziativa positiva e propositiva, elogiando singolarmente ogni socio fondatore (Gaetano Cuglietta, Filomena Longo, Benito Filice, Franco Pedatella, Franco Morisco e Michele Plastino) per l’amore e la convinzione in un’associazione nata con la volontà di creare qualcosa di innovativo a Cleto e dintorni. Tra il pubblico, si sono notate presenze eccellenti quali i professori Maggiorino Iusi e Franco Ferlaino (entrambi docenti Unical), l’architetto Sergio Ruggiero (autore del libro “Tre croci a Pietramala”) e Saveria Rizzuto con Armando Orlando (rispettivamente presidente e segretario dell’”Associazione Casa delle Culture Maria Coltellaro” di S. Mango d’Aquino). Ognuno di loro è intervenuto con testimonianze preziose sulla storia, le tradizioni, le leggende e le metamorfosi di Cleto, contribuendo a far luce sul suo passato ed a rendere ancora più magica l’atmosfera che si respirava all’interno della caratteristica Chiesa della Consolazione cornice di tale singolare evento.9 maggio 2008: Giorno della Memoria. Trent'anni fa gli assassinii di Aldo Moro e Peppino Impastato
Oscurati dalla tragedia nazionale in atto in quei giorni, la sua storia e la sua tragica fine resteranno ignoti ai più per più di vent’anni, sino all’uscita del film di Marco Tullio Giordana “I Cento Passi” (2000).
Clicca QUI per avere maggiori informazioni sulla figura di Aldo Moro, il suo sequestro e l’uccisione.

