Gli anniversari di Kafka, Costabile e Strati

di Carmelina Sicari

Cent’anni dalla morte di Kafka e la certezza che il grande scrittore ha individuato un rapporto finora inesplorato: quello tra evoluzione e metamorfosi. Cent’anni dalla nascita di Franco Costabile e la certezza che la sua opera sia epica. Cent’anni dalla nascita di Saverio Strati e la certezza che la sua vocazione più profonda sia la descrizione dell’infanzia. Di evoluzione si è parlato spesso da Darwin a Nietzsche perché l’evoluzione è di fatto la vita della natura. La natura vive evolvendosi ossia mutando. Leopardi intuisce pienamente questa verità quando in una celebre Operetta che fa esclamare la Moda nei confronti della morte: – Siamo sorelle. E Nietzsche proclama a gran voce che l’uomo futuro, quello del superamento, riderà dell’attuale stato dell’umanità come oggi l’uomo ride della scimmia. Ma la verità di Kafka è più profonda. La metamorfosi è adulterata, è tralignata. Ovidio il grande poeta latino nelle Metamorfosi aveva descritto le mille forme della natura. I miti raccontavano i cambiamenti che per quanto straordinari e strani rientravano sempre nel piano naturale. Gregor Samsa si risveglia insetto. Il ritmo greco del mutamento è stravolto. Niente è come prima. Ritmos catà ritmon diceva Platone e nelle Metamorfosi di Ovidio risplende la luce apollinea della vita. Qui invece angoscia buio, mistero. Bernini rappresenta la bellezza della metamorfosi negli occhi vitrei di Dafne nelle sue membra già arboree ma ancora umane, la gioia e lo stupore dell’esistenza. Qui terrore e non stupore. Nel gruppo scultoreo del Bernini c’è un ritmo di danza straordinario. Lo spirito della danza di Nietzsche. Qui solitudine. Nascondimento, terrore. I mostri che popolavano il mondo antico venivano sistematicamente affrontati e debellati da eroi come Ercole come Perseo. Qui i mostri, trovano il mondo tremebondo che si nasconde, palpita si autodistrugge. Costabile è poeta epico perché esprime l’immensità del dolore dell’emigrazione. Il canto dei nuovi emigranti è l’epos della terra abbandonata, il ritmo degli scarponi chiodati che battono il selciato, la musica dolente che l’accompagna e Strati rappresenta nella stessa maniera epica il dolore dell’infanzia povera in Tibi e Tàscia. Non tanto la ricerca linguistica è interessante in lui né il senso della revanche. È il nostro turno quanto proprio la dolente condizione di due adolescenti che giocano nonostante la miseria. La loro ricerca di riscatto dalla sofferenza è anch’essa epica e solenne. Per Costabile, morto suicida nel 1965, si tratta come per Strati dell’anniversario della nascita. Stranamente, il poeta di Sambiase nel raffigurare la tragedia dell’abbandono della terra, trova un ritmo solenne, epico, appunto. Passi cadenzati ritmano l’esodo, perché di esodo biblico si tratta, di una desacralizzazione, della perdita dell’Eden. Il canto degli emigranti è la forma più colta di epicità. La poesia oscilla tra la tenerezza dell’immagine con cui rappresenta la Calabria e questa epicità. La Calabria è la rosa nel bicchiere. Il cuore dei calabresi è un cuore cantastorie. Ma l’abbandono è il peccato di origine. Anche per Saverio Strati c’è un nucleo fondante. Esso non è la ricerca linguistica, neppure la revanche per la terra. Dal passato certo di operaio, Saverio Strati ha imparato l’importanza del linguaggio ma la sua non è ricerca linguistica così come non è revanchismo. Noi lazzaroni e È il nostro turno sembrerebbero condurre in questa direzione, ma anche per lui la narrazione è piano archetipale, ricerca delle origini.


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Pubblicato da

Bruno Pino

Bruno Pino è giornalista, blogger, appassionato di storia locale, fotografo - Cosenza & Aiello Calabro (Cs) - Contatti brunopino66@gmail.com | +39.3495767435

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