La banana attaccata al muro con lo scotch, acquistata per 6 milioni di dollari e poi mangiata (vonprude!) ha fatto assai discutere nei giorni scorsi.
E così, il notissimo critico d’arte, cugino carnale di Adacquacerze, tale Geniale Priestufò, non si è sottratto a chi chiedeva spiegazioni e ha voluto commentare e dire la sua idea.
“Se la lima raspa e la raspa lima, cosa raspa di più la lima o la raspa?” si chiede Priestufò. In buona sostanza, con questa domanda apparentemente senza senso compiuto, il critico ritiene che “se il ferro non si arricioppa e la lana non si arruzza, l’epifania dell’essere allora si sostanzia nell’attaccamento tricologico e dunque, ecco che l’esegesi dell’arte contemporanea si appalesa in maniera icastica nella tautologia dello sparatrap postmoderno“.
Il notevole contributo dello studioso fa finalmente chiarezza sulle nuove frontiere dell’arte e ci aiuta davvero, veramente, a capire il valore delle cose. Grassie di cuore.
Aggiungiamo una foto della “semplificazione” del pensiero del critico d’arte Priestufò, eseguita dall’intelligenza artificiale alla quale abbiamo chiesto un aiuto perché non ci avevamo capito una mazza!

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Copio/incollo un post di Maurizio Rossi sull’argomento.
Ultime sul fronte concettuale.
“Nastro disteso che tiene un nastro ancora avvolto”.
La dicotomia estroverso/introverso è rappresentata da quest’opera esposta al Mezzometropolitan Museum of Art lo scorso anno. Secondo il famoso critico italiano Accapolissa, l’opera esprime i tratti della personalità artistica in generale e in particolare modo quella dell’autore: Jug Ale (noto esponente dell’assenteismo, corrente dell’iperconcettualismo, inaugurata da Antonio Clemente nel 1950).
Le dichiarazioni di poetica sono esposte nel saggio “Perché non possiamo non dirci artisti” (edizione Affritti&Caliati, 2023). Riporto alcuni passi: “L’artista è introverso, per nulla espansivo, è asociale, si avviluppa su se stesso, in cerchio. Ma percepisce un vuoto al centro che non può essere colmato da nessuna cosa del mondo: nella sua natura ‘saturnina’ scopre una mancanza, nessun nucleo ma solo anelli. Da qui nasce il desiderio di staccarsi da questa condizione, anche a costo di perdere il collante che tiene assieme il nastro del suo vissuto e la sua dimensione aurorale. Allora opera uno stacco catartico: una parte di sé, quella più esterna, rivolta alla mondanità, è tolta, messa al servizio di una nuova condizione: sostenere e affermare l’introverso nella visibilità. L’artista però subisce nel suo esporsi uno scacco: il nastro col tempo perde la sua funzione/valore e il nastro/artista rischia la caduta, che farebbe il paio col vuoto metafisico che ha percepito in sé. Stanco (ovvero “scocciato”) di rinnovellare semestralmente questa operazione, col rischio di consumare se stesso fino in fondo per sostenersi di fronte al reale, cioè: non affatto disposto a realizzare un ontogenesi à rebours (alla fine rimarrebbe solo un ‘intorno’ di cartone o plastica: mistero delle origini), per evitare la caduta, decide con un salto dialettico di trasformare il muro in pavimento, recuperando così uno stato originario ideale. In modo tale che la caduta non somigli a un peccato originale da cui doversi redimere in seguito”.
La critica mondiale attende ansiosa questa nuova opera dal titolo provvisorio: “nastro a riposo senza colpa”. Intanto non tutti sono concordi sul senso da riconoscere alla sua opera (foto).
Secondo il critico cinese Ciòh Tign l’artista intende rappresentare una critica radicale al consumismo. Il consumo del nastro è il simbolo della mercificazione del dono.
Per il critico newyorkese Ciam Briellow l’opera di Jug Ale non rappresenta alcunché ma si presenta nel suo essere oggetto destinato a una decifrazione da parte del fruitore a cui è assegnata la responsabilità del contenuto.
Il critico tedesco Vom Bicaren afferma la valenza politica della prossima opera: nell’atto di svincolarsi dalla verticalità gerarchica del muro (tra l’altro simbolo della divisione dei popoli) per trasferirsi nel piano orizzontale del pavimento, l’artista vuole affermare la condizione democratica di ogni soggetto-oggetto. L’intellettuale austriaco Strolacarich riprende il concetto sostenendo che la nuova collocazione del nastro/artista tra gli oggetti di cancelleria lo individualizza, rispetto al vinavil e lo distingue nettamente dalla gomma matita temperino ecc., ma nello stesso tempo lo annulla, confermando la fallacia dell’argomento estetico per cui tutti gli oggetti possono essere arte e tutti gli uomini possono essere artisti.
Secondo il critico francese Catuòju l’artista invita a riconoscere che il nastro non è biadesivo, per cui è fuori dubbio che vuole sottrarsi all’ambiguità di chi ipocritamente aderisce a due realtà opposte.
Per il gallerista rumeno Luòrdu l’artista con la sua opera vuole rispondere alla banana di Cattelan. Tra il nastro e la banana non c’è omogeneità, uno artificiale l’altro naturale, e quindi non realizza l’idea di mettere sotto accusa il “consumo d’arte”; tra l’altro vanificato ulteriormente dall’acquirente che ha mangiato solo la banana e non il nastro. Nell’opera “nastro su nastro” si realizza invece la tautologia cara al concettualismo.
Per il noto critico russo Catringulowskij invece l’opera è l’emblema della crisi dell’uomo europeo che consuma se stesso in questo suo aderire ad ogni superficie. Il destino finale è una forma inedita di nichilismo: perdita di aderenza con la realtà.
La storica dell’arte svedese Frica Tinde nota che il nastro non è isolante, per cui l’oggetto artistico si espone a diverse interpretazioni. Il suo essere lo mette a rischio di fronte alle correnti artistiche o elettriche? Quanto alle correnti d’aria e marine la storica invita l’artista a collocare nel prossimo inverno l’opera sulle pareti della scogliera di Smögen.
Il noto collezionista anglosassone Dapè Sievudu ha dichiarato che acquisterà l’opera omnia di Jug Ale in virtù della inequivocabile affinità tra il suo popolo e l’artista.