A mastr’Ugu. Una poesia di Giulio di Malta per i 32 scudetti della Juve

A mastr’Ugu
Per festeggiare il trentaduesimo scudetto, il regalo migliore che si può fare a tutti i tifosi aiellesi della “vecchia Signora” è rappresentato dalla pubblicazione su internet della poesia da me scritta per ricordare Mastro Ugo Pucci, il più accanito sostenitore dei colori bianconeri, per amore dei quali, nell’inferno dell’Heisel, ha visto da vicino passare la morte, per sua fortuna, con la nera falce spezzata e fuori uso. La signorilità ostentata nei movimenti di gioia, come in quelli di dolore, rendono il personaggio esempio primordiale del tifoso Doc. Questi, sono esseri rarissimi, apparsi sulla faccia della Terra, che diventano gli eroi civili che niente e nulla potrà cancellare. (G.d.M.)

A mastr’Ugu

Si statu nu malatu e “Juventite”,
ha rischiatu la pelle all’Heiselle,
casa, lavuru, sempre le partite,
quante ‘ncazzate, quante ure belle.
Rre di varbieri, du tifu rganizzatu,
un ha strafattu dopu le Vittorie,
tuttu, ppe lle sconfitte ha supportatu,
spissu di malunziti, e ciotarie.
Boniperti, Del Piero, Legrottaglie,
Sivori, Platinì o Rre Zidane,
cangianu i jocaturi, no lle maglie,
sempre le stesse e sciarpe e lle bandane.
Ha sempre sostenutu sta teoria,
Signure, cumu a squatra de lu core,
ha perdunatu scherzi e vizzaria,
rispettatu le Squatre de valore.
Aiellu, oje, ciange stu Signure,
Ugu, grande tifosu bianconero,
artista de lu tagliu, du culure,
uomminu e sport onestu e battaglieru.
Nsilenziu, si partutu ppe llu viaggiu,
ca tutti, prima o pue, avimu e fare,
lassandu scrittu grande lu messaggiu:
“u calciu ìe lutta c’hadde affratellare”.

Giulio di Malta, 8 ottobre 2000

"Cchi silenziu". Una poesia di Giulio di Malta dedicata a Pasquale Bianco

Cchi silenziu


di Giulio di Malta
A quella piccola “Aquila reale” che è stato mio cognato Pasquale Bianco, “refugium peccatorum”  di tutti noi in ogni momento di bisogno, sempre schierato in prima linea. Geologo, nato nel lontano Brasile, dopo una visita al mio paesello, è colpito da una bruttissima malattia “l’aiellite acuta”.
Di questa, per tutta la vita, ha studiato le varie sfaccettature, ma non ha trovato la cura adatta a combatterla.

Pasquà! Cchi silenziu ca regne stamattina!
Un t’hamu vistu, oje, izare vulu.
A vecchjaia, u sacciu, ìe nna ruvina,
ma tu sì tu, un sidi nu “cuculu”,
Quandu la prima vota, ha vistu Ajellu,
a gran sagliuta de la casa mia,
te sidi nnamuratu du Castiellu.
Caru Pasquale! Ha fatt’a fissarìa.
Aquila ppe natura e sentimientu,
sì diventatu u rre da cumpagnia,
ogni due lugliu, sempr’u stess’eventu,
a Prucessione da Madonna mia.
D’a Cappella alla Chiazza, arriedi u carru,
Aiellu e lla “Patruna” ha tantu amatu,
un s’’e verificatu mai nu sgarru,
sì statu n’aiellise affezionatu.
Ccu ssa partenza mo alla ‘ntrasatta,
hamu perdutu tuttu, simu suli,
ud’ìedi na sconfitta, ma disfatta,
quando a “reale” ud’izedi cchiù vuli.
Aiello, 10 ottobre 2012

Ad Umbertino Caruso. Una poesia di G. di Malta

Riceviamo da Giulio di Malta e pubblichiamo

I legami tra San Francesco di Paola e Cristoforo Colombo: il comune obiettivo della Crociata contro i Turchi

Riceviamo e pubblichiamo
di Giuseppe Pisano

Sono passate anche le celebrazioni del Cinquecentesimo anno dalla morte di San Francesco di Paola e bisogna registrare un vero e proprio vuoto relativamente agli studi sui possibili collegamenti tra il Santo di Paola (1416-1507) e Cristoforo Colombo (1451-1506). I vari convegni storici internazionali che si sono succeduti, compreso l’ultimo tenutosi nel settembre 2007, hanno affrontato gli argomenti più disparati riguardo alla figura e all’opera di San Francesco di Paola senza però trattare tale tematica. Eppure alla luce degli ultimi studi sul “navigatore dei due mondi” e sulla scoperta dell’America, effettuati in particolare dal colombista Ruggero Marino, emergono alcuni elementi da non sottovalutare che, se approfonditi, potrebbero rivelarsi utili per una ricostruzione più completa e veritiera sulla figura del Santo calabrese e sulla storia del continente americano.
Marino nei suoi libri, pubblicati a partire dal 1991(1), sulla base di una nuova interpretazione di antiche carte e documenti, rivisita le vicende dell’”Ammiraglio del Mare Oceano” e della scoperta del Nuovo Mondo facendo emergere innanzitutto la figura di un Papa ignorato dalla ricerca storica: Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo, 1484-1492) che fu, a suo dire, il vero artefice (sponsor) del viaggio di Colombo.
Un altro eminente colombista, il professor Gaetano Ferro (2) parla invece di commistioni tra l’impresa di Colombo ed il pontefice Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484)(3).
Si conoscono i legami molto stretti tra questi due papi provenienti dalla Liguria (a differenza del Papa spagnolo che succederà, nell’agosto 1492, a Innocenzo VIII: il famoso Alessandro VI detto il Borgia) ma i colombisti non hanno mai fatto caso agli straordinari legami che il Santo di Paola (così come il suo braccio destro p. Baldassarre De Gutrossis da Spigno(4)) aveva con i predetti pontefici liguri, e soprattutto non hanno mai effettuato alcun accostamento – ad eccezione, anche se solo marginalmente, di Marino (5) – tra il religiosissimo Colombo (defensor fidei) e il suo contemporaneo San Francesco di Paola.
Per fare qualche esempio, ricordiamo i colloqui segreti tra San Francesco e papa Sisto IV(6) avvenuti nel 1483 prima della sua partenza per Tours, in Francia presso la corte di Luigi XI, il re più potente d’Europa(7). Da sottolineare che in quel periodo era presente a Roma anche Lorenzo il Magnifico assieme al suo figlioletto Giovanni, di appena tre anni, al quale il Paolano predisse che sarebbe diventato papa. Difatti, Giovanni de’ Medici, che Innocenzo VIII aveva creato cardinale a soli diciotto anni (sulla base di tale precedente Colombo pretenderà la porpora per il figlio minorenne Diego e lo farà attraverso una lettera, scoperta di recente, inviata al papa nel 1493 ), morto Giulio II, fu eletto papa nel 1513, col nome di Leone X(8). Lorenzo era peraltro consuocero di Innocenzo VIII in quanto Franceschetto, figlio legittimo del pontefice(9), aveva sposato la figlia del Magnifico, Maddalena dei Medici(10). Sisto IV nel 1474, con la Bolla Sedes Apostolica, diede il primo vero riconoscimento alla congregazione eremitica e papa Innocenzo VIII, con la Bolla Pastor Officium, confermò i privilegi concessi dal suo predecessore all’Ordine di San Francesco di Paola.
Gli studiosi di Colombo parlano di due avvenimenti storici che si rivelarono determinanti per la successiva partenza dell’Ammiraglio genovese, avvenuta il 3 agosto 1492: la battaglia di Otranto (1480) e la resa di Granada (2 gennaio 1492)(11). Due episodi, questi, che vedono il santo di Paola assumere un ruolo di primo piano (12). Difatti Francesco preannunciò con largo anticipo l’attacco dei turchi a Otranto, avvenimento questo che la letteratura ha etichettato, forse troppo sbrigativamente, come “miracolo”; e riguardo a Granada i fatti ci descrivono che re Ferdinando V, scoraggiato, stava per abbandonare l’assedio della città di Malaga (facente parte del reame moresco di Granada) quando grazie all’intervento dei due inviati di Francesco, i padri Bernardino Otranto e Jacques l’Espèrvier, il re spagnolo decise improvvisamente di non desistere e i mori furono costretti a firmare la resa. Da allora in terra di Spagna i seguaci dell’Ordine di San Francesco di Paola furono chiamati Frates de Victoria(13) ed in varie località andaluse (tra cui Siviglia, Cadice e Andujar) vennero fondati istituti e conventi dell’Ordine per concessione di Ferdinando il Cattolico(14). Negli stessi scritti di Colombo ricorrono spesso questi due episodi.
Si parla sempre più fortemente di una regia del Vaticano e di una copertura politica della Spagna (la “cattolicissima nazione”) riguardo alla spedizione di Colombo e si comincia a mettere da parte la “storiella”, durata oltre cinquecento anni, dei finanziamenti concessi dai regnanti spagnoli, Isabella di Castiglia (cui si dice avesse impegnato addirittura i propri gioielli per aiutare Colombo) e Ferdinando d’Aragona mentre, al contrario, prende piede con sempre maggiori certezze la teoria secondo cui a finanziare il viaggio dell’”Eroe dei due mondi” furono banchieri fiorentini (Giannotto Berardi, banchiere legato a Lorenzo il Magnifico) e genovesi (Francesco Pinelli, pronipote di papa Innocenzo VIII) con il loro socio Santàngel (15), lo stesso Colombo e altri (16). Francesco Pinelli a quel tempo viveva in Andalusia ed era“in stretto contatto con Battista Pinelli che fu accolto da Innocenzo VIII tra i notai apostolici e qualificato dallo stesso come cives ianuenses” (17). Battista, anch’esso pronipote di Giovan Battista Cybo, tra il 1491 e il 1495 rivestì l’incarico di arcivescovo di Cosenza(18) e, quasi certamente, ebbe un ruolo riguardo ai primi finanziamenti ricevuti da Colombo in Spagna, nazione dove l’arcivescovo cosentino ricevette da Innocenzo VIII e dal suo successore Alessandro VI numerosi benefici (19).
Dopo il primo viaggio di scoperta dell’Almirante, che aveva visto tra l’equipaggio – composto da appena novanta membri e senza la presenza di uomini di chiesa – il marinaio calabrese Anton Calabrés(20) proveniente quasi certamente da Amantea(21)(paese vicino Paola), la scelta dei religiosi da inviare nel Nuovo Mondo era di esclusiva pertinenza del re, e Ferdinando favorì la partenza, guarda caso, di Bernardo Boyl (22), già suo consigliere e segretario il quale poco tempo prima aveva deciso di entrare nell’Ordine dei Frati Minimi Eremiti dopo avere conosciuto personalmente a Tours, nel 1486, il suo fondatore San Francesco di Paola. Boyl, un anno prima della partenza per il nuovo continente al seguito di Cristoforo Colombo, come primo missionario e con compiti di delegato apostolico concessi con bolla pontificia (Piis fidelium del 25 giugno 1493), era stato nominato dal Paolano Vicario Generale per la Spagna.
Ci risulta difficile, a questo punto, pensare che il Santo calabrese – dichiarato da Pio XII “Patrono della gente di mare italiana”(23) – non abbia mai avuto rapporti con Colombo, soprattutto quando si è certi che lo stesso Boyl (compagno spirituale dell’Ammiraglio genovese) incontrò nuovamente il Paolano a Tours di ritorno dal Nuovo Mondo (1494) prima di recarsi a Roma dal Papa per incarico dello stesso Francesco al fine di intercedere in favore dell’Ordine dei Minimi(24). Così come non è improbabile che ci sia stato un incontro tra Colombo e i citati inviati di San Francesco nel periodo della presa di Granada visto che a quel tempo era presente anche l’Ammiraglio genovese in quella città. E poi i rapporti di Colombo con la Francia furono non pochi e forse più di quanto si è detto finora(25). Degno di nota, ma poco conosciuto e approfondito, è il fatto che, riguardo al primo viaggio di scoperta, sulle caravelle di Colombo dovevano salire due francescani della provincia di Francia, che l’Ammiraglio aspettò fino all’ultimo, e fu poi costretto a partire dal porto di Palos senza religiosi(26). I frati francesi, che parteciparono al viaggio successivo di Colombo, erano mandati dal generale dell’Ordine, Francesco Samson il quale, per il ruolo che rivestiva, non poteva non avere rapporti con la corte di Francia e con Francesco di Paola, consigliere spirituale della famiglia reale e figura che crebbe “nel segno e nel nome di Francesco d’Assisi”(27).
Si è sempre ampiamente parlato invece del grande impegno di San Francesco di Paola presso la corte francese(28) e non solo, per il ristabilimento delle relazioni tra Francia e S. Sede; per il superamento dei contrasti tra Francia e Spagna e tra Francia e Regno di Napoli al fine di evitare lo scoppio di nuovi conflitti armati tra potenze cristiane. Ma, oltre tale scopo, potrebbe esserci qualcos’altro di molto importante nelle intenzioni di Francesco. Infatti, nell’Europa cristiana di quel periodo, in cui regnava un clima di massimo disordine, è più che probabile che quel tanto prodigarsi del Santo calabrese in favore dell’unione dei potentati cristiani italiani ed europei avesse un fine ben preciso e cioè la realizzazione di una crociata comune, alle soglie del ‘500, contro i musulmani. Sono d’altronde diversi i documenti e le testimonianze che portano in questa direzione.
Inequivocabili appaiono le due lettere, da sempre sottovalutate dai biografi del Santo, inviate da Francesco tra il 1482 e il 1496 a Simone di Alimena(29), duca di Montalto(30) in Calabria e Vicerè delle Puglie, suo amico e benefattore appartenente a una famiglia di origine greca. Il Paolano nella missiva del 5 febbraio 1482 – esattamente due anni dopo Otranto e un anno prima dei suoi incontri con i più grandi regnanti del tempo – mette pesantemente sotto accusa l’atteggiamento dei prìncipi secolari che definisce “peggiori degli infedeli” e “tiranni del popolo di Dio”. Parla di un uomo “del sangue di Costantino imperatore figliolo di Sant’Elena e del seme di Pepino…” che “per virtù dell’Altissimo confonderà i tiranni, gli eretici ed infedeli…” e “farà un grandissimo esercito…”. Diceche sarà fondato per volere di Dio un nuovo Ordine (“una nuova religione e sarà l’ultima. Procederà con le armi, con le orazioni e con la santa ospitalità…”). E semprerivolgendosi al suo amico montaltese scrive: “da V.s. ha da nascere lo Gran Duca della milizia, ha da vincere il mondo ed insignorirsi dello temporale e spirituale e non potrà più essere al mondo niuno signore che non sia dell’Ordine della sancta milizia dello Spiritu Sanctu. Porteranno il segno di Dio [la croce] vivo in petto…”. E aggiunge: “Il Capo e fondatore di tal gente sarà uno della vostra stirpe e questo sarà il grande riformatore della Chiesa di Dio…sarà gran capitano e principe di gente santa, nominati li ‘Santi Crociferi di Gesù Cristo’, con li quali consumerà la setta maomettana con il resto degl’infedeli”. Infine, nella lettera del 13 agosto 1496 San Francesco, riguardo al nuovo Ordine, dirà che esso si mostrerà “con crocifisso alzato e sollevato sopra gonfalone in luogo eminente” e “Vincitore si chiamerà il loro fondatore, e vincerà il mondo, la carne ed il demonio”(31).
Un’altra testimonianza importante in tal senso viene da padre Giovanni Fiore da Cropani, il massimo storico della Calabria seicentesca, il quale scrive che il Paolano “profetizzò nella Calabria una religione di cavalieri per mettere a fondo l’Ottomano Imperio…”(!)(32). E persino nella Bolla di Leone X per la canonizzazione di S. Francesco di Paola si parla di “Sancte Cruciate et expeditionis in Turcos…(33)”.
L’eremita paolano, forse è bene evidenziarlo, “era buono e caritatevole, ma non era contrario alla guerra, alle pene corporali, al carcere, alla pena di morte e alla vendetta divina”(34). Lo stesso abito adottato dall’Ordine, con ”il cappuccio che copre le spalle e il petto fin sotto le ginocchia, ha la forma dell’elmo e della corazza del cavaliere medievale, a simboleggiare l’eroicità dello spirito (35)”.
Secondo la tradizione “ mentre Francesco attende alla preghiera in luogo appartato, gli appare l’Arcangelo San Michele (36) che gli reca un cappuccio e uno stemma a forma di sole sfolgorante con la scritta Charitas (37) al centro, su tre righe quasi ad indicare che la venerazione instancabile di Francesco per l’Amore di Dio si fonda sul mistero profondo della Santissima Trinità”(38).
Anche i papi di allora erano molto preoccupati della minaccia islamica. Costantinopoli cadrà il 29 maggio 1453 per opera dei turchi e si può dire che da quel momento la crociata sarà il comune denominatore della politica vaticana: da papa Niccolo V, che con una bolla del 30 settembre dello stesso anno si rivolse a tutti i principi per spingerli ad affrontare la “santa crociata”(39), a Innocenzo VIII, il pontefice che, una volta conclusa la crociata in terra di Spagna, darà la spinta finale per la partenza di Colombo nella sua crociata d’oltremare per il definitivo riscatto di Gerusalemme che doveva passare attraverso la circumnavigazione del globo. Non a caso sulle vele delle caravelle dell’Ammiraglio del Mare Oceano erano ben presenti le croci crociate o templari. A tal proposito pare che già due secoli prima della spedizione di Colombo in America i Templari, che furono l’istituzione europea più grande e ricca dopo la Chiesa, dal loro porto di La Rochelle (Port des minimi) in Francia solcarono le acque dell’Atlantico e raggiunsero il nuovo continente.
Colombo fu sicuramente influenzato dalle informazioni contenute nell’opera “Il Milione” di Marco Polo, difatti nella sua biblioteca fu trovato un esemplare riccamente annotato(40). Il navigatore genovese (41) era convinto che si potessero raggiungere le coste orientali dell’Asia viaggiando verso occidente e quindi che il “Catai” e il “Cipango” ( una delle “settemila isole indiane” indipendenti – secondo Polo – distanti “1400 miglia marine dalla terraferma”) si trovassero a poche settimane di viaggio dalla costa iberica. Gli scopi iniziali di Colombo erano la scoperta e la presa di possesso attraverso un atto giuridico, non la conquista con la forza militare: con tre navi e circa novanta uomini sarebbe stato impossibile. Giuridicamente la presa di possesso di isole era giustificata dalla presunta Donazione di Costantino che attribuiva al Papa l’autorità su tutte le isole del mondo così come da scritti giuridici, risalenti al secolo precedente la scoperta (Tractatus de Insulis di Bartolo da Sassoferrato), si era stabilito che le isole lontane dalla terraferma più di cento miglia non erano più sotto la sovranità del sovrano che governava sulla terraferma e potevano essere occupate come terra di nessuno (terra nullius) nel caso fossero abitate da pagani e non venisse opposta una effettiva resistenza all’occupazione(42). La Donazione di Costantino è un documento apocrifo risalente agli anni dell’incoronazione di Pipino il Breve a re dei Franchi da parte del papa(43), in un periodo in cui si dava inizio allo Stato della Chiesa proprio grazie all’intervento dello stesso imperatore contro le truppe di Astolfo re dei Longobardi, avvenuto tra il 754 e il 756. A tal proposito anche il nipote di Pipino, figlio di Carlo Magno – che fu battezzato il giorno di Pasqua da papa Adriano I che gli cambiò il nome di Carlomanno in quello di Pepino e il giorno seguente lo consacrò re d’Italia in età di soli 3 anni – sconfisse gli Avari che volevano invadere l’Italia e nell’801 scacciò i Saraceni dalla Corsica.
La vera conquista doveva quindi avvenire successivamente al viaggio di scoperta.
Sono tante le testimonianze che attestano il fatto che il tema della Crociata, della liberazione del Santo Sepolcro, della lotta contro i Musulmani era un’idea fissa che dominava il pensiero di Colombo. Il 4 marzo del 1493 l’Ammiraglio scriveva ai reali di Spagna affermando che nel giro di sette anni avrebbe pagato ai Re di Spagna 5.000 cavalieri e 50.000 fanti per la conquista di Gerusalemme “per effettuare la quale si decise questa impresa”, e dopo altri cinque anni “altri 5.000 cavalieri e 50.000 fanti, che farebbero 10.000 cavalieri e 100.000 fanti…”(44). Nel 1501 in un’altra lettera indirizzata ai sovrani spagnoli citava Gioacchino a Fiore (l’Abate Joahachin Calabrés) il quale aveva scritto “che sarebbe venuto dalla Spagna chi doveva riedificare la casa del monte Sion”(45). A tale riguardo Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi studiosi a livello mondiale di Colombo, disse che forse il vero movente che spinse Colombo ad affrontare questo difficilissimo viaggio “fu la prospettiva mistica di essere protagonista d’una missione provvidenziale, e tutto ciò s’inquadra nella concezione del mondo derivata dall’abate calabrese, dalla quale Colombo, come tanti francescani del suo tempo, era più o meno consapevolmente influenzato e condizionato”(46). Il disegno di Colombo era quello dell’evangelizzazione delle genti amerinde; era quello della conquista dell’oro per la crociata in Terra Santa: “raccomandai alle Vostre Altezze, che tutto il ricavato di questa mia impresa si impiegasse per la conquista di Gerusalemme…” (Giornale di bordo, 26 dicembre 1492)(47).”L’oro era per lui non soltanto strumento di ricchezza, di progresso economico, ma anche e soprattutto, strumento di potenza per la Cristianità, nonché mezzo per una guerra vittoriosa contro i turchi per la riconquista del Santo Sepolcro; infine, perchè no? mezzo necessario a procurare l’avvento della terza era gioachimita, l’età del generale benessere e della perfezione” (48).
Appare chiaro, dunque, che la crociata fosse un’idea fissa, un obiettivo concreto, sia nel pensiero di Cristoforo Colombo sia in quello di San Francesco di Paola. D’altronde l’Islam minacciava fortemente la cristianità: la caduta di Costantinopoli, il sangue cristiano versato nell’attacco degli infedeli a Otranto erano i segnali che non si poteva attendere oltre. E una volta conclusa la crociata contro i Mori in terra di Spagna – con il contributo importante deiFrates de Victoria – si poteva intraprendere finalmente la definitiva crociata di Colombo (49).
San Francesco e i papi si affrettarono ad unire i potentati europei. Colombo da parte sua non lasciò inadempiuto nessun tentativo pur di raggiungere lo scopo bussando a tutte le corti d’Europa. Ed è probabile che la convinzione dell’Ammiraglio a voler partire dalla Spagna fosse dettata proprio dalla volontà di tener fede alla profezia dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore il quale, tra l’altro, viene menzionato -oltre che, come prima detto, nelle lettere ai reali spagnoli e sul Giornale di bordo- ripetute volte anche nel suo Libro de las profecias: “…fiorì in Calabria e scrisse vari libri di grande utilità. Inoltre, nella spedizione dei re e dei principi alla Terra Santa [la Quarta Crociata, 1203-04], ed a loro domanda, egli predisse che avrebbero ottenuto poco profitto poiché non era ancora arrivato il momento per intraprendere [la spedizione]”(49).
Infine, in una missiva indirizzata al papa del 1502 Colombo dirà che “Satana ha impedito tutto questo e con violenza ha fatto in modo che nulla si realizzasse…e perchè non venga alla luce un così santo proposito”(51).
Detto ciò, se la storia fa ancora credere che tra Cristoforo Colombo e San Francesco di Paola non esista alcuna connessione noi diciamo con convinzione che bisogna approfondire gli studi in questa direzione per amore di giustizia e verità storica.
Giuseppe Pisano
NOTE
1)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito: un giallo storico lungo cinque secoli, Newton Compton, Roma, 1991.
2)Professore emerito, fu anche membro della Giunta del Comitato Nazionale per le celebrazioni del V Centenario della Scoperta dell’America e, per dieci anni, presidente della Società Geografica Italiana.
3)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997, p.127. Cfr. anche Ferro G., I luoghi di Colombo nel vecchio mondo, ECIG, 1988; Ferro G. e Pampaloni C., I Colombo e il Ponente Ligure, Civico Istituto Colombiano, 1990.
4)Confessore e consigliere stimato dei papi Sisto IV e Innocenzo VIII. Giurista di fama lasciò la sua carriera intorno al 1470 per seguire il frate Paolano e fu un validissimo sostegno a Francesco per la nascita e la crescita dell’Ordine. Cfr. Galuzzi A., Origini dell’Ordine dei Minimi, Roma, 1967.
5)Finora possiamo dire quindi che tra i colombisti solo Marino nei suoi studi sulla vita e sui viaggi di Colombo si accorge che in qualche modo la figura di San Francesco di Paola esiste e ne fa menzione tre volte in un suo libro(Cristoforo Colombo. L’ultimo dei templari, Milano, S&K, 2005): in merito alla battaglia di Otranto (p.19); al Santuario di Genova a lui dedicato edificato dai Doria (per tale motivo i genovesi usavano chiamare i frati minimi “i religiosi del principe di Oria”) e dai Centurione, due famiglie legate a Colombo (p.30) e, infine, alla profezia del Paolano riguardante l’imminente sconfitta della “setta maomettana” grazie ad una nuova religione, “l’ultima religione” (p.278) di cui si parlerà più avanti .
6)Francesco della Rovere (1414-1484), francescano divenuto generale del suo Ordine prima di ascendere al papato. Nel 1473 nominerà cardinale Giovanni Battista Cybo che gli successe mentre era vescovo di Molfetta.
7)Il Paolano, con la benedizione di papa Sisto IV, salirà su una nave e approderà sul suolo francese presso la baia di Bormes al Capo del Colombo e, dopo avere visitato alcune località, si presenterà presso la corte del re Luigi XI ove rimarrà per tutto il resto della sua vita.
8)Francesco fu canonizzato il 1° maggio 1519 (a soli dodici anni dalla morte) da Papa Leone X e fu l’ultimo eremita occidentale ad essere stato iscritto nel catalogo dei santi. Evento rilevantissimo per i suoi tempi basti pensare che da quasi trentacinque anni (1485) non si teneva una canonizzazione in S. Pietro .
9)Concepito alla corte di Napoli dove il padre era cresciuto prima di intraprendere la carriera ecclesiastica.Giovanni Battista era figlio di Aronne Cybo, che fu viceré di Napoli con gli aragonesi. Franceschetto ebbe diversi figli, fra i quali il Cardinale Innocenzo Cybo che fu arcivescovo di Messina dal 1538 al 1547.
10)Altomonte A., Lorenzo il Magnifico, suppl. a Famiglia Cristiana n.32, Milano, RCS, 2003, p.223.
11)Granzotto G., Cristoforo Colombo, Mondadori, 1984. Cfr. anche Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997.
12)Cfr per tutti Francesco di Paola il Santo della Carità, a cura di Marcello Donini, C.B.C. , Catanzaro, 1996.
13)Cfr. Pisano G., San Francesco di Paola e Cristoforo Colombo. Il sogno della Crociata, in Calabria Letteraria, Soveria Mannelli, n.1-2-3, 2011, pp.29-32.
14)A quel tempo la diffusione dell’Ordine raggiunse livelli altissimi. Per fare un esempio, i Minori (conventuali) accudivano a 117 conventi mentre i Minimi raggiunsero quota 123. Da aggiungere che il tedesco Hieronymus Munzer attribuì al marito di Isabella il titolo di “nuovo Carlomagno” (Cfr. Dumont J., Il Vangelo nelle Americhe: dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe,1992, p.125).
15)Ministro delle finanze d’Aragona.
16)Robertson G., The History of America, Londra, 1788. Cfr anche Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p.87.
17)De Anna L.G., I Pinello, da Genova alla Finlandia, in La Rondine, 30/8/2009, p.3.
18)Giovanni Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo II, Rubbettino, Soveria Manelli, 2000, p.528.“Il Pinelli fu uomo di virtù e di grande carità… L’Ughelli ricorda l’elogio che ne fa Umberto Folieta, nel libro dei Panegirici, notando tra l’altro che egli, contrariamente a quel che avevano fatto i suoi predecessori, dimorò in diocesi, la visitò tutta…” (Cfr Russo F., Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza, Napoli, Rinascita artistica editrice, 1958, pp.454-455). Folieta (o Foglietta), storico genovese, era nipote di Agostino Foglietta, vescovo di Mazzara “vissuto alla corte pontificia e molto legato a Leone X … passato successivamente al servizio di Carlo V che lo ebbe suo legato a Roma” (Di Pierro G., Umberto Folieta e la sua storia dei tumulti napoletani sotto il viceregno di Pietro de Toledo, 1971 ?).
19)Russo F., Regesto Vaticano per la Calabria, Roma: G.Gesualdi, 1974-1993, nn.13427, 13442, 13453, 13492, 1517 . Vd. anche Russo F., Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza… cit., p.454. L’arcivescovo di Cosenza ebbe numerosi benefici anche in Francia, in località dove il movimento di San Francesco di Paola era fortemente presente.
20)Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p. 93. Vedi anche Pisano G., “E Calabrès gridò…terra!”, in Mediterraneo e Dintorni, S.A.CAL. Lamezia Airport Magazine, n.3 luglio/agosto, 1999.
21)Pisano G., E’ anche un po’ calabrese la scoperta dell’America, in I Calabresi nel Mondo, Regione Calabria, 2000, n.8. Sempre ad Amantea si trova uno stemma marmoreo dei Pinelli, presso i marchesi De Luca di Lizzano (Cfr. Turchi G., Storia di Belmonte, Cosenza, Eredi Serafino, 1963, p.79).
22)Con lettera del 29 maggio 1493 il re spagnolo disporrà all’Ammiraglio genovese l’imbarco del padre Boyl e di altri frati dell’Ordine dei Minimi.
23)San Francesco di Paola il 27 marzo 1943, con il Breve Quod Sanctorum Patronatus, fu proclamato “Celeste Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana”.
24)Andrebbe approfondito, a nostro avviso, lo studio sul personaggio Boyl il quale desta una certa impressione di non essere un uomo pienamente al servizio di Dio e di Francesco quanto piuttosto una persona di fiducia del re Cattolico e del pontefice spagnolo Alessandro VI (il famoso Rodrigo Borgia) il Papa che, dopo avere probabilmente fatto morire con il veleno il Santo Padre genovese Giovan Battista Cybo (Innocenzo VIII) appena otto giorni prima della partenza di Colombo, dall’Agosto del 1492 salirà sulla cattedra di S. Pietro. Questa strana coincidenza secondo alcuni studiosi dimostrerebbe che “il Papa Cybo morire prima della partenza delle caravelle, per evitare che i regni europei sapessero che il Nuovo Mondo era stato scoperto per la Chiesa e non per la Spagna”(Cfr. per tutti Ginciuglio V., Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo, KC, Genova, 2004, p.52). Appaiono alquanto strani alcuni aspetti della vita del catalano Boyl, amico d’infanzia e segretario del re Ferdinando fino al 1479. Sul sito ufficiale dell’Ordine dei Minimi infatti si rileva che “gli furono affidate dal re importanti e delicate missioni diplomatiche. Nel 1479, per esempio, fu inviato dal sovrano in qualità di Commissario regio della spedizione armata contro il ribelle marchese di Oristano in Sardegna, con la flotta comandata dall’Ammiraglio Vilamari. Benché all’apice del successo personale, nell’anno successivo, nel 1480 abbandonò tutto per ritirarsi a vita eremitica nel romitorio della SS. Trinità della montagna di Montserrat. Fu ordinato sacerdote nel 1481, quindi Superiore degli eremiti di Montserrat. Anche da eremita il sovrano di Spagna ricorse a lui [!] per risolvere una controversia politica con il Re di Francia, Carlo VIII, con l’intento di recuperare alla corona spagnola, le Contee di Rossillon e Cerdagna. E fu proprio in questa occasione che ebbe modo di conoscere Francesco di Paola. Era a Tour nel 1486 e incontrò certamente Francesco che, peraltro, si era già interessato alla spinosa questione facendo promettere al re Luigi XII nel testamento la ricomposizione di quella vicenda [!].Incaricato dallo stesso papa Alessandro VI, che a sua volta era stato sollecitato dai reali di Spagna [!], Boyl partì per le nuove terre al seguito di Cristoforo Colombo”. Com’è risaputo i contrasti, subito manifestatisi, tra Colombo e il nunzio catalano arrivarono al punto tale che nel 1494 Boyl, dopo avere contribuito a fare arrestare l’Ammiraglio genovese a Santo Domingo, fece ritorno in Spagna. Chiese al sovrano spagnolo di non essere rimandato in America e “per obbedienza al re, accettò di succedere al tristemente celebre Cesare Borgia nella carica di Abate Commendatario dell’Abazia di S. Michele di Cuxà, nel Rossiglione.” (ww.francescodipaola.net/ordine-minimi.php). Ma c’è di più. L’Abazia di S. Michele di Cuxà dipendeva dal monastero benedettino di Montserrat e infatti Boyl – che probabilmente si era affiliato strumentalmente all’Ordine dei Minimi, per il tempo necessario ad effettuare le citate missioni per conto del re spagnolo, considerata la figura fortemente influente di San Francesco di Paola, in particolare presso le corti francese e pontificia – rientrò definitivamente, nel 1498, nell’Ordine benedettino. D’altronde “I monasteri benedettini di Spagna non presero parte in maniera significativa alla grande impresa dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo” in quanto “i re di Spagna…non favorirono che l’insediamento di quegli ordini religiosi (come i francescani) direttamente finalizzati all’evangelizzazione degli Indiani.” (ww.benedettini-subiaco.it/benedettini_sudamerica.asp?rid=7).
25)Per fare un esempio riportiamo quanto scritto in merito dallo studioso Giancarlo Nacher Malvaioli : “quando Colombo era tornato dal suo primo viaggio, il duca di Mediaceli informava suo zio, il cardinale di Spagna don Pedro de Mendoza, consigliere dei Re, che aveva ospitato e raccomandato Colombo. La lettera comincia così: ”. E non si dimentichi che presso la corte francese ci fu anche Bartolomeo Colombo, fratello dell’Ammiraglio.
26)Giunciuglio V., Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo, Genova, KC, 2004, p.45.
27)Francesco di Paola il Santo della Carità, a cura di Marcello Donini, C.B.C. , Catanzaro, 1996, p. 15. Per quanto riguarda Colombo, lo storico e sacerdote spagnolo Ardres Bernaldez riferì che l’Ammiraglio, di ritorno dal suo secondo viaggio, si presentò “davanti ai re in abito francescano col cordone alla cintura.”(Cfr. De Lollis C., Cristoforo Colombo nella leggenda e nella storia, Fratelli Treves, 1923, p.223). Pare anche che sia morto indossando il saio francescano e, secondo alcuni studiosi, per il fatto che Colombo abbia rifiutato il vestito da nobile, ciò costituisce un’ulteriore prova che l’America fu scoperta per la Chiesa e non per la Spagna”(Cfr. Giunciuglio V., Un ebreo..,.op. cit., p.97).
28)E’ forse il caso di evidenziare che alla corte di Tours si rifugiò, tra il 1501 e il 1504, il re di Napoli (dal 1496 al 1503) Federico d’Aragona (figlio di Ferrante che regnò dal 1458 al 1494) il quale nel febbraio del 1483, nelle vesti di Principe Ereditario, ricevette nella capitale del regno San Francesco di Paola. Federico, cugino di Ferdinando il Cattolico, fu accompagnato alla corte francese da Jacopo Sannazaro, l’autore dell’Arcadia(romanzo pastorale iniziato nel 1480 e pubblicato nel 1504), che non fece ritorno in Italia prima della morte del re avvenuta a Tours nel 1504. Risulta da un documento che il re (l’ultimo aragonese) in punto di morte chiese di essere tumulato nella chiesa dei Minimi.
29)Gli Alimena tra l’altro erano una famiglia che godette nobiltà in Cosenza e Amantea (Cfr. Von Lobstein F., Nobiltà e città calabresi infeudate, Catanzaro, Ursini, 1982, p.135); fu ricevuta nell’Ordine di Malta nel 1589 e numerosi suoi membri furono cavalieri gerosolimitani nel XVI e nel XVII secolo (Cfr. Valente G., Il Sovrano Militare Ordine di Malta e la Calabria, Reggio Calabria, Laruffa, 1996).
30)Di Montalto era anche Paolo Antonio Foscarini, lo scienziato e religioso che “difese la teoria eliocentrica e Galileo (e fu fra i primi), pagando di persona con lo scritto (1615). ll Foscarini, oltre a rivendicare ai Pitagorici la dottrina eliocentrica, fu il primo a tentare, con metodo sistematico, di dimostrare la non contraddittorietà dei luoghi della Bibbia alla dottrina pitagorico-copernicana” (Cfr. Rotundo D., Scoperte e invenzioni di calabresi e in Calabria, Catanzaro, Ursini, 2002, p.17). Su tale argomento vd. anche Pisano G., Le rivelazioni su Colombo e sul Nuovo Mondo del cosmografo e teologo calabrese del XVI secolo, Giovan Lorenzo Anania, in Vivarium Scyllacense, n.1, 2012.
31)Miceli di Serradileo A., Vicende di una lettera inedita di S.Francesco di Paola diretta a Simone D’Alimena, in Bollettno Ufficiale dell’Ordine dei Minimi A.XLII, n.3-4 Luglio-Dicembre 1996.
32)Giovanni Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo II, Soveria Manelli, Rubbettino, 2000, p.115.
33)Sposato P., A proposito di una bolla inedita di Leone Decimo per la canonizzazione di S. Francesco di Paola, in Calabria Nobilissima, anno VII, n.21, 1953, p.162.
34)Sole G., Francesco di Paola: il santo terribile come un leone, Rubbettino, 2007, p.5.
35)Salatino F., Il sole della Calabria. Storia di san Francesco di Paola, in Radici Cristiane, 2007, n.24. Cfr anche Francesco di Paola: Umiltà Penitenza Carità. Il Cristianesimo Vissuto soggioga i Grandi d’Europa, in Corriere del Sud n.4-9, 2002.
36)San Michele Arcangelo è il Protettore dell’Ordine dei Minimi.
37)Tale parola divenne il motto dei Minimi di San Francesco di Paola.
38)Francesco di Paola: Umiltà Penitenza Carità… cit.
39)Si consideri anche “il fatto che il segretario di Niccolò V, traduttore e redattore per quel papa di lettere al Gran Turco, era il calabrese Gregorio Trionfante” e che “fra i primi a rispondere all’appello di Niccolò V fu il beato Matteo di Reggio che raccolse due navi con le quali partì per l’Asia riuscendo a riscattare molti schiavi cristiani” (Cfr. Rotundo D., Scoperte e invenzioni di calabresi e in Calabria, cit., p.66).
40)Tradotto in latino dal frate domenicano Francesco Pipino (1270 circa-1328 circa), archivista e autore di opere a carattere storico, geografico e giuridico. Pipino conobbe personalmente Marco Polo e intorno al 1320 si recò in pellegrinaggio in Terrasanta ed a Costantinopoli.
41)Secondo alcuni studiosi di origini spagnole, portoghesi, ebree, corse, greche…
42)Con Papa Borgia (Alessandro VI, 1492-1503) si passerà, guarda caso, alla concessione ai sovrani del diritto di patronato sulle nuove terre in cambio di determinati doveri di evangelizzazione.
43)Stefano IV “indicato come reggino dalla storiografia erudita locale…. Incline più all’alleanza tra il papato e i Franchi piuttosto che con i Longobardi, come aveva fatto papa Zaccaria (anch’esso calabrese -Cfr. Annuario Pontificio del 1861-), legittimando la nuova dinastia carolingia in Francia, che sostituiva la decadente stirpe merovingia, nella persona del suo ultimo rappresentante Childerico III: per questo consacrò nella basilica di Saint-Denis re dei Franchi Pipino il Breve, futuro padre di Carlo Magno. Era la prima investitura di un sovrano da parte di un pontefice”(Cfr. De Leo P., I pontefici calabresi nell’alto medioevo, in Gazzetta del Sud, 22 Settembre 2011, p.32) .
44)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito: un giallo storico lungo cinque secoli, Newton Compton, Roma, 1991, p.154.
45)Cristoforo Colombo, Lettere ai reali di Spagna, a cura di V. Martinetto, Palermo, Sellerio,1992, p.73.Gli storici non hanno finora fermato la loro attenzione sui legami del Santo di Paola con Gioacchino da Fiore così come con San Nilo e San Bruno, peraltro tutti e quattro accomunati dalla scelta della vita anacoretica dopo una prima fase cenobitica .
46)Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p.133. Cfr. anche Todorov T., La conquista dell’America. Il problema dell’altro, Einaudi, 1993, p.13.
47)Cfr Cristoforo Colombo, Giornale di bordo del primo viaggio e della scoperta delle Indie, Rizzoli, 1992, p.174.
48)Taviani P.A., Cristoforo Colombo… cit., p.133.
49)Come afferma lo studioso Francesco Pappalardo (La scoperta dell’America) “nell’Ammiraglio genovese e in coloro che lo seguono non sono da trascurare le motivazioni economiche e la ricerca di orizzonti più ampi, anche in relazione al serrarsi del Mediterraneo Orientale per l’avanzata dei turchi ottomani, ma un peso notevole hanno pure le aspirazioni religiose, cioè il desiderio di convertire gli indigeni e di reperire fondi per la riconquista di Gerusalemme. Se il progetto crociato del grande navigatore non viene realizzato, non si può dimenticare che l’oro del Nuovo Mondo servirà a finanziare la resistenza contro i turchi”.
50)Colombo C., Libro delle profezie, a cura di Wiliam Melczer, Novecento, Palermo, 1992, p.73 . Vedi anche Cristoforo Colombo, Libro de las profecias, in Nuova raccolta colombiana, III/1, Roma 1993 (Comitato nazionale per le celebrazioni del V Centenario della scoperta dell’America).
51)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997, p.146.

Aiello. In mostra, nella cappella di S. Francesco, di Malta, Asta, Simone e Bernardo

Ancora aperta per qualche giorno, la mostra di pittura di 4 artisti locali, allestita nella piccola cappella di S. Francesco. Ad esporre sono Giulio di Malta, Emanuele Asta, Tonino Simone e Daniele Bernardo.

Il Circolo di studi storici "Le Calabrie" visita l'antica Ajello

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AIELLO CALABRO – Arroccata su di uno sperone di roccia che ospita alla sua sommità un vecchio e diruto castello a guardia anticamente di una bretella dell’antica via Popilia (o meglio Annia), l’antica Ajello conserva ancora pregevoli e significative vestigia del passato che richiamano l’attenzione di studiosi e cultori del periodo medioevale e rinascimentale.
Qualche giorno fa, a fare visita al paesino tirrenico per una intera giornata è stato il Circolo di studi storici “Le Calabrie”, una associazione onlus di Gioiosa Jonica (Rc) attiva dal 1999 che conta sodali in tutta la Calabria. Il viaggio studio, al quale hanno partecipato una trentina di appassionati di arte, storia ed archeologia, capitanati dalla attivissima presidentessa Marilisa Morrone, ha toccato i più interessanti monumenti della cittadina. Dall’ex Convento degli Osservanti fuori le mura, ai diversi palazzi, a finire alle chiese urbane. In particolare, l’escursione – che contava sulla guida esperta dello storico dell’arte Gianfrancesco Solferino – si è concentrata sull’araldica che in paese è testimoniata da diversi stemmi gentilizi. «Una vera e propria maratona tra i vicoli e i monumenti di Aiello, ed una piacevolissima giornata con guide e anfitrioni speciali».
«Un grazie sentito a Gianfrancesco Solferino, alla Redazione del “Blog di Aiello Calabro e dintorni”, al dott. Pucci, a don Giulio di Malta e a tutti quelli che ci hanno aperto le loro case, all’Amministrazione comunale di Aiello che ci ha accolto con due gentilissime assessoresse. Grazie a tutti loro – è scritto nel Forum del Circolo “Le Calabrie” – abbiamo potuto gustare ogni piccolo particolare di un Centro storico tra i più belli e significativi della Calabria».
«Aiello – è scritto ancora nel Forum – è uno dei pochi paesi della Calabria che possiede e conserva una bellissima piazza cittadina circondata da splendidi palazzi nobiliari». 
Non tutto, però, ha sortito il giudizio positivo degli studiosi. È il caso proprio di piazza Plebiscito.  «Uno spazio del genere in Calabria – sostengono i soci de “Le Calabrie” – è raro da trovare: sembra Pienza». Una piazza che «sarebbe stata quasi perfetta – annota uno dei soci – se non fosse presente quel palazzo “imbruttito” con dei balconi di cemento armato (l’ex palazzo Quintieri, che si trova a dx del palazzo Cybo, nda)».
L’analisi dell’aspetto e dell’offerta culturale del paese è stata nel complesso positiva, ma i diversi rilievi su alcune criticità sono da considerarsi, senza dubbio alcuno, costruttivi che ci sentiamo di condividere pienamente.
«Siamo rimasti affascinati dalla città – riferiscono -, ma non possiamo purtroppo esimerci nell’esprimere la nostra critica per la mancanza di attenzione riscontrata nella conservazione dei tesori di Aiello Calabro».
Troppe brutture, insomma, troppe violenze subite dai monumenti aiellesi. È il caso, per esempio, della Chiesa Matrice, «cuore della munificenza dei Conti Siscar, ridotta in uno stato di miserevole abbandono (oltre al molto discutibile restauro degli anni ’80, nda), senza alcuna valorizzazione delle superstiti tracce della fase 400esca (una porta con decorazione scultorea di prim’ordine, coperta da una statua e dal suo piedistallo), con il patrimonio marmoreo e ligneo delle età successive letteralmente buttato in una sagrestia che rischia essa stessa il crollo, pure essendo un gioiello settecentesco!
Dalla nostra visita lanciamo un grido d’allarme per Aiello: chi deve intervenire lo facesse prima che sia troppo tardi».
Ma di gridi d’allarme, in passato, ce ne sono già stati tanti, senza sortire significativi effetti. Anche l’ultima iniziativa del Blog di Aiello Calabro, che si è appellato al FAI per segnalare lo stato precario della chiesa di San Giuliano – anch’essa custode di opere d’arte di epoca Siscar e Cybo – non sembra aver avuto la giusta attenzione. Per il futuro, ad meliora.
Una ultima annotazione, che riguarda il miglioramento della fruizione dei beni culturali. Parliamo di quei palazzi antichi che non sono visitabili, tranne che in rare eccezioni. Nonostante che in passato – a quanto ci risulta – abbiano ricevuto finanziamenti pubblici, e nonostante il vigente Codice Urbani, all’articolo 38 (Apertura al pubblico degli immobili oggetto di interventi conservativi) disponga che: «Gli immobili restaurati o sottoposti ad altri interventi conservativi con il concorso totale o parziale dello Stato nella spesa, o per i quali siano stati concessi contributi in conto interessi, sono resi accessibili al pubblico secondo modalità fissate, caso per caso, da appositi accordi o convenzioni da stipularsi fra il Ministero ed i singoli proprietari all’atto della assunzione dell’onere della spesa ai sensi dell’articolo 34 o della concessione del contributo ai sensi dell’articolo 35».

Aiello Calabro. Più di venti i presepi nel borgo

AIELLO CALABRO – Sono più di venti i presepi allestiti in diversi luoghi della cittadina, per la maggior parte concentrati nella chiesa di Santa Maria Maggiore, dove sono esposte – sino al 6 gennaio prossimo – anche le 15 natività partecipanti alla mostra-concorso “Il Presepe nel Borgo”, alla prima edizione, promossa dalla Proloco. Secondo il regolamento messo a punto dagli organizzatori, ogni visitatore può votare una sola volta la propria opera preferita – alla quale andrà il premio di 200 euro – inviando un sms al 3464326874 contenente il numero del presepe in gara.
Nello stesso duomo, nella cappella a destra, fuori concorso, il grande presepe classico parrocchiale, realizzato dagli artisti Franco Petrolo di Vibo e Giulio di Malta di Aiello.
Gli altri allestimenti, invece, hanno trovato ospitalità presso la residenza delle Suore “Figlie del Sacro Cuore di Gesù”, in piazza Plebiscito; nella chiesa di Santi Cosma e Damiano; in quella di Santa Maria del Rosario, nella frazione Cannavali. Da segnalare, in particolar modo, il singolare presepe che l’artista Francesco Magli realizza, ormai già da qualche anno, all’interno della cappella di San Francesco di Paola. Un presepe, quello di Magli, che si caratterizza per la semplicità del materiale povero con cui ogni scena è stata realizzata, e la bellezza delle sculture plasmate dall’artista in “maiolica cotta a gran fuoco”.
Infine, non poteva mancare, per le note vicende che hanno interessato la vallata dell’Oliva (ed ancora in attesa di una soluzione), il presepe “radioattivo”, messo insieme da un gruppo di ragazzi in un anfratto del colle Sant’Elia, meglio conosciuto come “Pizzone”. La rappresentazione del paesaggio è di tipo classico. Ma nei pressi della grotta, compaiono, disseminati, alcuni fusti blu che turbano, come nella realtà, la serenità degli abitanti.

I Racconti del Frantoio. Nove storie dalla tradizione orale narrate da Giulio di Malta

AIELLO CALABRO – I racconti del frantoio, raccolti nel volume fresco di stampa per i tipi della Atlantide edizioni, sono l’ultima fatica letteraria di Giulio di Malta. Per sua volontà, pubblichiamo la presentazione di Eugenio Maria Gallo ed un suo profilo biografico.
A fine post aggiungiamo i link della nota di Camillo Bria che assieme all’Autore ha curato le illustrazioni del volume, e del primo racconto (nel libro ve ne sono in tutto 9) dal titolo “Valeriu, Cilibertu e l’uogliu de ricinu”.

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Presentazione di Eugenio Maria Gallo
C’è sempre tanta gioia nel narrare e, soprattutto, c’è tanta voglia di sprigionare quel che la memoria trattiene e racchiude del tempo passato e del mondo umano, scomparso e perduto, insieme con l’età che non c’è più. E, forse, proprio da questo dipende e proviene quel senso di indefinito e di vago, in cui il racconto si condensa. Narrare, in fondo, non è altro che dare nuova forza e più duratura vitalità ad immagini e quadretti di vita che, a prescindere dalla loro effettiva realtà, finiscono comunque con l’essere incastonati in un tempo senza tempo e in uno spazio che perde le coordinate concrete di un ambito determinato e definito, per tingersi di un’aria coinvolgente e ammaliante, che trasferisce il lettore stesso al centro dell’azione, quasi facendolo partecipare direttamente, personaggio fra i personaggi, alle vicende narrate. E Giulio di Malta lo sa, lo sa bene e sa raccontare; in fondo è anche dovuto a questo, ma non solo, il fascino che si leva dalla sua raccolta “I racconti del frantoio”.
E’ questa la forza intima e profonda che sostiene il di Malta narratore, che scolpisce, con fine tocco, personaggi, azioni ed eventi, che ne hanno colpito la mente e la fantasia.
“Quanto viene narrato con questo episodio della presente raccolta“– scrive G. di Malta nel racconto “Valeriu, Cilibertu e l’uogliu de ricinu” – è frutto di racconti verbali di persone che hanno vissuto la realtà e l’hanno tramandata ai posteri, certamente arricchita, ma non alterata nella primitiva essenza” (cfr. p. 1). Eppure ha il sapore e il senso dell’universalità!
Ma è, poi, importante, conoscere fino in fondo la natura dei fatti narrati? Una volta affidati alle pagine di un racconto, di un romanzo o di altro, vicende ed episodi, personaggi ed azioni si cingono dell’aria indefinita dell’arte e se ne nutrono fino ad appartenere ad una nuova dimensione, che non è più quella particolare, ma è quella che dà un senso di universalità alla’storia, attraverso un processo creativo capace di coinvolgere tutti nella narrazione e di farla sentire di tutti. E’ così anche per “I racconti del frantoio”. Quando Giulio di Malta narra, la sua pagina si offre al lettore con una freschezza di vita e con una vis rappresentativa, che fanno della narrazione l’epifania di un mondo che non è più quello dell’autore o del contesto, da cui sorge il raccontare, bensì è quello dell’uomo, dell’uomo in cui si incontrano narratore, personaggi, azioni e lettore, secondo la misura dell’arte.
E’ questa la vis della penna di Giulio di Malta, vis che scorre in queste pagine a ricreare un mondo, in cui si dipana l’azione non più di questo o di quell’uomo, ma dell’uomo, universale soggetto di storia e di vita. E di questa vita, nei racconti di Giulio di Malta, il “frantoio” si fa speciale punto di osservazione. “Il frantoio – scrive il di Malta – è insomma il salotto del contadino. Un salotto aperto notte e giorno dove si alternano di continuo donne e cavalieri diversi ed eterogenei, impegnati a tutelare i propri interessi, a raccogliere il frutto del loro faticoso lavoro, a pettegolare su tutto e su tutti” (cfr. p. 29, “Geniale, u ciucciu e llu giornale”).
Così, quando Giulio di Malta racconta, ogni sua pagina si tinge di nuova vita, quella vera ed essenziale, che solo l’arte sa e può dare. Quei’“frantoi”, semplici punti di osservazione e di chiacchiere, mentre si lavora, richiamano alla mente tanti altri luoghi paesani, tanti altri locali, centri di incontro e di conversazioni quotidiane, in cui scorre e si esprime la vita.
“Nei frantoi oleari, i salotti dei contadini, – scrive il di Malta – dove si parla e si sparla di tutto e di tutti…Le giornate e le nottate sono una lotta continua tra proprietari e clienti…” (cfr. p. 43, “Ciccuzzu, Rusariu e lla scummissa”). E da questo angolo privilegiato, l’autore di questi racconti narra la vita, la vita di sempre, quella vita di ieri in cui si riflette, fatte le dovute differenze, la vita di oggi. Ecco, allora, venir fuori scherzi come quello a’“Geniale”, ecco dipanarsi momenti simpatici come quello degli occhiali di”“don Pasquale”, come quello dell’epidemia di dissenteria alla “Chianta”; ecco farsi avanti episodi di caccia con “Briccune”, la storia dei “briganti di Savutu” e la scommessa di “Ciccuzzu” e “Rosario”, vinta dal primo, complice “l’acidimetro dell’olio”, in un racconto che, come gli altri si fa metafora della vita. Ed è la vita che Giulio di Malta narra, coinvolgendo il lettore in un gioco di colori e di immagini che sgorgano dalla tavolozza del cuore, con cui egli dipinge il mondo del passato, fatto di passioni e di scherzi, di furbizie e di sincerità, di dolori e di ingiustizie, di fatica e di impegno. Da questa realtà emergono, nelle pagine di Giulio di Malta, il contesto del lavoro e il mondo contadino. Esso, come scrive il di Malta, “era solo da ristrutturare e correggere nelle deviazioni e nelle ingiustizie economiche e sociali, difendendone i diritti. Quel mondo contadino che bisognava liberare dell’analfabetismo culturale ed agricolo e non distruggere e cancellare” (cfr. p. 26, “Premessa”).
A quel mondo, ormai lontano, e a tutto ciò che lo circondava, ritorna Giulio di Malta, con affetto e con rimpianto, per raccontarlo, da narratore a volte interno e a volte ester no, fermandolo in un tempo senza età, affascinando il lettore e coinvolgendolo nell’avventura della vita.
Prof. Eugenio Maria Gallo
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GIULIO di MALTA è nato ad Aiello Calabro il 22-1-1933. Ha svolto i suoi primi studi al Nobile Convitto Mondragone di Frascati, quelli liceali a Cosenza ed universitari a Napoli. Dal 1972 risiede a Cosenza dove svolge l’attività di imprenditore agricolo, di Pittore professionista e studioso della Lingua Dialettale Calabrese. “Cultore dell’Altra Lingua U Calavrise” ha ideato e condotto, fin dal 1982, con la collaborazione di Maria Chiappetta e Raffaele De Marco l’omonima trasmissione e dai microfoni di Radio Queen Cosenza e dai teleschermi di Teleuno Calabria e Telespazio 3° Rete. Ha pubblica­to in lingua Dialettale Aiellese “Quatri d’Aiellu” I e II volume edito da Pellegrini e “Calabria Mia” Antologia di autori calabresi di ieri e di oggi, Lupi alè I volume, edito da Santelli. Pittore professionista, da molti anni è sulla breccia ed è stato inserito nei maggiori cataloghi d’arte nazionali ed esteri Bolaffi, Conte, Quadrato, ecc. ecc. Sono state pubblicate sue liriche e racconti su moltissimi giornali regionali, nazionali ed esteri, sui quali, sono apparse spessissimo recen­sioni nella pagina dedicata alla cultura. Tifoso dei “Lupi della Sila” fin dai tempi di De Maria, Crola, Pompei, Delfrati, Manni, Polacchi ecc. è Presidente del Club rossoblù “Antonio Perri” di Aiello Calabro, inoltre, membro del “Centro di Coordi­namento Clubs” di Cosenza e della redazione di “Uragano Rossoblù” il più diffuso giornale sportivo di Cosenza e voce ufficiale del “Centro”. Ha collabora­to settimanalmente con emittenti private della Regione ed è stato ospite fisso della trasmissione di Rete Alfa “Dopo il 90°” dove, ogni lunedì sera, faceva resoconti della giornata calcistica di Serie B, in collaborazione con Attilio Sabato, dialogando sempre e solamente in lingua Dialettale Calabrese. Per quanto riguarda la bibliografia, tenne la sua prima personale nel 1970 alla galleria 98 di Cosenza, partecipando in seguito a mostre, rassegne e premi in Italia ed all’estero. Ha collaborato con le riviste: “La Calabria”, “Calabria Letteraria”, “Nuova Rassegna”, “Il Letteraro”, “Il Mattino”, “Il Tempo”, “Nuova Comunità”, “Il Messaggero Economico Italiano”. Giulio di Malta è Accademico cosentino dal 18/11/1976. Attualmente vive a Roma.

Ritornata dopo qualche anno la serata di Poesie. Con Coccimiglio, di Malta, Medaglia e Pucci

AIELLO CALABRO – Dopo qualche anno, è ritornata per la gioia dei tanti appassionati la rassegna di poesia, animata da Gaetano Coccimiglio, Giulio di Malta, Eugenio Medaglia – che leggeva componimenti del padre Domenico, e Mario Pucci. Grande assenza, invece, quella del poeta comunista Peppe Verduci, passato a miglior vita appena qualche mese fa.
Come nelle passate edizioni estive di “Poesie sotto le stelle” organizzate dal circolo “Il Castello”, seguendo il consueto canovaccio, i poeti hanno declamato a rotazione i loro versi in dialetto aiellese ed in lingua. Non sono mancati applausi di gradimento del pubblico e sano divertimento.

Conclusa la kermesse Cletarte. Molti gli appassionati che hanno visitato la mostra

CLETO, Cs – La vecchia Pietramala, dal 20 al 24 agosto scorsi, è diventata luogo d’arte. Una trentina di artisti si sono dati appuntamento qui, nella terra che fu dell’Amazzone Cleta, per riflettere, attraverso mostre, performance artistiche, dibattiti, sul tema del Ritorno.
Ritorno – come ha spiegato Franco Pedatella, membro del direttivo e tra i fondatori del sodalizio, nel vernissage della rassegna – inteso come “luogo in cui passato e futuro si ricongiungono, senza malinconie, ma con il piacere di rimettere piede là da dove si era partiti, con una consapevolezza nuova”.
La kermesse d’arte, l’unica del Circondario che anno dopo anno si candida a punto di riferimento per quanti hanno a cuore i piccoli Centri storici, spesso abbandonati, è stata organizzata dalla omonima associazione costituitasi quest’anno a seguito dell’iniziativa partita nel 2005. Per il presidente Cuglietta e per tutti i soci, quella di far rivivere con l’Arte il piccolo paesino di antiche radici, è una scommessa sulla quale stanno spendendo passione ed energia.
Molti gli appassionati che hanno visitato le due mostre: l’una, allestita all’interno della Chiesa della Consolazione; l’altra nei locali dell’ex Mattatoio.
Il programma delle diverse iniziative che hanno arricchito la manifestazione prevedeva le testimonianze della Locus Ars, avanguardia artistica di Fernanda Stefanelli che nel 2005 ha dato il là alla manifestazione, con l’obiettivo di “coinvolgere, testimoniare e rendere partecipi i fruitori, coniugando modernizzazione e preesistenza, innovazione e tradizione verso nuovi orizzonti di riqualificazione culturale”; e l’intervento del gruppo “Eccedenze creative” con la partecipazione del critico Gianfranco Labrosciano.
Di particolare importanza, per gli organizzatori, lo spazio “Cletarte Junior” dedicato ai ragazzi le cui creazioni sono state messe all’asta ed il ricavato devoluto a favore del Centro Madre Teresa di Calcutta di Reggio Calabria; e “Cletarte Senior”, in cui sono stati gli anziani ad essere coinvolti, che con gli oggetti d’artigianato venduti all’asta hanno potuto contribuire a dotare il paese di arredo urbano.
La mostra, è stata patrocinata da Comune, Provincia e Regione.

I 29 artisti partecipanti
Géraldine Baron, Rosario Bernardo, Andrea Biffi, Raffaele Boemio, Perito Bonavita, Mario Francesco Bruno, Maurizio Carnevali, Carmine Cianci, Alan Curto, Giulio di Malta, Luana Galluccio, Ombretta Gazzola, Gianni Gugliotta, Elisa Ianni Palarchio, Nella Juliano-Pacaud, Elda Longo, Francesco Magli, Mirella Nudo, Lucia Paese, Anna Petrungaro, Annunziata Ruffolo, Yari Sacco, Maria Luisa Sardi, Maurizio Savaglio, Armando Sdao, Alfredo Sguglio, Fernanda Stefanelli, Anna Emilia Tarasi, Sophie Voyer.