Per la #GiornataDelDialetto del #17Gennaio2024, in questo periodo in cui molti telespettatori fuggono dai tg perché forse, invece di fare informazione fanno propaganda, mi piace riproporvi una poesia in dialetto che tratta l’argomento.
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A TELEVISIONE di Gaetano Coccimiglio (Poesie, 1998)
Rapi alle sie: telegiornale, a lira è debule, va propriu male, po te fa videre tutta la terra, ‘ndo terrimutu, ‘ndo c’è lla guerra.
Rapi alle sette: telegiornale, c’è lla politica nazionale e te fa bidere ca su aumentati su tri miliuni i disoccupati.
Rapi alle otto: telegiornale, ‘ncarenu i frospari, ‘ncare Ilu sale, l’atra notizia, arrussi sia, va propiu male l’economia.
Rapi alle nove: c’è rai unu, ‘ncare Ilu niespulu, ‘ncare Ilu prunu, e ppe sbrogliare st’atra matassa stanu studiandu ppe n’atra tassa.
Rapi alle dieci: c’è rai due, e te fa videre puru ca un bue, sunu ‘nterrotte tri o quattru vie e c’è Ilu scioperu de ferrovie.
Rapi alle undici: c’è rai tre, tu pienzi: forse cante Bertè, ‘mbece a na vota fa l’uecchi stuerti ca te fa videre tricientu muerti.
Rapi alle dodici: Italia unu, forse le cose cchjiù bone sunu, ma truevi ‘ncampu, cumu l’atrieri, sempre u discursu du cavalieri.
Po rapi all’una, ccu lla Sorella, pienzi: è benuta na cosa bella, però te sienti chjinu e sgomentu quandu te parre du parlamentu.
Rapi alle due, mancu li cani, cà c’è Ilu scioperu de l’areuprani, te fa nerbusu e pienzi quandu po dire: basta, telecomandu.
E giri e rueti tuttu lu jiuernu, toccandu fierru, toccandu cuernu, e dici: è proprio na tantazione chista casciotta televisione.
Quando l’amico Pietro Pucci mi ha chiesto di scrivere un’introduzione al suo “Piccolo Vocabolario”, scritto assieme a Gaetano Coccimiglio, in cuor mio, l’ho ringraziato così tanto che avrei invidiato qualsiasi altro l’avesse fatto al posto mio.
A dire il vero ho invidiato pure lui perché è stato sempre il mio sogno recondito quello di ricercare le parole ormai pronte a morire, ma che conservano ancora tanta freschezza e tanta carica semantica.
Questa opera, che io considero un gioiellino da tenere gelosamente custodito in uno scrigno, non nasce nelle aule universitarie o nelle biblioteche. Nasce in piazza, o meglio supra u parapiettu. Come un gioco e per gioco si avvale dell’apporto di chi c’è, de chine se fa lla chiazziata.
L’autore è un pò come Omero, raccoglie ciò che sente dire. Ma questo atto del raccogliere si trascina dietro un grande merito: ci permette di ricordare. Il “Piccolo Vocabolario” è dedicato ai giovani affinché sappiano ed ai meno giovani affinché non dimentichino.
Ma io vi leggo dietro, o meglio dentro, un’altra grande esigenza vitale, quella di non rassegnarsi alla morte. Oggi la lingua tende ad universalizzarsi. I computer, i telefoni cellulari, l’accesso alle reti telematiche, la globalizzazione delle comunicazioni e dei pensieri, impongono un linguaggio universale. Parole come internet, file, spam, account, e-mail, formattazione, porta USB, ed un fiume di tante altre sono diventate o stanno per diventare universali e sarebbe un guaio se non lo fossero ed una tragedia se si tornasse indietro. Il matematico e filosofo Leibniz nel pensare alla progettazione di macchine calcolatrici aveva sentito l’esigenza, in tempi non sospetti (XVII secolo), di creare una lingua che avesse una “characteristica universalis”. Con ritardo, ma eccolo accontentato. I grandi sono grandi non perché sono nati prima di noi, ma perché vedono molto lontano. Una lingua universale è capace di raggiungere e coprire la totalità, ma perde di intensità. Cade quella che si chiama carica semantica in relazione inversa a quella che è la forza estensionale del linguaggio. La moderna linguistica, le scienze neurologiche, la logica matematica da Wittgenstein fino a Chomsky hanno ampiamente dimostrato che la lingua non riflette una oggettiva immagine del mondo, ma ci restituisce piuttosto una visione del mondo, un modo di pensare, di sentire, di godere, di ridere, di vivere il mondo. Perciò quando una parola muore con essa svanisce una parte di comunità. Ecco perché il “ Piccolo Vocabolario “ rappresenta l’esigenza di resistere a questa morte. La vita che c’è dentro le parole è unica ed irripetibile. Mentre una parola come blog la conoscono in Australia così come in Lapponia, una parola come pucchia ha un ambito estensionale molto più ristretto. Ma ha una potenza di significato o forza espressiva inversamente proporzionale alla sua estensione. Il concetto meriterebbe ben altro spazio per poter essere compreso appieno ma io voglio solo scrivere un’introduzione e non un trattato.
Molte parole dialettali in realtà sono intraducibili nella lingua italiana e se sono state tradotte è solo per rendere il libro più leggibile e non per rendere un servizio al significato. A questo scopo, dove è stato possibile si è cercato di risalire all’origine etimologica della parola e si è visto che le radici affondano nel greco antico, nel latino, nella lingua araba, nello spagnolo e nel francese. Non è una semplice archeologia linguistica che si è voluta fare (pur anche interessante), ma si sono raggiunti due risultati. Da un lato l’origine della parola ci racconta la nostra storia e quindi è un autentico documento storico che tradisce l’origine greca di Aiello, una lunga storia latina, una dominazione araba, spagnola e francese. Dall’altro l’origine della parola cerca di restituirci quella carica semantica che la fredda resa in italiano ci farebbe perdere. Mi piace ricordare che già Dante Alighieri si lamentava che la lingua italiana (il volgare) non gli offriva parole abbastanza “ aspre e chioccie “ per descrivere il paesaggio infernale.
Il “Piccolo Vocabolario” non è chiaramente completo. Qualcun altro si faccia avanti. Ciò che emerge è solo la punta dell’iceberg. Molto purtroppo è andato definitivamente perso. Mancano le migliaia di parole legate al mondo dell’agricoltura e della campagna. Mancano le parole legate alle arti ed ai mestieri, i nomi degli utensili di lavoro, degli animali, delle cure mediche. Chi sa se, chi sa quando si potrà recuperare tutto ciò. Intanto è stato fatto un lavoro prezioso ed io nel leggerlo mi sono divertito da matti.
Ho trovato di grande saggezza l’inserimento qua e là di qualche poesia in vernacolo. Ad Aiello manca una letteratura e quando c’è non bisognerebbe perderne neanche una goccia.
Infine la cosa che mi ha più entusiasmato è la raccolta dei proverbi e dei modi di dire. Il proverbio ci presenta con una schiettezza disarmante una ingenua ma profonda visione del mondo. Per favore, fino a quando è possibile, non sciupiamo questa ricchezza.
di Bruno Pino Esistono, in ogni dialetto, parole sepolte sotto strati e strati di oblio. Ogni generazione di parlanti dialettofoni se ne lascia alle spalle una quantità importante. Chi, per esempio, tra i giovani e giovanissimi lettori di questo libro conosce termini come picuozzu, ‘ndirillu, cannacca o coffa, o ancora verbi come camardare e ‘mpurrare? Probabilmente nessuno o quasi; e pure i più anziani, per esigenze comunicative ed omologandosi al linguaggio delle generazioni successive, ne hanno attenuato o addirittura rimosso l’uso. Sono lessemi che appartengono alla nostra storia e che oramai, salvo qualche rara eccezione, più nessuno adopera nel linguaggio quotidiano. Grazie al paziente e puntuale lavoro di scavo, di ricerca che gli Autori hanno portato avanti con passione e dedizione, pagina dopo pagina, potremo riacquisire una parte significativa del nostro patrimonio lessicale ed etnografico. “Poca”, o se volete, dunque, scorrendo le pagine del libro di Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci, entrambi cultori del dialetto locale – geometra e funzionario del Corpo Forestale in pensione, il primo, oltre che poeta vernacolare di particolare acume; già brillante docente di matematica e mio professore al Liceo, il secondo – si potranno ritrovare, con piacevole sorpresa, parecchie parole che credevamo perdute per sempre, e molte altre invece che ancora fanno parte dell’attuale bagaglio dialettale paesano; o vecchi “ditteri” della cultura contadina, appartenenti a campi lessicali “sorpassati” dalla contemporaneità. Il corposo volume è organizzato in due parti. La prima dedicata al lessico (A-M e N-Z) in cui i termini compaiono in ordine alfabetico, corredati da esempi d’uso in dialetto, arricchiti con citazioni di poesie, proverbi, canzoni, ecc., con traduzione in italiano e spesso con la provenienza etimologica; l’altra, invece, raccoglie proverbi suddivisi per argomento (l’amicizia, amore, i parienti, gli animali, condizioni atmosferiche, il denaro, la morte, a luci rosse, la salute, la fortuna, il vino); e modi di dire. In definitiva, un libro-baule, questo di Coccimiglio e Pucci, dove cercare il senno perduto della nostra società smemorata, che ogni Aiellese dovrebbe tenere, non in soffitta, ma sempre a portata di mano. Per sé e per i propri figli.
Il Piccolo vocabolario del dialetto aiellese è un progetto nato qualche anno fa da Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci, cultori entrambi del dialetto locale. Il volume – a cui ha collaborato Eugenio Medaglia – è stato stampato nel 2009 col Patrocinio del Comune di Aiello Calabro. Secondo la volontà degli Autori, il Piccolo vocabolario è solo la base di partenza per essere implementato. Per questo è online ed aperto al contributo di ognuno di voi. Se nella consultazione noterete parole mancanti potrete segnalarcele nello spazio dei commenti. Grazie anticipate!
“Parra cumu t’ha fattu mammata”… per non scordarci del nostro dialetto.
L’iniziativa della tutela e riscoperta del dialetto, che da 4 anni viene sostenuta dall’Unpli e che si celebra con diverse iniziative in tutta Italia il 17 gennaio (e anche nei giorni seguenti), è certamente meritoria. La Pro Loco di Aiello Calabro, proprio perché ritiene molto importante il patrimonio linguistico locale, intende dare il proprio contributo alla manifestazione dell’Unpli, promuovendo a breve la pubblicazione online del volume “Piccolo vocabolario del dialetto aiellese”, di Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci (con la collaborazione di Eugenio Medaglia), stampato nel 2009 col Patrocinio del Comune di Aiello Calabro.
Appena possibile, la raccolta del lessico dialettale del paesino in provincia di Cosenza sarà disponibile sul blog www.dialettoaiellese.blogspot.com
Come nelle intenzioni degli autori, il vocabolario rappresenta solo una base di partenza. L’auspicio è quello di essere implementato, attraverso vari e preziosi contributi dei parlanti dialettofoni, con altri lessemi e modi di dire dimenticati.
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Il piccolo vocabolario del dialetto aiellese
Esistono, in ogni dialetto, parole sepolte sotto strati e strati di oblio. Ogni generazione di parlanti dialettofoni se ne lascia alle spalle una quantità importante. Chi, per esempio, tra i giovani e giovanissimi conosce termini come picuozzu, ‘ndirillu, cannacca, coffa, o ancora verbi come camardare e ‘mpurrare? Probabilmente nessuno o quasi; e pure i più anziani, per esigenze comunicative ed omologandosi al linguaggio delle generazioni successive, ne hanno attenuato o addirittura rimosso l’uso. Sono lessemi che appartengono alla nostra storia – nel caso di specie a quella di Aiello Calabro, in provincia di Cosenza – e che oramai, salvo qualche rara eccezione, più nessuno adopera nel linguaggio quotidiano.
Tante di queste parole dimenticate e non più in uso, sono state raccolte, qualche anno fa, grazie al paziente e puntuale lavoro di scavo, di ricerca di Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci, in collaborazione con Eugenio Medaglia, Autori del Piccolo Vocabolario Aiellese. Grazie a questo studio abbiamo potuto riacquisire una parte significativa del nostro patrimonio lessicale ed etnografico. Scorrendo le pagine del libro di Coccimiglio e Pucci, entrambi cultori del dialetto locale – geometra e funzionario del Corpo Forestale in pensione, il primo, oltre che poeta vernacolare di particolare acume; già brillante docente di matematica e mio professore al Liceo, il secondo – si possono ritrovare, con piacevole sorpresa, parecchie parole che credevamo perdute per sempre, e molte altre invece che ancora fanno parte dell’attuale bagaglio dialettale paesano; o vecchi “ditteri” della cultura contadina, appartenenti a campi lessicali “sorpassati” dalla contemporaneità.
Il corposo volume, oltre ai termini lessicali, corredati da esempi d’uso in dialetto, arricchiti con citazioni di poesie, proverbi, canzoni, ecc., con traduzione in italiano e spesso con la provenienza etimologica, comprende pure una raccolta di proverbi suddivisi per argomento (l’amicizia, amore, i parenti, gli animali, condizioni atmosferiche, il denaro, la morte, a luci rosse, la salute, la fortuna, il vino); e modi di dire.
In definitiva, siamo di fronte ad un libro-baule dove cercare il senno perduto della nostra società smemorata, che ogni Aiellese dovrebbe tenere, non in soffitta, ma sempre a portata di mano. Per sé e per i propri figli.
Qualche nota sul dialetto aiellese
Il territorio di Aiello Calabro – a circa 45 km a sud-ovest di Cosenza – si situa al confine tra la Calabria cosentina e quella catanzarese. Tenendo conto della suddivisione della Calabria linguistica di J. Trumper e M. Maddalon, composta da cinque gruppi dialettali, l’area in esame è inserita nel gruppo due, ed è parte dell’isoglossa Falerna-Isola Capo Rizzuto, che divide appunto il gruppo due dal gruppo tre.
L’area dialettale, che risulta essere una zona di “transizione”, in base alle isoglosse riguardanti il vocalismo tonico, appartiene all’area cosentina in cui è presente una situazione di compromesso fra il vocalismo tonico siciliano e quello napoletano. Si differenzia, invece, dall’area cosentina in base alle isoglosse che riguardano il consonantismo. Per esempio, notiamo nel cosentino i fenomeni di assimilazione di mb>mm e nd>nn, e di cacuminalizzazione di ll>ddr, che nell’area aiellese non vengono attestati. Ancora, notiamo nel cosentino la sonorizzazione delle occlusive sorde p-t-k, che nell’aiellese vengono pronunciate come sorde e con una leggera aspirazione, ma del resto questo è un fenomeno pancalabro. È evidente però che la differenziazione fra i vari dialetti non può basarsi solo sulle isoglosse fonetiche, ma bisognerà considerare le sostanziali differenze lessicali, morfologiche, grammaticali e semantiche.
Tuttavia, per una analisi scientifica del dialetto calabrese, ed aiellese in particolare, si rimanda – oltre a quella classica del tedesco Gerhard Rolfhs – all’Atlante linguistico etnografico della Calabria realizzato, con il contributo del Comune di Aiello Calabro e dell’Istituto Comprensivo locale, a cura del Laboratorio di Fonetica dell’Unical (giugno 2004). Nella ricerca, coordinata dal dialettologo J. Trumper, è presente una sezione dedicata al nostro paese in cui si esamina fonetica, lessico (relativamente al “ciclo del baco da seta”), e toponomastica.
Altre pubblicazioni e iniziative pro dialetto
Oltre agli studi dell’Università della Calabria e al vocabolario di cui abbiamo appena parlato, in passato diverse sono state le iniziative a tutela e riscoperta del patrimonio dialettale locale. Sono stati pubblicati libri di poesie di Mario Pucci, Gaetano Coccimiglio, Giulio di Malta, Peppe Verduci. Anche se non dati alle stampe, poeti come Domenico Medaglia hanno firmato componimenti molto apprezzati. Da segnalare, inoltre, la bellissima iniziativa “Serata di poesie”, con i poeti summenzionati, organizzata per alcuni anni durante la stagione estiva dal circolo culturale Il Castello. Aggiungiamo, inoltre, le varie rappresentazioni in dialetto aiellese della Compagnia Teatrale Aiellese che dal 1993 allieta il pubblico non solo locale, mantenendo viva la nostra parlata.
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Fonte Adnkrnos – In Italia si parlano tra i 6mila e gli 8mila dialetti, quasi uno per ogni Comune, ma sono le lingue locali di 2.800 borghi piccolissimi quelle più a rischio: lo spopolamento demografico si sta portando via un autentico patrimonio culturale. E’ un vero e proprio allarme quello lanciato dall’Unione nazionale delle Pro loco d’Italia (Unpli) che proprio il 17 gennaio celebra la IV edizione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, ideata insieme a Legautonomie Lazio, per sensibilizzare i comuni italiani alla salvaguardia e alla valorizzazione delle lingue locali.
“Ci sono 2.800 borghi più piccoli – afferma all’Adnkronos il presidente dell’Unpli Claudio Nardocci – che rischiano lo spopolamento, anche culturale. E’ un vero campanello di allarme per tutto quel patrimonio culturale definito immateriale e dell’umanità dall’Unesco. Un patrimonio che un tempo veniva tramandato oralmente, da nonni ai figli ai nipoti, e che oggi non si trasmette più e che si perde ogni volta che un anziano se ne va”. “C’è un patrimonio culturale enorme, legato anche alla biodiversità, che sta scomparendo molto velocemente perché tutto si omogenizza e si cerca di uniformare”, continua Nardocci.
“Si parla di 6mila-8mila lingue locali presenti in Italia, quasi una per ogni Comune”, prosegue il presidente dell’Unpli secondo il quale, riguardo al numero di persone che parlano il dialetto, “lo scenario è particolare perché ci sono piccoli borghi dove un dialetto viene parlato solo da qualche persona o poche decine”. La Giornata nazionale del 17 gennaio servirà proprio a ricordare l’importanza delle lingue locali e la salvaguardia di un tesoro a rischio. Tutte le Pro loco vengono invitate a organizzare anche solo un evento piccolo che ricordi però l’importanza delle lingue locali. In centinaia di località italiane verranno organizzate manifestazioni, come letture di poesie in dialetto, spettacoli di cabaret, commedie, raccolte e presentazione di libri e fumetti, giornate informative e conferenze.
Accanto alle numerose iniziative c’è poi il Premio letterario nazionale ‘Salva la tua lingua locale’: i vincitori della terza edizione saranno premiati il 22 gennaio 2016 a partire dalle ore 9,30 presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma. Intanto su YouTube l’Unpli ha lanciato già da tempo una sezione ‘Memoria Immateriale’per suggellare in un ‘inventario’ digitale, creato grazie alle Pro loco e alle comunità locali, non solo i dialetti ma anche testimonianze di tradizioni, saperi, artigianato, riti e feste.
E’ BOOM DI CORSI ANCHE A SCUOLA – Dal genovese al romanesco fino al napoletano. Da Nord a Sud sono tante le associazioni ma anche i singoli appassionati che organizzano corsi di dialetto perché non si perda la conoscenza della lingua locale. Lezioni che prendono piede anche nelle scuole.
“A Genova – racconta all’Adnkronos Franco Bampi, presidente dell’associazione ‘A Compagna’ – organizziamo da 12 anni il corso gratuito di genovese ‘Leze e scrive in Zeneize’ in collaborazione con i municipi della città. Giovedì, alla prima lezione del 2016, c’erano ben 179 partecipanti, in percentuale elevatissima pensionati e anziani che a quell’ora sono liberi, ma anche una trentina di giovani tra i 25 e i 30 anni”. Un interesse crescente legato anche alla paura e alla sensazione che si sta perdendo, giorno dopo giorno, un autentico “bene immateriale”. E per arrivare anche ai più piccoli, l’associazione promuove lezioni negli asili e nelle elementari. “Mandiamo dei ‘nonni’, persone capaci di parlare il genovese, che per quattro mattine al mese sono a disposizione della maestra. Le attività – afferma Bampi – vengono concordate con l’insegnante: si parla il genovese, si parla delle tradizioni genovesi, ad esempio si fa vedere come si prepara il pesto”.
A Napoli alla scuola media statale Viale delle Acacie, tra le attività di ampliamento curricolare, è stato lanciato il corso ”Napulitanamente’ per approfondire la lingua e la cultura napoletana. Ancora, a Roma si parla romanesco tra i banchi di una scuola media nella zona di Quarto Miglio, in collaborazione con l’Accademia romanesca. “Facciamo tre corsi – spiega il presidente dell’Accademia, Maurizio Marcelli – uno interno ai soci dell’accademia con incontri settimanali con poeti ed aspiranti tali sulla tecnica poetica, un altro alla biblioteca Pasolini sulla poesia dialettale e uno sul dialetto, per un’ora a settimana, in due sezioni di una scuola media”.
Con gli alunni si parla della nascita del dialetto, dell’etimologia della parola in romanesco, si analizza la documentazione poetica fino ad arrivare a vere e proprie composizioni in dialetto. “Il corso – racconta Marcelli – finirà con un mini concorso di poesia interna e con una premiazione. Per i ragazzi è una sorpresa scoprire la lingua che parlano, i vari modi di dire, il cambiamento di significato di certe parole”. Per avvicinare sempre più gente alla lingua locale vengono anche organizzati spettacoli in dialetto.
Qui di seguito, in occasione della giornata del dialetto 2016, riportiamo il link al blog del dialetto aiellese (dialettoaiellese.blogspot.it), e alcune note .
Prefazione
di Bruno Pino
Esistono, in ogni dialetto, parole sepolte sotto strati e strati di oblio. Ogni generazione di parlanti dialettofoni se ne lascia alle spalle una quantità importante. Chi, per esempio, tra i giovani e giovanissimi lettori di questo libro conosce termini come picuozzu, ‘ndirillu, cannacca o coffa, o ancora verbi come camardare e ‘mpurrare? Probabilmente nessuno o quasi; e pure i più anziani, per esigenze comunicative ed omologandosi al linguaggio delle generazioni successive, ne hanno attenuato o addirittura rimosso l’uso. Sono lessemi che appartengono alla nostra storia e che oramai, salvo qualche rara eccezione, più nessuno adopera nel linguaggio quotidiano.
Grazie al paziente e puntuale lavoro di scavo, di ricerca che gli Autori hanno portato avanti con passione e dedizione, pagina dopo pagina, potremo riacquisire una parte significativa del nostro patrimonio lessicale ed etnografico. “Poca”, o se volete, dunque, scorrendo le pagine del libro di Gaetano Coccimiglio e Pietro Pucci, entrambi cultori del dialetto locale – geometra e funzionario del Corpo Forestale in pensione, il primo, oltre che poeta vernacolare di particolare acume; già brillante docente di matematica e mio professore al Liceo, il secondo – si potranno ritrovare, con piacevole sorpresa, parecchie parole che credevamo perdute per sempre, e molte altre invece che ancora fanno parte dell’attuale bagaglio dialettale paesano; o vecchi “ditteri” della cultura contadina, appartenenti a campi lessicali “sorpassati” dalla contemporaneità.
Il corposo volume è organizzato in due parti. La prima dedicata al lessico (A-M e N-Z) in cui i termini compaiono in ordine alfabetico, corredati da esempi d’uso in dialetto, arricchiti con citazioni di poesie, proverbi, canzoni, ecc., con traduzione in italiano e spesso con la provenienza etimologica; l’altra, invece, raccoglie proverbi suddivisi per argomento (l’amicizia, amore, i parienti, gli animali, condizioni atmosferiche, il denaro, la morte, a luci rosse, la salute, la fortuna, il vino); e modi di dire.
In definitiva, un libro-baule, questo di Coccimiglio e Pucci, dove cercare il senno perduto della nostra società smemorata, che ogni Aiellese dovrebbe tenere, non in soffitta, ma sempre a portata di mano. Per sé e per i propri figli.
Breve nota sul dialetto aiellese
Il territorio di Aiello Calabro – a circa 45 km a sud-ovest di Cosenza – si situa al confine tra la Calabria cosentina e quella catanzarese. Tenendo conto della suddivisione della Calabria linguistica di J. Trumper e M. Maddalon, composta da cinque gruppi dialettali, l’area in esame è inserita nel gruppo due, ed è parte dell’isoglossa Falerna-Isola Capo Rizzuto, che divide appunto il gruppo due dal gruppo tre.
L’area dialettale, che risulta essere una zona di “transizione”, in base alle isoglosse riguardanti il vocalismo tonico, appartiene all’area cosentina in cui è presente una situazione di compromesso fra il vocalismo tonico siciliano e quello napoletano. Si differenzia, invece, dall’area cosentina in base alle isoglosse che riguardano il consonantismo. Per esempio, notiamo nel cosentino i fenomeni di assimilazione di mb>mm e nd>nn, e di cacuminalizzazione di ll>ddr, che nell’area aiellese non vengono attestati. Ancora, notiamo nel cosentino la sonorizzazione delle occlusive sorde p-t-k, che nell’aiellese vengono pronunciate come sorde e con una leggera aspirazione, ma del resto questo è un fenomeno pancalabro. È evidente però che la differenziazione fra i vari dialetti non può basarsi solo sulle isoglosse fonetiche, ma bisognerà considerare le sostanziali differenze lessicali, morfologiche, grammaticali e semantiche.
Tuttavia, per una analisi scientifica del dialetto calabrese, ed aiellese in particolare, si rimanda – oltre a quella classica del tedesco Gerhard Rolfhs – all’Atlante linguistico etnografico della Calabria realizzato, con il contributo del Comune di Aiello Calabro e dell’Istituto Comprensivo locale, a cura del Laboratorio di Fonetica dell’Unical (giugno 2004). Nella ricerca, coordinata dal dialettologo J. Trumper, è presente una sezione dedicata al nostro paese in cui si esamina fonetica, lessico (relativamente al “ciclo del baco da seta”), e toponomastica. (b.p.) #giornatadeldialetto 2016 #unpli#dilloindialetto#aiellocalabro “Oje è dduminica, tagliamu ‘a capu a Mminicu Minicu nun cc’è ‘a tagliamu allu rre, u rre è mmalatu, ‘a tagliamu alli surdati, i surdati su jjuti alla guerra… e sbattimu ‘u culu ‘nterra”.
Due settimane fa, si spegneva a Cosenza il poeta Aiellese Gaetano Coccimiglio. Dal prof. Franco Pedatella riceviamo una poesia dedicata a Gaetano che condividiamo con tutti i lettori del Blog.