Rifondazione Comunista, comunicato su gestione disastrosa del 118

Quella che veniva presentata come una modernizzazione aziendalista del 118 si sta rivelando per ciò che è realmente: un disastro burocratico che scarica le proprie inefficienze sulla pelle dei lavoratori della sanità, delle cittadine e dei cittadini, a cui viene sistematicamente negato il diritto fondamentale alla cura e al soccorso tempestivo.

Il quadro sul fronte del personale è specchio di logiche di precarizzazione e frammentazione del lavoro. Il passaggio ad Azienda Zero, basato su una mobilità volontaria, presenta delle criticità che i lavoratori e le lavoratrici hanno evidenziato poiché rischia di svuotare gli organici. Per rimediare a questo vuoto si è inventato l’assurdo escamotage della “dipendenza funzionale”, un limbo giuridico in cui i sanitari restano pagati dalle vecchie ASP ma operano sotto il comando della nuova centrale unica.

Siamo davanti alla scientifica demolizione della catena di comando e alla precarizzazione organizzativa, aggravata dalla dipendenza cronica dal privato sociale e dalle associazioni di volontariato in convenzione – utilizzate come ammortizzatore per non internalizzare i servizi e non assumere – che però non prevedono figure mediche.

Le conseguenze di queste politiche volte al profitto e non alla cura, si misurano purtroppo in vite umane e in tempo prezioso sottratto al soccorso. I dati ufficiali confermano una media regionale dell’intervallo allarme-target superiore ai ventiquattro minuti. La Calabria è strutturalmente fuori dai parametri minimi di sicurezza assistenziale. Condizione grave che la Regione tenta persino di occultare, centralizzando i flussi informativi verso il Ministero per macro-aree geografiche anziché per singole province. È un gioco di prestigio della statistica: si diluiscono i dati per nascondere il totale abbandono delle zone interne, delle comunità rurali e delle fasce sociali più deboli e isolate, dove l’ambulanza è ormai un miraggio. A questo si aggiunge lo spreco intollerabile di mezzi avanzati con medico a bordo per trasporti secondari o codici minori, una inefficienza che priva le reali emergenze di presidi vitali.

Il collasso tocca il fondo nella gestione amministrativa e patrimoniale, dove la logica del debito e l’inefficienza dei manager pubblici nominati dalla politica hanno permesso alle società di riscossione di sottoporre a fermo amministrativo persino le ambulanze.

Vedere i mezzi di soccorso sequestrati per debiti non saldati, e le ASP costrette a riscattarli con pagamenti d’urgenza, dimostra come la sanità pubblica sia scandalosamente ostaggio degli interessi finanziari. Nel frattempo, la Regione non ha nemmeno il controllo della flotta perché alcune aziende provinciali si rifiutano persino di inviare i dati.

Come Rifondazione Comunista Calabria, denunciamo con forza l’atteggiamento omertoso del Dipartimento Salute. La salute non è una merce e il 118 non può essere gestito come un’azienda in liquidazione. Esigiamo che venga rivisto l’accentramento selvaggio di Azienda Zero, si provveda all’internalizzazione di tutti i servizi in convenzione e si avvii un piano concreto di assunzioni pubbliche, stabili e dignitose, per ridare dignità al lavoro e sicurezza al popolo calabrese.

Angelica PerroneResponsabile regionale Sanità Rifondazione Comunista Calabria

Rifondazione Comunista Calabria, Sanità e responsabilità politica

Il Presidente della Regione Occhiuto, dalle pagine dei giornali, annuncia pomposamente che nel giro di qualche mese il Governo troverà le risorse per azzerare il debito della sanità calabrese, ponendo fine a quindici anni di commissariamento (salvo poi dichiarare lo stato di emergenza che gli conferisce pieni poteri).
A seguito della sciagurata riforma costituzionale che ha modificato il Titolo V il Sistema Sanitario Nazionale viene trasformato in venti sistemi sanitari regionali differenti e ogni Presidente di Regione assume le caratteristiche di un vero e proprio viceré.
La spesa sanitaria devoluta alle regioni inizia da quel momento a manifestare bizzarri andamenti: la spesa cresce Regione per Regione senza nessuna logica unitaria – spesso privilegiando il rapporto con la sanità privata – alcune volte tenendo al centro il settore pubblico e altre volte ancora, dirottando la spesa sanitaria all’interno di logiche clientelari. Al crescere del debito diventa evidente, soprattutto nei territori più poveri, una insostenibilità strutturale, maggiormente sul lungo periodo.
Il commissariamento non è altro che la presa d’atto della resa di una classe politica a cui, da un lato veniva chiesto di farsi carico anche di una capacità di progettazione e di gestione, dall’altro si mostrava capace soltanto di far esplodere i debiti sanitari e di foraggiare clientele e consorterie mafiose.
In Calabria il debito aumenta in maniera così vorticosa che nell’arco degli anni diventa ingestibile. L’approvazione dei bilanci consuntivi che altrove sono alla base della gestione economica razionale, in Calabria diventano meramente aleatori. Sulla spesa sanitaria, non solo si perde la capacità di controllo e di gestione ma la quantificazione stessa diventa pressoché impossibile con fatture portate in pagamento più volte, oppure lasciate sospese per fa maturare interessi che nel tempo hanno aggravato la situazione debitoria. Quello che si è verificato in Calabria, riporta indietro la Regione a livelli premoderni, con i bilanci approvati per via orale, sulla fiducia. Le aziende sanitarie vengono anch’esse commissariate e a volte ampie parti del sistema sanitario regionale, finiscono tra le maglie dell’antimafia.
Dalle stesse pagine dei giornali, il Presidente Occhiuto riconosce tutto ciò ma si intesta il merito di essere riuscito ad invertire una linea di tendenza più che negativa. Ora, c’è da dire che era difficile fare peggio o continuare nella stessa direzione, ma il paradosso di assommare a sé contemporaneamente la carica di Presidente della Regione e di commissario della sanità lo rende il vero e proprio plenipotenziario Deus ex machina della sanità in Calabria. Sul Presidente si abbatte, come uno tsunami, la necessità di porre all’ordine del giorno la volontà di gran parte del Governo di mettere mano al completamento della riforma del titolo V con la legge, caldeggiata dalla Lega (Nord), che spinge ulteriormente alla separazione delle responsabilità territoriali.
La riforma Calderoli entrerebbe infatti in vigore soltanto nel momento in cui si realizzerebbe una sostanziale parità di condizioni in tutte le regioni. Sono i cosiddetti LEP, i livelli essenziali di prestazione che rappresentano l’unico baluardo a difesa di ciò che resta del SSN.
La mole di debito impedisce la possibilità di realizzare in Calabria livelli di prestazione compatibili con quelli di altre regioni; per fare ciò bisogna in tutti i modi azzerare la massa debitoria, anche in una situazione di assoluta aleatorietà degli impegni finanziari. Nei mesi scorsi, le aziende approvano l’inapprovabile, certificazioni dubbie di debiti inverificabili sono la precondizione affinché lo Stato centrale possa intervenire per aggredire finanziariamente la mole di debiti, lasciando ai calabresi e alle calabresi il compito di contribuire con una fiscalità particolarmente elevata.
Non c’è motivo di non credere a ciò che dice il Presidente Occhiuto, quando sostiene che questa lunghissima fase di sostanziale deresponsabilizzazione politica della gestione del debito ha le ore contate, quello che tace sono le motivazioni attraverso cui il governo, rigorista nei conti, non trova le risorse finanziarie per alleviare le condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici, mentre riesce per contro a sanare, senza colpo ferire, lustri e lustri di malaffare sanitario.
Allora, come Rifondazione Comunista vorremmo porre al Presidente Occhiuto alcune domande:
1) Quanto tempo dovranno aspettare i cittadini e le cittadine calabresi, dopo l’azzeramento del debito, per avere cure al pari delle migliori esperienze nazionali?
2) Oltre al debito, quale riforma strutturale ha in mente di portare avanti per evitare che sperperi e malversazioni possano continuare come se nulla fosse?
3) Come intende affrontare la Spada di Damocle della cosiddetta “secessione dei ricchi”, dal momento che questa non fa che acuire le debolezze di una terra da sempre martoriata dalla arretratezza e dalla incapacità di una classe politica e dirigente non all’altezza?

Angelica Perrone, responsabile Sanità
Mimmo Serrao, segretario regionale
Rifondazione Comunista Calabria

Rifondazione Cosenza ricorda Franco Piperno

La sera del 13 gennaio ci ha lasciati Franco Piperno, sotto una notte illuminata da una splendida luna e da una superba Venere, quasi a rendere omaggio a chi ha saputo immaginare un nuovo assalto al cielo.
Uomo di straordinario intelletto e di visione, Piperno ha intrecciato teoria e prassi in una vita interamente dedicata all’impegno. Protagonista del ’68 italiano, non ha mai abbandonato la scena politica e culturale del nostro Paese.
Appassionato delle storie del cielo e delle sue cosmogonie, ha osservato con pari attenzione i cambiamenti politici e sociali che hanno plasmato l’Italia, rivendicando con fermezza “tutto ciò che era possibile rivendicare” – un concetto che riecheggia lo slogan di quegli anni. Questo spirito si riflette nel titolo del celebre libro di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, edito da Feltrinelli nel 1971, che racconta il ’68 italiano. “Sulle barricate c’erano delle bandiere rosse e su una c’era un cartello con su scritto: Cosa vogliamo? Vogliamo tutto”, scrive Balestrini, amico e compagno di Franco Piperno.
Gli anni della giovane militanza di Piperno sono stati segnati dai movimenti studenteschi e da una sinistra radicale che vedeva nella lotta di classe l’unica via per raggiungere quell’assalto al cielo, che non era solo un’utopia, ma una possibilità concreta. Per lui, il comunismo rappresentato dalle bandiere rosse non era semplicemente un’ideologia, ma una “attitudine umana”. Secondo Piperno, “il comunista agisce nel contesto in cui il destino l’ha gettato”.
E così ha sempre fatto, dalle sue lotte giovanili agli anni dell’esilio forzato, fino alle esperienze comunali. Ha immaginato e sperimentato forme di autonomia dal basso, trasformando il concetto stesso di cittadinanza in una pratica vicina al municipalismo e alle comunità locali. Questa autonomia si ispirava a quella dei lupi, animali che Franco amava profondamente e di cui allevò alcuni esemplari ad Arcavacata, luogo simbolo del suo impegno e della sua visione. E proprio come un “lupo”, Franco Piperno è stato un personaggio controverso: amato e odiato, ma mai ignorato.
La sua scomparsa ci lascia orfani, ma, come direbbe un uomo di scienza, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Siamo più soli, è vero, ma conserviamo la forza di ciò che è stato e, seguendo il suo “cattivo insegnamento”, immaginiamo la trasformazione del mondo in qualcosa di più giusto. Perché, nella sua visione, trasformazione e rivoluzione non erano poi così distanti.

Le compagne e i compagni del circolo Gullo-Mazzotta del PRC-SE Cosenza

Rifondazione: Pronto Soccorso o girone infernale?

Nel corso del tempo il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Cosenza ha vissuto diverse ristrutturazioni e altrettanti proclami di migliorie apportate, con tanto di inaugurazioni in pompa magna. Nei fatti però, come tutte e tutti quelli che vi sono capitati negli ultimi mesi ben sanno, è cambiato solo qualche cartello, sono state imbiancate le pareti, sono state persino introdotte alcune nuove denominazioni ma la qualità del servizio sanitario è rimasta pessima, nonostante un impegno ai limiti dello sfruttamento da parte dei bravi medici cubani.
Il punto più delicato del nosocomio cosentino continua perciò ad essere una specie di girone infernale, un posto in cui si registrano esperienze per lo più sconcertanti, di cui spesso resta traccia nelle “recensioni” lasciate da utenti e pazienti su social e sul web. A conferma dei giudizi pesanti espressi dai cittadini-utenti, arrivano le considerazioni impietose rinvenibili, proprio su questo reparto, sui report nazionali più considerati, dove si certificano tempi di permanenza media di ben CINQUE giorni!
Abbiamo raccolto in questo senso, dalla voce diretta di familiari e pazienti, diverse testimonianze. L’ultima, che ci ha colpito molto, è quella dolorosa e forte di Antonio Ruffolo, sindacalista Cgil che con sua madre, dopo una serie di vicissitudini e passaggi tra l’Ospedale ed una Clinica, e dopo aver avuto una polmonite (riceviamo segnalazioni di troppi casi del genere che si ripetono a seguito del ricovero in strutture sanitarie), ha dovuto essere portata, in condizioni aggravate, di nuovo al Pronto Soccorso. In tali condizioni, la signora è stata comunque seguita con una scarsissima assistenza; questo perché, sottolinea responsabilmente il figlio della signora Anna Rosaria, vi è un’assoluta mancanza di personale.
Ed è questa la cosa più forte che vogliamo far presente, ovvero che a seguito del depotenziamento anche degli altri plessi di Pronto Soccorso della provincia ed a fronte di un numero molto ampio di utenza, ricordiamo che Cosenza è la provincia più grande e più popolosa della Calabria, corrisponde un numero assolutamente inadeguato di personale, che arranca e fatica duramente per cercare di portare avanti il proprio lavoro.
È necessario, dopo una immediata attivazione dell’insoddisfacente – a volte anche parassitaria – struttura burocratico-amministrativa, programmare ed effettuare assunzioni in tempi rapidissimi per avere una adeguata pianta organica, prevedendo concorsi per il settore del Pronto soccorso, magari con forti incentivi. La Regione e i vertici sanitari devono far di tutto per chiudere la stagione dell’improvvisazione, del pressappochismo e delle scelte emergenziali.
Mentre è proprio la dimensione della emergenza quella che quasi sempre non viene rispettata nei PS, a fronte, appunto, di un’affluenza altissima che accusa il colpo soprattutto della mancanza, oltre che del personale anche di una buona rete distribuita sul territorio, la cosiddetta “medicina territoriale” o “medicina di prossimità”. Per questi motivi, e per la ormai cronica mancanza di posti letto – nell’Annunziata ne mancano più di TRECENTO! -i pazienti ed i loro familiari stazionano in condizioni indecenti e per diversi giorni nel PS.Antonio e sua mamma si sono dovuti confrontare, o sarebbe meglio dire “scontrare”, con questo ulteriore disagio, anche se la loro vicenda si è conclusa con un lieto fine, grazie all’intervento, caso unico se non raro, di una dipendente interna, la dottoressa Bartucci che si è prodigata molto, come dovrebbe avvenire per tutti senza chiamare né amici, né politicanti e né compari. Il fine ultimo deve rimanere sempre uno: assicurare ai pazienti come la signora Anna Rosaria un posto letto in un reparto di cura, per ottenere tutte le prestazioni sanitarie ed assistenziali necessarie. Un diritto costituzionale fondamentale, troppo spesso trascurato e negato!

Gianmaria Milicchio segretario provinciale Prc-se Cosenza
Domenico Passarelli cosegretario circolo “Gullo-Mazzotta” Prc-se Cosenza
Rita Dodaro cosegretaria circolo “Gullo-Mazzotta” Prc-se Cosenza