A proposito dell’autonomia differenziata

di Carmelina Sicari

C’è una parola ambigua ed inquietante nella sua carica di ambiguità che però trascorre insistente nelle cronache parlamentari e giornalistiche odierne, differenziata. Anzi stilisticamente accostata ad un termine luminoso come autonomia, costituisce un singolare ossimoro, chiara com’è quest’ultimo termine, oscuro e luminoso il primo. Differenziata nega due concetti fondamentali: l’uguaglianza e l’unità. Lasciamo stare il concetto di egalitè ed è, a proposito di stile, una pretensione, perché l’egalitè, è la meta finale di qualsiasi programma politico e non può essere dimenticato, traguardo di ogni utopia. Ricordate quando Natalia Ginsburg in Lessico familiare racconta che quando le hanno parlato di una certa dottrina politica che sosteneva l’uguaglianza, lei ha riconosciuto tale principio come ovvio, naturale, umano? Ma qui voglio spendermi nella difesa dell’altro principio, l’unità, altrettanto ovvio ed umano come il primo. La mia perorazione, per continuare sull’elemento stilistico, ha due punte, una personale e per così dire elegiaca e l’altra storica ed epica. Cominciamo da quest’ultima. La prova a sostegno dell’unità è contenuta, come la perla in uno scrigno sicuro, nell’Aspromonte, il poemetto che è una tappa, quattrocentesca della Canzone di gesta Aspromonte. Nei rimaneggiamenti con giunte e varianti della Canzone, il poemetto del ‘400 in ottave, antenato del Furioso ariostesco, costituisce il momento più alto dell’ideologia politica dei Normanni continuata nelle corti rinascimentali. I Normanni infatti avevano con chiarezza formulato il programma di unità politica partendo dal Sud, ripreso dalle corti e poi definitivamente nel Risorgimento. Solo la morte di Lorenzo il Magnifico interrompe il processo nel Rinascimento. I Sud anziché differenziato era il promotore in tale progetto di unità. Con la pace di Lodi del 1454 il progetto sembrava in procinto di decollare. Ma la vera prova della promozione dell’unità sta nelle edizioni del poemetto che dal triangolo normanno: Risa, Bagnara, Vibo, Mileto, trasmigra ad Urbino con i Gonzaga, a Firenze appunto, a Milano, a Venezia, a Ferrara con gli Este dove viene ripreso dall’Ariosto che fa del suo Furioso la continuazione, secondo la tradizione delle Chansons dell’Aspromonte. Ma la prova più forte è costituita dalla lingua che Verdizzotto dell’Accademia senese costruisce come pastiche di termini gergali ed alti tratti dalla tradzione epica per offrire una koinè straordinaria. E veniamo al secondo punto, la mia personale esperienza dell’unità. Mia madre che non ha mai conosciuto suo padre morto ventenne sul Carso per difendere la patria, mi ha insegnato che l’unità vale la vita e mi ha spinto a cercare la tomba di mio nonno, lei diceva al Re di Puglia che rappresentava l’unità della patria. Per anni nel Veneto io ne ho cercato traccia non solo nel sacrario ma anche nei piccoli cimiteri dei paesini circostanti. Invano. Finché un giorno un signore trentino stupito di tale ricerca, me ne chiese ragione. Io indicando le montagne dissi: – Mio nonno è morto lassù. Ne fu sconvolto e prese a cercare con me. Altri tempi certo. Ma l’elegia si alza forte per debellare l’oblio. Solo la memoria può infatti realizzare il sogno di Petrarca: di quell’umile Italia fia salute per cui morì la vergine Camilla ed Eurialo e Niso di Ferute.


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