All’origine della poesia novecentesca

di Carmelina Sicari

Baudelaire è il poeta che è all’origine della poesia novecentesca. Non è la conclusione di un altro poeta, De Angelis, che cura una nuova edizione della sua poesia ma è la conclusione a cui giunge il lettore dagli infiniti indizi che trapelano. Così Il male di vivere si rispecchia nella Stagione all’inferno, e la poesia Cittadina del cielo incatenata di cui parla Clemente Rebora, trova ascendenza nell’albatros. Il poeta è l’albatro che trascina le sue ali di gigante sulla tolda mentre i marinai avvinazzati lo scherniscono. Cambia appunto con il poeta de I fiori del male il rapporto con la poesia, quello con il lettore, il rapporto con la natura. Attraverso questi tre elementi nasce la poesia novecentesca. Il rapporto con il lettore è il più tremendo. Il lettore è ipocrita e complice del poeta ma anche la poesia non più epica né parenetica, è derisa ed inutile nella modernità. La visione della poesia, e conseguentemente del lettore, è totalmente ribaltata. Non più aulica od epica non più mirante a cose alte e sublimi. Manzoni schernisce. Lo chiamavano poeta e si trattava dell’idiota riconosciuto tale. Una visione pari all’albatro di Baudelaire. Quando poi nel Novecento Rinaldo di Alvaro dice alla madre di voler diventare poeta, questa si mette a piangere. Lontanissimi i tempi in cui Tirteo conduce alla vittoria i suoi con i suoi versi infiammati. Lontanissima anche l’età in cui Pindaro poteva esaltare nei versi il genos e soprattutto ripercorrere la storia. Il lettore sa tutto questo ed è perciò ipocrita e complice ma anche con una punta di pietà, fratello. Ma l’elemento più straordinario della rivoluzione è la natura non più cornice esterna della situazione bensì intimamente interna, legata al soggetto. La densità dell’albatro-poeta ritorna negli ermetici. Ad esempio: Ne mio cuore nessuna croce manca / è il mio cuore il paese più devastato, e anche: Ed è subito sera. Ma nella poesia petrarchesca: Chiare fresche e dolci acque, la natura vicina è però nettamente distinta dal soggetto. Così ancora in Leopardi: Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Ma quando arriviamo a D’Annunzio ed alla Pioggia sul pineto ci accorgiamo che tutto è cambiato. Il soggetto si confonde con la vita arborea e c’è una lunga preparazione a questa immedesimazione. La pioggia diviene una sinfonia e il pino ha un suono, il ginepro altro ancora fino alla perdita della memoria e della storia. Chi sa dove chi sa dove. Con i Limoni Montale reagirà a D’annunzio ma di fatto opererà un’analoga potente sintesi quando definisce i limoni le trombe della solarità. L’ultimo poeta ermetico, Lorenzo Calogero, il poeta di Melicuccà avrà imparato pienamente la lezione. Ecco le sue apparizioni: La non amante amata che m’ama ancora; La morte; Perpendicolarmente a vuoto; La vita. Potenza di sintesi, immagini rapidissime, contrasti potenti.


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