La chiesa di Latta

di Carmelina Sicari
Come Orazio fece con la fonte Bandusia, si licet comparare magna cum parvis, anch’io vorrei render celebre la chiesa di Latta (l’autrice non lo dice, ma verosimilmente dovrebbe essere a Messina, ndr). Detta così perché il tetto sprofondato al tempo delle bombe, era stato sostituito da uno di latta. Sorgeva nel cuore dei trabocchetti, rioni perpendicolari circondati da alti muraglioni sorti dopo il tremendo terremoto del 1908 in collina, sorta di suburra con gli alloggi addossati gli uni agli altri, con viuzze che ricordavano quelli dove nel Medioevo si distribuivano colpi di misericordia, dove ci si poteva anche perdere perché erano davvero trabocchetti. Era detta anche chiesa dei Pepi, non si capisce perché, se per via dell’odore insistente di peperoni della cucina povera del luogo. Non aveva molti fedeli la chiesa di latta se non quelli del circondario finché non giunse un giovane domenicano, Padre Carlo, che prese a suonare le campane così di frequente e così insistentemente che la gente finì con l’ascoltare, finché la chiesa non trovò il suo riscatto con una gigantesca, inopinabile metamorfosi. Padre Carlo rinvenne tra detriti, e trucioli un’icona preziosa, autentica, una Madonna, e la chiesa divenne la chiesa dei poveri, basiliana, nientemeno. Una chiesa che diveniva nobile come il brutto anatroccolo divenuto cigno. E questo per dire che c’è sempre speranza.


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