A partire dal 1861, data in cui si realizza l’Unità italiana, il paesino conta 3.831 abitanti, come si evince dai dati del Censimento di quell’anno. Dieci anni dopo, scendono a 3.230 e nel 1881 si attestano sui 2.286. Dal 1901 sino al 1951, la popolazione cresce costantemente. Dai 3.515 dell’inizio del secolo passa ai 5.578 del 1951. Poi, la curva comincia a scendere nuovamente. Il 1961 segna 5.559; mentre nel 1971 arriva a 3.282. Scende ancora nel 1981 (2.852); per risalire di poco a 3.079 nel 1991. Nel 2001 gli abitanti erano 2.446.
Come tutti i piccoli e grandi centri soprattutto del Meridione, Aiello non è sfuggita alle grandi emigrazioni verso terre lontane in cerca di lavoro e miglior fortuna.
Tanto per dare una idea della consistenza dei flussi migratori, sappiamo che nella sola provincia di Cosenza, secondo i dati dell’Annuario statistico dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925, quelli che partirono per esempio nel 1905 furono circa 22 mila contro 4 mila rimpatri. Una cifra che rimane più o meno tale per tutti gli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale.
«Nel decennio prebellico oltre centodiecimila emigranti della provincia di Cosenza – scrive Vittorio Naccarato nel libro Le Scuole Rurali agli inizi del ‘900 (Edizioni Klipper) – non ritornano nei paesi di ori gine. Anche se non tutti si sono stabiliti definitivamente all’estero, negli Usa ed in Argentina mette radici una co lonia di cosentini talmente ampia e solida, che permetterà nel dopoguerra, malgrado le drastiche restrizioni imposte dal governo statunitense, un flusso migratorio meno in tenso, ma pur sempre significativo alimentato dagli atti di richiamo del capofamiglia “americano”ormai a tutti gli effetti. Diversamente l’ondata migratoria avrebbe assunto i ritmi degli anni precedenti il conflitto come dimostrano le quasi ventiduemila partenze del 1920».
Per il Circondario di Paola, citiamo ancora Naccarato, «emigra un numero di lavorato ri superiore a quello della media provinciale: nel quin quennio 1901-05 partono 328 persone su 10 mila abitanti, contro i 270 dell’intera provincia. Tra i paesi di massima emigrazione nel biennio 1904-05 si trovano Amantea con 755 emigrati su 10 mila abitanti; S. Pietro con 880, Terrati con 750 e Serra con 620. Queste sono cifre da capogiro, perché sconvolgono nel volgere di pochissimi anni la vita, le abitudini e la menta lità di un buon terzo della popolazione di questi paesi, la quale stabilisce con gli USA e gli stati del Rio de la Plata rapporti molto più intensi e diretti – di natura economica, epistolari, di vivo interesse per gli avvenimenti politici – di quelli allacciati con lo Stato italiano in quaranta anni di vita unitaria».
Per quanto riguarda Aiello, facendo riferimento sempre ai dati riportati da Naccarato, registriamo un notevole flusso di emigrati. Le cifre si evincono dai dati dei diversi censimenti a partire da quello del 1861 ad arrivare a quello del 1951. Lo scarto tra la popolazione residente al momento del rilevamento e quella presente va dai meno 170 (4,4%) del 1861, a livelli più consistenti come quelli del 1911, anno in cui ben 474 Aiellesi (popolazione 4016), maschi adulti che partono da soli senza le famiglie, pari al 12% della popolazione, partono per gli Stati Uniti e l’Argentina. Non sono da meno le partenze del 1921 (313 emigrati su 4184 pari al 7,4); del 1931 (463 su 4943 pari al 9,3%); 1951 (545 su 5578 pari al 9,8%). In anni successivi, come è noto, l’emigrazione continua a spopolare il paese. Non saranno più principalmente le mete transoceaniche che gli emigrati scelgono per trovare lavoro, ma gli stati europei come Belgio, Francia e Germania; e poi le grandi città industriali del nord Italia.
Fausto Cozzetto – docente Unical; Gabriele Turchi – Studioso di storia locale; Vittorio Naccarato – Studioso di storia locale; Bruno Pino – Blog Aiellesi nel Mondo.
Relaziona il dott. Francesco Gallo, autore del libro di prossima uscita sul tema dell’incontro, a curatore del sito “Laghitani nel Mondo“.
«Il giovane maestro Rosario Naccarato, assunto dalla Associazioni per gli interessi del Mezzogiorno, nell’autunno del 1923 raggiunge a piedi la scuola, ovvero il magazzino, dove attende gli allievi – “I piccoli eroi dell’infanzia”, come li chiamerà dopo averli conosciuti -, i quali si recano anch’essi nella scoletta, dopo aver superato “cuoschi e valluni”. Il maestro però, dopo aver terminato le lezioni, non ritorna in paese, ma si ferma nella contrada di S. Caterina, vivendo nelle due stanzette al primo piano. Questa novità rappresenta il primo, ma indispensabile passo, perché si possa tenere aperta la scuola in contrade così isolate e lontane dal centri abitati, dimostrando alle famiglie contadine che finalmente lo Stato si ricorda di loro offrendo un servizio che tenga conto delle loro esigenze. Su questa base si sviluppa un’avvincente esperienza didattica e sociale, che ha come protagonisti il maestro Naccarato, gli allievi e le loro famiglie, sotto la guida di Giuseppe Isnardi, direttore delle scuole dell’Associazione per la Calabria, e dei suoi collaboratori. Se si moltiplica l’attività svolta a S. Caterina, documentata dai manoscritti del maestro, con quella delle altre centinaia di scuole rurali, si comprende perché Isnardi la definisca “l’esempio più grandioso di scuola libera che abbia avuto l’Italia dopo il Risorgimento”».
Il testo appena riportato è una breve sinossi del volume “Le scuole rurali agli inizi del ‘900” di Rosario Naccarato, per la cura di Vittorio Naccarato, edito da Klipper e presentato al pubblico negli ultimi giorni di agosto. Il libro, oltre alle cronache scolastiche del maestro R. Naccarato, che rappresentano la parte centrale dello scritto, prende in esame anche demografia e società del paesino di Aiello Calabro tra Ottocento e Novecento e la “rivisitazione”, così come la chiama il curatore, delle due contrade contadine di Ciani e S. Caterina da dove provenivano gli alunni della scuola rurale in esame. Alla iniziativa tenutasi nel salone delle scuole elementari di via Nuova, oltre al curatore, hanno preso parte il sindaco Perri e l’assessore provinciale Covello. Tra gli interventi che si sono susseguiti, moderati dal giornalista Pino Grandinetti, quelli dell’antropologo Mauro Minervino, del dirigente scolastico Mario Giannuzzi, del direttore editoriale di Klipper, Francesco Kostner e del maestro Domenico Medaglia che qui di seguito riportiamo. (bp)
Rosario Naccarato maestro, visto attraverso ricordi e testimonianze di Domenico Medaglia
In questa bella opportunità mi è particolarmente caro fare emergere dalla mia memoria, andando naturalmente a ritroso di un bel pezzo di tempo, i ricordi remoti, ma nitidi, dell’insegnante Rosario Naccarato che, durante il suo quarantennale insegnamento, dispiegato a favore di innumerevoli generazioni di alunni, si è distinto per l’attaccamento al dovere, per la scrupolosità e per le sue capacità didattiche e creative di cui era sapientemente dotato, dando lustro alla scuola elementare. Ha lasciato un ricordo non facile da dimenticarsi fra le scuole di Cosenza, fra quelle di Vibo Valentia ed in fine in quelle di Roma, dove aveva chiuso la sua impegnativa ed esaltante missione educativa, iniziata con molto entusiasmo intorno agli anni venti, prima nelle scuole serali per analfabeti, e poi in quelle rurali del Comune di Aiello Calabro. Fra coloro che lo hanno avuto come Maestro dentro e fuori delle aule e in particolare fra la gente delle contrade che io ho potuto incontrare nei primi anni del mio insegnamento, ho raccolto per lui testimonianze d’affetto, e di venerazione. Quei contadini che hanno avuto a che fare con lui non più giovani ma invecchiati per il duro lavoro e per il peso dell’età avevano conservato sentimenti di gratitudine e di riconoscenza per le sue doti intellettuali ed umane. Io l’ho conosciuto di persona prima per essere stato suo alunno durante un breve periodo in una scuola del centro urbano di Aiello Calabro presso cui, forse, aveva ottenuto qualche breve supplenza, ed in seguito, come collega negli anni immediatamente dopo l’ultimo conflitto mondiale. Mi è stato anche di guida nella preparazione del concorso magistrale affidandomi uno schema molto utile che lui stesso aveva stilato. Il suo metodo di insegnamento, acquisito alla luce degli studi pedagogici, applicato e perfezionato sempre con assiduità è stato infine premiato con esito favorevole. All’educazione dei bambini delle scuole di campagna del territorio di Aiello si era dedicato con particolare passione, con tutta l’anima e con tutto il fervore che possedeva dotato com’era, di una volontà ferrea, consapevole dell’onere e della responsabilità che il maestro deve assumersi sin dall’inizio della carriera. Il suo modo di educare non ha mai subito una grinza facendosi forte del suo talento e avvalendosi, peraltro, del metodo pedagogico della Montessori che egli aveva studiato e ne aveva certamente assorbito lo spirito. Aborriva per convinzione e per carattere l’uso della ferula, di cui nei suoi tempi, e, ahimé anche nei tempi odierni, non solo se ne faceva uso secondo una errata giustificazione pedagogica ma addirittura c’era chi ne faceva abuso. Conviene fare rilevare che ottant’anni fa, il bambino era considerato come un recipiente vuoto e naturalmente ostile ad essere riempito di nozioni e di dottrina. Per i più, educare significava costringere l’educando, spesso con la violenza, a fare una cosa che per natura non desiderava fare. Di conseguenza quando il bambino non capiva o non seguiva le lezioni, era per la sua cattiva volontà. La conclusione di una tale visione era che l’insegnamento esigeva le percosse e le punizioni corporali per costringere la volontà a “raddrizzarsi”. Il regime fascista allora dominante su tutti gli aspetti della vita dell’individuo, favoriva certamente una tale cultura. Va detto e ripetuto che il bambino non va costretto, ma convinto e persuaso. Il bambino non è colui che non vuole, ma colui che non sa. Non deve temere il maestro ma lo deve capire, non si deve sentire trascinato, ma attirato. Il maestro non va temuto, ma amato. Ognuno per natura aspira alla scienza e alla conoscenza. Sono le condizioni sociali che reprimono questa tendenza. Questa visione didattica il maestro Rosario Naccarato la portava con se non solo nell’insegnamento, ma la vestiva come un habitus morale. E qui mi sovviene l’aforisma del pedagogista Lombardo-Radice: «Vorrei avere l’onore di portare scritto sul berretto: ‘Maestro di Prima elementare’». Insegnare ai ragazzi delle scuole elementari non è un compito così facile come potrebbe sembrare a chi non è del mestiere. Fra i miei ricordi il più emozionante è quello che ho provato quando per caso sono capitato ad insegnare proprio nella stessa scuola dislocata in una lontana contrada sperduta nel territorio di Aiello dove l’allora collega aveva insegnato molti anni prima. Mi sentivo privilegiato di sedere sulla stessa sedia, toccare lo stesso tavolo che fungeva da cattedra, servirmi della medesima lavagna e insegnare le stesse cose che da lui avevo imparato e che mi riempivano di entusiasmo e di responsabilità. La popolazione rurale di quella zona, dove aveva lasciato tracce del suo lavoro di insegnante condotto con tanta passione a favore di quanti gli stavano intorno pronti a chiedergli quello di cui avevano bisogno, mi aveva accolto con molta stima e con rispetto, ma rimpiangeva la mancanza del maestro che mi aveva preceduto. Conviene ricordare qui che l’Italia non era uscita certo illesa dall’esperienza della prima guerra mondiale e le ferite sociali, materiali ed economiche, erano tutte aperte e vive. Nel Meridione e ad Aiello questa pesantezza si faceva sentire più che in altre parti d’Italia. La scuola era un privilegio di pochi e l’analfabetismo era un fenomeno molto diffuso. Il Maestro era un punto di riferimento non solo scolastico, ma umano, sociale, spirituale. E il Naccarato si è prodigato, con ogni mezzo, per contribuire al riscatto dei giovani incoraggiandoli e collaborando con i loro genitori, a non marinare la scuola, un bene supremo, necessario e indispensabile per la società umana. Un popolo istruito è destinato a progredire e non può mai perdere le libertà conquistate.
Profilo dell’autore | Rosario Naccarato (1900-1980), nasce ad Aiello Calabro (CS) in una numerosa famiglia di artigiani. Dopo aver frequentato le scuole elementari in paese, studia privatamente per riuscire a conseguire il diploma magistrale. Assunto dalla Associazione per il Mezzogiorno lavora per un triennio nella scuola rurale di S. Caterina e, dopo aver vinto il concorso, nelle scuole statali di altre contrade aiellesi. Nel 1944-45 è il primo sindaco democratico di Aiello Calabro. Ha lasciato numerosi manoscritti che sono stati oggetto di due pubblicazioni: “Appunti di diario ed articoli scolastici”, in cui si racconta l’esperienza didattica dal 1926 al 1929 nella contrada di Stragolera; “Socialismo e amministrazione nella Calabria contemporanea”, nel quale lo storico Giuseppe Masi ha raccolto gli appunti e le riflessioni che porteranno il maestro Naccarato da una critica sempre più serrata del regime fascista alla sua adesione agli ideali socialisti ed alla sua attiva partecipazione all’attività politica nel dopoguerra.
Profilo del curatore | Vittorio Naccarato insegna storia e materie letterarie nell’Istituto superiore di Tarquinia ed ha realizzato alcune ricerche sulla comunità tarquiniese in età moderna: “Cronaca degli scavi archeologici a Tarquinia dal 1862 al 1880. L’opera di Luigi Dasti” (2000) e “La città e l’agro di Comete [nome mediale della odierna Tarquinia] nel XVIII secolo”.
Dopo che in tanti dall’inizio del mese si erano chiesti se ci fosse o meno un programma estivo e perché non venisse pubblicizzato, stamattina è stato finalmente reso noto dall’Amministrazione comunale. Oltre alle due iniziative (la serata della solidarietà organizzata dal Centro Anziani e dalla Suore, ed un saggio di danza della Superdance di Amantea) già tenutesi, il cartellone prevede una serie di appuntamenti a cominciare da mercoledì 8 sera con una commedia in piazza a cura della Compagnia teatrale aiellese. Per il 9 agosto è previsto lo spettacolo “Marlen” della associazione Star Artisti e Stelle del Domani di Divina Catanzaro; il 10 sarà la volta del Festival del Folclore “Culture a confronto per la Pace nel mondo”; mentre per l’11, il circolo Anspi della cittadina presenterà il musical “San Francesco di Paola e l’agnellino Martinello”. Ancora una iniziativa solidale, per il 12, curato dal Centro Anziani FSCJ, dal titolo “Dai una mano a tuo fratello”, animata da stand di cullurielli e dalle musiche di Asta e Valentino. L’antivigilia di ferragosto è appannaggio di ritmi caraibici con lo spettacolo “Sabor Tropicali”; mentre il 14 si terrà la manifestazione Castellaria (promossa dalla Regione), anche se ancora non si conosce il nome dell’artista protagonista dello spettacolo (lo scorso anno fu Lello Arena). Pausa di qualche giorno e si ricomincia il 17 con Cataldo Perri e Leon Pantarei in concerto, con la partecipazione dello scrittore Carmine Abate;e “Provincia Tango Festival” giorno 18 con lo spettacolo “Pasional”. A chiusura, giorno 25, presentazione del libro “Le scuole rurali in Calabria agli inizi del ‘900” di Vittorio Naccarato. Durante il periodo agostano, si terranno pure, dal 12 al 19, il tradizionale torneo del formaggio; una mostra di artigianato locale e una mostra del maestro Francesco Magli, presso lo studio di Scesa Lavatoio 15, dal titolo “I Cartoni per lo Studio del V stato”. Non ci saranno invece, per come invece ipotizzato in alcune riunioni con le associazioni, la realizzazione dei murales e i percorsi artistico-artigianale lungo le viuzze del Centro Storico.