Lago (CS): il 12 agosto il convegno “Turismo delle Radici: 10 anni di accoglienza”

Le radici non appartengono al passato. Sono il filo che ci unisce al futuro.

C’è un richiamo che attraversa il tempo e le distanze: è quello della terra d’origine, dei racconti di famiglia, delle tradizioni che continuano a vivere nel cuore di chi è partito e di chi custodisce la memoria delle proprie comunità.

Per celebrare questo legame nasce il convegno “Turismo delle Radici: 10 anni di Accoglienza”, un momento di incontro e riflessione dedicato a un percorso che, da dieci anni, promuove il ritorno alle origini come occasione di scoperta, appartenenza e sviluppo del territorio.

L’iniziativa – in programma a Lago il 12 agosto 2026, alle ore 19 nei locali dell’Auditorium Comunale – è promossa dall’Associazione Laghitani nel Mondo, da sempre impegnata nel rafforzare il legame tra la comunità locale e i suoi figli nel mondo.

Con il patrocinio dei Comuni di Aiello Calabro, Lago, Cleto, San Pietro in Amantea e Serra D’Aiello e dell’Associazione Nazionale Genealogia, Turismo delle Radici e Rurale, il convegno sarà un’occasione per condividere esperienze, valorizzare la memoria collettiva e guardare insieme alle opportunità che il Turismo delle Radici offre ai nostri territori.

Il Programma dell’Incontro | L’evento sarà moderato dalla Dott.ssa Elvira Sacco, esperta in Turismo delle Radici. A seguire i saluti Istituzionali di Enzo Scanga, sindaco del Comune di Lago (CS). Interverranno: Giuseppe Cino, presidente dell’Associazione Laghitani nel Mondo, Danilo Verta di Vita Calabria Tours e i sindaci del Comprensorio con testimonianze sulle opportunità del turismo delle radici per il rilancio dei territori locali. Le conclusioni sono affidate a Orlandino Greco, consigliere Regionale della Calabria e delegato per i rapporti con i Calabresi nel Mondo.

A conclusione della serata, gli ospiti saranno invitati a un percorso di degustazione dei prodotti tipici laghitani, un viaggio nei sapori autentici della tradizione locale, curato con passione da: Macelleria Ferdinando Sacco, Panetteria-Pasticceria Iuliano Paolo, Enoteca Ermogesto Piluso, Azienda Agricola Settimio Mazzotta.

Perché ritrovare le proprie radici significa anche riscoprire i profumi, i sapori e l’ospitalità che rendono unica la nostra terra.

L’Associazione Laghitani nel Mondo vi aspetta per celebrare insieme dieci anni di accoglienza, identità e futuro.

“Radici” di TeleMia ad Aiello Calabro

Riproponiamo la puntata di Radici, che non avevamo visto, andata in onda su Tele Mia nel mese di dicembre scorso, e ritrasmessa giovedì 12 giugno 2025.
Buona visione

Italian Fallen Workers Memorial 2023

Info: Italian Fallen Workers Memorial

Dagli Appennini alle Ande, storie di emigrazione in Sud America

Segnaliamo l’uscita, presso l’editore Rubbettino, dell’ultimo libro dello storico Vittorio Cappelli: Dagli Appennini alle Ande, al Caribe e all’Amazzonia. Percorsi e profili migratori verso le «altre Americhe».
Il volume è dedicato alla storia dell’emigrazione – principalmente calabrese, lucana e campana – in America del Sud. È il risultato, come scrive lo stesso autore, «di molti anni di ricerche, di viaggi e di incontri, dedicati ai nostri emigrati in America Latina», dove sono state scritte delle pagine importanti della storia dell’emigrazione italiana.

Maggiori info sul sito web dell’Editore

Aggiornamento

Presentazione del volume del prof. V. Cappelli
“Dagli Appennini alle Ande, al Caribe e all’Amazzonia”
Percorsi e profili migratori verso le “altre Americhe”
Rubbettino Editore 2022

Venerdì 10 giugno 2022
dalle ore 19
Presentazione del volume di Vittorio Cappelli
q.b. restaurant & lounge bar
Piazza Municipio Castrovillari CS
A cura dell’Associazione di promozione sociale MENODIUNTERZO

Interventi e letture
di Gianni Colaci, Francesco Gallo, Maria Francesca Piragine, Luigi Troccoli.

Musiche
del Duo Tocatango, Christian Gaudenti e Camillo Maffia.

Ferdinando Aloisio, due scritti per ricordarne la nascita avvenuta il 28 aprile 1923

Seguono: L’impegno di Nando Aloisio a favore dei lavoratori italiani in Argentina, pubblicato su La Calabria dei Migranti (2014); e la voce Aloisio Ferdinando del Dizionario biografico della Calabria Contemporanea, entrambi editi dall’ICSAIC.

Aiello Calabro, demografia ed emigrazione

A partire dal 1861, data in cui si realizza l’Unità italiana, il paesino conta 3.831 abitanti, come si evince dai dati del Censimento di quell’anno. Dieci anni dopo, scendono a 3.230 e nel 1881 si attestano sui 2.286. Dal 1901 sino al 1951, la popolazione cresce costantemente. Dai 3.515 dell’inizio del secolo passa ai 5.578 del 1951. Poi, la curva comincia a scendere nuovamente. Il 1961 segna 5.559; mentre nel 1971 arriva a 3.282. Scende ancora nel 1981 (2.852); per risalire di poco a 3.079 nel 1991. Nel 2001 gli abitanti erano 2.446.

Come tutti i piccoli e grandi centri soprattutto del Meridione, Aiello non è sfuggita alle grandi emigrazioni verso terre lontane in cerca di lavoro e miglior fortuna.

Tanto per dare una idea della consistenza dei flussi migratori, sappiamo che nella sola provincia di Cosenza, secondo i dati dell’Annuario statistico dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925, quelli che partirono per esempio nel 1905 furono circa 22 mila contro 4 mila rimpatri. Una cifra che rimane più o meno tale per tutti gli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale.

«Nel decennio prebellico oltre centodiecimila emigranti della provincia di Cosenza – scrive Vittorio Naccarato nel libro Le Scuole Rurali agli inizi del ‘900 (Edizioni Klipper) – non ritornano nei paesi di ori gine. Anche se non tutti si sono stabiliti definitivamente all’estero, negli Usa ed in Argentina mette radici una co lonia di cosentini talmente ampia e solida, che permetterà nel dopoguerra, malgrado le drastiche restrizioni imposte dal governo statunitense, un flusso migratorio meno in tenso, ma pur sempre significativo alimentato dagli atti di richiamo del capofamiglia “americano”ormai a tutti gli effetti. Diversamente l’ondata migratoria avrebbe assunto i ritmi degli anni precedenti il conflitto come dimostrano le quasi ventiduemila partenze del 1920».

Per il Circondario di Paola, citiamo ancora Naccarato, «emigra un numero di lavorato ri superiore a quello della media provinciale: nel quin quennio 1901-05 partono 328 persone su 10 mila abitanti, contro i 270 dell’intera provincia. Tra i paesi di massima emigrazione nel biennio 1904-05 si trovano Amantea con 755 emigrati su 10 mila abitanti; S. Pietro con 880, Terrati con 750 e Serra con 620. Queste sono cifre da capogiro, perché sconvolgono nel volgere di pochissimi anni la vita, le abitudini e la menta lità di un buon terzo della popolazione di questi paesi, la quale stabilisce con gli USA e gli stati del Rio de la Plata rapporti molto più intensi e diretti – di natura economica, epistolari, di vivo interesse per gli avvenimenti politici – di quelli allacciati con lo Stato italiano in quaranta anni di vita unitaria».

Per quanto riguarda Aiello, facendo riferimento sempre ai dati riportati da Naccarato, registriamo un notevole flusso di emigrati. Le cifre si evincono dai dati dei diversi censimenti a partire da quello del 1861 ad arrivare a quello del 1951. Lo scarto tra la popolazione residente al momento del rilevamento e quella presente va dai meno 170 (4,4%) del 1861, a livelli più consistenti come quelli del 1911, anno in cui ben 474 Aiellesi (popolazione 4016), maschi adulti che partono da soli senza le famiglie, pari al 12% della popolazione, partono per gli Stati Uniti e l’Argentina. Non sono da meno le partenze del 1921 (313 emigrati su 4184 pari al 7,4); del 1931 (463 su 4943 pari al 9,3%); 1951 (545 su 5578 pari al 9,8%). In anni successivi, come è noto, l’emigrazione continua a spopolare il paese. Non saranno più principalmente le mete transoceaniche che gli emigrati scelgono per trovare lavoro, ma gli stati europei come Belgio, Francia e Germania; e poi le grandi città industriali del nord Italia.

Monongah, tragedia dell'emigrazione italiana. Vi perirono anche tre minatori di Lago (Cs)

Le immagini della tregedia

TRA le centinaia di minatori morti a Monongah, West Virginia, il 6 dicembre 1907, ci sono una quarantina di calabresi. Secondo le cifre ufficiali dell’epoca, le vittime totali della sciagura sono 361, di cui 171 italiani. In seguito, si viene a sapere che probabilmente i morti si avvicinano a mille (ma la cifra è controversa e per i necessari approfondimenti vi rimandiamo alle ricerche del prof. Tropea), la metà di origine italiana, provenienti da Abruzzo, Molise, Campania e appunto Calabria. I paesi da cui sono emigrati, ricordati in occasione del centenario, nel 2007, sono Caccuri, San Giovanni in Fiore, Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari, Gioiosa Ionica, San Nicola dell’Alto.

Ma anche Lago, paesino in provincia di Cosenza, è ora incluso nell’elenco. Quel venerdì 6 dicembre, nella miniera della città del West Virginia interessata da una serie di forti esplosioni, muoiono tre emigrati di Lago. Un tributo di sangue che si va ad aggiungere alle storie già raccontate. Si chiamano Francesco Abate (Abbate), 42 anni, Carlo Giovanni, 19, e Giuseppe appena 14enne.

La tragedia per anni dimenticata viene ricostruita, analizzata e raccontata grazie allo studio di ricercatori e appassionati come Joseph Tropea della George Washington University che con perseveranza continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. È soprattutto merito suo se si è riusciti a contattare in Italia figli e nipoti di quei poveri disgraziati. Nell’opera di divulgazione di questa triste pagina della più grave tragedia sul lavoro per gli emigrati italiani, anche un giornale come Gente d’Italia ha fatto la propria parte. Una pagina triste della storia dell’emigrazione italiana. “Come Marcinelle. Più di Marcinelle”.

Le bare dei minatori

Nei giorni 4 dicembre, giorno di S. Barbara patrona dei minatori, e 5 dicembre del 1907, giorno in cui viene anticipata la celebrazione di S. Nicola, la miniera di Monongah, dalla quale si estrae carbone ed ardesia, è rimasta chiusa. Il paesino dei monti Appalachi, tremila anime, ha avuto due giorni di festa per tutti. Secondo la ricostruzione del prof. Tropea, la Compagnia che gestisce la miniera, nei giorni di chiusura per risparmiare ha spento gli aereatori e di conseguenza il gas grisou si è accumulato nelle gallerie. Quel venerdì 6 dicembre, al ritorno al lavoro dei minatori, è bastata una scintilla per far saltare tutto in aria. Poco prima delle 10.30, due esplosioni devastano la miniera. Il boato si sente a 12 chilometri di distanza. Un terremoto che sconquassa il ventre della miniera e fa tremare la terra circostante. Subito dopo, è un coro di grida, di disperazione. Dalle baracche in cui vivono i minatori e le loro famiglie, mogli e figli, parenti, ed i minatori degli altri turni, si precipitano verso il luogo dello scoppio. Un fumo denso e aspro fuoriesce dagli ingressi. I soccorritori si danno da fare, ma la situazione è infernale. Si salveranno solo in 4 o 5. Nei giorni successivi, i corpi recuperati sono centinaia e centinaia, ammassati prima nella banca locale, e poi sul corso principale. Vi sono, tra i corpi dilaniati riconosciuti dai parenti, anche moltissimi non identificati che verranno seppelliti in fosse comuni. Circa 250 le vedove, e un migliaio gli orfani, le conseguenze che la tragedia ha lasciato. Le stime fatte a ridosso dell’incidente parlano di cifre più contenute rispetto a quelle ipotizzate successivamente. Molto importante, per non dimenticare quanto avvenuto, il ruolo del reverendo di Monongah, Everett Francis Briggs, che nel 1964 in una pubblicazione raccoglie documenti, testimonianze dei parenti.

Se il numero delle morti è controverso, quelle che invece appaiono certe sono le terribili condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i minatori che possono contare – con il cd buddy system o pal system – nell’appoggio altrui per affrontare e sopportare le ostili condizioni di vita nei cantieri. Questi aiutanti, che si recano al seguito dei minatori dentro le gallerie, non vengono assunti, non è nemmeno registrato il loro ingresso. Prendono solo qualche mancia, a secondo della quantità di ardesia che riescono a portare in superficie. La paga dei minatori è poco meno di un dollaro al giorno, anche se in proporzione più alta di un bracciante calabrese di allora. Si vive in piccole baracche di proprietà della stessa compagnia mineraria, spesso fatiscenti e prive degli indispensabili servizi igienici. L’orario di lavoro è di più di dieci ore al giorno. Un tipo di lavoro che gli altri emigrati non sono più disposti a fare e che viene invece fatto dagli italiani che insieme a polacchi, slavi e turchi, avranno le maggiori perdite di vite.

Dopo il gravissimo incidente, purtroppo, non c’è l’interesse delle autorità per accertare le responsabilità, e anche i risarcimenti alle famiglie spesso non arrivano mai a destinazione.

Il prof. Tropea con Giuseppe Cino a Lago

LA RICOSTRUZIONE STORICA DEL PROF. TROPEA E LA VICENDA UMANA DELLA FAMIGLIA ABATE
Nel mese di ottobre 2016, Tropea ha visitato Lago, accompagnato da Enrico Grammaroli dell’Università Tor Vergata di Roma, per avere delle conferme sulle sue ricerche e sulle vittime laghitane. Una ricostruzione della vicenda della famiglia Abate -, che si è svolta tra gli archivi comunali, e parlando con le persone più anziane. Alla ricerca hanno collaborato Giuseppe Cino della neonata associazione dei “Laghitani nel Mondo” ed il cav. Salvatore Muto, mente storica degli emigrati laghitani.

Francesco Abate nasce a Lago nel 1865 da Carlo e Luigia Scanga, primo di 5 figli. All’età di 22 anni si sposa con Maria Gaetano di Castrovillari. Dal matrimonio nasceranno: Carlo Giovanni nel 1888, Giuseppe nel 1893, Luigia nel 1896, Battista nel 1898, Giovanni nel 1900 ed infine Enrico nel 1903, anno in cui la famiglia emigra in America in cerca di fortuna. Qui, il padre Francesco con i figli Carlo e Giuseppe vengono assunti dalla “Fairmont Cool Company” che opera nell’estrazione del carbone. Lavoreranno sotto terra a decine e decine di metri sotto le profondità del fiume West Fork, sino a quella mattina di dicembre. Gli Abate si trovavano tutti e tre nella galleria n° 6 dove perdono la vita – sempre stando alle cifre ufficiali fornite nel gennaio 1908 dall’Annual Report of Department of Mines del West Virginia – una sessantina di italiani, mentre più di un centinaio moriranno nella galleria n° 8.

Da allora, dopo la loro morte degli Abate si perde memoria della tragedia. Giuseppe, fratello di Francesco che era rimasto a vivere nella propria terra, di questa storia non aveva più saputo nulla, e né la pronipote che attualmente vive a Lago, con la quale ha avuto modo di parlare il prof. Tropea, ha mai saputo della sorte dei congiunti emigrati. Ora, grazie al lavoro di scavo del docente della cattedra di sociologia alla George Washington University, e figlio egli stesso di un minatore italiano di origini calabresi, che da una quarantina di anni compie ricerche sul disastro di Monongah, si conosce un pezzetto di storia in più di questi sfortunati nostri connazionali che invece di realizzare i loro sogni, in America hanno trovato la morte, sepolti lontano, su una collina di Monongah.

LINK UTILI

MONONGAH A TRAGEDY NOT TO FORGET (aggiornamento 6 dicembre 2018)

Foto di gruppo con il prof. Tropea, Pino Cino ed il figlio Francesco Domenico, ed una parente degli Abate residente a Lago (foto Bruno Pino)

Today the 111 years of the tragedy of Monongah in West Virginia (USA) occur, where 361 miners died, of which 170 were of Italian origin, most of them from Calabria, from Caccuri, San Giovanni in Fiore, Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari , Gioiosa Ionica and San Nicola dell’Alto and Lago.

Among the victims are three of our countrymen Abbot (Abbate) Francesco of 42 years and his two sons Carlo Giovanni of 19 and Joseph of 14 years.

After many years the mining tragedy of Monongah is rebuilt, analyzed and revealed to the world thanks above all to the study of researchers and enthusiasts. These include Joseph Tropea, professor emeritus of George Washintong University, who continues his search for relatives of the victims. It is especially thanks to him if he managed to contact in Italy, children and grandchildren of those poor wretches.

Today, those who are forced to leave their country must be recognized as having contributed to the redemption of their land of origin from poverty, as well as to the progress of the host communities, through hard work, sometimes humiliating, but certainly a job done with dignity and dedication, work that has often allowed to achieve prestigious goals, high professionalism and success in all areas of social life often cost the sacrifice of their lives.

The human and social affair of Monongah should not, however, only be a reason for commemoration, but must represent the commitment on the part of all of us in the construction of a conscious citizenship and a culture of security that can avoid the repetition of similar tragedies in the workplace. Especially today that Italy has become land of landing and hope for so many people who come from the poorest countries in the world and who, today as then, seek better conditions of life.

The commemoration of the tragedy of Monongah must serve, especially to the younger generations, to reflect on the phenomenon of “emigration” and to recognize equal dignity and rights to those who, like so many of our emigrants, leave their land and family to build a better future.

Aiello e l'emigrazione. Uno scritto di Peppe Verduci del '67

L’esperienza migratoria italiana. The Italian Immigrant Experience, di Antonio Pucci e John Potestio

Riproponiamo, qui di seguito, un nostro pezzo sull’emigrazione italiana in Canada. L’articolo era stato pubblicato su Il Quotidiano della Calabria del 27.02.2003, pag. 45. 

Ne è passato di tempo da quando nella primavera del 1847, il genovese Andrea Gagliardo per primo si imbarcò per l’America con il Brigantino “Bettuglia”, viaggiando per 57 giorni tra “cielo e mare, cielo e mare”. Dopo i primi pionieri, tanti italiani hanno abbandonato la propria terra, in cerca di fortuna nel nuovo mondo.
Oggi, la cultura dell’emigrazione però “è molto emarginata in Italia perché – come ha spiegato recentemente padre Mario Maffioletti, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma (fonte News Italia Press) – è confinata a livello accademico e nei meandri di una società che non ha memoria”. Anche se è in atto una presa di coscienza della risorsa rappresentata dagli italiani all’estero.
Le storie di questo esodo, che ci aiutano a ritrovare la memoria storica, sono raccontate in centinaia di pubblicazioni. Una di queste che vogliamo segnalare ai lettori calabresi per la lucidità descrittiva del fenomeno migratorio, avuta tra le mani da poco tempo, ma che risale al 1988, è curata da due studiosi di origini calabresi. John Potestio e Antonio Pucci, docenti entrambi di Storia a Thunder Bay, l’uno alla Lakehead Board of Education; l’altro alla Lakehead District Catholic School Board, che hanno messo insieme i diversi contributi letterari, tutti in inglese, di qualificati studiosi dell’emigrazione. Ognuno dei “contributors” – tra cui: Robert Harney, Jean Morrison, Bruno Ramirez, Frank Sturino, Rudolph J. Vecoli e John Zucchi, molti dei quali professori delle Università di Toronto, Montreal, York, Minnesota, ed esponenti di spicco di altri autorevoli centri culturali -, è membro della C.I.H.A. (Canadian Italian Historical Association) ed ha concorso a vario titolo alla ricerca storiografica canadese.
Il libro – il titolo è “Italian Immigrant Experience” -, racchiude otto saggi, un interessante quadro della microstoria degli italiani in Canada e in Nord America che vale la pena di conoscere.
In uno di questi scritti, il cui autore è Antonio Pucci, uno dei curatori (originario di Aiello Calabro, mentre Potestio è originario di Grimaldi), viene offerta al lettore l’interessante storia dell’insediamento della Comunità italiana a Port Arthur e Fort William, poi divenute una unica città che prese il nome di Thunder Bay, immersa tra le foreste e il Lago Ontario e dominata da Monte McKay.
Inizialmente, tra il 1880 e l’inizio del secolo XX, Thunder Bay è meta di poche decine di emigranti italiani. Poi, nel primo decennio del ‘900, i flussi migratori dall’Italia aumentano, con l’aumento delle attività economiche, dovuto alla costruzione della strada ferrata che fa diventare Port Arthur e Fort William, un centro di “trans-shipment” (qui si accumula il grano trasportato dai treni e qui viene caricato sulle navi che lo trasbordano attraverso i Grandi Laghi). La nuova situazione economica, che rappresenta una opportunità di lavoro per molti -, richiama “strong backs and strong arms”, schiene e braccia forti, per lo più di italiani.
Nel 1911, i nostri connazionali censiti sono 710 a Fort William e 364 a Port Arthur. Ma il numero, negli anni, è destinato a crescere. Nel 1921 risultano 1342 e 698; nel 1931, 1642 e 923, mentre nel 1941 arrivano, rispettivamente, a 1902 e 1132, e tutti vengono “richiamati” da parenti ed amici o da “paesani”.
La “piccola Italia”, ingrandendosi, si organizza. Nasce nel 1909 la Società Italiana di Benevolenza intitolata al Principe di Piemonte, poi nel 1929 la Società di Mutuo Soccorso. In contemporanea, si assiste alla nascita di chiese cattoliche che fanno da fattore di coesione nella comunità. I nostri emigrati si distinguono anche per le battaglie sindacali che portano avanti, tra il 1902 e il 1912, contro la Canadian Pacific e la Canadian Northern Railways. Dopo questo periodo turbolento, tra gli anni ’20 e ’40, gli italiani iniziano a presentarsi con un’immagine positiva, mantenendo alti gli standard di moralità. Gli anni ’50, infine, segnano, con l’arrivo di nuove ondate migratorie, la trasformazione della comunità italiana nel più grande gruppo etnico di Thunder Bay, contando circa diecimila residenti, molti dei quali calabresi.

Emigrazione. Aiello Calabro protagonista di “Formato famiglia”, il talk show di Sat 2000

AIELLO CALABRO Cs – L’emigrazione italiana, con particolare riferimento a quella meridionale, è stato l’argomento affrontato dalla trasmissione “Formato famiglia. Le sfide e le speranze di oggi” andata in onda ieri (mercoledì 5 novembre) su Sat 2000, il Network dei Cattolici Italiani.

Come avevamo già annunciato, durante il talk show condotto in studio da Antonio Soviero è stata ospitata una minifiction sul tema ambientata ad Aiello Calabro (Cs), un paesino dal quale nel corso degli anni sono partiti tantissimi emigranti in cerca di lavoro all’estero. Tanto per fare un esempio, nella sola Sault Saint Marie, città dell’Ontario (Canada) di quasi 80 mila abitanti, si contano oggi intorno a duemila abitanti di origine aiellese. Non è un caso che proprio in questi giorni, un assessore del comune di Aiello si trovi proprio lì per partecipare ad alcune manifestazioni per celebrare il 25° anno di fondazione del club calabrese di quella città.

Tra gli ospiti in studio, a testimoniare la propria esperienza di emigrato, anche il senatore calabrese Basilio Giordano, eletto ad aprile scorso nella circoscrizione del Nord e Centro America. Giordano, nativo di Frascineto, si era stabilito a Montreal negli anni ‘70, divenendo poi sindaco di San Leonard vicino Montreal e direttore del giornale in lingua italiana “Il Cittadino Canadese”.