

Da quando ho scoperto che ad Aiello, nel Rione Valle, esisteva una parrocchia intitolata a Sant’Antonio Abate — il santo che la Chiesa celebra il 17 gennaio — questo frammento di storia locale, oggi quasi del tutto dimenticato, ha iniziato a incuriosirmi sempre di più. È facile immaginare che, secoli fa, proprio ad Ajello questa data fosse vissuta come una vera giornata di festa. Sant’Antonio Abate, padre del monachesimo cristiano, era ed è il protettore degli animali domestici, del bestiame e del lavoro dei campi: una figura centrale per una comunità come quella del Rione Valle, abitata in prevalenza da contadini. Lo confermano anche le fonti fiscali dell’epoca, come le rivele del Catasto onciario, dove ricorrono spesso cognomi legati a famiglie rurali — i numerosi “Pino” ne sono un esempio eloquente.
Di quella chiesa parrocchiale, attiva tra il XVI e il XVIII secolo e dedicata appunto a Sant’Antonio Abate, oggi non resta alcuna traccia visibile nel tessuto urbano. Nessun muro, nessuna iscrizione, nessun segno che ne indichi l’antica presenza. Eppure la memoria non è andata completamente perduta: a salvarla dall’oblio è rimasta la Platea dei beni, un documento prezioso che continua a raccontarci, in silenzio, l’esistenza di una comunità, della sua fede e del suo quotidiano rapporto con la terra.
La Platea della Chiesa di S. Antonio Abate di Aiello (documento conservato presso l’Archivio di Stato di Cosenza) registra, tra la fine del XVI e l’inizio del XVIII secolo, l’insieme dei beni immobili, delle rendite e degli obblighi religiosi appartenenti alla chiesa.
Il patrimonio è composto da terreni agricoli, vigne, case, orti e censi, concessi a privati in cambio di pagamenti in grano o denaro. Molti beni sono gravati da obblighi spirituali (messe, lumi, manutenzione di cappelle).
La documentazione attesta un possesso stabile, riconosciuto dalle visite pastorali e confermato ufficialmente nel 1723, con divieto di alienazione senza autorizzazione ecclesiastica.
Tra i toponimi principali e ricorrenti che troviamo: Aiello (luogo centrale della Platea, sede della chiesa di S. Antonio Abate e delle rendite); Pietramala (località e cappella dotata di rendita); Pietra Bava (bene fondiario), ecc. E poi S. Martino di Aiello; S. Michele d’Aiello; S. Nicola d’Aiello, ecc. E ancora: SS. Sacramento, S. Maria di sopra, S. Maria di sotto, S. Giuliano, S. Lorenzo, S. Pietro, S. Biagio, ecc. ecc.
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Qui di seguito, in aggiunta a questo post, un brano del “Viaggio” nell’Aiello del 1753, relazione del 2013 di Sergio Chiatto, pubblicato nell’Antologia “Aiello ad Litteram” alle pagine 104-5, che parla del rione aiellese più antico.
(vedi anche https://brunopino.it/2025/08/22/il-rione-valle-ad-ajello/)
Valle, l’ho già detto, appare il quartiere a più alta concentrazione di abitanti in questo momento storico (ripeto che siamo nel 1753 e che il dato è tratto dalla consultazione di rivele e spogli afferenti al coevo Catasto Onciario di Aiello). I 361 individui che vi abitano con certezza, suddivisi negli individuati 74 fuochi, con una media, perciò, di 4,88 componenti per nucleo familiare, vivono quasi tutti di agricoltura. Agricoltori, dunque, ma anche custodi di animali, massari e molinari: in definitiva, tutto un mondo rurale, che alla Valle importa il 74 % ed oltre dei suoi capifamiglia, ove spiccano, per numero di occupati, quelli dal cognome Pino: una decina almeno, uno dei quali, Francesco, di soli 14 anni, è il più giovane capofuoco del paese. Anche due delle cinque donne del quartiere con famiglia propria sono Pino: Virginia e Ippolita, quest’ultima di 46 anni, figlia di Giovanni che di anni ne ha 100, un altro primato. Due falegnami, due barbieri, un sarto e un fabbro formano il corpo degli artigiani del rione. Il Regio Notaro Gennaro Serra ed il “nobile” Don Giuseppe De Liguoro, nella sua casa di dieci camere, con bassi, cortile, stalle e giardinetto attaccato, sono i due benestanti del vicinato.
I sacerdoti Don Muzio Giuliani, Don Geniale Buffone ed il suddiacono Don Domenico Civitelli (gli ultimi due, beneficiati, rispettivamente, dell’Altare di Santa Caterina del casale di Terrati e della locale cappella di Sant’Antonio Abate), ne costituiscono il Clero. Altro individuo, con celesti … agganci, deve essere quel tale Lorenzo Gallo, «figlio della Madonna» (ma Gesù non fu unigenito?!), il quale sembra anch’egli dimorare nella Valle, nella casa che Don Paolo Viola gli concede “per carità”. (Sergio Chiatto)
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