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| Il Quotidiano del Sud 9.07.2019 pag. 12 |
Jamu a caminare è un gruppo di amici a carattere estemporaneo. Un gruppo (consolidatosi nell’estate del 2015, ma con esperienze precedenti), a cui piace camminare e scoprire i tesori nascosti della nostra Calabria.
In ogni escursione che concordiamo e facciamo insieme non ci sono guide o accompagnatori. Ognuno di noi è guida di se stesso; ognuno è responsabile di se stesso. La partecipazione è gratuita. L’unica regola è essere amanti della natura e avere voglia di camminare e stare in compagnia.
Abbigliamento e attrezzature consigliate: da trekking (scarpe, acqua, crema anti zanzare, crema solare, macchina fotografica, ecc. ecc,).
Contatti:
⚫ Email: jamuacaminare@gmail.com
⚫ Blog: http://jamuacaminare.blogspot.it/
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| Il Quotidiano del Sud 9.07.2019 pag. 12 |
Jamu a caminare, domenica 31 marzo, si è sdoppiata per presenziare a due interessanti iniziative:
Gallerie fotografiche
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Descrizione
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L’antica Cleto era probabilmente un centro magnogreco entrato in conflitto con la potente Kroton. In epoca medioevale mutò la sua denominazione in Pietramala, dall’omonima famiglia normanna. Situata alle pendici del monte Sant’Angelo, si affaccia sul mare Tirreno. Nel 1270 venne concessa in feudo a Guglielmo de Foret. Successivamente appartenne ai Sersale, ai Marano, ai Siscar di Aiello, ai Cavalcanti, ai Cavallo e infine ai D’Aquino. L’edificazione del castello di Cleto viene attribuita storicamente ai Normanni che posero il maniero in cima al monte Sant’Angelo sotto il quale scorre il fiume Trobido, ed in posizione tale da poter controllare una buona porzione di territorio. Di notevole importanza strategico-militare, risultavano le due maestose torri cilindriche, di cui oggi rimangono solo i ruderi, destinate, l’una alla difesa dell’area verso il ponte levatoio e, l’altra destinata in parte a residenza del feudatario e in parte alla difesa della zona superiore. Una possente cinta muraria fu costruita per difenderlo ed un unico accesso, posto ad ovest fu reso ancora più impenetrabile per la presenza di un ponte levatoio. L’edificio si sviluppava su tre livelli principali. Al primo livello, appunto, l’accesso principale con il ponte levatoio, al secondo livello una corte che ospitava una delle due grandi torri circolari e una serie di ambienti riconducibili a diverse fasi edilizie. A questo livello si accedeva da un ingresso situato a lato della torre circolare, costituito da blocchi ben squadrati di grandi dimensioni con al centro un portale in pietra lavorata. Il terzo livello, infine, era situato nella zona più alta, una sorta di cassera all’interno del castello fortificato, nella quale si trovavano due ali parallele di ambienti disposti ai lati di un’area aperta di forma trapezoidale e, sullo spigolo sud-est, c’era la seconda torre circolare. All’esterno del complesso, sul lato ovest, si trova un’area interessante dove nonostante la forte pendenza dovevano localizzarsi altri ambienti addossati alle mura. Probabilmente in questa zona doveva trovarsi anche la chiesa di San Giovanni Battista di cui però non si hanno più tracce. Nella parte centrale del castello sorgono una serie di silos per la conservazione di grano e altre derrate. Intorno ad esse sono sistemate delle buche quadrangolari destinate ad ospitare oggetti vari. I silos risalgono ad un periodo antecedente al castello, forse quello bizantino. Le grotte e le cisterne sono presenti sotto tutto l’abitato di Cleto e, spesso, sono comunicanti tra esse. Una pergamena rinvenuta negli anni quaranta, murata in una delle due torri, ha permesso di ricostruire la vita che si svolgeva nel castello. Le attività di filatura e tessitura del lino si svolgevano sotto il diretto controllo della baronessa. Il feudatario aveva diritto di vita e di morte sui sudditi ritenuti colpevoli di delitti. I condannati venivano gettati nella cosidetta “lupa”, una profonda caverna senza via di uscita, dove morivano per soffocamento o per fame. Da un atto notarile del 1789, si evince come il castello, a quella data, fosse già quasi distrutto. Le incursioni dei pirati turchi ed i numerosi e catastrofici fenomeni sismici, lo resero sempre più vulnerabile e inoffensivo.
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Descrizione
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Di questo imponente maniero, che ingloba strutture precedenti risalenti ai Normanni e forse al Castron Bizantino e che fu una delle prime fortezze del regno, restano eloquenti vestigia: mura perimetrali, torri angolari speronate, cisterne, ed alcune stanze sotto le torri. Una roccaforte naturale, già fortificata in epoca bizantina, evidentemente per resistere alle scorrerie arabe, praticamente inespugnabile. Ciò spiega come l’impianto non fosse quello del “castrum” classico, ma fosse provvisto di sole due torri, sui lati rivolti ad est e a nord, perché gli altri due lati risultavano già inaccessibili naturalmente.. Nel 1065 resistè, anche, per quattro mesi, all’attacco di Roberto il Guiscardo il quale, durante l’assedio perse due nipoti. In epoca sveva, poi fu feudo di Riccardo di Salerno, cancelliere di Federico II di Svevia e, riuscì ad acquistare grande importanza non solo per ragioni strategiche, ma anche economiche e sociali. Raggiunse il massimo splendore nei secoli XV e XVI, quando era sede delle potenti dinastie dei Siscar e dei Cybo, divenendo uno dei più grandi e notevoli castelli dell’Italia meridionale. Massima cura, era stata posta per realizzare le difese: una prima cinta muraria, con il classico torrione di vedetta, proteggeva la parte più bassa e racchiudeva la cittadella, l’entrata al corpo principale poteva avvenire solo attraverso altre due porte superiori, controllate da un altro corpo di guardia e da un rivellino di forma circolare e numerose altre postazioni difensive erano sistemate un po’ dovunque. La parte residenziale era anch’essa imponente e comprendeva una cappella, diverse abitazioni, cinque cisterne di raccolta dell’acqua piovana, diversi locali fra cui il carcere, magazzini ed un cortile grandissimo che nei disegni di Cybo appare lastricato. Queste mura antiche, un tempo, furono testimoni silenziose di terribili atrocità. Si narra, infatti, che all’interno del castello i prigionieri venissero sottoposti a torture tremende e a punizioni sanguinarie. Unico accesso al castello rimane, ancora oggi, un suggestivo percorso, scavato nella roccia tufacea. . Aiello Calabro, durante la breve parentesi dell’occupazione francese del Regno di Napoli condotta da Carlo VIII di Francia, fu la roccaforte degli aragonesi e, per questo, subì l’assedio dei francesi. La città poi fu liberata da Gonzalo Fernàndez de Còrdoba. Il suo progressivo abbandono fu causato dai danni del terremoto del 1638 e da quelli del sisma del 1783. Sei anni più tardi il feudatario Carlo Di Tocco, duca di Palopoli, ordinò un inventario con l’intenzione di avviare opere di restauro, ma c’era da mettere mano ad una situazione talmente disastrata che il progetto fu abbandonato. Ad aggravare le cose, il terremoto del 1905 che provocò il distaccamento di blocchi della roccia del castello. In epoca moderna, solo negli anni novanta è stata avviata la pulizia dell’area intorno al castello, invasa da vegetazione infestante, e la piantumazione di numerosi cipressi, che hanno, però, sminuito l’imponenza suggestiva dell’antica fortificazione. Nel 2000 sono stati avviati interventi di consolidamento delle pendici rocciose e nel 2008 i lavori di pavimentazione ed illuminazione della strada d’accesso all’antico maniero, di cui oggi restano solo alcune mura perimetrali e, come si diceva, delle torri speronate.
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2015
2016
2017
Qui di seguito, tratto dal profilo facebook di Carmen Gangale, presidente di AdM, ci piace riportare il suo racconto della giornata.
Torniamo a Civita, una fila multicolore di zaini, bastoncini, sorrisi e scarponi. Dai vicoli del paese fino al belvedere e da lì subito giù fino al Ponte del Diavolo. Per alcuni è la prima volta e lo stupore è nei loro sguardi, per tutti è un misto di meraviglia, curiosità, commozione. Chi guarda, chi racconta, chi fa foto, chi ricorda, il sole ci scalda piacevolmente, e sembra che nessuno voglia spostarsi da qui. Chissà forse è una voglia inconscia di riconciliazione con questo luogo, con i suoi morti, con le sue acque ancora grigie e cariche di detriti e di domande. Carmine racconta la leggenda del ponte, c’è il diavolo, e una capra, ma mi distraggo continuando a pensare ai fatti recenti, e poi di nuovo a venticinque anni fa, un po’ di più ormai, e i miei passi per la prima volta sotto quel ponte. Beh, no, allora era quello vero, quello che crollò, per essere poi ricostruito. Anche adesso bisogna ricostruire qualcosa, ma non servono mattoni, bisognerà costruire un rapporto più corretto con il fiume, con i mille fiumi del nostro territorio.
Riprendiamo a camminare, noi fermi proprio non riusciamo a stare, e allora ecco il sentiero ripido, gradini di pietra, ogni tre passi uno sguardo al panorama, a destra l’immensa voragine del Raganello, l’imponente Timpa del Demanio, guglie di pietra, arbusti contorti che sfidano la gravità. A sinistra qualche casa diroccata, il terreno a tratti è lavorato fin dove poteva spingersi l’aratro, a un passo dall’abisso, altrove c’è chi raccoglie le olive.
E continuiamo di pietra in pietra, sul bordo di questi due mondi, fino al grande guardiano di pietra, che come un Moai di questa nostrana isola di Pasqua, osserva pensieroso.
Da lì scendiamo, il sole di una splendida estate di San Martino sta calando, alla luce del tramonto, le pecore tornano all’ovile e noi torniamo in paese, ci perdiamo in un labirinto di vicoli, tra camini multiformi e case che hanno occhi. E in una casa entriamo. L’anello di Civita si chiude qui, ma il nostro abbraccio rimane.