Mi dice Geniale Adacquacerze che domani, 25 marzo, è il giorno dedicato a Dante – il Dantedì – e che ormai è risaputo che la Divina Commedia inizia a Valle Oscura, località di Aiello Calabro paese nel quale l’illustre Alighieri aveva un cugino in seconda. “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai a Belliscura, ca cugginumma a notte avìe pagura…“, declama Geniale, senza arrussicare… Non contento di queste sperciate, alle quali è difficile credere (ma che icica sono mperodi vere), il noto innaffiatore di cerzinelle, aggiunge che il latino prende origine dal paese di Rose, in provincia di Cosenza, poco distante da Acri e Luzzi (tri paisi culli caxxi). Per convincermi ha cominciato a recitare la prima declinazione… “Rosa, Rosae, Rosae… ha vistu? Cca è natu u latinu…” mi fa notare. Vida tu, quantu ‘ndaje sèntere. ‘Ntantu tene sulu a mmie cumu amicu… E nente. C’hamu patutu…
Da Franco Pedatella riceviamo e postiamo questa poesia sul Sommo Poeta Alighieri
È questo un giorno veramente bello a te, Dante Alighieri, dedicato, di nostra lingua padre e gran profeta d’Italia indipendente e liberata.
Ricorda l’avventura di tua vita, l’esilio con coraggio sopportato, il viaggio tuo mirabile narrato sull’ ali di potente fantasia,
che ti portò dai fondi del peccato, traverso la visione dell’orrore, al clima dolce e mite dell’attesa e infine alla visione dei Beati.
L’itala gente or finge festeggiarti pei settecento anni di tua morte, dopo che lingua e patria le hai donato e guida fosti al suo Risorgimento,
ma ogni dí calpesta quella lingua, onde con altri maestro e costruttore fosti, e l’altezza di essere italiana, maestra del parlar limpido e piano.
Nel suo parlare spiccio e quotidiano e anche quando scrive o detta leggi, guasta il tuo dir con sibili stranieri, che non son chiari e brevi a chi li ascolta,
e s’erge al ruolo d’intellettuale, dal podio o scranno o pulpito parlando, dandosi un tono che non le appartiene e distorcendo il dir di chi con studio,
nei tempi odierni e in secoli dorati, prodotto ha libri ed opere immortali che l’oro son del popolo italiano da consegnare ai secoli futuri.
Pochi vi son che amano e difendono la lingua tua da termini scorretti, ma son poco ascoltati ed apprezzati, anzi dai tanti urlanti disprezzati.
Da sempre il dir dei popoli è arricchito dal dir e far di genti piú evolute, al mo’ che i Greci fêr col dir degli Asii e come Roma fe’ coi padri Greci.
E’ vero che la lingua letteraria si fa piú viva col bel dir comune; cosí s’evolve e diventa specchio dell’anima e del cogito costanti
di chi opra o scrive o scolpisce o pinge, sí come fu che dal parlar volgare nacque la lingua illustre del Trecento; ma ogni novità pe ‘l vaglio passa
di menti illuminate e viene assunta cosí nella scrittura nazionale e simbolo diventa e patrimonio di un popolo e segno del pensare.
Invece questa italica plebaglia irriverente abbrutisce e storpia il parlar tuo studiato e levigato che tutti al mondo amano ossequenti.
Perciò per Padre Dante riverenza e amor ti torni, o Italia, e d’ ello esempio! Cessi il tuo quotidiano scimmiottare del rozzo dir di chi farfuglia e azzoppa!
Allór di festeggiare sarai degna Dante Alighieri padre e creatore, fattore del dir tuo sonante e chiaro, maestro e dei tuoi fati vate e attore.
Il 25 Marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebra per la prima volta il #Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo.
Questo blog, per partecipare alla giornata, vi propone “Dante e la Calabria“, uno studio di Stanislao De Chiara del 1894. L’autore è stato presidente dell’Accademia cosentina e si è dedicato “con molto fervore allo studio e alla diffusione del culto di Dante in Calabria” (Vedi il suo profilo su Treccani).
Qui di seguito, per esempio, il Canto I tradotto da Francesco Toscani.
Alla mitate de la vita mia Io me ‘ngulai dintra nu vuoschu fittu, Ch’avia sgarratu la diritta via. Ppe lu cuntare nun ci arriva dittu Cuomu era chillu vuoschu ‘ncuttu e forte, Ca’ si ci pienzu sbiegnu ppe dirittu. Uh! mamma mia, di puocu è cchiù la morte, Ma parru d’autre cose che truvai E che ppe mia fuoru de bona sorte.