Aiello e l'emigrazione. Uno scritto di Peppe Verduci del '67


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7 risposte a “Aiello e l'emigrazione. Uno scritto di Peppe Verduci del '67”

  1. Commento di Raffaela Medaglia su FB in risposta a Emilio Chiodo.
    “ognuno sa la sua storia.. Lo strazio nel cuore solo l’emigrante sa. E parlando di Aiello che e` bellissimo oggi ma ma che le pietre del suolo di un tempo sono impresse nella mente di chi ritorna e le cerca”.

  2. Commento di Emilio Chiodo in risposta a Raffela Medaglia.
    io ho tanti ricordi amari di storie di emigrazione. Mio nonno materno, da Colosimi (CS) partì per gli usa nel 1912, appena 18enne e lasciò sua Moglia incinta . Ritornò agli inizi del 1922 con l’intenzione di ripartire con moglie e figlia ( incontrata decenne),ma l’avvento del fascismo glielo impedì. Negli anni subito dopo la 2° Guerra mio padre emigrò nel Nord Italia e non ritornò vivo: lasciò la sua vita in provincia di Cuneo per un incidente sul lavoro nel 1952. Dal 1954 al 1960 partirono 5 ( dei sei) figli di mio nonno tutti per il Nord America: solo mia madre ,vedova, rimase in Italia con me. Scusami la digressione personale.

  3. Commento di Raffaela Medaglia su Facebook.
    “si, partirono ngaggiati riempendo il posto degli animali.li sbarcavano in terre non conosciute.hanno lavorato e poco pagati ma contenti che potessero mandare soldi alle famiglie. La ditta che riempiva le navi dopoguerra si chiamava Grimaldi le esperienze vissute le ho sentite parlarne ai sfollati in Canada tantissimi anni dopo. Come rondini lontane dal nido stringevano la busta paga che spedivano ai loro cari e solo Dio sa le loro lacrime. Hanno costruito il nuovo mondo con Aiello.nel cuore. La nostalgia del passato che non more”.

  4. Commento di Vincenzo Naymo su Facebook.
    “Continuano ad emigrare da posti meravigliosi anche oggi, non più per necessità come un tempo (cosa che ha avuto sempre il massimo rispetto da parte mia) ma per “moda”, un fenomeno attuale diffuso soprattutto fra i giovani “figli di papà” che appena si iscrivono alle università (rigorosamente del nord), sono già emigrati in quanto non torneranno più nella loro terra, se non per due settimane ad Agosto. Questi giovani spesso potrebbero subentrare nelle attività lavorative dei loro genitori in Calabria, professionisti affermati, che invece sono costretti a chiudere con l’avanzare dell’età i loro studi di avvocato, di medico specializzato, di commercialista, ecc., soltanto perché i loro figli hanno deliberatamente di vivere a Milano, a Torino, a Firenze, a Roma, ecc., preferendo la vita in un anonimo condominio di queste città al palazzo di famiglia in Calabria, preferendo un lavoro all’inizio modesto pur di non tornare a lavorare in Calabria. Nella loro mente questi giovani vorrebbero sfuggire il provincialismo della vita calabrese . Non so rendono conto che, in realtà, è proprio questo atteggiamento a palesare il peggiore provincialismo di cui sono affetti. Quando rientrano per pochi giorni da noi, tronfi dei loro successi padani, questi giovani non trovano di meglio da fare che sparare a zero sui limiti dei loro conterranei rimasti in prima linea a combattere in Calabria contro mille problemi e difficoltà. Loro invece sono felici di aver abbandonato a sé stessa la nave che affondava lasciando su anziani che si avviano al tramonto. Quale sarà il destino di questa terra nel momento in cui tutti i giovani la lasceranno e gli anziani non ci saranno più? Rimarrà un deserto? Non credo proprio perché rimane un paradiso. Probabilmente sarà abitata da genti nuove, quelle che premono ai nostri confini che magari sapranno fare meglio di noi calabresi che siamo dei falliti, perché abbiamo fallito la scommessa più grande quella con la nostra terra. Avevamo un tesoro e abbiamo fatto di tutto per distruggerlo facendo parlare ai nostri figli il milanese e il torinese, contribuendo ad arricchire quelle terre ai danni della nostra”.

    “Purtroppo oggi è così. Ripeto, io rispetto tantissimo chi è emigrato da qui per bisogno e per sfuggire alla fame, non ho alcun rispetto per l’emigrazione dei nostri giovani (talvolta indotta anche dai genitori) che adducono come pretesto la tipica frase “tanto qui non c’è niente” Ed è ovvio che non ci sarà mai niente se i migliori scappano via invece di rimboccarsi le maniche e cambiare la realtà della loro terra. Questo è solo un alibi per assolvere la propria coscienza e per abbandonare, ripeto, la nave che affonda. Noi investiamo denari del sud sui nostri figli, giustamente, ma la ricaduta di questi investimenti finisce al nord che è già ricco e che è ricco sempre di più grazie alle risorse umane ed economiche del sud. Per questo ritengo che noi siamo dei falliti, vittime del nostro individualismo e del nostro provincialismo”.

  5. Commento di Gabriele Emilio Chiodo su Facebook.
    “Molto interessante. Quello narrato fu lo spopolamento del secondo dopoguerra, quello più consistente e definitivo”.

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