Storia. Morto Ferdinando Cordova

Fonte Ansa
CATANZARO, 11 LUG – E’ morto lo storico calabrese Ferdinando Cordova. Fino al novembre 2010, professore ordinario di storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza, è deceduto nella sua casa di Grottaferrata, a causa di una malattia che in poche settimane lo ha stroncato.

Era nato nel 1938 a Reggio Calabria, dove tornava spesso per lunghi periodi di vacanza e di studio. Cordova è stato autore di numerosi saggi sulla storia e la cultura dell’Italia dall’Unità alla Repubblica. Nei suoi studi, autorevoli per quanto riguarda i contenuti e l’interpretazione degli avvenimenti storici  e rigorosi dal punto di vista metodologico, si è occupato inizialmente della crisi della democrazia nell’Italia liberale e della nascita del fascismo, dedicando a questi argomenti volumi, giudicati essenziali alla migliore comprensione del periodo.
Sviluppando il tema della responsabilità delle classi dirigenti nella formazione dello Stato postunitario, ha, quindi, analizzato la crisi di fine secolo, scrivendo, tra l’altro, “Alle radici del malpaese. Una storia italiana” (1994), volume riproposto recentemente da Manifestolibri. Nella stessa ottica si è occupato della massoneria e dei suoi rapporti con il potere politico, allargando quindi la sua indagine al campo della cultura in età liberale.
Una parte considerevole della sua opera di studioso, Cordova l’ha dedicata alla Calabria dopo l’Unità. A tale proposito vanno ricordati, in particolare, i volumi “Alle origini del PCI in Calabria” (1977); “Sottosviluppo e fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie” (1992); “Massoneria in Calabria. Personaggi e documenti. 1863-1950” (1998), “Il fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie” (2003), mentre con Pantaleone Sergi nel 2005 ha curato il volume “Regione di Confino. La Calabria (1927-1943)”.
Cordova è stato anche presidente dell’Istituto Calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Icsaic) e dirigeva la rivista “Giornale di Storia contemporanea”, pubblicata dall’editore Pellegrini.
La sua ultima apparizione pubblica, quando ancora non si era annunciato il male che l’ha stroncato, è stata il 17 marzo scorso nel Consiglio regionale della Calabria dove ha ricordato, con una applaudita “lectio magistralis”, il 150 anniversario dell’Unità d’Italia.
RENDE (COSENZA), 10 LUG – “Con la dolorosa scomparsa di Ferdinando Cordova, la storiografia italiana ha perso uno dei suoi protagonisti migliori, il mondo accademico un docente appassionato, la cultura calabrese uno dei suoi riferimenti più prestigiosi degli ultimi decenni”. Lo ha detto Pantaleone Sergi, presidente dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Icsaic), in passato presieduto dallo stesso Cordova. “La passione civile del professor Cordova – ha aggiunto Sergi – ha contagiato generazioni di studiosi che hanno trovato in lui non solo il rigoroso ricercatore ma anche l’uomo attento alle problematiche sociali. A nome mio e dell’Icsaic, sono vicino alla moglie e ai figli. La Calabria non potrà dimenticarlo”.
Anche il professor Giuseppe Masi, direttore dell’Icsaic, si è detto addolorato per la scomparsa dell’amico studioso: “L’istituto, che ha avuto in Cordova un presidente prestigioso che lo ha portato alla ribalta nazionale, oggi è a lutto ed esprime il proprio cordoglio alla famiglia. La mia tristezza è inesprimibile. Con Nando Cordova ho condiviso momenti importanti della mia vita, frutto di un’amicizia sincera e da una comune passione per la ricerca”.

Angelo Manetti, il navigatore calabrese sulle navi portoghesi e di Cristoforo Colombo

Fonte: Calabriaplus (Articolo Rivista “Mediterraneo e dintorni” del 2007 di Giuseppe Pisano)
Forse nessun altro uomo al mondo prima di lui ha intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese, dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama. Si tratta di Angelo Manetti (o Manetto o Manetta), proveniente dal paese di Aiello Calabro, il quale rimane ancora oggi un personaggio del tutto sconosciuto. Notizie su questo misterioso navigatore calabrese si ritrovano su un testo datato 1770 scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi il quale afferma di ricavare da un antico manoscritto la notizia che il nostro conterraneo Manetti fece parte dell’importantissima spedizione marittima portoghese che portò, nel 1498, alla scoperta delle cosiddette “Indie Orientali”, fino a Calcutta. 


L’Oceano Indiano aveva avuto, durante tutto il Medioevo, contatti difficili con il Mediterraneo, perché bisognava superare la barriera musulmana, attraversare l’Egitto o le zone desertiche inospitali. Il grande merito di questa flotta portoghese, comandata da Vasco da Gama, consistè appunto nel mettere in contatto tali ambienti, aprendo il passaggio a sud-est, cioè la via diretta di comunicazione fra Atlantico e Oceano Indiano. Pare che la scelta del comandante, per questa delicata quanto quasi impossibile spedizione, fosse stata effettuata, prima di morire, dal re Giovanni II che allora ricopriva anche la carica di Gran Maestro dei cavalieri di Cristo di Tomar. Al finanziamento avevano concorso i Sernigi, banchieri fiorentini stabilitisi in Portogallo, la nazione i cui abitanti, per la loro grande attività evangelizzatrice esercitata in tutto il mondo, meritarono, da Papa Pio XII (lo stesso Papa che proclamò San Francesco da Paola “Patrono della gente di mare italiana”), l’appellativo di “popolo crociato e missionario”.
Tra i 160 membri dell’equipaggio (molti di loro avevano già partecipato ai viaggi di Diogo Cào e Bartolomeo Diaz effettuati tra il 1485 e il 1488) a bordo delle 4 navi che salparono da Lisbona l’8 luglio 1497 e giunsero, dopo avere doppiato il Capo di Buona Speranza, fino a Calcutta c’era, quindi, anche il nostro Manetti. Ma quale fosse, però, il suo vero ruolo in quest’ardua spedizione, che vide tra l’altro la decimazione di buona parte dei partecipanti a causa della malattia dello scorbuto, non è dato sapersi. Si potrebbe trattare, per usare un definizione dello storico Jacques Heers, di un “cavaliere navigatore”. Di certo si sa che Angelo Manetti apparteneva ad una famiglia aristocratica di Aiello, paese che fu infeudato dai Cybo, la casata del papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo il pontefice che, grazie ad alcuni studi effettuati di recente, pare sia stato l’artefice, il vero sponsor, del viaggio di Cristoforo Colombo. L’Orlandi ci fa sapere anche che la famiglia Manetti si era stabilita in Massa Carrara, la città dove dimoravano i Cybo. I legami tra le due famiglie erano da sempre molto forti e nel ‘700 il Conte Giovanni Battista Manetti rivestiva addirittura la carica di Segretario di Stato per conto della casa ducale di Modena.
Questi legami secolari tra le famiglie Manetti e Cybo e la notizia, riportata sul manoscritto antico, che Angelo Manetti partecipò ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Cristoforo Colombo gettano, senza ombra di dubbio, nuovi interrogativi sulla storia della scoperta dell’America e del grande navigatore genovese: si avvalora maggiormente la tesi, portata avanti principalmente dallo studioso Ruggero Marino, di una regia Vaticana e di papa Innocenzo VIII nella spedizione ultraoceanica; diviene sempre meno credibile la teoria secondo cui Cristoforo Colombo, dopo avere viaggiato con uomini come Manetti che avevano conoscenze dirette di navigazione sia nelle cosiddette Indie Orientali che in quelle Occidentali, non si convinse mai di avere scoperto un nuovo continente, mentre invece si avvalora maggiormente la tesi che l’Ammiraglio preferì non osare mettersi contro la cosmografia medievale per non essere tacciato di eresia; aumentano le probabilità che Colombo, e forse anche il nostro Manetti, appartenessero ad una setta, non esclusa quella dei cavalieri di Cristo (eredi dei Templari), che perseguiva un disegno, voluto dalla Chiesa di Roma, che doveva portare ad una nuova crociata antimusulmana, alle soglie del ‘500, per la riconquista del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Il tomo dell’abate umbro ci informa anche che il Manetti, dopo avere fatto ritorno ad Aiello, “si ritrovò alla battaglia di Seminara con il gran Capitano” Consalvo da Cordova che comandava la cavalleria contro i francesi.
Manetti rimane ancora oggi sconosciuto anche agli stessi calabresi, non esiste neanche una via o una piazza dedicata a lui in Calabria, e nemmeno nel suo paese d’origine. Tutto ciò è davvero triste, e ancor più triste è stato l’atteggiamento di non considerazione da parte di istituzioni come la Regione Calabria nei riguardi di un progetto di rivalutazione di questo personaggio straordinario presentato dal sottoscritto già due anni orsono.

25 Aprile. Un ricordo dei Partigiani Aiellesi

Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione – conclusasi il 25 aprile del ’45 – è stato notevole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Si parla di migliaia di Partigiani meridionali, molti dei quali calabresi, per lo più ex militari sbandati dopo l’8 settembre del ’43. Tanti morirono giovanissimi.
Ma quanti furono i Partigiani della Comunità tirrenica? Secondo alcune fonti, molti di più di quanto si pensi. Eroi dimenticati, spesso sconosciuti.
Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni (nella foto). Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.
Peppe Verduci ne aveva ravvivato la memoria nell’ultimo libro (Frammenti di Storia e Ricordi, Edizioni Pellegrini, Cosenza 2006), ricordando, a tutta la Comunità, l’intitolazione nell’immediato dopoguerra della sezione del Partito Comunista al giovane martire di soli 22 anni.
Dai ricordi del compagno Verduci affioravano anche i nomi di altri Partigiani ignoti alla memoria collettiva. Come Alfredo Bossio, partigiano a Valmontone, Carmine Mollame, Rosario Belluno e Raffaele Pucci, morto nell’ottobre 2007 (tesserino 001183, appartenente ai Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nodo”, grado Garibaldino, nome di battaglia “Monsone”). “Raffaele – scriveva Verduci nel suo libro – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura portando in tasca il berrettino Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.
Altri Aiellesi, che sono invece compresi nell’elenco dell’Icsaic di Cosenza, sono: Giovanni Coccimiglio (Aiello, 17 ottobre 1923), Partigiano dal 9 settembre 1943 al 15 gennaio 1944, e dall’11 agosto 1944 al 30 novembre dello stesso anno, nella Divisione Gramsci – Albania; Guglielmo Coccimiglio (Aiello, 29 febbraio 1917), soldato del 317° Fanteria Divisione Acqui, disperso in combattimento nel settembre 1943 in Grecia;Fortunato Lepore (Aiello, 5 febbraio 1914), Partigiano dall’11 ottobre 1943 al 30 novembre 1944, nella Divisione Gramsci – Albania; Francesco Vecchio (Aiello, 14 aprile 1919), Partigiano dal 9 settembre 1943 all’1 luglio 1944, nella Divisione Garibaldi – Jugoslavia. E forse tanti altri ancora sconosciuti.
Per altri contributi vedi:

25 Aprile. Un ricordo dei Partigiani Aiellesi

Qui di seguito, con qualche giorno d’anticipo rispetto al 25 aprile, ripubblichiamo un articolo del 2007 (postato sul Blog di Aiello Calabro e dintorni), ma sempre attuale e utile per non dimenticarci di quanti hanno sacrificato la propria vita per la causa della democrazia e della libertà.


Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione – conclusasi il 25 aprile del ’45 – è stato notevole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Si parla di migliaia di Partigiani meridionali, molti dei quali calabresi, per lo più ex militari sbandati dopo l’8 settembre del ’43. Tanti morirono giovanissimi.

Ma quanti furono i Partigiani della Comunità tirrenica? Secondo alcune fonti, molti di più di quanto si pensi. Eroi dimenticati, spesso sconosciuti.

Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni (nella foto), detto “u totaro”. Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.


Peppe Verduci ne aveva ravvivato la memoria nell’ultimo libro (Frammenti di Storia e Ricordi, Edizioni Pellegrini, Cosenza 2006), ricordando, a tutta la Comunità, l’intitolazione nell’immediato dopoguerra della sezione del Partito Comunista al giovane martire di soli 22 anni.

Dai ricordi del compagno Verduci affioravano anche i nomi di altri Partigiani ignoti alla memoria collettiva. Come Alfredo Bossio, partigiano a Valmontone, Carmine Mollame, Rosario Belluno e Raffaele Pucci, morto nell’ottobre 2007 (tesserino 001183, appartenente ai Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nodo”, grado Garibaldino, nome di battaglia “Monsone”). “Raffaele – scriveva Verduci nel suo libro – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura portando in tasca il berrettino Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.

Altri Aiellesi, che sono invece compresi nell’elenco dell’Icsaic di Cosenza, sono: Giovanni Coccimiglio (Aiello, 17 ottobre 1923), Partigiano dal 9 settembre 1943 al 15 gennaio 1944, e dall’11 agosto 1944 al 30 novembre dello stesso anno, nella Divisione Gramsci – Albania; Guglielmo Coccimiglio (Aiello, 29 febbraio 1917), soldato del 317° Fanteria Divisione Acqui, disperso in combattimento nel settembre 1943 in Grecia;Fortunato Lepore (Aiello, 5 febbraio 1914), Partigiano dall’11 ottobre 1943 al 30 novembre 1944, nella Divisione Gramsci – Albania; Francesco Vecchio (Aiello, 14 aprile 1919), Partigiano dal 9 settembre 1943 all’1 luglio 1944, nella Divisione Garibaldi – Jugoslavia. E forse tanti altri ancora sconosciuti.

Vedi anche Monsone, l’ultimo Partigiano Aiellese

Francesco C. Volpe originario di Cleto con la mente rivolta al Risorgimento

di Manfredo Manfredi (Avvocato) 
Fonte: Il Quotidiano della Calabria del 17 settembre 2008

Vedendolo girovagare per le strade di Amantea, dove vive ma non è nato, sembra uno di quei pensionati alla ricerca di un passatempo. E in effetti, Francesco C. Volpe, (dove C. non nasconde, all’americana, un suo secondo nome, ma sta per Cleto, il simpatico paese dell’entroterra tirrenico, dove egli è nato nel 1932, ed è un singolare espediente per distinguersi da un omonimo studioso del salernitano) pensionato lo è davvero, – è stato preside di scuola ed è a riposo ormai da anni -, ma con la mente sempre aperta agli studi che lo hanno appassionato sin da quando, all’Università di Roma, si laureava con una tesi su “Cultura calabrese tra Risorgimento e Unità”. Da allora il riferimento al Risorgimento, all’Unità d’Italia ed al periodo che ha preceduto l’avvento del Fascismo, nella ricerca storiografica sulla cultura calabrese, è stato una costante nel suo pensiero. Autore di opere come “Calabria: storia e cultura (1815-1922)”, con prefazione di Gaetano Cingari, cui è stato assegnato nel 1992 il Premio Sila, e come “Cultura e storia nel mezzogiorno tra ‘800 e ‘900”, con introduzione di Augusto Placanica, che ha avuto l’onore di essere adottato come testo per il suo corso di lezioni dal prof. Antonio Coco, titolare della cattedra di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Catania; estensore di voci storiografiche “Calabria Citra tra restaurazione ed unità” e “Il pensiero politico meridionale” ricompre – se nell’opera collettiva “Storia del mezzogiorno” di – retta da R. Romeo e G. Galasso, e collaboratore assiduo della “Rassegna storica del Risorgimento”, dell’”Archivio storico per le province napoletane”, de “Il ponte” e, soprattutto, di “Nuova antologia”, la prestigiosa rivista fondata da Giovanni Spadolini, dove, ancora di recente, è comparso un suo articolo su Giovanni Nicotera, il terribile (per la sua attitudine repressiva verso la sinistra estrema, che avrebbe con le sue intemperanze potuto ostacolare l’inserimento delle masse nella partecipazione alla vita dello Stato) Ministro degli Interni di origine calabrese dei governi De Pretis, con Franco Volpe, come tutti lo chiamano e lo conoscono, è piacevole fare quattro chiacchiere. Come uomo di scuola, il professor Volpe, è assolutamente favorevole alle iniziative che intende adottare l’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini, soprattutto per quanto riguarda la reintroduzione della figura del vecchio caro maestro unico ed il ripristino del voto in condotta; è preoccupato, come uomo di cultura, per l’invadenza della televisione, che oltre ad ostacolare la vera conoscenza, gli appare assolutamente diseducativa per la formazione dei giovani; è perplesso, anche per la poca presa che hanno fuori dai confini nazionali, sulla validità dell’attuale schiera di scrittori, letterati, storici, filosofi, giornalisti, dopo la grande stagione di fine ‘800-primi del ‘900; è rammaricato per non essere ancora riuscito a portare a compimento le sue ricerche sulla Calabria nella cultura meridionale dal Risorgimento ai primi del sec. XX, perché egli è assolutamente convinto, come del resto lo sono pure io, che dallo studio della nostra storia passata si traggono positivi ammonimenti e utili insegnamenti per il presente. Chiacchierare con il professor Volpe mi riporta alla mente il ricordo di un altro calabrese illustre, (anch’egli, in fondo, amanteano ma solo d’adozione, in quanto era nato ad Altomonte), il compianto prof. Luigi De Franco (scomparso poco più di dodici anni fa ed al quale ero legato da affettuosa amicizia), anch’egli di cultura sterminata ed accomunato a Volpe da quell’ideale di socialismo romantico che, purtroppo, ha finito con l’essere tradito sul piano della prassi, al punto che il partito che a esso si richiamava, oggi è pressoché scomparso, e dall’essere stati entrambi esclusi dal mondo accademico ufficiale, che, come giustamente ha scritto Augusto Placanica, dovrebbe rimproverarsi per “le furberie” per i “riti gretti” cui è ricorso per non coinvolgere nella sua struttura uomini di tal fatta. Il nostro incontro, dopo un breve commosso accenno al padre, scomparso nel 1936 in Africa ad appena 24 anni, e dal quale probabilmente ha ereditato la sua passione per gli studi (il padre, infatti, pur gestore di un negozio di alimentari, da autodidatta si era formato una sua cultura, tanto da essere corrispondente de “Il Mattino” e de “Il Popolo d’Italia”) termina col riferimento compiaciuto che egli fa a quel grande ed eclettico studioso che fu il professor Alessandro Galante Garrone, il quale, per una recensione a una sua opera, lo ringraziò, qualificandola «fra le più belle, intelligenti e generose che mi sia accaduto di leggere», e col ricordo di quegli ebrei che furono reclusi nel campo di concentramento di Ferramonti e che gli consentirono di curare un’apposita pubblicazione che venne inserita nel Bollettino dell’United States Holocaust Memorial Museum.

Il Compagno Peppe Verduci è morto

Il Poeta Comunista Peppe Verduci è morto oggi 8 aprile, dopo una lunga malattia, nella sua casa di Viale Cosmai a Cosenza. Il prossimo 22 maggio avrebbe compiuto 87 anni.
È morto proprio in piena campagna elettorale, lui che di campagne elettorali ne ha fatte tante e che ha raccontato in diversi libri. Come quella indimenticabile di sessanta anni fa delle Politiche del 18 aprile 1948 in cui la DC vinse per 12 milioni di voti contro gli 8 del Fronte Popolare. In quel periodo, Peppe assieme a Nando Aloisio e agli altri compagni della sezione del PCI di Aiello Calabro (Cs), dove undicenne, nel 1932, si era trasferito con la famiglia da Lazzàro (Rc), erano impegnati in una fervente attività politica e sociale per l’affermazione degli ideali del Partito comunista al quale aveva aderito nel 1943.
Per il compagno Peppe l’amore per il comunismo è stato, come per Nando Aloisio, “una questione di vita”. Come questione di vita è stata pure la “voglia di scrivere” che gli era venuta “più intensamente del solito” dopo il pensionamento dal Genio Civile per il quale aveva lavorato. Poi quel “desiderio è divenuto brama – racconta in “Frammenti di storia e ricordi”, ultimo libro pubblicato nel 2006 da Pellegrini – e mi spinge sempre a prendere carta e penna segnando in appunti gli avvenimenti cosparsi del lungo peregrinare della vita”. “Certo, ciò ch’è più di peso e di più importante in tutte le vicende, è la scelta ideale che ho fatto – racconta Verduci – quando ho optato per il Comunismo, impegnandomi profondamente in una lotta impari per la costruzione di una Società che voleva essere quella delle gente umile, della fratellanza e della giustizia sociale”.
Oltre a comunista e scrittore, Peppe è stato anche un apprezzato poeta. “Un letterato dei nostri tempi” come lo ha definito l’editore Luigi Pellegrini che ha pubblicato diverse sue opere. Un poeta autentico, per Pellegrini, “dotato di profonda forza espressiva e di luminosa fantasia”. Molti delle poesie le aveva dedicate alla moglie Peppinella che lo aveva lasciato qualche anno fa; tante altre pue per la sua Aiello che amava moltissimo.
Di recente, per la sua attività letteraria, aveva ricevuto una “recensione” di Fausto Bertinotti che gli aveva rivolto parole di sincera stima e apprezzamento intellettuale. «Caro compagno Peppe Verduci – gli aveva scritto Bertinotti -, ho ricevuto la tua gradita lettera e i tre volumi da te mirabilmente scritti, che testimoniano a tutti noi il tuo profondo legame con la comunità di donne e uomini del territorio della tua terra. La tua passione, la tua abnegazione, la tua vicinanza al fianco dei più deboli, dei più umili ti rendono un testimone eccezionale del lungo cammino dell’intero popolo italiano per la conquista della giustizia e dell’uguaglianza”.
La cerimonia funebre si terrà mercoledì 9 aprile alle 16.30 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore in Aiello Calabro. Verduci sarà poi tumulato nel locale cimitero dove riposerà vicino alla moglie Peppinella.

Nota biografica. Peppe Verduci nasce a Lazzaro (Rc) il 22 maggio del 1921. Si trasferisce ad Aiello Calabro (Cs) nel 1932 con la numerosa famiglia. Nel 1940 è a Bologna per svolgere il servizio militare, ed è proprio nel capoluogo emiliano, frequentando la famiglia Dozza, che trova occasione per avvicinarsi agli ideali del Comunismo, che lo hanno accompagnato per tutta la vita.
Ancora giovane, dopo aver appreso il mestiere di falegname, apre una bottega. Nel 1943, assieme ad altri giovani, costituisce, ad Aiello, la prima sezione del Partito Comunista Italiano, di cui egli diviene dirigente, svolgendo una intensa attività politica. In seguito, farà parte Comitato Federale, e terrà comizi e riunioni di sezione nei disparati paesi della provincia di Cosenza. Poi, dopo la nomina a “costruttore di Zona” nell’alto Ionio con sede a Trebisacce, sarà chiamato per essere eletto sindaco di Lungro e, dopo due legislature, tornato a Cosenza, assumerà la carica della presidenza della Lega delle Cooperative. È stato pure membro della Camera Confederale del Lavoro e dell’Alleanza dei Contadini. Sciolto il P.C.I., è rimasto comunista, militando nel partito di Rifondazione, e ricoprendo la carica di presidente dei probiviri nel circolo “Fausto Gullo” di Cosenza.
Ha pubblicato, nel 1999, il libro “Memorie di Lotta – Aiello Calabro 1943 – 1970” (edito dall’Icsaic), in cui raccoglie le esperienze della sua militanza comunista e dove mette a fuoco le problematiche di una comunità che lo ha visto crescere e maturare, insieme ad una generazione di giovani dediti alla costruzione di una società improntata ai veri valori di una democrazia fattiva e concreta e non solo formale. Il libro – per il successo ottenuto – è stato poi rieditato da Pellegrini nel 2002. Sempre con la Casa Editrice Pellegrini, ha pubblicato nel 2003 “Poesie”; e nel 2004 “Aiello Calabro – Appunti sparsi”, Sono invece del 2005 “Stralci letterari” e “I miei dieci anni a Lungro”. Del 2006, invece, l’ultima fatica letteraria “Frammenti di storie e ricordi” (Pellegrini), in cui Verduci raccoglie memorie e particolari avvenimenti che riguardano la storia politica e sociale di Aiello Calabro nell’immediato secondo dopoguerra.

Il Poeta Comunista
(poesia di Mario Pucci)

Pieno d’amore è il cuore con cui parli,
Eterna la tua fede in quel che credi,
Più di ogni altra cosa è vero il sogno,
Proletario, che all’alba sopravvive,
Estinguerlo non può nessuna fiamma.

Viandante sei di pace, di giustizia,
E porgi le tue mani da gigante
Rasserenando il volto di chi trema,
Dinanzi a chi lo sfrutta e lo disprezza.
Uniti vinceremo!… gridi ancora
Cantando a squarciagola, evviva… evviva
Il comunismo della libertà.

Mario Pucci

Il Compagno Peppe Verduci è morto

Il Poeta Comunista Peppe Verduci è morto oggi 8 aprile, dopo una lunga malattia, nella sua casa di Viale Cosmai a Cosenza. Il prossimo 22 maggio avrebbe compiuto 87 anni.
È morto proprio in piena campagna elettorale, lui che di campagne elettorali ne ha fatte tante e che ha raccontato in diversi libri. Come quella indimenticabile di sessanta anni fa delle Politiche del 18 aprile 1948 in cui la DC vinse per 12 milioni di voti contro gli 8 del Fronte Popolare. In quel periodo, Peppe assieme a Nando Aloisio e agli altri compagni della sezione del PCI di Aiello Calabro (Cs), dove undicenne, nel 1932, si era trasferito con la famiglia da Lazzàro (Rc), erano impegnati in una fervente attività politica e sociale per l’affermazione degli ideali del Partito comunista al quale aveva aderito nel 1943.
Per il compagno Peppe l’amore per il comunismo è stato, come per Nando Aloisio, “una questione di vita”. Come questione di vita è stata pure la “voglia di scrivere” che gli era venuta “più intensamente del solito” dopo il pensionamento dal Genio Civile per il quale aveva lavorato. Poi quel “desiderio è divenuto brama – racconta in “Frammenti di storia e ricordi”, ultimo libro pubblicato nel 2006 da Pellegrini – e mi spinge sempre a prendere carta e penna segnando in appunti gli avvenimenti cosparsi del lungo peregrinare della vita”. “Certo, ciò ch’è più di peso e di più importante in tutte le vicende, è la scelta ideale che ho fatto – racconta Verduci – quando ho optato per il Comunismo, impegnandomi profondamente in una lotta impari per la costruzione di una Società che voleva essere quella delle gente umile, della fratellanza e della giustizia sociale”.
Oltre a comunista e scrittore, Peppe è stato anche un apprezzato poeta. “Un letterato dei nostri tempi” come lo ha definito l’editore Luigi Pellegrini che ha pubblicato diverse sue opere. Un poeta autentico, per Pellegrini, “dotato di profonda forza espressiva e di luminosa fantasia”. Molti delle poesie le aveva dedicate alla moglie Peppinella che lo aveva lasciato qualche anno fa; tante altre pue per la sua Aiello che amava moltissimo.
Di recente, per la sua attività letteraria, aveva ricevuto una “recensione” di Fausto Bertinotti che gli aveva rivolto parole di sincera stima e apprezzamento intellettuale. «Caro compagno Peppe Verduci – gli aveva scritto Bertinotti -, ho ricevuto la tua gradita lettera e i tre volumi da te mirabilmente scritti, che testimoniano a tutti noi il tuo profondo legame con la comunità di donne e uomini del territorio della tua terra. La tua passione, la tua abnegazione, la tua vicinanza al fianco dei più deboli, dei più umili ti rendono un testimone eccezionale del lungo cammino dell’intero popolo italiano per la conquista della giustizia e dell’uguaglianza”.
La cerimonia funebre si terrà mercoledì 9 aprile alle 16.30 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore in Aiello Calabro. Verduci sarà poi tumulato nel locale cimitero dove riposerà vicino alla moglie Peppinella.

Nota biografica. Peppe Verduci nasce a Lazzaro (Rc) il 22 maggio del 1921. Si trasferisce ad Aiello Calabro (Cs) nel 1932 con la numerosa famiglia. Nel 1940 è a Bologna per svolgere il servizio militare, ed è proprio nel capoluogo emiliano, frequentando la famiglia Dozza, che trova occasione per avvicinarsi agli ideali del Comunismo, che lo hanno accompagnato per tutta la vita.
Ancora giovane, dopo aver appreso il mestiere di falegname, apre una bottega. Nel 1943, assieme ad altri giovani, costituisce, ad Aiello, la prima sezione del Partito Comunista Italiano, di cui egli diviene dirigente, svolgendo una intensa attività politica. In seguito, farà parte Comitato Federale, e terrà comizi e riunioni di sezione nei disparati paesi della provincia di Cosenza. Poi, dopo la nomina a “costruttore di Zona” nell’alto Ionio con sede a Trebisacce, sarà chiamato per essere eletto sindaco di Lungro e, dopo due legislature, tornato a Cosenza, assumerà la carica della presidenza della Lega delle Cooperative. È stato pure membro della Camera Confederale del Lavoro e dell’Alleanza dei Contadini. Sciolto il P.C.I., è rimasto comunista, militando nel partito di Rifondazione, e ricoprendo la carica di presidente dei probiviri nel circolo “Fausto Gullo” di Cosenza.
Ha pubblicato, nel 1999, il libro “Memorie di Lotta – Aiello Calabro 1943 – 1970” (edito dall’Icsaic), in cui raccoglie le esperienze della sua militanza comunista e dove mette a fuoco le problematiche di una comunità che lo ha visto crescere e maturare, insieme ad una generazione di giovani dediti alla costruzione di una società improntata ai veri valori di una democrazia fattiva e concreta e non solo formale. Il libro – per il successo ottenuto – è stato poi rieditato da Pellegrini nel 2002. Sempre con la Casa Editrice Pellegrini, ha pubblicato nel 2003 “Poesie”; e nel 2004 “Aiello Calabro – Appunti sparsi”, Sono invece del 2005 “Stralci letterari” e “I miei dieci anni a Lungro”. Del 2006, invece, l’ultima fatica letteraria “Frammenti di storie e ricordi” (Pellegrini), in cui Verduci raccoglie memorie e particolari avvenimenti che riguardano la storia politica e sociale di Aiello Calabro nell’immediato secondo dopoguerra.

Il Poeta Comunista
(poesia di Mario Pucci)

Pieno d’amore è il cuore con cui parli,
Eterna la tua fede in quel che credi,
Più di ogni altra cosa è vero il sogno,
Proletario, che all’alba sopravvive,
Estinguerlo non può nessuna fiamma.

Viandante sei di pace, di giustizia,
E porgi le tue mani da gigante
Rasserenando il volto di chi trema,
Dinanzi a chi lo sfrutta e lo disprezza.
Uniti vinceremo!… gridi ancora
Cantando a squarciagola, evviva… evviva
Il comunismo della libertà.

Mario Pucci

Una recensione di Bertinotti per il compagno Peppe Verduci

Peppe Verduci, ex PCI, ed oggi militante del Partito della Rifondazione Comunista, è avvezzo a ricevere giudizi, commenti, o anche critiche alla sua attività letteraria che oramai consta, oltre che di centinaia di poesie, anche di alcune pubblicazioni che raccontano le sue esperienze politiche. Ma fa trasparire una certa soddisfazione quando a rivolgergli parole di sincera stima e apprezzamento intellettuale è il presidente della Camera dei Deputati.

«Caro compagno Peppe Verduci – scrive Fausto Bertinotti -, ho ricevuto la tua gradita lettera e i tre volumi da te mirabilmente scritti, che testimoniano a tutti noi il tuo profondo legame con la comunità di donne e uomini del territorio della tua terra. La tua passione, la tua abnegazione, la tua vicinanza al fianco dei più deboli, dei più umili – sottolinea il presidente – ti rendono un testimone eccezionale del lungo cammino dell’intero popolo italiano per la conquista della giustizia e dell’uguaglianza. In un Paese uscito dagli orrori della Seconda guerra mondiale, insieme a tante altre eroiche figure come quella di Nando Aloisio, da te brillantemente descritta, hai saputo portare un contributo sincero e incondizionato».
«Non è ancora tempo di bilanci – aggiunge Bertinotti – , ma puoi ben goderti il fascino che emana la tua esperienza che ha attraversato il nostro tempo. So che possiamo contare ancora sui tuoi preziosi consigli. Lunga vita tra tutti coloro che con immutato affetto oggi ti circondano, continuando ad avere il privilegio di mettere a frutto il tuo enorme bagaglio di esperienza poetica e umana».
I libri, oggetto della “recensione” del presidente Bertinotti sono: “Memorie di Lotta – Aiello Calabro 1943 – 1970” (edito nel 1999 dall’Icsaic); “I miei dieci anni a Lungro” (Pellegrini, 2005); ed infine, “Frammenti di storie e ricordi” (Pellegrini, 2006), ultimo volume in ordine di tempo, in cui Verduci, classe 1921, raccoglie memorie e particolari avvenimenti che riguardano la storia politica e sociale di Aiello Calabro nell’immediato secondo dopoguerra.

La Guerra civile spagnola

Un celebre scatto di Robert Capa

Nel luglio del 1936 – al culmine di una grave situazione politica, acutizzatasi dopo che nel febbraio precedente il Fronte Popolare aveva ottenuto una vittoria molto risicata sulle destre che non accettano facilmente il responso delle urne, e preceduta da una serie di scontri in molte città tra i due schieramenti – era scoppiata la Guerra Civile di Spagna. Per tanti aspetti, la prova generale della seconda Guerra Mondiale che di lì a poco insanguinerà l’Europa e che finirà, con la vittoria franchista, nel 1939. Un conflitto duro e atroce che rappresenta – come scrive lo storico Fausto Cozzetto – «l’emblema di un’epoca che vede il confronto di tre modelli di organizzazione della vita sociale: quello democratico occidentale, quello comunista e anarchico, quello fascista innestato sulla forza delle tradizioni militari e religiose della Spagna».

La precedente situazione politica e sociale. La Spagna in quegli anni presentava una situazione politica e socioeconomica complessa. Più di un decennio prima, nel 1923, c’era stato il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera che detenne il potere, con l’appoggio del re Alfonso XIII, sino al gennaio del 1930, quando le forti opposizioni alla sua politica lo costringeranno ad abbondonare.

Il 1931 è un anno cruciale. Dopo la caduta della monarchia – rimpiazzata a fine dicembre con l’emanazione della nuova Costituzione dalla seconda Repubblica (la prima durò dal 1873 al 1874) -, i partiti repubblicano e socialista si affermano nelle consultazioni di quell’anno avviando, con il governo Azaña, alcune riforme importanti (quella agraria in particolare) che incontreranno, però, molte difficoltà «sia per la resistenza dei ceti colpiti da quei provvedimenti – come asserisce Cozzetto -, sia per l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che li ritengono insufficienti».
Quella dei primi anni trenta, dunque, è una situazione in forte fibrillazione, le cui cause sono da ricercare nella forte arretratezza dell’economia spagnola, accentuata anche dalla recessione del 1929. Nelle campagne i contadini sono in rivolta contro i latifondisti; i capitali cominciano a prendere la via dei paesi esteri. È un momento questo, per le forze di destra, molto preoccupante per la salvaguardia dei loro interessi che porterà, nel corso del 1932, ad un tentativo di golpe da parte del generale Sanjurjo. In questa temperie, viene fondata nel 1933 la “Confederación Española de Derechás Autonomas” (CEDA) guidata da Gil Robles. Una formazione politica che ha per obiettivo la difesa degli interessi reazionari di proprietari fondiari, oligarchia finanziaria, alto clero, gesuiti e ceto militarista. In quello stesso anno, nascono altre due organizzazione politiche: le “Giunte di Offensiva Nazionale Sindacalista” e le camicie azzurre della “Falange”, guidata da Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, poi arrestato e fucilato nel novembre del ’36, sotto il governo del Frente Popular. Dall’altro lato, invece, si contrappongono le sinistre, formate principalmente dal partito socialista e da quello comunista.

Alle elezioni del 1933, le destre – che avevano usato ogni mezzo per attirare dalla loro parte i contadini medi e la piccola borghesia -, conquistano la maggioranza dei suffragi e formano un governo filofascista guidato dal radicale Lerroux. Nel periodo 1934-35, chiamato il “biennio nero”, verranno «ripristinati i precedenti privilegi ecclesiastici e sospesa la riforma agraria, liquidate le conquiste dei lavoratori, sottoposta a censura la stampa, bloccata la riforma della scuola, represse le manifestazioni popolari». In questo contesto, in cui comincia anche a farsi strada l’opportunità da parte dei partiti di sinistra di formare un fronte unico antifascista, tutto il paese è teatro di una serie infinita di scioperi che non di rado sfociano in guerriglia urbana e rurale che il governo seda con la Legione Straniera (il Tercio de Extranjeros) di Francisco Franco. Nelle Asturie, tale situazione diventa esplosiva. Circa 27 mila minatori socialisti, comunisti e anarcosindacalisti delle “milizie rosse” mettono in atto una vera e propria lotta armata “di tipo bolscevico” contro il governo, che per tutta risposta attua una violenta repressione con circa tremila morti e 40 mila incarcerati.

Tale episodio in particolare, induce le forze in campo (socialisti, repubblicani, cattolici baschi autonomisti, comunisti ed anarchici) a coalizzarsi ed unirsi nel Frente Popular che conquista una vittoria molto risicata nelle consultazioni del febbraio 1936 ottenendo il 48% dei consensi (poi con il premio di maggioranza arriverà al 55 % dei seggi), rispetto al 46% delle destre. Al governo va Quiroga, mentre Azaña diviene presidente della Repubblica al posto del destituito Zamora.

Le destre tuttavia non accettano facilmente il responso delle urne e scatenano rappresaglie in molte città. In aggiunta, anche il governo, ora “più oltranzista e massimalista”, accentua l’azione persecutoria nei confronti della chiesa, dà l’avvio alla confisca dei latifondi, e permette la formazione di gruppi armati rivoluzionari. Tra febbraio e luglio, si registreranno drammatici scontri con centinaia di vittime.

L’inizio della guerra civile. Il 18 luglio – dopo che il giorno prima erano insorte le guarnigioni militari a Melilla in Marrocco e delle Canarie dove era stato allontanato il generale Franco -, “l’alzamiento”, ovvero la ribellione delle forze armate, scatta in tutta la nazione iberica. Il casus belli è l’uccisione il 13 luglio da parte della polizia urbana repubblicana del monarchico J. Calvo Sotelo, capo dell’opposizione.

Il pronuciamiento (il 52° golpe dal 1814 quando si verifica il primo contro l’assolutismo di Ferdinando VII), non ha subito il successo sperato. I nazionalisti riescono a conquistare molte delle importanti città del sud come Cadice, Cordova e Granata; del nord come Vigo, La Coruna, Pamplona e Burgos; mentre fallisce il tentativo di prendere la capitale Madrid e Barcellona che sono difese dai volontari della milizia popolare. Nel frattempo, il 19 luglio, si dimette il governo Quiroga e al suo posto subentra Giral; e a fine luglio si costituisce a Burgos il governo nazionalista (Junta de Defensa Nacional).

La rivoluzione sociale. Accanto alle operazioni di guerra, nelle zone controllate dai repubblicani, dalla metà di luglio e sino a fine agosto del 1936, si innescano una serie di collettivizzazioni nei trasporti urbani e ferroviari, nelle industrie, nella aziende commerciali e nel settore agricolo, con l’esproprio di migliaia di imprese che saranno gestite direttamente dai lavoratori e dai loro sindacati. Un conflitto nel conflitto che trasformerà Barcellona, durante “i giorni di maggio” del 1937 (tragedia narrata da Orwell in “Omaggio alla Catalogna”), un campo di battaglia e di scontri all’interno delle stesse forze repubblicane, con i comunisti da un lato che volevano rinviare «ogni prospettiva rivoluzionaria alla fine della guerra» e gli anarchici dall’altro che invece volevano far coincidere la guerra con la rivoluzione.

Gli schieramenti. Le forze nazionaliste del generale Franco contano su buona parte dell’Esercito e in minima parte sull’Aviazione e sulla Marina che sono rimaste repubblicane. Delle fila franchiste fanno parte pure i falangisti, i carlisti e i monarchici legittimisti, i nazionalisti (che comprendono la maggior parte dei cattolici e del clero), e parte dei conservatori. Tra i repubblicani, vi sono i liberali, i nazionalisti baschi e catalani, i socialisti, i comunisti stalinisti e trotzkysti e gli anarchici.

Sul piano internazionale, sia l’Italia di Mussolini che la Germania di Hitler che con i capitalisti spagnoli condividono interessi economici, daranno subito il proprio appoggio alla causa fascista. Viceversa, alcune nazioni come Francia, Inghilterra e Usa, esponenti delle democrazie occidentali, temendo la vittoria anticapitalistica dei repubblicani e che il conflitto potesse estendersi al resto d’Europa, attueranno una politica di non intervento, condivisa poi nell’agosto del ’36 da 27 paesi (comprese Italia e Germania), tra cui pure la Russia, convinta che «se l’accordo fosse stato davvero rispettato da tutti, cioè anche da Italia e Germania, i fascisti spagnoli sarebbero stati sconfitti». Ma così non fu, poiché Mussolini ed Hitler intensificarono gli aiuti in maniera esplicita, mirando a estendere nel resto d’Europa il regime fascista. Un fatto che spingerà in particolare l’Unione Sovietica a riprendere gli aiuti militari e finanziari alla Repubblica.

In particolare, l’intervento internazionale si traduce nell’invio da parte italiana del Corpo Truppe Volontarie. Il grosso del contingente arriverà agli inizi del 1937. La Divisione Littorio conta circa 20 mila soldati ed altri 30 mila sono le camicie nere. I tedeschi, invece, mandano in terra di Spagna, già a partire dall’agosto 1936, la famigerata unità militare che qualche mese più tardi prenderà il nome di legione Condor, una flotta di un centinaio di nuovissimi aeroplani della Lutfwaffe che, tra le altre operazioni militari, si macchierà della strage della città basca di Guernica (26 aprile 1937), il cui bombardamento a tappeto ispira il celebre dipinto di Picasso.

Guernica di Picasso

Le Brigate Internazionali. Sull’altro fronte, dall’agosto del ’36, cominciano ad arrivare volontari da 52 paesi che saranno organizzati dalla Terza Internazionale a partire dall’ottobre del ‘36 nelle Brigate Internazionali che conteranno all’incirca 40 mila combattenti, di cui metà perderanno la vita in battaglia, saranno dispersi o feriti.

Delle Brigate Internazionali fanno parte i maggiori esponenti dell’antifascismo europeo. Nomi come Togliatti, Longo, Nenni, Tito, Marty ecc. e Carlo Rosselli che in Spagna è a capo della “Colonna Italiana Francisco Ascaso”, e che verrà assassinato da sicari mandati da Mussolini assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937, in Francia, dove si era rifugiato dopo il ferimento nelle fasi della guerra spagnola.

Le Brigate Internazionali – che svolsero un ruolo fondamentale nelle diverse battaglie di Madrid, Guadalajara e dell’Ebro – verranno poi disciolte nell’ottobre del 1938 per le politiche di non intervento portate avanti dalle democrazie occidentali.

Le principali battaglie e avvenimenti. Il 15 agosto i nazionalisti prendono Badajoz; il 4 settembre liberano Toledo tenuta in assedio dai repubblicani dall’inizio della guerra. Sempre in settembre, il socialista Largo Caballero è nominato capo del governo; mentre Franco diviene capo unico della Giunta militare. Nell’autunno, Madrid è teatro di uno scontro durissimo ed il governo si sposta a Valencia. Nello stesso periodo, l’Italia e la Germania riconoscono, ufficialmente, il governo di Francisco Franco.

Nel marzo del ‘37, la battaglia di Guadalajara, che dista pochissimo dalla capitale, vede impegnate le Truppe Volontarie italiane, che perdono la battaglia contro lo schieramento repubblicano, formato in prevalenza dalla Brigata Garibaldi. Il maggio successivo invece, è caratterizzato, come già accennato, da un’insurrezione operaia a Barcellona. A metà maggio cade il governo Caballero e ne diviene capo il socialista Negrin. A novembre la sede del governo cambia ancora da Valencia per Barcellona. Inizia a dicembre la battaglia di Teruel, vinta poi dai nazionalisti. Dopo un tentativo di trattare la pace, la guerra continua, e nella battaglia dell’Ebro, che dura da luglio a novembre del ‘38, i repubblicani tentano di ricollegare i territori da loro controllati. Sarà un fallimento che pregiudicherà l’esito finale dello scontro. A fine anno, Franco lancia l’offensiva finale che porterà, dopo la conquista di Barcellona, al riconoscimento da parte di Francia ed Inghilterra, nel febbraio del ‘39, del governo nazionalista; mentre il presidente della Repubblica Azaña, rifugiatosi in Francia, rassegna le dimissioni. La guerra finisce con l’entrata a Madrid dei franchisti a fine marzo del 1939.

Le violenze, le vittime. Il bilancio della Guerra civile è terribile. Si è parlato di un milione e 300 mila morti di cui 400 mila in combattimento da entrambe le parti. Ben 75 mila furono uccisi dalle sinistre tra il 1936 e il 1939; 400 mila dai franchisti nel corso della guerra, 100.000 eliminati sommariamente dai franchisti dopo la fine della guerra e 400.000 dopo una sentenza capitale (l’ultima nel 1953). A queste cifre bisogna aggiungere altre decine di migliaia di vittime della guerriglia che continuerà sui monti sino alla fine degli anni ‘40.

Tra i morti si contano anche nomi illustri. È il caso del poeta Federico Garcia Lorca che viene brutalmente ucciso dai franchisti nell’agosto del 1936. La sua colpa fu l’aver firmato, nel febbraio precedente, assieme ad altri intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, pubblicato poi su Mundo Obrero il giorno prima delle elezioni. «L’assassinio di Federico fu per me – scrisse il poeta cileno Pablo Neruda – l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce».

La chiesa cattolica annovera pure tra le sue fila, l’uccisione di una dozzina di vescovi, e circa 7 mila tra sacerdoti, suore e laici. Un dato, questo, che dà la misura dell’anticlericalismo del governo repubblicano, evidenziato all’epoca da Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del marzo 1937.

Nel marzo del 1987, Papa Woityla proclamerà beati, 8 dei martiri spagnoli uccisi durante quel sanguinario conflitto.

Combattenti antifascisti calabresi. Nei bollettini dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Cosenza), ne sono citati diversi. I nominativi sono tratti da fonti dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, con aggiunte di I. Sangineto. Tra questi, troviamo Gennarino Sarcone di Rogliano che in Spagna combatte sui fronti del Centro e di Teruel ed è commissario politico nella milizia di Carlo Rosselli. Al rientro in Italia, terminata l’esperienza nelle Brigate Internazionali, sarà arrestato nell’aprile del 1942 e mandato al confino. Tra le vittime, secondo quanto riportato in uno scritto di Tobia Cornacchioli, annotiamo l’anarchico Cosmo Pirozzo di Rosarno (1912 – Huesca 1937). Studente in Lettere e Filosofia a Torino, Pirozzo va in Spagna nei primi di agosto del 1936 e si aggrega alla milizia di Rosselli. Cadrà in battaglia il 12 gennaio del 1937, colpito dallo scoppio di un proiettile dell’artiglieria nemica, dopo aver soccorso il compagno ferito Luigi Talarico di Aprigliano. Tanti calabresi. Come pure il comunista cosentino Eugenio Gallucci che muore nella battaglia dell’Ebro; o il reggino Valentino Abruzzese (Rizziconi 1908 – Fuentes de Ebro 1937), ricordato assieme ad altri in uno scritto di Rocco Lentini, o ancora Marco Perpiglia. Ma è impossibile elencarli tutti.

Personaggi. “Antes morir de pie que vivir de rodillas! No pasaran!”. “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Così disse Dolores Ibarruri (1895 – 1989), meglio conosciuta come la Pasionaria, in un annuncio radio, la sera del colpo di stato. Poco più tardi a Madrid, con un compagno andrà nella Caserma di fanteria e arringherà i soldati incerti facendoli passare dalla parte repubblicana. In seguito promuoverà la nascita della milizia del Quinto Reggimento. Nel 1920, quando in Spagna nasce il Partito Comunista, la bella Dolores ne fa subito parte come membro del comitato provinciale del partito comunista basco. Inizia a scrivere su giornali come Mundo Obrero, organo ufficiale del partito, e si firma con lo psedudonimo di Pasionaria. Diviene in seguito membro del comitato centrale del partito. Arrestata più volte per il suo impegno politico, è sempre più presente nella attività del partito e nella battaglia contro il fascismo. Nel 1935 viene eletta membro del Comintern, ed è tra coloro i quali approva la costituzione del Frente Popular che vincerà le elezioni del febbraio ’36. Si adopera, all’indomani del pronunciamento delle forze armate, a formare le Brigate Internazionali. Con il Governo Caballero, in cui entrano a far parte anche i comunisti, la Pasionaria diventa vice presidente del Parlamento. Dopo la fine della guerra, andrà in Francia e poi in Russia dove diventerà cittadina sovietica. Nel 1942, alla morte di Diaz, è segretaria del partito comunista spagnolo in esilio e lo resterà fino al 1960, quando prenderà il suo posto Santiago Carrillo. Nel 1945 è vicepresidente del comitato esecutivo della federazione internazionale delle donne democratiche. Alla morte di Franco, nel 1977 verrà eletta deputata. Nei due schieramenti opposti spiccano anche altri personaggi. Per i repubblicani, il generale Lister, eroico difensore di Madrid e comandante del Quinto Reggimento; ed il colonnello Moscardò, comandante dell’Alcazar di Toledo, per i nazionalisti.

Romanzi e pellicole. Tra i libri e i film che hanno a tema il conflitto spagnolo, da segnalare principalmente: “Per chi suona la campana”. Il romanzo di Ernest Hemingway (21 luglio1899 – 2 luglio 1961) è del 1940. Il protagonista Robert Jordan, è un intellettuale americano che combatte nelle Brigate Internazionali. Viene inviato sulle montagne dal generale Golz dove dovrà far saltare un ponte, in concomitanza dell’offensiva repubblicana a Navacerrada nei pressi di Segovia. Prende contatto con un gruppo di guerriglieri che lo aiuteranno a compiere l’impresa. Qui conosce Maria e tra i due scoppia l’amore, con la benedizione di Pilar, la mujer di Pablo. Robert farà saltare in aria il ponte, ma sarà ferito in modo grave durante la fuga e rimarrà solo, ormai condannato a morte sicura, ad affrontare gli inseguitori. Per la figura di Robert Jordan, Ernest Hemingway si è ispirato a Robert Capa, “il più grande fotografo di guerra del mondo”, che perde la compagna Gerda durante la battaglia di Brunete nel luglio del ’37. A tre anni dall’uscita del romanzo, nel 1943, Per Chi Suona la Campana (For Whom the Bell Tolls) diventa un film di grande successo. La pellicola (colori, 170 min.) diretta da Sam Wood, ha come interpreti Gary Cooper nei panni di Robert, Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar) e Ingrid Bergman nel ruolo di Maria. Nel 1944 guadagna l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, il Golden Globe per il miglior attore non protagonista e per la migliore attrice non protagonista.

Altre opere cinematografiche. Spagna ’36 di Buñuel; Espoir di Andrè Malraux del 1938; L’Assedio dell’Alcázar e Sin Novedad en el Alcázar (1940), di Augusto Genina (versione italiana e spagnola), premiato alla mostra del cinema di Venezia nel 1940 con la coppa Mussolini. Ed ancora: Morire a Madrid di F. Rossif – Cinegiornali Sovietici (1936 – 1938); Terra e Libertà (1995) di Ken Loach; Aguiluchos de la Fai por Tierra de Aragona (1936); Bilbao di Bigas Luna del 1976; Ay, Carmela di Carlos Saura del 1989; Terra di Spagna di Joris Ivens con commento di E. Hemingway; Raza di Josè Luis S. De Heredia (con soggetto di Jaine De Andrade, pseudonimo del generale Franco).

A seguire, il dossier pubblicato da Il Quotidiano della Calabria del 17 luglio 2006

25 aprile 2007 – Partigiani Aiellesi, un ricordo

Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione – conclusasi il 25 aprile del ’45 – è stato notevole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Si parla di migliaia di Partigiani meridionali, molti dei quali calabresi, per lo più ex militari sbandati dopo l’8 settembre del ’43. Tanti morirono giovanissimi.
Ma quanti furono i Partigiani della Comunità tirrenica? Secondo alcune fonti, molti di più di quanto si pensi. Eroi dimenticati, spesso sconosciuti.

Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni. Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.

Peppe Verduci di recente ne ha ravvivato la memoria nel suo ultimo libro (Frammenti di Storia e Ricordi, Edizioni Pellegrini, Cosenza 2006), ricordando, a tutta la Comunità, l’intitolazione nell’immediato dopoguerra della sezione del Partito Comunista al giovane martire di soli 22 anni.
Dai ricordi del compagno Verduci affiorano anche i nomi di altri Partigiani ignoti alla memoria collettiva. Come Alfredo Bossio, partigiano a Valmontone, Carmine Mollame, Rosario Belluno e Raffaele Pucci, 91 anni il prossimo 18 settembre (tesserino 001183, appartenente ai Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nodo”, grado Garibaldino, nome di battaglia “Monsone”). “Raffaele – scrive Verduci nel suo libro – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura portando in tasca il berrettino Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.
Altri Aiellesi, che sono invece compresi nell’elenco dell’Icsaic di Cosenza, sono: Giovanni Coccimiglio (Aiello, 17 ottobre 1923), Partigiano dal 9 settembre 1943 al 15 gennaio 1944, e dall’11 agosto 1944 al 30 novembre dello stesso anno, nella Divisione Gramsci – Albania; Guglielmo Coccimiglio (Aiello, 29 febbraio 1917), soldato del 317° Fanteria Divisione Acqui, disperso in combattimento nel settembre 1943 in Grecia; Fortunato Lepore (Aiello, 5 febbraio 1914), Partigiano dall’11 ottobre 1943 al 30 novembre 1944, nella Divisione Gramsci – Albania; Francesco Vecchio (Aiello, 14 aprile 1919), Partigiano dal 9 settembre 1943 all’1 luglio 1944, nella Divisione Garibaldi – Jugoslavia. E forse tanti altri ancora sconosciuti.