Articoli, ritagli di giornale, di Bruno Pino o attinenti agli argomenti trattati nel blog, da agosto 1998 a gennaio 2019, pubblicati da Il Quotidiano della Calabria prima e poi da Il Quotidiano del Sud.
Fonte: Il Quotidiano della Calabria di sabato 6 giugno ’09, pag. 58 (di Bruno Pino)
Ci si può curare con i virus? A quanto pare l’ipotesi non è tanto remota. Non sempre i virus, responsabili di forme più o meno gravi di influenza – come la spagnola per esempio – godono di brutta reputazione. Nel caso di cui parliamo, i virus fanno la parte dei buoni. Di quelli che si incaricano di debellare le malattie provocate da batteri. Sinora, sapevamo che per curare alcune malattie l’unico metodo valido fosse l’uso di antibiotici. Ma a quanto pare, l’uso a tappeto di tale presidio medico induce i batteri ad adattarsi a un ritmo elevato, dando vita a nuove generazioni di supermicrobi, invulnerabili anche ai farmaci più potenti. Nel mondo, attualmente, ci sono diversi gruppi di ricerca che stanno concentrando gli studi sui batteriofagi o semplicemente fagi, i virus “terminator” di batteri. Secondo tale approccio, è la natura a sostituirsi al laboratorio. Tra questi ricercatori, va annoverata l’equipe dell’Università Federico II di Napoli, che fa capo a Rosanna Capparelli. Calabrese, originaria di Aiello Calabro, un paesino del cosentino, la professoressa Capparelli è una dei tanti studiosi che si sono laureati all’Unical e che poi hanno trovato lavoro fuori dalla nostra regione. Dal 2006 è professore associato di Immunologia ed immunologia molecolare presso la Facoltà di Scienze Biotecnologiche dell’Ateneo napoletano; e dal 2008 è direttore del Centro di Ricerca Regionale di Immunogenetica (CIG). È autrice di numerose pubblicazioni su riviste internazionali e collabora con il Max-Plank Institute di Berlino, con l’Istituto Pasteur di Parigi e con l’università di Ottawa. Lo studio che sta conducendo con altri giovani ricercatori, sul quale di recente hanno puntato l’attenzione i media, è certamente di grande interesse scientifico. In buona sostanza, a guardare gli esperimenti effettuati sui topi, la terapia fagica – che consiste in un differente meccanismo di distruzione della cellula batterica -, rispetto alla farmacoterapia, è risultata molto più efficace e proficua. I fagi, infatti, alla pari dei batteri, hanno la capacità di mutare e rapidamente contrattaccare il nemico senza peraltro causare effetti collaterali nell’organismo, come può fare invece un normale antibiotico. In aggiunta, in virtù di questa che potremmo chiamare versatilità dei batteriofagi, i costi per lo sviluppo di una nuova terapia fagica sarebbero di gran lunga inferiori a quelli necessari per la sintesi di un nuovo farmaco. Secondo i dati a disposizione, soltanto in Europa, circa 40 mila persone muoiono per infezioni causate da batteri come lo stafilococco aureo. Un dato allarmante che ha spinto l’equipe napoletana a considerare la possibilità di applicare la terapia come efficace strategia di prevenzione. Dopo un primo passo in cui sono stati isolati i fagi attivi contro vari ceppi di stafilococchi aurei da pazienti presso le cliniche ospedaliere della Federico II, si è passati ad una serie di sperimentazioni in modelli animali per testare il loro potenziale antimicrobico. «I risultati ottenuti – racconta la Capparelli – sono stati sorprendenti. Sia che si trattava di un’infezione sistemica che locale, i fagi hanno mostrato un potenziale terapeutico elevato riuscendo sempre a debellare i batteri». Il successo di questa ricerca – se vogliamo anche un po’ calabrese -, pubblicata su una rivista di spessore internazionale come la “Antimicrobial Agents and Chemotherapy”, potrebbe portare nel prossimo futuro all’applicazione sull’uomo. Almeno a questo punta l’equipe della Federico II. E sono pure tanti i malati che dopo essere ricorsi senza successo ad antibiotici vorrebbero curarsi con questa metodologia. «Purtroppo, considerato il macchinoso iter per l’approvazione di nuovi farmaci – chiosa la Capparelli – al momento non resta che aspettare, verificare e continuare. Consapevoli che la sfida finale contro i batteri è ormai partita da Napoli».
Il 9 settembre del 1976, a mezzanotte e 10, moriva a Pechino “il Grande Timoniere”, che dal 1949, anno della proclamazione della Repubblica Popolare, era stato uno dei protagonisti indiscussi della storia della Cina. Per 27 anni Mao Tse-tung rappresentò – come scrive il giornalista Vittorio Zucconi – «l’ultima illusione di una possibile alternativa rivoluzionaria, giovanilista e movimentista alla sclerosi terminale del Socialismo sovietico e all’imborghesimento dei partiti comunisti occidentali». La Cina di oggi, che sempre di più si dirige verso il libero mercato, apprestandosi a divenire la prima potenza economica mondiale, è il frutto della storia politica e sociale assai travagliata che va dalla rivolta dei boxer alla fine dell’Impero, dal caos politico dei Signori della Guerra, alle mire espansionistiche del Giappone, dalla comparsa sulla scena politica cinese delle teorie marxiste e leniniste, alla nascita della Repubblica Popolare.
Mao e la costituzione del PCC. Mao Tse-tung che significa “Luce sull’Oriente”, era nato il 26 dicembre 1893 nel villaggio di Shaoshan nella provincia dello Hunan da una benestante famiglia contadina. Diplomatosi nel 1918, si reca subito dopo a Pechino dove trova lavoro nella biblioteca universitaria. Qui inizia la sua adesione al nascente movimento marxista cinese che nel 1921 a Shangai porterà alla costituzione del Pcc di cui egli è uno dei 12 fondatori. Il partito, appena fondato, sarà subito tra i principali protagonisti della politica cinese. Dopo l’iniziale collaborazione (avallata dal Komintern) con il Kuomintang, finalizzata a fare fronte comune contro il potere dei Signori della Guerra, il partito comunista cinese però entrerà in conflitto con i nazionalisti che dal 1925, alla morte del fondatore Sun Yat-sen, è guidato da Chiang Kai-shek. Quest’ultimo, anche con forti contrasti all’interno dello stesso Kuomintang, rovescia la linea del predecessore e comincia nel 1927 – dopo i primi successi della “spedizione a nord” per la riunificazione del paese che poi porterà alla formazione nel 1928 del nuovo governo a Nanchino – all’epurazione dei comunisti. Ne segue un periodo di rivolte durante il quale, sebbene i primi tentativi falliti, i comunisti riescono a fondare nel 1931, nella zona montana dello Jangxi, la Repubblica sovietica cinese. Naturalmente, il Kuomintang non sta a guardare e lancia delle campagne di annientamento contro i soviet cinesi che determineranno, nell’ottobre del 1934, la “Lunga Marcia” verso nord, un esodo di massa che purtroppo contò, tra le fila comuniste, diverse migliaia di morti e che è stata definita, “più che una ritirata militare, un movimento rivoluzionario itinerante, ed aveva coinciso con la laboriosa scalata personale di Mao”, ratificata poi a Mosca nell’estate del 1935 anche dalla III Internazionale, in cui lo stesso Mao venne eletto membro del Comitato Centrale.
Gli anni seguenti, per la Cina, saranno caratterizzati dapprima dal riavvicinamento tra Pcc ed il governo nazionalista di Jiang Jieshi, col quale si costituirà un fronte comune contro il Giappone – uscito sconfitto poi definitivamente dal secondo conflitto mondiale – e successivamente, fallita ogni trattativa dopo gli accordi di Yalta, dalla ripresa della guerra civile per la conquista del potere tra il Pcc, guidato da Mao che nel 1945 era stato eletto a presidente del Comitato Centrale durante il VII Congresso nazionale, ed il Kuomintang.
Alla fine, la meglio sarà dei comunisti di Mao che nel gennaio 1949 occupano Pechino, ed a seguire Nanchino, Shanghai e Canton. Il 21 settembre 1949, si costituisce un governo centrale del popolo che designa come capitale Pechino; mentre il 1° ottobre si inaugura ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese con Mao presidente, mentre il Kuomintang si rifugia a Taiwan.
Da questa data e sino al 1976, anno della sua morte, Mao sarà il grande timoniere della Cina, affrontando la difficile situazione economica del paese, e avviando riforme di collettivazione agraria e statalizzazione dell’impresa. Nel 1958 lancerà il Grande Balzo in avanti, “nella convinzione che la Cina è matura per uno sforzo produttivo generalizzato”. Ma l’economia cinese, con tale politica, stenterà a decollare. Anche sul piano internazionale, le cose non vanno per il meglio. Si incrinano infatti, per divergenze ideologiche e pratiche, i rapporti con la Russia che nel 1960, addirittura, ritirerà tutti i tecnici sovietici e interromperà il programma di aiuti. Anche all’interno del Pcc si acutizzano i dissensi che condurranno poi, nel 1966, alla Rivoluzione culturale dalla quale uscirà ancora una volta vittorioso Mao che dal 1959 aveva ceduto la presidenza della nazione a Liu Shaoqi. Durante la rivoluzione culturale, il culto di Mao si amplia grazie anche a Lin Biao – prima designato suo successore e poi sconfessato nel 1970 – che con i suoi soldati “contribuisce in modo decisivo al successo della Rivoluzione culturale”.
La Cina entrerà finalmente a far parte a pieno titolo sulla scena internazionale, con l’ammissione nel 1971 all’ONU, e con la visita ufficiale di Nixon a Pechino.
Gli ultimi anni di vita di Mao saranno contraddistinti, a partire dal 1973, da una campagna politica per far penetrare maggiormente l’ideologia socialista nel paese. E così fa nominare dal X Congresso nazionale del Pcc, il così conosciuto “quartetto radicale”, composto dalla moglie Jiang Qing e dai tre maggiori esponenti dei radicali di Shanghai, che si dovrà occupare di mettere in pratica l’idea di Mao. Il quartetto, in questa fase, cerca di mettere in cattiva luce la vecchia guardia del PCC – tra questi Deng Xiaoping – ed il primo ministro Zhou Enlai che morirà agli inizi del 1976. Prima di morire, Mao nominerà Hua Guofeng vice presidente del Pcc e primo ministro. Alla sua morte, si aprirà la lotta per il potere e a farne le spese sarà la banda dei 4 i cui membri verranno arrestati e processati.
Nel dopo Mao, riemergerà la figura di Deng Xiaoping, che porta avanti l’impresa della modernizzazione cinese di agricoltura, industria, difesa e ricerca scientifica.
Tra i libri su Mao segnaliamo alcuni titoli usciti quasi contemporaneamente del trentennale della morte (2006) del grande timoniere. Si tratta di una antologia dal titolo “I Pensieri di Mao” edita dalla casa editrice Fermento di Roma dove si affrontano i temi della dottrina maoista, passando dal definire cosa sono i comunisti all’educazione dei giovani e delle donne; dall’arte e la cultura, lo studio, al comportamento dell’esercito, la guerra e la pace, l’esercito e il popolo ecc. Seguono: la biografia dell’americano Philip Short “Mao. L’uomo, il rivoluzionario, il tiranno” (Rizzoli); l’autobiografia di Chen Ming, professore vittima della Rivoluzione Culturale “Nubi nere s’addensano” (Marsilio); e “Mao, la storia sconosciuta” (Longanesi), scritto dalla cinese Jung Chang e dal marito, lo storico britannico Jon Halliday, in cui “demoliscono interamente la figura del dittatore e quello che resta, dopo la lettura di questa biografia, è l’immagine di un uomo estremamente crudele – alla pari o forse di più di Hitler e di Stalin -, indifferente alla sorte del popolo…”. Nel libro, inoltre, si evidenziano i milioni di morti – si parla di circa 70 milioni durante il governo Mao “di cui 38 milioni per la carestia negli anni ‘58-‘61, il risultato del Grande Balzo in avanti che avrebbe dovuto far diventare la Cina una potenza nucleare”.
E ancora, come non ricordare, il celebre Libretto Rosso (edito da Feltrinelli) che raccoglie le frasi, i discorsi, le teorie di Mao durante la sua lunga carriera.
Nella foto, il nostro pezzo uscito sul Quotidiano, il 9.09.2006, in occasione del trentennale.
Il sondaggio estivo de Il Quotidiano che aveva per tema il volto femminile calabrese nel mondo ha registrato la partecipazione di migliaia di internauti che hanno dato il proprio voto a decine e decine di donne che in diversi campi, rappresentano la Calabria. A vincere con una caterva di voti (5711) è stata Katia Stancato, imprenditrice paolana presidente di Confcooperative Calabria. Tra le altre, ci fa piacere constatare la presenza di due Aiellesi. Si tratta di Maria Voce (che ha totalizzato 259 voti), fresca presidente internazionale dei Focolarini; e Maria Caputo Nowak (per lei però solo 5 voti), ex astronauta della Nasa protagonista, oltre che della missione spaziale del luglio 2006 con lo Shuttle Discovery, anche della nota brutta disavventura di amore e gelosia per la quale è tuttora sottoposta a processo negli Stati Uniti.
La discarica abusiva di pneumatici usurati, posta lungo la strada che porta a Monte Faeto, è stata posta immediatamente sotto sequestro dalla Guardia di Finanza di Amantea.
Come si ricorderà, la denuncia del deposito a cielo aperto di vecchi copertoni di camion, proprio nei pressi di un’area pic-nic, conosciuta ed apprezzata per la salubrità della natura, era partita dal neonato gruppo giovanile dell’Udc, che aveva evidenziato, oltre al deturpamento del paesaggio, anche il potenziale pericolo per la salute dell’ambiente. «Vogliamo ringraziare la Tenenza della Guardia di Finanza di Amantea – scrivono in una nota i giovani del Movimento – che ha provveduto al sequestro evitando così che la situazione già critica potesse degenerare. Il primo passo – aggiungono – è stato compiuto, ora invitiamo chi di competenza a provvedere allo smaltimento degli stessi e alla bonifica della zona nel più breve tempo possibile».
La Savuza è giunta – con soddisfazione del sito web www.aiellocalabro.net e del nostro blog che l’aveva sponsorizzata – nei primi posti (ottava posizione, ex equo con altre prelibatezze) del sondaggio de Il Quotidiano della Calabria. Vincono con quasi 600 preferenze, i Rascatieddri (gnocchetti fatti senza patate) di Altomonte e sua maestà il peperoncino (253 voti). A seguire si piazzano la Pitta ‘mpigliata (232), la ‘Nduja (155), i fichi (145), la cipolla di Tropea (141) e la soppressata (107). Ed ecco, dopo questi giganti del gusto calabro, la nostra Savuza, assieme al Bergamotto, con 56 voti. Seguono poi il Tartufo di Pizzo (51), il Morzello (51), i pomodori di Belmonte (44) e tantissimi altri prodotti e piatti con cui è ben conosciuta la cucina di Calabria. Archiviato l’ottimo esito, è ora naturale attendersi che gli addetti ai lavori (ristoratori, agriturismi, istituzioni ecc.) non si lasceranno sfuggire l’occasione di far conoscere di più e meglio questa pietanza aiellese. Magari con una bella sagra estiva.
La ricetta
Ingredienti: zucchine, mollica di pane, menta, aceto, farina, olio, aglio, sale. Preparazione: fate dissalare le zucchine, infarinatele e friggetele. Una volta fritte, sistematele nel piatto, cospargetele con la mollica di pane o pan grattato, conditele con aceto, aglio e menta. Riponetele in frigo, fate insaporire e poi servitele. Buon appetito!
Da Il Quotidiano della Calabria, 24 marzo 2006 L’hanno chiamata la notte dell’Argentina. E tale è stata dal quel 24 marzo 1976 in cui avviene il Golpe che rovescia il governo di Isabel Martínez de Perón. Da allora sono passati poco più di 6 lustri, l’Argentina è ritornata alla democrazia, ma ancora le ferite aperte sono tante e dolorose. Oggi si parla di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici e oltre 10.000 arresti politici che la cosiddetta Guerra Sporca provocò. Ma anche tante – 250 secondo i dati del rapporto Nunca Mas stilato dalla commissione presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato – furono le “vite rubate”, ossia tutti quei bambini che furono portati via ai genitori desaparecidos. O forse 500, come affermano le Abuelas de Plaza de Mayo. A tutt’oggi sono solo 72 los Hijos ritrovati. Ma le nonne di Plaza de Mayo, con la costituzione della Banca Nazionale Genetica, sperano di ritrovare anche gli altri. La situazione argentina precedente al 1976 che aveva generato il Golpe era di forte crisi. Nell’ottobre 1973, Peròn era ritornato al potere dopo che nel ‘55 i militari avevano messo fine al suo governo dando vita ad una lunga dittatura militare, intervallata da governi costituzionali. Tuttavia, i molti conflitti tra le diverse fazioni sostenitrici di destra e di sinistra del regime peronista, e la successiva morte del presidente avvenuta il primo luglio 1974, oltre che la oramai drammatica situazione di un paese sull’orlo di un collasso economico e politico (si pensi per esempio all’inflazione aveva superato il 700% o al terrore della triplice A, l’Alleanza Anticomunista Argentina creata da Lòpez Rega), fanno precipitare il paese in una dittatura che durerà sino al 1983. Per il generale dell’Esercito Videla e la sua Junta (l’ammiraglio Massera ed il brigadiere dell’Aviazione Agosti) – che deposero Isabelita, vedova di Juan Domingo – l’obiettivo da perseguire era chiaro: la riorganizzazione nazionale. Dovevano salvare l’Argentina da “sovversione e caos comunista”, secondo i principi della Dottrina di sicurezza nazionale “a cui le forze armate sudamericane si ispiravano in quegli anni di convulsioni e guerriglie filocastriste e filoguevariste”. Non sarà un colpo di stato palesemente violento come lo era stato nel ’73 quello in Cile di Pinochet; e nemmeno ebbe all’inizio molta attenzione sulla stampa internazionale ed italiana. La drammaticità del problema desaparecidos, in Italia, venne alla luce pienamente quando nel 1982 il Corriere delle Sera pubblica i nomi degli scomparsi. Così anche il governo italiano prende le distanze e si apre una fase in cui l’Italia apre un contenzioso sugli scomparsi di origine italiana. Dunque, in Argentina, diversamente dal vicino Cile, si adottò una “strategia rivoluzionaria”. Non arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Quando nel 1983 finisce l’incubo e viene eletto presidente Raúl Alfonsín, verrà aperta subito un’inchiesta sulle atrocità dei regimi militari. Purtroppo però, non ci furono le condizioni per andare sino in fondo e assicurare alla giustizia tutti i militari colpevoli di quel genocidio. Per la grave situazione economica del paese che minacciava sempre il ritorno dei militari, Alfonsìn fu costretto a cancellare le atrocità del passato con le leggi conosciute come “obediencia debida” e “punto final”, che – di fatto – scagionavano e amnistiavano i militari da ogni crimine commesso. In ogni modo, il Generale Videla fu processato e condannato all’ergastolo. Anche se nel 1990 il Presidente Carlos Menem, sempre su pressione degli apparati militari, gli concesse l’indulto insieme ad altri membri delle giunte militari. Attualmente il generale ottantenne è agli arresti domiciliari con l’accusa di aver sequestrato minori durante la Guerra sporca. Tra i desaparecidos, come si è detto, c’erano tanti italiani. E tra questi, anche calabresi. Come Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Per difendere la memoria di questi innocenti, come si ricorderà, la Regione Calabria aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo che si è celebrato a Roma e che ha visto sotto accusa alcuni militari argentini golpisti, responsabili della loro morte, poi condannati all’ergastolo.
Le iniziative Per commemorare quella “notte argentina”, il governo di Buenos Aires ha istituito il 24 marzo come Giorno della Memoria (Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia). Centinaia sono pure i film, i libri, i dischi, gli spettacoli teatrali che hanno trattato il tema della desaparicion in Argentina. Tra le più recenti iniziative editoriali – nel mentre pure l’Unesco potrebbe dichiarare patrimonio dell’Umanità tutta la documentazione raccolta negli anni della dittatura – che ci sono utili a capire tutti i risvolti di quella tragedia umana e civile segnaliamo: il libro di Carla Tallone e Vera Vigevani Jarach “Il silenzio infranto. Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina” (Silvio Zamorani Editore, 2005); il volume “Trasfigurazione: storia di desaparecidos, accoglienza e solidarietà” di Valentina Cavalletti, che sarà consegnato al presidente del governo argentino Nestor Kirchner, per l’archivio della memoria. E ancora il libro di Italo Moretti “L’Argentina non vuole più piangere. Da Peron a Kirchner: gli anni della dittatura, la crisi economica, i segni del cambiamento di un paese inquieto” (Sperling & Kupfer Editore, 2006). Per i documentari, invece, un inedito di produzione italiana che tratta sul tipo di rapporti che ebbe l’Italia con il golpe militare in Argentina, in particolare le relazioni tra la P2 di Gelli e la Giunta ecc.
Articolo pubblicato su Il Quotidiano della Calabria del 24 marzo 2006
Postiamo, retrodatandolo, il seguente articolo: “Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria 1550-1650” di Francesca Paolino, Laruffa Editore – Reggio Calabria, pp. 228, £. 50.000 Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria, 20 aprile 2000, pag. 36
L’opera di Francesca Paolino – architetto, saggista, oltre che docente alla facoltà di Architettura dell’Università in riva allo Stretto – viene pubblicata in queste settimane, per i tipi di Laruffa di Reggio Calabria e grazie al contributo del Dipartimento di Architettura e Analisi della Città Mediterranea e del MURST. L’autrice non è nuova a questo tipo di pubblicazioni. Già in precedenza si è distinta per aver dato alle stampe saggi di storia dell’architettura, come peraltro hanno fatto in anni recenti altri suoi colleghi quali Mussari, Scamardì, Cammera, i quali hanno posto una devota attenzione nello studio di opere di cui la Calabria è ricca e sulle quali si vuole intervenire verso una loro effettiva valorizzazione. L’analisi del periodo artistico che il saggio della Paolino si ripropone nasce tuttavia non senza alcune difficoltà. Difficoltà indicate dalla stessa autrice che sono “la scarsità delle fonti documentarie” a cui attingere. Causa la poca attenzione che la storiografia in passato ha dedicato alla Calabria artistica tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600. E solo in anni recenti, tale disattenzione – grazie anche all’apporto di nuovi studi da parte delle “giovani università calabresi” – affievolendosi, ha generato positivamente indagini approfondite. Sono comprese in queste indagini alcune tra le opere più rappresentative del periodo qui considerato. Si tratta di talune Cappelle gentilizie (nelle Chiese di San Domenico e San Francesco di Paola in Cosenza, La Cappella Spinelli nel Santuario di Paola, del SS. Sacramento e della Madonna Odigitria nella Cattedrale di Gerace e, infine, la Cappella Cybo-Malaspina dell’ex Convento dei Francescani Osservanti di Aiello Calabro) che appartengono “all’insieme delle opere dei secoli XVI e XVII presenti in terra calabrese ancora inesplorate e in molti casi del tutto ignote”. “La Calabria – dice nel libro l’autrice – (…) mostra, attraverso un’indagine ormai largamente estesa, avviata da chi scrive, di possedere testi architettonici di notevole interesse e di grande suggestione, i cui caratteri sono estremamente variabili in ragione di fattori diversi e complessi. Ciò è attribuibile – continua – al fatto che la regione non arriva a formulare un’autonoma produttività artistica e architettonica, non esistendo i presupposti culturali, socio-politici ed economici per un siffatto salto di scala. Essa (la Calabria) si limita dunque ad accogliere opere concettualmente appartenenti ad aree culturalmente egemoni (Toscana, Roma, Napoli, Messina)…”. Ad emergere dall’analisi storiografica di siffatte opere di pregio, quale elemento caratterizzante, è la Committenza (per esempio la famiglia toscana dei Cybo per Aiello o le altre famiglie nobili anche calabresi o il Clero) che, esprimendo in esse opere “la lungimiranza e la volontà di autocelebrazione”, contribuiscono a renderle consone, almeno per quanto concerne le grandi opere d’arte, alla “temperie del periodo in cui – l’opera d’arte – è stata prodotta”. E validi esempi sono i monumenti nel libro presi in esame. “La fioritura – sostiene Francesca Paolino – di opere architettoniche – stimolata e sostenuta da intenti celebrativi e devozionali (espressione concreta dell’applicazione dei dettami del Concilio di Trento), attuata con l’apporto di idee e linguaggi innovativi rispetto al clima artistico della regione da maestranze ‘straniere’ -, è stata possibile grazie all’impiego di risorse litiche locali, calabresi, il cui sfruttamento è stato forse suggerito dalle stesse maestranze, integrato e completato da una parziale importazione di marmi bianchi di Carrara”. Già padre Giovanni Fiore da Cropani, il Barrio e il Pacichelli, tra i tanti storiografi, avevano decantato, nelle loro descrizione delle terre calabresi, le risorse litiche impiegate per la costruzione di “superbissime Cappelle, Colonne, Statue, e somiglianti…” (Barrio); come pure in epoca più recente nell'”Elenco degli edifici monumentali” del 1938 di Alfonso Frangipane, e in Paolo Orsi, precedentemente nel 1929, ne “Le Chiese Basiliane della Calabria”. Il libro insomma “dà a ricomporre – per come suggerisce Rosario Gioffrè nella prefazione – un affresco culturale di un luogo e di un’epoca…”, ovvero la Calabria artistica tra il XVI e XVII secolo. “Le pagine, per esempio sulla Cappella Cybo (particolare in copertina) o su quella di San Francesco di Paola (La Cappella Spinelli), manifestano una chiarezza microchirurgica, settoria, nel riandare alla scoperta di ogni indizio fondabile su lacerti materici e informativi…”.