14 luglio 1984. Ovvero quando Francesco Magli dipinse i panettoni della Scala a Milano

Nel tram mi tremavano le gambe” racconta. “Ma era qualcosa che andava fatta. Portai con me dei pennelli e dei colori e decisi di colpire nel bel mezzo di Milano. Alla Scala. Così cominciai a colorare la città grigia”.

Era il 14 luglio del 1984 quando Francesco Magli dipinse quei blocchi di cemento arrotondato (i panettoni spartitraffico) che a ogni angolo di Milano segnano un divieto o una proibizione. Blocchi che possono trasformarsi nelle mani di un artista in uno strumento di libera creatività, “come chiodi sul muro della città a cui appendere la propria rivolta” e “combattere la costrizione della legge con la libertà del colore”. Una data storica (la presa della Bastiglia) che l’artista calabrese scelse per celebrare la rivolta popolare per eccellenza. Fu poi multato per aver “imbrattato”. Ma per Francesco – «pittore militante che ha fatto di Milano il suo terreno d’azione, della mappa della città un territorio reale e immaginario da cui lanciare i suoi strilli di megafono» – che con l’insegnamento e la pittura vuole far riflettere sulla realtà contemporanea e sulle contraddizioni del denaro e del consumo – era una azione irrinunciabile per protestare contro la politica degli sfratti. Contro le ingiustizie di una città tentacolare e grigia che lascia poco spazio alla creatività e alla forza del colore.

A quella data deve la sua popolarità di artista, guadagnandosi spazio su tutti i giornali dell’epoca. Da quel momento, ma anche da prima la sua vita è votata all’arte. Arte e Vita sono inscindibili in un “cortocircuito di politica e pensiero”. Sempre alla ricerca di nuove esperienze, di nuove iniziative per far conoscere le opere d’arte e soprattutto l’uomo che sta dietro di esse, la sua anima, per la affermazione della dignità dell’uomo, per il “grande dialogo“, per l’amicizia e la solidarietà tra gli uomini, per la Pace, la Giustizia.

A questo mondo io sono e sarò sempre dalla parte dei poveri”, dice Magli con Garcia Lorca.

E' morto "Monsone", l'ultimo dei Partigiani aiellesi

“Monsone”, l’ultimo dei partigiani aiellesi, si è spento a 91 anni lo scorso 22 ottobre presso l’ospedale di Paola.
Raffale Pucci, nato il 18 settembre 1916 ad Aiello Calabro, da giovane aveva fatto la Resistenza. Dopo l’8 settembre del ’43 si trovava, da soldato sbandato, dalle parti di Ventimiglia, da qui raggiunse Torino. Nel capoluogo piemontese aderì alla causa partigiana, entrando nei Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nedo”, col grado di Garibaldino (tesserino 001183).
Di recente, la sua figura di combattente, era stata messa in risalto dalla stampa regionale e dallo scrittore e poeta comunista Peppe Verduci nel suo ultimo libro “Frammenti di storia e ricordi”, edito da Pellegrini nel 2006.
“Raffaele – scrive Verduci – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura (la frazione aiellese dove abitava) portando in tasca il berrettino da Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.
I funerali del partigiano “Monsone” si sono svolti nel pomeriggio di martedì, nella chiesa di Santa Maria Maggiore. La salma ora riposa presso il locale cimitero.

Madonna delle Grazie 2007

Su richiesta di Francesco de Siscar, viceré di Calabria e Signore di Aiello e Petramala, viene concessa dal Papa Sisto IV licenza di edificare una chiesa dell’Ordine di San Francesco degli Osservanti, intitolata a Santa Maria delle Grazie. La lettera papale, datata Roma 8 aprile 1472, e inserita nel documento del notaio aiellese Giovanni Angelo Inserra, fu letta alla presenza dei frati, quindi si procedette alla designazione ed alla concessione, da parte del Siscar, del territorio dove costruire la chiesa. Più tardi, nel 1597, la chiesa si arricchisce per volere della famiglia Cybo, con la costruzione della bella Cappella gentilizia che fu rimontata nel 1735 – dopo l’abbandono del Convento vecchio – assieme alle parti architettoniche del convento nel luogo dove si trova adesso. Il trasporto su un carro di buoi delle parti architettoniche e dell’affresco raffigurante la Madonna dal vecchio al nuovo convento è riportato dalla legenda popolare come miracoloso. Si racconta infatti che un campo di grano irrimediabilmente rovinato dal passaggio del carro ricrebbe più alto e rigoglioso di prima. Oggi, di quell’affresco non rimane nulla ed è stato sostituito con una pala d’altare del 1854 di Raffaele Aloisio.
È verosimile che il culto per la Madonna delle Grazie inizi con l’arrivo dei frati e con la costruzione della chiesa stessa. L’origine lontana della devozione degli aiellesi non è però diminuita nel tempo. Ancora oggi, a distanza di tanti secoli, la festa dedicata alla madre di Gesù è la ricorrenza religiosa più sentita.
Il primo ed il due luglio prossimi, dunque, si rinnoverà la fede per la “Madonna della Gratia”, dopo il novenario che ogni anno inizia il 23 giugno.
Suggestiva e da non perdere la fiaccolata (la parte della festa più attesa e per certi versi più spettacolare per gli addobbi artistici del carro, le luminarie che fanno da corona al vecchio castello e alla via pellegrina) che la sera del primo luglio accompagna la Madonna in paese nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

La Cappella Cybo-Malaspina e l’Ex Convento degli Osservanti
Testimonianza emerita del Rinascimento calabrese, la Cappella gentilizia, posta all’interno dell’ex complesso monastico dei Frati Minori Osservanti di San Francesco d’Assisi, fu realizzata nel 1597, su committenza della famiglia Cybo-Malaspina, dagli scultori Pietro Barbalonga di Aiello, trapiantatosi nella cittadina ma di origini messinesi, Andrea Matini e Battista Cioli.
La cappella era allocata originariamente nel convento “vecchio”, che si trovava a poca distanza da quello attuale. Nel 1622 però la struttura ebbe i primi cedimenti strutturali, aggravati poi dal terremoto del 1638. Così fu necessario ricostruire il Convento su un terreno più idoneo. I lavori iniziarono nel 1735, durante i quali le parti architettoniche della Cappella Cybo furono smontate e rimontate nella nuova struttura.
Caratterizzata dalle alte finestre ad ampolla, presenta, esternamente nello spigolo sud-est, una colonna con capitello ionico e tratto di trabeazione, alla cui sommità è collocato lo stemma in marmo di casa Cybo. Il portale d’ingresso del convento è in pietra tufacea scolpita con maschera al centro dell’arcata, con festoni di fiori e frutta. Entrando nell’atrio, abbiamo di fronte la Chiesa delle Grazie, a navata unica e con decorazioni in stucco. Nella parete di fondo (coro), si conservano due brani marmorei (arte napoletana del 1500) in bassorilievo: “Annunciazione” e “Dio Padre”, appartenenti al monumento sepolcrale di F. Siscar (feudatario dello Stato di Aiello e viceré di Calabria), e provenienti anch’essi dal vecchio convento. La Cappella Cybo, invece, il cui prospetto è alla sinistra dell’atrio, presenta all’esterno erme, timpani rettilinei spezzati, volti satireschi, conchiglie rovesciate). All’interno si trova l’altare a fastigio in marmi verdi, bianchi e neri di Calabria, al cui centro, ormai irrimediabilmente perduto era un affresco del ‘500 di scuola napoletana che raffigurava la Madonna delle Grazie. La porzione di muro su cui era l’affresco, si racconta, venne staccata e trasportata su un carro di buoi miracolosamente integra.

25 aprile 2007 – Partigiani Aiellesi, un ricordo

Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione – conclusasi il 25 aprile del ’45 – è stato notevole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Si parla di migliaia di Partigiani meridionali, molti dei quali calabresi, per lo più ex militari sbandati dopo l’8 settembre del ’43. Tanti morirono giovanissimi.
Ma quanti furono i Partigiani della Comunità tirrenica? Secondo alcune fonti, molti di più di quanto si pensi. Eroi dimenticati, spesso sconosciuti.

Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni. Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.

Peppe Verduci di recente ne ha ravvivato la memoria nel suo ultimo libro (Frammenti di Storia e Ricordi, Edizioni Pellegrini, Cosenza 2006), ricordando, a tutta la Comunità, l’intitolazione nell’immediato dopoguerra della sezione del Partito Comunista al giovane martire di soli 22 anni.
Dai ricordi del compagno Verduci affiorano anche i nomi di altri Partigiani ignoti alla memoria collettiva. Come Alfredo Bossio, partigiano a Valmontone, Carmine Mollame, Rosario Belluno e Raffaele Pucci, 91 anni il prossimo 18 settembre (tesserino 001183, appartenente ai Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nodo”, grado Garibaldino, nome di battaglia “Monsone”). “Raffaele – scrive Verduci nel suo libro – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura portando in tasca il berrettino Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.
Altri Aiellesi, che sono invece compresi nell’elenco dell’Icsaic di Cosenza, sono: Giovanni Coccimiglio (Aiello, 17 ottobre 1923), Partigiano dal 9 settembre 1943 al 15 gennaio 1944, e dall’11 agosto 1944 al 30 novembre dello stesso anno, nella Divisione Gramsci – Albania; Guglielmo Coccimiglio (Aiello, 29 febbraio 1917), soldato del 317° Fanteria Divisione Acqui, disperso in combattimento nel settembre 1943 in Grecia; Fortunato Lepore (Aiello, 5 febbraio 1914), Partigiano dall’11 ottobre 1943 al 30 novembre 1944, nella Divisione Gramsci – Albania; Francesco Vecchio (Aiello, 14 aprile 1919), Partigiano dal 9 settembre 1943 all’1 luglio 1944, nella Divisione Garibaldi – Jugoslavia. E forse tanti altri ancora sconosciuti.

Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria. Una pubblicazione di Francesca Paolino che parla anche della Cappella Cybo di Aiello Calabro

Postiamo, retrodatandolo, il seguente articolo:
Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria 1550-1650” di Francesca Paolino, Laruffa Editore – Reggio Calabria, pp. 228, £. 50.000
Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria, 20 aprile 2000, pag. 36

L’opera di Francesca Paolino – architetto, saggista, oltre che docente alla facoltà di Architettura dell’Università in riva allo Stretto – viene pubblicata in queste settimane, per i tipi di Laruffa di Reggio Calabria e grazie al contributo del Dipartimento di Architettura e Analisi della Città Mediterranea e del MURST.
L’autrice non è nuova a questo tipo di pubblicazioni. Già in precedenza si è distinta per aver dato alle stampe saggi di storia dell’architettura, come peraltro hanno fatto in anni recenti altri suoi colleghi quali Mussari, Scamardì, Cammera, i quali hanno posto una devota attenzione nello studio di opere di cui la Calabria è ricca e sulle quali si vuole intervenire verso una loro effettiva valorizzazione.
L’analisi del periodo artistico che il saggio della Paolino si ripropone nasce tuttavia non senza alcune difficoltà. Difficoltà indicate dalla stessa autrice che sono “la scarsità delle fonti documentarie” a cui attingere. Causa la poca attenzione che la storiografia in passato ha dedicato alla Calabria artistica tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600. E solo in anni recenti, tale disattenzione – grazie anche all’apporto di nuovi studi da parte delle “giovani università calabresi” – affievolendosi, ha generato positivamente indagini approfondite. Sono comprese in queste indagini alcune tra le opere più rappresentative del periodo qui considerato. Si tratta di talune Cappelle gentilizie (nelle Chiese di San Domenico e San Francesco di Paola in Cosenza, La Cappella Spinelli nel Santuario di Paola, del SS. Sacramento e della Madonna Odigitria nella Cattedrale di Gerace e, infine, la Cappella Cybo-Malaspina dell’ex Convento dei Francescani Osservanti di Aiello Calabro) che appartengono “all’insieme delle opere dei secoli XVI e XVII presenti in terra calabrese ancora inesplorate e in molti casi del tutto ignote”.
“La Calabria – dice nel libro l’autrice – (…) mostra, attraverso un’indagine ormai largamente estesa, avviata da chi scrive, di possedere testi architettonici di notevole interesse e di grande suggestione, i cui caratteri sono estremamente variabili in ragione di fattori diversi e complessi. Ciò è attribuibile – continua – al fatto che la regione non arriva a formulare un’autonoma produttività artistica e architettonica, non esistendo i presupposti culturali, socio-politici ed economici per un siffatto salto di scala. Essa (la Calabria) si limita dunque ad accogliere opere concettualmente appartenenti ad aree culturalmente egemoni (Toscana, Roma, Napoli, Messina)…”. Ad emergere dall’analisi storiografica di siffatte opere di pregio, quale elemento caratterizzante, è la Committenza (per esempio la famiglia toscana dei Cybo per Aiello o le altre famiglie nobili anche calabresi o il Clero) che, esprimendo in esse opere “la lungimiranza e la volontà di autocelebrazione”, contribuiscono a renderle consone, almeno per quanto concerne le grandi opere d’arte, alla “temperie del periodo in cui – l’opera d’arte – è stata prodotta”. E validi esempi sono i monumenti nel libro presi in esame. “La fioritura – sostiene Francesca Paolino – di opere architettoniche – stimolata e sostenuta da intenti celebrativi e devozionali (espressione concreta dell’applicazione dei dettami del Concilio di Trento), attuata con l’apporto di idee e linguaggi innovativi rispetto al clima artistico della regione da maestranze ‘straniere’ -, è stata possibile grazie all’impiego di risorse litiche locali, calabresi, il cui sfruttamento è stato forse suggerito dalle stesse maestranze, integrato e completato da una parziale importazione di marmi bianchi di Carrara”. Già padre Giovanni Fiore da Cropani, il Barrio e il Pacichelli, tra i tanti storiografi, avevano decantato, nelle loro descrizione delle terre calabresi, le risorse litiche impiegate per la costruzione di “superbissime Cappelle, Colonne, Statue, e somiglianti…” (Barrio); come pure in epoca più recente nell'”Elenco degli edifici monumentali” del 1938 di Alfonso Frangipane, e in Paolo Orsi, precedentemente nel 1929, ne “Le Chiese Basiliane della Calabria”.
Il libro insomma “dà a ricomporre – per come suggerisce Rosario Gioffrè nella prefazione – un affresco culturale di un luogo e di un’epoca…”, ovvero la Calabria artistica tra il XVI e XVII secolo. “Le pagine, per esempio sulla Cappella Cybo (particolare in copertina) o su quella di San Francesco di Paola (La Cappella Spinelli), manifestano una chiarezza microchirurgica, settoria, nel riandare alla scoperta di ogni indizio fondabile su lacerti materici e informativi…”.


Bruno Pino