La discarica abusiva di pneumatici usurati, posta lungo la strada che porta a Monte Faeto, è stata posta immediatamente sotto sequestro dalla Guardia di Finanza di Amantea.
Come si ricorderà, la denuncia del deposito a cielo aperto di vecchi copertoni di camion, proprio nei pressi di un’area pic-nic, conosciuta ed apprezzata per la salubrità della natura, era partita dal neonato gruppo giovanile dell’Udc, che aveva evidenziato, oltre al deturpamento del paesaggio, anche il potenziale pericolo per la salute dell’ambiente. «Vogliamo ringraziare la Tenenza della Guardia di Finanza di Amantea – scrivono in una nota i giovani del Movimento – che ha provveduto al sequestro evitando così che la situazione già critica potesse degenerare. Il primo passo – aggiungono – è stato compiuto, ora invitiamo chi di competenza a provvedere allo smaltimento degli stessi e alla bonifica della zona nel più breve tempo possibile».
La Savuza è giunta – con soddisfazione del sito web www.aiellocalabro.net e del nostro blog che l’aveva sponsorizzata – nei primi posti (ottava posizione, ex equo con altre prelibatezze) del sondaggio de Il Quotidiano della Calabria. Vincono con quasi 600 preferenze, i Rascatieddri (gnocchetti fatti senza patate) di Altomonte e sua maestà il peperoncino (253 voti). A seguire si piazzano la Pitta ‘mpigliata (232), la ‘Nduja (155), i fichi (145), la cipolla di Tropea (141) e la soppressata (107). Ed ecco, dopo questi giganti del gusto calabro, la nostra Savuza, assieme al Bergamotto, con 56 voti. Seguono poi il Tartufo di Pizzo (51), il Morzello (51), i pomodori di Belmonte (44) e tantissimi altri prodotti e piatti con cui è ben conosciuta la cucina di Calabria. Archiviato l’ottimo esito, è ora naturale attendersi che gli addetti ai lavori (ristoratori, agriturismi, istituzioni ecc.) non si lasceranno sfuggire l’occasione di far conoscere di più e meglio questa pietanza aiellese. Magari con una bella sagra estiva.
La ricetta
Ingredienti: zucchine, mollica di pane, menta, aceto, farina, olio, aglio, sale. Preparazione: fate dissalare le zucchine, infarinatele e friggetele. Una volta fritte, sistematele nel piatto, cospargetele con la mollica di pane o pan grattato, conditele con aceto, aglio e menta. Riponetele in frigo, fate insaporire e poi servitele. Buon appetito!
Il sedici maggio del 1928, per gli effetti del Regio Decreto 9 aprile di quell’anno, e in virtù del Decreto prefettizio del 7 maggio che fissava la data effettiva di unificazione al 15 dello stesso mese, i centri abitati di Aiello, Cleto e Serra erano divenuti un unico comune. Nel giugno di 70 anni fa, invece, l’esperienza della nuova Aiello si concludeva definitivamente con l’autonomia di Serra raggiunta nel 1937, e dopo che Cleto aveva riacquistato la propria nel 1934. Come hanno spiegato Massimiliano e Fausto Cozzetto in una pubblicazione dal titolo “Fascismo e vita civile: Aiello Calabro, Cleto e Serra Aiello 1928-1937”, promossa nel 2003 dall’allora assessorato alla cultura del comune di Aiello Calabro, il progetto era stato fortemente voluto dal prefetto Agostino Guerresi, nativo di San Lucido e dal Podestà Valerio di Malta, esponente di una importante famiglia del paese che in quel frangente ricopriva le cariche, a titolo gratuito, anche di commissario prefettizio di Cleto e Serra. Il periodo in questione era caratterizzato da una situazione in cui si sentivano ancora forti le conseguenze del sisma del 1905, e durante la quale «buona parte della vita comunale era dominata dal problema della distribuzione degli oneri fiscali su una base sociale che appariva in grave difficoltà», come dimostrarono nel febbraio del 1921 gli incidenti originati dall’imposizione della tassa sul focatico. In tutti e tre i comuni, le entrate gravavano per la quasi totalità sulla contribuzione fiscale degli abitanti. «In queste condizioni, né per Aiello, né per gli altri comuni del suo hinterland – spiega Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical – era pensabile l’attivazione delle procedure che avrebbero loro consentito di beneficiare della politica dei lavori pubblici, condotta in quegli anni sotto la spinta dell’azione ministeriale di Michele Bianchi». E così, a fronte di una avvertita necessità di dotare i centri in questione di importanti opere, soprattutto di carattere igienico, nasce l’idea del progetto politico-amministrativo che Guerresi propone al Ministero dell’Interno. Una idea di accorpamento, che secondo le intenzioni dei promotori avrebbe dovuto presentare, soprattutto, vantaggi notevoli in termini di solidità finanziaria degli enti. «I comuni che propongo di unificare – scriveva Guerresi nella relazione al Ministero – hanno identità di costumi, di sentimenti e di tradizioni. Hanno, altresì, comunità di interessi e rapporti economici. La produzione di detti comuni, prevalentemente agricola ha un unico sbocco sul mercato di Aiello ove, peraltro, risiedono i maggiori proprietari di Cleto e Serra. Tutti e tre i paesi hanno, poi, unico scalo ferroviario sulla litoranea tirrenica: Serra Aiello. I rapporti tra gli abitanti di Cleto e Serra con quelli di Aiello, capoluogo di mandamento, sono frequenti. Per il disbrigo di affari, non esclusi quelli legali, per i rifornimenti all’ingrosso, per tutto quanto possa occorrere gli abitanti di Cleto e Serra sono da tempo immemorabile abituati a recarsi in Aiello. Sono, peraltro, essi favoriti dalle comode rotabili che allacciano fra di loro i paesi summenzionati ed, altresì, da numerose vie di campagna, vicinali e mulattiere che abbreviano notevolmente la distanza che separa ciascun comune da Aiello». Oltre al quadro socioeconomico, il prefetto forniva dati su territorio e abitanti (per Aiello 4184 abitanti per un territorio di 3787 ettari; per Serra 708 ab. e 380 ettari; e per Cleto, 2174 ab. e 1922 ettari), e aggiungeva anche la proposta di distaccare dal territorio di Amantea un territorio di circa 86 ettari, che avrebbero portato i confini occidentali del nuovo comune sino al mare, soddisfacendo, fa notare Cozzetto, «una millenaria aspirazione della comunità aiellese: ampliare il territorio del nuovo comune, fino ad offrirgli uno sbocco diretto sul Tirreno, superando la storica, ma scomoda e talvolta conflittuale, mediazione di Amantea». «Questo comune, peraltro – chiariva Guerresi – sarebbe presto compensato di tale perdita in quanto con prossimo rapporto mi riservo di proporre l’aggregazione ad Amantea del comune di S. Pietro in Amantea, che ha una popolazione di 1.519 abit. e una estensione di ettari 108,3». «Come era intrinseco alla natura autoritaria del regime – scrivono Massimiliano e Fausto Cozzetto, nello studio pubblicato nei quaderni della Deputazione di Storia Patria per la Calabria -, il progetto “Aiello Calabro” venne portato avanti senza alcun reale dibattito tra le popolazioni interessate. Uscito dalla mente di Guerresi e di Malta, esso venne sottoposto per un parere ai vertici amministrativi dei tre comuni che, coincidendo nella figura di di Malta, si espressero favorevolmente». Secondo Guerresi, addirittura, il progetto era stato accolto “entusiasticamente” dalle sezioni del fascio di Aiello e Serra, mentre quello di Cleto aveva fatto pervenire un ordine del giorno contrario che il prefetto liquidava «ispirato alle vedute di poche persone cointeressate a non perdere il dominio» e che invece le aspirazioni di quella popolazione vedessero «nell’aggregazione ad Aiello l’inizio della tranquillità e della pacificazione». In realtà, l’unificazione dei tre comuni nella nuova Aiello di cui fu nominato commissario prima e podestà dopo lo stesso di Malta, non ebbe il successo che si aspettava il ceto politico fascista. Anzi, con la grande crisi del ’29, e per altre disposizioni governative sul piano amministrativo, la situazione finanziaria del nuovo comune non migliora affatto. Né sarà possibile assumere mutui per opere pubbliche, eccetto che per una sola occasione per il pareggio del bilancio. In questa temperie, l’esperienza politico-amministrativa si avvia a conclusione. Nel frattempo Guerresi era stato sostituito alla guida della Prefettura cosentina, il Podestà di Malta si era dimesso e veniva rimpiazzato nel ’32 da Attilio Solimena.«Le fondamenta del comune unificato – si legge nella parte conclusiva dello studio – iniziarono a fibrillare, venuto meno il ceto dirigente che lo aveva fortemente sostenuto, e ripresero, ovviamente, forza i gruppi che, a suo tempo, si erano opposti al progetto».
Nel luglio del 1936 – al culmine di una grave situazione politica, acutizzatasi dopo che nel febbraio precedente il Fronte Popolare aveva ottenuto una vittoria molto risicata sulle destre che non accettano facilmente il responso delle urne, e preceduta da una serie di scontri in molte città tra i due schieramenti – era scoppiata la Guerra Civile di Spagna. Per tanti aspetti, la prova generale della seconda Guerra Mondiale che di lì a poco insanguinerà l’Europa e che finirà, con la vittoria franchista, nel 1939. Un conflitto duro e atroce che rappresenta – come scrive lo storico Fausto Cozzetto – «l’emblema di un’epoca che vede il confronto di tre modelli di organizzazione della vita sociale: quello democratico occidentale, quello comunista e anarchico, quello fascista innestato sulla forza delle tradizioni militari e religiose della Spagna».
La precedente situazione politica e sociale. La Spagna in quegli anni presentava una situazione politica e socioeconomica complessa. Più di un decennio prima, nel 1923, c’era stato il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera che detenne il potere, con l’appoggio del re Alfonso XIII, sino al gennaio del 1930, quando le forti opposizioni alla sua politica lo costringeranno ad abbondonare.
Il 1931 è un anno cruciale. Dopo la caduta della monarchia – rimpiazzata a fine dicembre con l’emanazione della nuova Costituzione dalla seconda Repubblica (la prima durò dal 1873 al 1874) -, i partiti repubblicano e socialista si affermano nelle consultazioni di quell’anno avviando, con il governo Azaña, alcune riforme importanti (quella agraria in particolare) che incontreranno, però, molte difficoltà «sia per la resistenza dei ceti colpiti da quei provvedimenti – come asserisce Cozzetto -, sia per l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che li ritengono insufficienti». Quella dei primi anni trenta, dunque, è una situazione in forte fibrillazione, le cui cause sono da ricercare nella forte arretratezza dell’economia spagnola, accentuata anche dalla recessione del 1929. Nelle campagne i contadini sono in rivolta contro i latifondisti; i capitali cominciano a prendere la via dei paesi esteri. È un momento questo, per le forze di destra, molto preoccupante per la salvaguardia dei loro interessi che porterà, nel corso del 1932, ad un tentativo di golpe da parte del generale Sanjurjo. In questa temperie, viene fondata nel 1933 la “Confederación Española de Derechás Autonomas” (CEDA) guidata da Gil Robles. Una formazione politica che ha per obiettivo la difesa degli interessi reazionari di proprietari fondiari, oligarchia finanziaria, alto clero, gesuiti e ceto militarista. In quello stesso anno, nascono altre due organizzazione politiche: le “Giunte di Offensiva Nazionale Sindacalista” e le camicie azzurre della “Falange”, guidata da Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, poi arrestato e fucilato nel novembre del ’36, sotto il governo del Frente Popular. Dall’altro lato, invece, si contrappongono le sinistre, formate principalmente dal partito socialista e da quello comunista.
Alle elezioni del 1933, le destre – che avevano usato ogni mezzo per attirare dalla loro parte i contadini medi e la piccola borghesia -, conquistano la maggioranza dei suffragi e formano un governo filofascista guidato dal radicale Lerroux. Nel periodo 1934-35, chiamato il “biennio nero”, verranno «ripristinati i precedenti privilegi ecclesiastici e sospesa la riforma agraria, liquidate le conquiste dei lavoratori, sottoposta a censura la stampa, bloccata la riforma della scuola, represse le manifestazioni popolari». In questo contesto, in cui comincia anche a farsi strada l’opportunità da parte dei partiti di sinistra di formare un fronte unico antifascista, tutto il paese è teatro di una serie infinita di scioperi che non di rado sfociano in guerriglia urbana e rurale che il governo seda con la Legione Straniera (il Tercio de Extranjeros) di Francisco Franco. Nelle Asturie, tale situazione diventa esplosiva. Circa 27 mila minatori socialisti, comunisti e anarcosindacalisti delle “milizie rosse” mettono in atto una vera e propria lotta armata “di tipo bolscevico” contro il governo, che per tutta risposta attua una violenta repressione con circa tremila morti e 40 mila incarcerati.
Tale episodio in particolare, induce le forze in campo (socialisti, repubblicani, cattolici baschi autonomisti, comunisti ed anarchici) a coalizzarsi ed unirsi nel Frente Popular che conquista una vittoria molto risicata nelle consultazioni del febbraio 1936 ottenendo il 48% dei consensi (poi con il premio di maggioranza arriverà al 55 % dei seggi), rispetto al 46% delle destre. Al governo va Quiroga, mentre Azaña diviene presidente della Repubblica al posto del destituito Zamora.
Le destre tuttavia non accettano facilmente il responso delle urne e scatenano rappresaglie in molte città. In aggiunta, anche il governo, ora “più oltranzista e massimalista”, accentua l’azione persecutoria nei confronti della chiesa, dà l’avvio alla confisca dei latifondi, e permette la formazione di gruppi armati rivoluzionari. Tra febbraio e luglio, si registreranno drammatici scontri con centinaia di vittime.
L’inizio della guerra civile. Il 18 luglio – dopo che il giorno prima erano insorte le guarnigioni militari a Melilla in Marrocco e delle Canarie dove era stato allontanato il generale Franco -, “l’alzamiento”, ovvero la ribellione delle forze armate, scatta in tutta la nazione iberica. Il casus belli è l’uccisione il 13 luglio da parte della polizia urbana repubblicana del monarchico J. Calvo Sotelo, capo dell’opposizione.
Il pronuciamiento (il 52° golpe dal 1814 quando si verifica il primo contro l’assolutismo di Ferdinando VII), non ha subito il successo sperato. I nazionalisti riescono a conquistare molte delle importanti città del sud come Cadice, Cordova e Granata; del nord come Vigo, La Coruna, Pamplona e Burgos; mentre fallisce il tentativo di prendere la capitale Madrid e Barcellona che sono difese dai volontari della milizia popolare. Nel frattempo, il 19 luglio, si dimette il governo Quiroga e al suo posto subentra Giral; e a fine luglio si costituisce a Burgos il governo nazionalista (Junta de Defensa Nacional).
La rivoluzione sociale. Accanto alle operazioni di guerra, nelle zone controllate dai repubblicani, dalla metà di luglio e sino a fine agosto del 1936, si innescano una serie di collettivizzazioni nei trasporti urbani e ferroviari, nelle industrie, nella aziende commerciali e nel settore agricolo, con l’esproprio di migliaia di imprese che saranno gestite direttamente dai lavoratori e dai loro sindacati. Un conflitto nel conflitto che trasformerà Barcellona, durante “i giorni di maggio” del 1937 (tragedia narrata da Orwell in “Omaggio alla Catalogna”), un campo di battaglia e di scontri all’interno delle stesse forze repubblicane, con i comunisti da un lato che volevano rinviare «ogni prospettiva rivoluzionaria alla fine della guerra» e gli anarchici dall’altro che invece volevano far coincidere la guerra con la rivoluzione.
Gli schieramenti. Le forze nazionaliste del generale Franco contano su buona parte dell’Esercito e in minima parte sull’Aviazione e sulla Marina che sono rimaste repubblicane. Delle fila franchiste fanno parte pure i falangisti, i carlisti e i monarchici legittimisti, i nazionalisti (che comprendono la maggior parte dei cattolici e del clero), e parte dei conservatori. Tra i repubblicani, vi sono i liberali, i nazionalisti baschi e catalani, i socialisti, i comunisti stalinisti e trotzkysti e gli anarchici.
Sul piano internazionale, sia l’Italia di Mussolini che la Germania di Hitler che con i capitalisti spagnoli condividono interessi economici, daranno subito il proprio appoggio alla causa fascista. Viceversa, alcune nazioni come Francia, Inghilterra e Usa, esponenti delle democrazie occidentali, temendo la vittoria anticapitalistica dei repubblicani e che il conflitto potesse estendersi al resto d’Europa, attueranno una politica di non intervento, condivisa poi nell’agosto del ’36 da 27 paesi (comprese Italia e Germania), tra cui pure la Russia, convinta che «se l’accordo fosse stato davvero rispettato da tutti, cioè anche da Italia e Germania, i fascisti spagnoli sarebbero stati sconfitti». Ma così non fu, poiché Mussolini ed Hitler intensificarono gli aiuti in maniera esplicita, mirando a estendere nel resto d’Europa il regime fascista. Un fatto che spingerà in particolare l’Unione Sovietica a riprendere gli aiuti militari e finanziari alla Repubblica.
In particolare, l’intervento internazionale si traduce nell’invio da parte italiana del Corpo Truppe Volontarie. Il grosso del contingente arriverà agli inizi del 1937. La Divisione Littorio conta circa 20 mila soldati ed altri 30 mila sono le camicie nere. I tedeschi, invece, mandano in terra di Spagna, già a partire dall’agosto 1936, la famigerata unità militare che qualche mese più tardi prenderà il nome di legione Condor, una flotta di un centinaio di nuovissimi aeroplani della Lutfwaffe che, tra le altre operazioni militari, si macchierà della strage della città basca di Guernica (26 aprile 1937), il cui bombardamento a tappeto ispira il celebre dipinto di Picasso.
Guernica di Picasso
Le Brigate Internazionali. Sull’altro fronte, dall’agosto del ’36, cominciano ad arrivare volontari da 52 paesi che saranno organizzati dalla Terza Internazionale a partire dall’ottobre del ‘36 nelle Brigate Internazionali che conteranno all’incirca 40 mila combattenti, di cui metà perderanno la vita in battaglia, saranno dispersi o feriti.
Delle Brigate Internazionali fanno parte i maggiori esponenti dell’antifascismo europeo. Nomi come Togliatti, Longo, Nenni, Tito, Marty ecc. e Carlo Rosselli che in Spagna è a capo della “Colonna Italiana Francisco Ascaso”, e che verrà assassinato da sicari mandati da Mussolini assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937, in Francia, dove si era rifugiato dopo il ferimento nelle fasi della guerra spagnola.
Le Brigate Internazionali – che svolsero un ruolo fondamentale nelle diverse battaglie di Madrid, Guadalajara e dell’Ebro – verranno poi disciolte nell’ottobre del 1938 per le politiche di non intervento portate avanti dalle democrazie occidentali.
Le principali battaglie e avvenimenti. Il 15 agosto i nazionalisti prendono Badajoz; il 4 settembre liberano Toledo tenuta in assedio dai repubblicani dall’inizio della guerra. Sempre in settembre, il socialista Largo Caballero è nominato capo del governo; mentre Franco diviene capo unico della Giunta militare. Nell’autunno, Madrid è teatro di uno scontro durissimo ed il governo si sposta a Valencia. Nello stesso periodo, l’Italia e la Germania riconoscono, ufficialmente, il governo di Francisco Franco.
Nel marzo del ‘37, la battaglia di Guadalajara, che dista pochissimo dalla capitale, vede impegnate le Truppe Volontarie italiane, che perdono la battaglia contro lo schieramento repubblicano, formato in prevalenza dalla Brigata Garibaldi. Il maggio successivo invece, è caratterizzato, come già accennato, da un’insurrezione operaia a Barcellona. A metà maggio cade il governo Caballero e ne diviene capo il socialista Negrin. A novembre la sede del governo cambia ancora da Valencia per Barcellona. Inizia a dicembre la battaglia di Teruel, vinta poi dai nazionalisti. Dopo un tentativo di trattare la pace, la guerra continua, e nella battaglia dell’Ebro, che dura da luglio a novembre del ‘38, i repubblicani tentano di ricollegare i territori da loro controllati. Sarà un fallimento che pregiudicherà l’esito finale dello scontro. A fine anno, Franco lancia l’offensiva finale che porterà, dopo la conquista di Barcellona, al riconoscimento da parte di Francia ed Inghilterra, nel febbraio del ‘39, del governo nazionalista; mentre il presidente della Repubblica Azaña, rifugiatosi in Francia, rassegna le dimissioni. La guerra finisce con l’entrata a Madrid dei franchisti a fine marzo del 1939.
Le violenze, le vittime. Il bilancio della Guerra civile è terribile. Si è parlato di un milione e 300 mila morti di cui 400 mila in combattimento da entrambe le parti. Ben 75 mila furono uccisi dalle sinistre tra il 1936 e il 1939; 400 mila dai franchisti nel corso della guerra, 100.000 eliminati sommariamente dai franchisti dopo la fine della guerra e 400.000 dopo una sentenza capitale (l’ultima nel 1953). A queste cifre bisogna aggiungere altre decine di migliaia di vittime della guerriglia che continuerà sui monti sino alla fine degli anni ‘40.
Tra i morti si contano anche nomi illustri. È il caso del poeta Federico Garcia Lorca che viene brutalmente ucciso dai franchisti nell’agosto del 1936. La sua colpa fu l’aver firmato, nel febbraio precedente, assieme ad altri intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, pubblicato poi su Mundo Obrero il giorno prima delle elezioni. «L’assassinio di Federico fu per me – scrisse il poeta cileno Pablo Neruda – l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce».
La chiesa cattolica annovera pure tra le sue fila, l’uccisione di una dozzina di vescovi, e circa 7 mila tra sacerdoti, suore e laici. Un dato, questo, che dà la misura dell’anticlericalismo del governo repubblicano, evidenziato all’epoca da Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del marzo 1937.
Nel marzo del 1987, Papa Woityla proclamerà beati, 8 dei martiri spagnoli uccisi durante quel sanguinario conflitto.
Combattenti antifascisti calabresi. Nei bollettini dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Cosenza), ne sono citati diversi. I nominativi sono tratti da fonti dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, con aggiunte di I. Sangineto. Tra questi, troviamo Gennarino Sarcone di Rogliano che in Spagna combatte sui fronti del Centro e di Teruel ed è commissario politico nella milizia di Carlo Rosselli. Al rientro in Italia, terminata l’esperienza nelle Brigate Internazionali, sarà arrestato nell’aprile del 1942 e mandato al confino. Tra le vittime, secondo quanto riportato in uno scritto di Tobia Cornacchioli, annotiamo l’anarchico Cosmo Pirozzo di Rosarno (1912 – Huesca 1937). Studente in Lettere e Filosofia a Torino, Pirozzo va in Spagna nei primi di agosto del 1936 e si aggrega alla milizia di Rosselli. Cadrà in battaglia il 12 gennaio del 1937, colpito dallo scoppio di un proiettile dell’artiglieria nemica, dopo aver soccorso il compagno ferito Luigi Talarico di Aprigliano. Tanti calabresi. Come pure il comunista cosentino Eugenio Gallucci che muore nella battaglia dell’Ebro; o il reggino Valentino Abruzzese (Rizziconi 1908 – Fuentes de Ebro 1937), ricordato assieme ad altri in uno scritto di Rocco Lentini, o ancora Marco Perpiglia. Ma è impossibile elencarli tutti.
Personaggi. “Antes morir de pie que vivir de rodillas! No pasaran!”. “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Così disse Dolores Ibarruri (1895 – 1989), meglio conosciuta come la Pasionaria, in un annuncio radio, la sera del colpo di stato. Poco più tardi a Madrid, con un compagno andrà nella Caserma di fanteria e arringherà i soldati incerti facendoli passare dalla parte repubblicana. In seguito promuoverà la nascita della milizia del Quinto Reggimento. Nel 1920, quando in Spagna nasce il Partito Comunista, la bella Dolores ne fa subito parte come membro del comitato provinciale del partito comunista basco. Inizia a scrivere su giornali come Mundo Obrero, organo ufficiale del partito, e si firma con lo psedudonimo di Pasionaria. Diviene in seguito membro del comitato centrale del partito. Arrestata più volte per il suo impegno politico, è sempre più presente nella attività del partito e nella battaglia contro il fascismo. Nel 1935 viene eletta membro del Comintern, ed è tra coloro i quali approva la costituzione del Frente Popular che vincerà le elezioni del febbraio ’36. Si adopera, all’indomani del pronunciamento delle forze armate, a formare le Brigate Internazionali. Con il Governo Caballero, in cui entrano a far parte anche i comunisti, la Pasionaria diventa vice presidente del Parlamento. Dopo la fine della guerra, andrà in Francia e poi in Russia dove diventerà cittadina sovietica. Nel 1942, alla morte di Diaz, è segretaria del partito comunista spagnolo in esilio e lo resterà fino al 1960, quando prenderà il suo posto Santiago Carrillo. Nel 1945 è vicepresidente del comitato esecutivo della federazione internazionale delle donne democratiche. Alla morte di Franco, nel 1977 verrà eletta deputata. Nei due schieramenti opposti spiccano anche altri personaggi. Per i repubblicani, il generale Lister, eroico difensore di Madrid e comandante del Quinto Reggimento; ed il colonnello Moscardò, comandante dell’Alcazar di Toledo, per i nazionalisti.
Romanzi e pellicole. Tra i libri e i film che hanno a tema il conflitto spagnolo, da segnalare principalmente: “Per chi suona la campana”. Il romanzo di Ernest Hemingway (21 luglio1899 – 2 luglio 1961) è del 1940. Il protagonista Robert Jordan, è un intellettuale americano che combatte nelle Brigate Internazionali. Viene inviato sulle montagne dal generale Golz dove dovrà far saltare un ponte, in concomitanza dell’offensiva repubblicana a Navacerrada nei pressi di Segovia. Prende contatto con un gruppo di guerriglieri che lo aiuteranno a compiere l’impresa. Qui conosce Maria e tra i due scoppia l’amore, con la benedizione di Pilar, la mujer di Pablo. Robert farà saltare in aria il ponte, ma sarà ferito in modo grave durante la fuga e rimarrà solo, ormai condannato a morte sicura, ad affrontare gli inseguitori. Per la figura di Robert Jordan, Ernest Hemingway si è ispirato a Robert Capa, “il più grande fotografo di guerra del mondo”, che perde la compagna Gerda durante la battaglia di Brunete nel luglio del ’37. A tre anni dall’uscita del romanzo, nel 1943, Per Chi Suona la Campana (For Whom the Bell Tolls) diventa un film di grande successo. La pellicola (colori, 170 min.) diretta da Sam Wood, ha come interpreti Gary Cooper nei panni di Robert, Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar) e Ingrid Bergman nel ruolo di Maria. Nel 1944 guadagna l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, il Golden Globe per il miglior attore non protagonista e per la migliore attrice non protagonista.
Altre opere cinematografiche. Spagna ’36 di Buñuel; Espoir di Andrè Malraux del 1938; L’Assedio dell’Alcázar e Sin Novedad en el Alcázar (1940), di Augusto Genina (versione italiana e spagnola), premiato alla mostra del cinema di Venezia nel 1940 con la coppa Mussolini. Ed ancora: Morire a Madrid di F. Rossif – Cinegiornali Sovietici (1936 – 1938); Terra e Libertà (1995) di Ken Loach; Aguiluchos de la Fai por Tierra de Aragona (1936); Bilbao di Bigas Luna del 1976; Ay, Carmela di Carlos Saura del 1989; Terra di Spagna di Joris Ivens con commento di E. Hemingway; Raza di Josè Luis S. De Heredia (con soggetto di Jaine De Andrade, pseudonimo del generale Franco).
A seguire, il dossier pubblicato da Il Quotidiano della Calabria del 17 luglio 2006
Articolo de Il Quotidiano della Calabria del 26 marzo 2007, pag. 10
Era il 25 marzo del 1977 quando Rodolfo Walsh — il giornalista che sventò i piani della CIA rivelando, nell’aprile del ’61, l’imminente attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba — fu ucciso dalla dittatura argentina.
Il giorno prima di cadere vittima di un’imboscata tesa da un grupo de tareas dell’ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina Militare di Buenos Aires), Walsh aveva firmato e spedito una durissima lettera di condanna del regime alla stampa (che non la pubblicò) e alla Giunta Militare guidata da Videla e Massera, salita al potere il 24 marzo 1976 con il rovesciamento del governo di Isabelita Perón.
L’imboscata e la scomparsa Quel giorno di marzo del ’77, Rodolfo Walsh rimase ferito mortalmente in un conflitto a fuoco con i militari; il suo cadavere fu poi trasportato all’ESMA. L’obiettivo degli assalitori, se il giornalista non si fosse ribellato tentando di difendersi con una pistola e ferendo uno dei militari, era quello di sequestrarlo e torturarlo.
Ancora oggi il sequestrato n. 26.001 — per la cui morte sono state condannate 16 persone, tra le quali Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta — risulta un desaparecido e il suo corpo non è mai stato restituito ai familiari.
La «Carta abierta» alla Giunta Militare Nella sua lettera di denuncia, la Carta abierta de un escritor a la junta militar, Walsh accusava apertamente la dittatura di aver prodotto, in un solo anno di terrore e di violazioni dei diritti umani: 15.000 scomparsi; 10.000 detenuti; 4.000 morti; Decine di migliaia di esiliati.
L’operato del regime, inoltre, aveva condotto il Paese al disastro economico e ridotto la popolazione alla fame.
«Queste sono le riflessioni che, nel primo anniversario del vostro infausto governo, ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili.»
La carriera e l’invenzione del New Journalism Ammirato da intellettuali del calibro di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, Rodolfo Walsh era nato il 9 gennaio 1927. Nel 1941 si trasferì dalla provincia del Río Negro a Buenos Aires. Nel 1944 iniziò a lavorare come correttore di bozze e traduttore, mentre sette anni più tardi avviò la sua brillante carriera giornalistica.
Fu tra i fondatori dell’agenzia Prensa Latina a Cuba. Nel 1973, al rientro in Argentina, aderì ai Montoneros, la formazione guerrigliera della sinistra peronista. Durante il golpe del ’76 diede vita all’Agencia de Noticias Clandestina.
È celebre per il libro del 1957 Operazione Massacro (Operación Masacre, edito in Italia da Sellerio), considerato un capolavoro di giornalismo investigativo che anticipò di diversi anni A sangue freddo (1966) di Truman Capote. Il volume racconta l’Argentina del post-Perón, un periodo in cui i militari al potere proibirono persino di pronunciare il nome dell’ex presidente.
L’opera ricostruisce gli eventi del 9 giugno 1956, quando l’esercito — a seguito di un fallito tentativo di restaurazione peronista — giustiziò senza motivo un gruppo di civili inermi nella periferia di Buenos Aires. Un episodio appreso da Walsh grazie alla testimonianza di un superstite e approfondito con un’inchiesta che portò all’apertura di diversi processi.
L’eredità giornalistica L’esempio di impegno civile di Walsh è stato raccolto da un gruppo di investigatori indipendenti (tra cui giornalisti, storici, docenti e studenti) che hanno fondato l’Agenzia Rodolfo Walsh, la quale si propone come missione: «L’investigazione e l’analisi di quei fatti, attuali e storici, che influiscono sulla realtà concreta e quotidiana del popolo e che sono occultati o manipolati dalle grandi corporazioni dell’informazione.»
Quando Nando Aloisio muore è il 12 novembre del 1975. «In Argentina – come ci racconta il figlio Alfredito, docente di psicologia all’Università di Barcellona in Spagna che alla morte del padre aveva 18 anni, militante nella Gioventù del Partito Comunista -, si stava imponendo l’idea, mediante l’azione dei mezzi di comunicazione di massa, che il caos si stava avvicinando, e che mancava una condotta patriottica per far ritornare il paese alla “civilizzazione”. Era questa – aggiunge – un’epoca molto movimentata. Da un lato, i militari che ancora non si erano decisi a prendere il governo (lo avrebbero fatto poi l’anno seguente), si dichiaravano, con l’appoggio del parlamento, in guerra contro i gruppi guerriglieri. Dall’altro, era cresciuta una parte fascista che si incaricava di minacciare e ammazzare persone vicine alla sinistra».
Fernando Aloisio, era emigrato in Sudamerica nel 1948. Era nato ad Aiello Calabro (Cs) il 28 aprile 1923. Diplomatosi come perito agrario, aveva ricoperto dal 1944 al 1946 la carica di presidente dell’Ucsea (ufficio comunale statistico economico dell’agricoltura). Aveva organizzato la Camera del Lavoro di Aiello e la sezione locale del Partito Comunista e partecipato attivamente nel 1946 alla campagna in favore della Repubblica per il Referendum che diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e nel 1947-48 alla lotta dei contadini della sua regione con l’occupazione delle terre.
Poi, chiuso per ordine governativo l’ufficio dell’Ucsea che non aveva più ragione di esistere, Nando si ritrovò senza lavoro e venne il momento di partire, come ci ricorda il poeta comunista Peppe Verduci nel suo libro di Memorie di Lotta. In Argentina, assume la direzione di una importante Impresa nella provincia del Rìo Negro e si sposa con una ragazza del suo paese a Buenos Aires il 21 settembre 1950. Ritornerà in Italia nel 1953, dedicandosi nuovamente all’azione sindacale in favore dei contadini. Ma nel 1954, si trasferisce, questa volta definitivamente, a Buenos Aires prendendo parte attiva alla vita della collettività italiana, sempre con lo sguardo ai suoi ideali politici e sindacali. Partecipa alla costituzione dell’Associazione Calabrese unificando il “Corum Bonum” e il circolo Calabrese; è membro dell’esecutivo della Azione Italiana Garibaldi, associazione antifascista degli emigrati italiani. Fa parte della Commissione Direttiva dell’AIMI (Unione e Benevolenza) e di Feditalia (Federazione delle Società Italiane in Argentina), essendo anche membro attivo del Gruppo Permanente del Lavoro e del Comitato di Coordinamento delle attività assistenziali del Consolato Generale d’Italia. Diventa presidente della Commissione Nazionale del Patronato INCA-CGIL e fa parte come esperto del Comitato Consultivo degli Italiani all’Estero con sede a Roma. Lavora pure diversi anni come impiegato del Banco de Italia y Rio de la Plata.
La situazione in cui agisce Aloisio, com’è quella argentina, un paese in grave crisi economica e politica e di terrorismo, è fortemente pericolosa, specialmente per coloro i quali militavano a sinistra. «Ricordo ancora – riferisce Alfredito Aloisio – le tante volte che mio padre fu minacciato dalle bande fasciste. Entravano nell’ufficio di notte, rompevano tutto e lasciavano carte intimidatorie».
Nell’ultimo dei viaggi a Roma per i suoi impegni legati all’attività sindacale e politica, Nando Aloisio disse che al ritorno in Argentina avrebbe dovuto sottoporsi alla consueta operazione al cuore per la sostituzione della valvola mitralica. Non volle dare ascolto all’amico compagno di partito Giancarlo Pajetta che lo pregò di farsi operare in Italia.
Da Il Quotidiano della Calabria, 24 marzo 2006 L’hanno chiamata la notte dell’Argentina. E tale è stata dal quel 24 marzo 1976 in cui avviene il Golpe che rovescia il governo di Isabel Martínez de Perón. Da allora sono passati poco più di 6 lustri, l’Argentina è ritornata alla democrazia, ma ancora le ferite aperte sono tante e dolorose. Oggi si parla di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici e oltre 10.000 arresti politici che la cosiddetta Guerra Sporca provocò. Ma anche tante – 250 secondo i dati del rapporto Nunca Mas stilato dalla commissione presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato – furono le “vite rubate”, ossia tutti quei bambini che furono portati via ai genitori desaparecidos. O forse 500, come affermano le Abuelas de Plaza de Mayo. A tutt’oggi sono solo 72 los Hijos ritrovati. Ma le nonne di Plaza de Mayo, con la costituzione della Banca Nazionale Genetica, sperano di ritrovare anche gli altri. La situazione argentina precedente al 1976 che aveva generato il Golpe era di forte crisi. Nell’ottobre 1973, Peròn era ritornato al potere dopo che nel ‘55 i militari avevano messo fine al suo governo dando vita ad una lunga dittatura militare, intervallata da governi costituzionali. Tuttavia, i molti conflitti tra le diverse fazioni sostenitrici di destra e di sinistra del regime peronista, e la successiva morte del presidente avvenuta il primo luglio 1974, oltre che la oramai drammatica situazione di un paese sull’orlo di un collasso economico e politico (si pensi per esempio all’inflazione aveva superato il 700% o al terrore della triplice A, l’Alleanza Anticomunista Argentina creata da Lòpez Rega), fanno precipitare il paese in una dittatura che durerà sino al 1983. Per il generale dell’Esercito Videla e la sua Junta (l’ammiraglio Massera ed il brigadiere dell’Aviazione Agosti) – che deposero Isabelita, vedova di Juan Domingo – l’obiettivo da perseguire era chiaro: la riorganizzazione nazionale. Dovevano salvare l’Argentina da “sovversione e caos comunista”, secondo i principi della Dottrina di sicurezza nazionale “a cui le forze armate sudamericane si ispiravano in quegli anni di convulsioni e guerriglie filocastriste e filoguevariste”. Non sarà un colpo di stato palesemente violento come lo era stato nel ’73 quello in Cile di Pinochet; e nemmeno ebbe all’inizio molta attenzione sulla stampa internazionale ed italiana. La drammaticità del problema desaparecidos, in Italia, venne alla luce pienamente quando nel 1982 il Corriere delle Sera pubblica i nomi degli scomparsi. Così anche il governo italiano prende le distanze e si apre una fase in cui l’Italia apre un contenzioso sugli scomparsi di origine italiana. Dunque, in Argentina, diversamente dal vicino Cile, si adottò una “strategia rivoluzionaria”. Non arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Quando nel 1983 finisce l’incubo e viene eletto presidente Raúl Alfonsín, verrà aperta subito un’inchiesta sulle atrocità dei regimi militari. Purtroppo però, non ci furono le condizioni per andare sino in fondo e assicurare alla giustizia tutti i militari colpevoli di quel genocidio. Per la grave situazione economica del paese che minacciava sempre il ritorno dei militari, Alfonsìn fu costretto a cancellare le atrocità del passato con le leggi conosciute come “obediencia debida” e “punto final”, che – di fatto – scagionavano e amnistiavano i militari da ogni crimine commesso. In ogni modo, il Generale Videla fu processato e condannato all’ergastolo. Anche se nel 1990 il Presidente Carlos Menem, sempre su pressione degli apparati militari, gli concesse l’indulto insieme ad altri membri delle giunte militari. Attualmente il generale ottantenne è agli arresti domiciliari con l’accusa di aver sequestrato minori durante la Guerra sporca. Tra i desaparecidos, come si è detto, c’erano tanti italiani. E tra questi, anche calabresi. Come Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Per difendere la memoria di questi innocenti, come si ricorderà, la Regione Calabria aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo che si è celebrato a Roma e che ha visto sotto accusa alcuni militari argentini golpisti, responsabili della loro morte, poi condannati all’ergastolo.
Le iniziative Per commemorare quella “notte argentina”, il governo di Buenos Aires ha istituito il 24 marzo come Giorno della Memoria (Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia). Centinaia sono pure i film, i libri, i dischi, gli spettacoli teatrali che hanno trattato il tema della desaparicion in Argentina. Tra le più recenti iniziative editoriali – nel mentre pure l’Unesco potrebbe dichiarare patrimonio dell’Umanità tutta la documentazione raccolta negli anni della dittatura – che ci sono utili a capire tutti i risvolti di quella tragedia umana e civile segnaliamo: il libro di Carla Tallone e Vera Vigevani Jarach “Il silenzio infranto. Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina” (Silvio Zamorani Editore, 2005); il volume “Trasfigurazione: storia di desaparecidos, accoglienza e solidarietà” di Valentina Cavalletti, che sarà consegnato al presidente del governo argentino Nestor Kirchner, per l’archivio della memoria. E ancora il libro di Italo Moretti “L’Argentina non vuole più piangere. Da Peron a Kirchner: gli anni della dittatura, la crisi economica, i segni del cambiamento di un paese inquieto” (Sperling & Kupfer Editore, 2006). Per i documentari, invece, un inedito di produzione italiana che tratta sul tipo di rapporti che ebbe l’Italia con il golpe militare in Argentina, in particolare le relazioni tra la P2 di Gelli e la Giunta ecc.
Articolo pubblicato su Il Quotidiano della Calabria del 24 marzo 2006
“Frammenti di storia e ricordi”, edito da Pellegrini e patrocinato dall’Amministrazione provinciale di Cosenza, è il titolo del nuovo libro di Peppe Verduci, presentato al pubblico a novembre scorso nel salone di Rappresentanza del Comune di Cosenza. All’incontro, moderato dal giornalista Eugenio Furia, ha preso parte Giuliano Ricca, Segretario del Circolo cittadino di Rifondazione; il sindaco Salvatore Perugini; il giornalista Bruno Pino che ha collaborato alla stesura del libro e lo stesso Autore. Nel corso della manifestazione sono intervenuti pure Mario Oliverio, presidente della provincia di Cosenza; Angelo Broccolo, segretario provinciale del PRC; e Franco Iacucci, vice sindaco di Aiello Calabro. Il volume, come già in altre pubblicazioni del “compagno” Peppe Verduci, raccoglie memorie e particolari avvenimenti vissuti dall’autore che riguardano la storia politica e sociale di Aiello Calabro nell’immediato secondo dopoguerra. «Quello di Peppe – scrive Bruno Pino nella prefazione – non è e non vuole essere un libro che si alimenta di fonti documentali, ma più semplicemente, è una viva testimonianza dell’autore – permeata dalla passione, da emozioni e sensazioni personali – resa a distanza di decenni, e relativa ad episodi accaduti all’interno di una piccola comunità del sud in un certo periodo storico in cui, uscita dalla devastante esperienza della seconda guerra mondiale, l’Italia s’incamminava, attraverso spinte ideali contrapposte, a diventare un paese civile e democratico». «Verduci – continua Pino – oltre a narrare con prosa semplice e scorrevole, del suo amore per il Comunismo, dell’attività spesa per il Partito, delle lotte, dei rapporti e dei contrasti con la Dc, tratteggia alcuni uomini di valore che nella Seconda Guerra Mondiale scelsero di essere Partigiani nella Resistenza come “l’eroe di Aiello Calabro” Geniale Bruni, al quale era intitolata la locale sezione Pci; e quello di tanti altri antifascisti che si sono sacrificati per i valori fondanti della democrazia. Ma soprattutto, Verduci, delinea una figura interessantissima della vita politica locale e poi internazionale. Ovvero quella di Nando Aloisio (Aiello C. 1923 – Buenos Aires 1975), fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, attivista nel 1946 nella campagna in favore della Repubblica in occasione del Referendum che nel 1946 diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e promotore nel 1947-48 delle lotte dei contadini per l’occupazione delle terre; poi emigrato in Argentina, e lì, nella terra dei Gauchos, sindacalista dell’Inca-Cgil e martire del peronismo, qualche mese prima del golpe del 1976». Peppe Verduci, classe 1921, poeta e scrittore comunista oltre a questo lavoro, ha pubblicato, nel 1999, il libro “Memorie di Lotta – Aiello Calabro 1943 – 1970” (edito dall’Icsaic), in cui raccoglie le esperienze della sua militanza comunista e dove mette a fuoco le problematiche di una comunità che lo ha visto crescere e maturare, insieme ad una generazione di giovani dediti alla costruzione di una società improntata ai veri valori di una democrazia fattiva e concreta e non solo formale. Il libro – per il successo ottenuto – è stato poi rieditato da Pellegrini nel 2002. Sempre con la Casa Editrice Pellegrini, ha pubblicato nel 2003 “Poesie”; e nel 2004 “Aiello Calabro – Appunti sparsi”, Sono invece del 2005 “Stralci letterari” e “I miei dieci anni a Lungro”.