L’Amministrazione Comunale di Cleto ringrazia il Magnifico Rettore dell’Università di Venezia, i Docenti Armando Dal Fabbro, Pierluigi Grandinetti, Paolo Faccio, Anna Saetta e tutti gli studenti del Laboratorio integrato, per il lavoro di studio e di progettazione che hanno fatto.
Si ringraziano i Sindaci di Aiello Calabro, Altilia, Belmonte, San Mango, Longobardi e l’Assessore Regionale alla Cultura e Beni Culturali Maria Francesca Corigliano per la partecipazione al seminario ed ai lavori.
Obiettivo programmatico dell’Amministrazione è quello di dare al paese un ruolo di centro abitativo, che è quello per cui i borghi sono nati e costruiti, per poi lavorare su progetti di ricettività turistica che devono venire in una seconda fase.
L’idea che l’Amministrazione ha sviluppato con l’Università di Venezia è quella di uno studio propedeutico alla progettazione ed alla ricerca di risorse, che non deve cancellare il passato ma lo deve valorizzare.
Molta attenzione è stata prestata allo studio dell’architettura ipogea e alla dresda, particolari costruzioni sotto molti punti di vista spartane ed essenziali, che rispecchiano la vocazione agricola del comune di Cleto.
La presentazione dei lavori e dei progetti esecutivi nella giornata di ieri è un punto di partenza. Gli elaborati, di valore e spessore culturale immenso, che la IUAV ha concesso gratuitamente al Comune di Cleto, saranno utilizzati come strumento per accordi con patner privati, secondo un preciso indirizzo programmatico.
Le idee, lo studio e le modalità d’intervento, spiegate con grande competenza dai docenti, saranno compendiate in delle linee guida e recepite in un regolamento dall’Amministrazione per valorizzare ancora di più l’idea di conservazione e di paese in cui al centro debbono esserci le persone residenti che lo abitano.
L’Amministrazione Comunale di Cleto ha la consapevolezza che per ridare dignità abitativa al paese è necessario il coinvolgimento di altre componenti, prima tra tutti l’imprenditoria privata, con denaro da investire, poi quella locale, che ha un rapporto diretto e particolare con la terra e con i suoi prodotti da valorizzare in un’idea di turismo lento, è indispensabile anche il coinvolgimento delle Associazioni e di tutte le persone che operano sul territorio.
Così come non dovrà mancare l’impegno dell’Amministrazione che da parte sua continuerà a lavorare garantendo imparzialità e buon andamento, perchè non può esserci sviluppo in un paese senza la banda larga, la digitalizzazione, una buona raccolta differenziata,un bilancio sano, un PSA con una programmazione integrata con i comuni del comprensorio, un efficientamento della rete di illuminazione, la revisione della fiscalità passiva, l’accoglienza degli stranieri,la manutenzione della viabilità.Obiettivi questi in buona parte gia raggiunti e sui quali l’Amministrazione sta lavorando impegnando molte energie.
Il 17 gennaio, oltre alla #giornatadeldialetto, è anche S. Antonio Abate. E ad #AielloCalabro, secoli fa, quella di oggi, forse doveva essere una giornata di festa, poiché il santo è il protettore degli animali domestici, del bestiame e del lavoro dei campi, e il Rione Valle era abitato in prevalenza da contadini (per esempio, c’erano tanti Pino, come risulta dalle rivele del catasto onciario). Una giornata di festa perché a Valle o prabilmente nei pressi, anche fuori le mura, c’era una chiesa parrocchiale, esistita tra i secoli XVI e XVIII, intitolata appunto a S. Antonio Abate, di cui non è rimasta traccia nel tessuto urbano. Per fortuna però si conserva ancora (ne abbiamo copia anche nel nostro archivio, in attesa di deciderci a studiarla), la platea dei beni.
Le montagne calabresi nascondono ancora dei segreti? Certamente sì. Alcune, poi, sono state ispiratrici nel passato di leggende che ancora oggi vengono raccontate. È il caso, per esempio, di monte Santa Lucerna, in territorio di Grimaldi (Cs). Che, forse (gli addetti ai lavori però non si sbilanciano più di tanto), potrebbe, ed il condizionale è davvero d’obbligo, ospitare uno sconosciuto sito archeologico.
Monte Santa Lucerna domina le vallate circostanti dai suoi 1.256 s.l.m in provincia di Cosenza, compreso nei territori dei comuni di Lago e Grimaldi. L’origine è ancora sconosciuta, e presenta una conformazione rocciosa complessa. Il clima è di tipo appenninico, quasi alpino. Così è descritto su Wikipedia.
Intorno a questa montagna aleggiano pure vecchie storie. Sono delle leggende di origine longobarda che parlano – come ci informa il Prof. Antonio Guerriero su un numero di “Grimaldi 2000” che cita un precedente scritto di Luigi Silvagni in Cronaca di Calabria – di una chioccia con sette pulcini d’oro, immensi tesori nelle viscere di S. Lucerna lì depositati «da una regina, padrona e signora delle fu antichissime e doviziose città di Alba-Longa, di Tirirocca e Serralonga e, a guardia di essi, sta un enorme serpente dall’alito asfissiante con doppia filiera di acutissimi denti e dalla coda biforcuta e tagliente a mo’ di rasoio, raggomitolato tra le sue formidabili spire al di sopra dei grandi vassoi di argento che contengono oro e pietre preziose. Allo scoccar della mezzanotte dal principio d’ogni plenilunio, sul Pizzone, dalle profondità della montagna – racconta Guerriero -, balza un gallo dalle penne d’argento, dai piedi e dalla cresta d’oro, con gli occhi di grossi zaffiri, che canta tre volte e subito sparisce, per dar posto ad una chioccia con sette pulcini, tempestati tutti di oro e di brillanti che, per pochi minuti, razzolano ed indi spariscono anch’essi. Al fortunato che cattura il gallo, la chioccia ed i pulcini, si spalanca dinanzi ai piedi il nascondiglio degli ambiti tesori, e ne sarà assolutamente padrone, allorquando avrà sostenuto e vinto un impari lotta con il mostruoso serpente».
Questo luogo misterioso è stato meta di recente di un gruppo di appassionati, novelli Indiana Jones alla ricerca di novità. Al ritrovo, sul valico di Potame, di buon mattino, man mano giungono un po’ da tutta la Calabria. Una quarantina di amanti di trekking, natura, geologia, archeologia e storia. A capeggiare il drappello è il prof. Gioacchino Lena, presidente dell’Istituto per gli Studi Storici di Cosenza che ha organizzato la giornata assieme alla SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) sez. Calabria. Insieme a lui, a farci da guida, il geologo Gaetano Osso, e lo storico Sergio Chiatto che a margine dell’escursione ha poi tenuto una conversazione sugli aspetti storici del luogo (vedi box).
Un caffè al bar Tre Monti, che non ha nulla a che fare col ministro, e via in direzione della montagna misteriosa. Un luogo importante, Santa Lucerna, che incute rispetto e interesse, non solo per l’aspetto geo-naturalistico, ma anche per quello storico-archeologico, sui quali Lena e Osso, con Amedeo Brusco e Nicola Paoli hanno condotto un preliminare studio, presentato nell’aprile dello scorso anno in occasione del Convegno Nazionale sul Patrimonio Geologico a Sasso di Castalda (PZ).
Arriviamo sul posto con le auto, alcune si fermano prima per la strada accidentata. Quando ci ritroviamo tutti, inizia la piccola inerpicata. Tra di noi, c’è anche la dott.ssa Rossella Agostino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria che valuta con attenzione quanto le guide ci mostrano.
In particolare Nino Osso illustra le caratteristiche morfologiche del sito, una finestra tettonica costituita da dolomie triassiche, con i versanti che si affacciano verso il mare ripidi e scoscesi, accidentati per la presenza di guglie, balze e dirupi dovuti ai fenomeni di erosione e dissoluzione dei costituenti carbonatici. L’interno è invece contraddistinto da numerose spianate sommitali e dalla presenza di doline, che nella porzione centrale deprimono l’acrocoro fino alla quota di 1213 m s.l.m.. Tutto il territorio di Potame costituisce ancora uno degli habitat naturali o naturalizzati ancora integro e di grande valenza naturalistica e paesaggistica.Sarà la parte archeologica a far discutere i presenti. Niente di certo, ma le ipotesi che sembrano contrastare, potrebbero invece essere entrambe plausibili.
L’area è caratterizzata dalla presenza di numerosi filari in muratura costituiti da pietre con diverso orientamento, piccole strutture in elevato di varia misura con evidenti riutilizzi e formanti piccoli ambienti. L’area edificata si sviluppa in modo irregolare, seguendo la morfologia del sito, per una lunghezza di oltre 700 metri e una larghezza massima di circa 300. La tecnica costruttiva, irregolare e grossolana, non presenta alcun tipo di legante tra i componenti della tessitura.
L’ipotesi – lo ripetiamo – sebbene sia solo tale e che andrà supportata da scavi e da studi approfonditi, è che i numerosi resti possano essere parte di un sito archeologico. Tuttavia, c’è chi, come Pino Filice di Grimaldi, è certo che tutta l’area, che nel recente passato è stata sfruttata con intensive coltivazioni agricole (patate, germano ecc.), ed i resti, altro non sono che opera di chi coltivava la zona (portando l’acqua dal vicino fiume Tenise con mezzi di fortuna), e dai pastori che la frequentavano.
Non resta che aspettare scavi e studi degli esperti, se e quando ci saranno, per saperne di più. Quello che è certo, per il momento, è che il luogo merita di essere visitato. Unica raccomandazione, andateci attrezzati da trekking e con qualcuno del posto che vi faccia da guida.
S. Lucerna, luogo di frontiera
di Sergio Chiatto
Il 13 febbraio 1404, quale filiale della parrocchiale di Grimaldi, (intitolata a San Pietro, della quale v’è traccia almeno dal 1360) la chiesa, sine cura, di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, ricadente nella diocesi di Cosenza, risultò officiata da Don Antonio de Flore del casale di Paterno, il quale contemporaneamente fu provvisto della terza porzione della chiesa parrocchiale di San Giovanni della stessa Paterno, solitamente retta da tre rettori. Qualche anno dopo, il 4 dicembre 1429, ne beneficerà, sebbene ad interim, tale Don Giacomo de Alessandro di Grimaldi), il quale nel contempo è il parroco (porzionario) della chiesa parrocchiale di San Pietro dello stesso luogo. Il de Alessandro subentrava al defunto Don Giovanni de Valle (originario anch’egli di Paterno). Appena quattro mesi dopo, esattamente il 29 aprile 1430, sarà Don Tommaso de Marsico ad acquisirne la prebenda, la cui prevedibile modestia, essendo la “nostra”, lo ripeto, chiesa “sine cura” (senza cura d’anime, ovvero chiesa – o cappella – solo filiale), era compensata dagli altri incarichi ricoperti dallo stesso de Marsico, il quale, appunto, era altresì titolare di una delle porzioni della chiesa parrocchiale di San Pietro, nonché di altre chiese (o cappelle) tutte di Grimaldi.
L’ultima notizia (tratta, come le precedenti, dal Regesto Vaticano per la Calabria del compianto P. Francesco Russo) sulla chiesa di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, data 24 maggio 1442, allorquando la stessa veniva provvista a tale Don Angelo de Augustino di Motta Santa Lucia, parroco anch’egli di una delle porzioni della più volte nominata chiesa parrocchiale di San Pietro di Grimaldi, il quale subentrava al precedente beneficiato, Don Tommaso de Marsico, defunto.
Era forse ormai venuta meno la funzione assunta dalla chiesetta all’atto della sua edificazione, la quale, nelle intenzioni dei suoi fondatori, doveva render sacro e quindi inviolabile il sito e fungere così da deterrente nei confronti di coloro i quali avessero avuto di mira la violenta acquisizione di quel territorio, che i grimaldesi, giova rammentarlo, avevano strenuamente e vittoriosamente conteso ai vicini in occasione di uno dei soliti riordini territoriali, uno dei quali avvenne proprio in ambiti quattrocenteschi. Perché Santa Lucerna, per la sua eminente posizione, fu chiaramente un luogo d’avvistamento, oltre che un confine, o un “limite” (forse in più occasioni ed in tempi anche remoti); e tale è ancora, delimitando attualmente i territori di Grimaldi, Lago e Domanico. Una “frontiera”, talora, da difendere con ogni mezzo, brandendo se del caso pure simboli religiosi e perfino magici, come mostruosi serpenti posti a guardia di improbabili tesori. Nei secoli successivi, XVI e XVII sicuramente, stando agli utili studi di Don Franco Vercillo, il luogo (Santa Lucerna) risultava destinato a “difesa”. Ricordo che nel suo ambito, con alcune limitazioni naturalmente, vi si poteva legnare, far pascolare il bestiame e praticare l’agricoltura e “l’industria” casearia. I fondi interessati, cosiddetti “chiusi”, erano inibiti agli estranei; al contrario di quelli “aperti” dai quali l’università (l’odierno comune) traeva delle entrate che sovente servivano ad alleviare la fiscalità posta a carico dei cittadini.
Prendo spunto dall’interessante articolo del Quotidiano di lunedì 30 maggio in cui si parla, tra le altre cose, di Temesa, per ribadire l’enorme importanza scientifica e culturale di questa mitica Città cantata da Omero (in coda a questa breve premessa, uno scritto integrale sull’argomento, di qualche anno fa, pubblicato su una rivista); e per annotare una considerazione. Apparirò certamente “campanilista”, ma decido di correre il rischio. Ho avuto modo in alcune occasioni di scrivere di Temesa. Non come esperto, non come archeologo. Ma semplicemente come cronista, e come appassionato cultore delle testimonianze storiche e culturali della nostra Terra.
Non mi dilungo e vengo subito al punto. Ritengo che sia più completo e corretto, inglobare nel territorio “temesiano”, oltre a Campora S. Giovanni, Serra D’Aiello, Cleto e Nocera Terinese, anche altri territori limitrofi. E’ il caso, per esempio, di Aiello Calabro (Cs). Perché dico questo? Ci sono elementi che possano giustificarne l’inclusione? Io credo di sì.
Le foto in alto, rappresentano una piccola testimonianza.
Negli anni ‘60, durante la costruzione di alcune case, in località Valle, e senza che il fatto trovasse la giusta eco, furono rinvenuti alcuni oggetti in terracotta (prima foto) in una tomba a fossa contenente uno scheletro di donna (portava degli orecchini). A distanza di anni, nello stesso Rione Valle, durante lavori di realizzazione della fognatura, furono ritrovati altri reperti (seconda foto). Tali oggetti, sottoposti in seguito all’esame di esperti, sono stati classificati come aryballoi (porta profumi corinzi del 550 a.C. circa). Che questi oggetti siano di fattura magnogreca non ci sono dubbi. Come non ci dovrebbero essere dubbi che il territorio di Aiello Calabro potesse essere parte di un territorio ampio, in cui erano diversi i nuclei abitativi a stretto contatto tra loro e che potrebbe corrispondere alla antica Temesa, cantata da Omero nel primo libro dell’Odissea, tra il IX e l’XIII sec. a.C. D’altronde, come sostengono gli esperti, la via di penetrazione verso la Sibaritide era, non già il Savuto, ma per brevità e facilità di percorrenza, il fiume Oliva sulla direttrice Olivo-Busento-Crati. Così, a cominciare dalla venuta dei greci alla metà dell’ottavo secolo a.C., l’insediamento iniziale sul territorio vicino al mare e alle rive dei fiumi Savuto e Olivo, si potrebbe essere spostato all’interno, nel corso dei secoli seguenti, come testimoniano i reperti del V, VI secolo trovati ad Aiello.
Peraltro, già storici e studiosi locali avevano ipotizzato Aiello come l’antico Tyllesium, città magnogreca, ed anche analisi sulla toponomastica (cfr. J. Trumper in coda documento in Pdf) non hanno escluso tale ipotesi.
E dunque, non sono elementi questi (ci riferiamo agli oggetti ritrovati), per avviare ricerche? E per suffragare il fatto che anche Aiello potrebbe essere custode di reperti antichi?
Naturalmente, per lo scrivente, che ha deciso di correre il rischio, anzi la certezza, di essere tacciato di campanilismo, la risposta è sì. Ma è pur vero, che su tali possibili, probabili, emergenze archeologiche ci sia la necessaria attenzione. Da parte di chi? In primis, sono le Istituzioni locali che devono occuparsi di promuovere la cultura, la storia, eccetera, a farsene carico. Insieme alle associazioni del territorio che dovrebbero pure loro svegliarsi dal torpore, ed alla comunità tutta.
Il Segreto di Temesa di Luigi LA ROCCA (nel 2005, all’epoca dell’articolo archeologo della Soprintendenza Archeologica della Calabria)
“…Or ora approdai, con navi e compagni, andando sul mare schiumoso verso genti straniere, verso Temesa, per bronzo, e porto ferro lucente…” (Omero, Odissea, I, 182-184).
QUESTO passo omerico, tratto dall’Odissea, contiene la più antica menzione di un centro non greco di nome Temesa, in cui si praticavano scambi di metalli già nell’età del Ferro. La fama del centro sarà poi richiamata da successive fonti storiche fino all’età romana.
Da anni il problema dell’individuazione del sito di Temesa, ipotizzato comunque lungo la costa tirrenica calabrese, costituisce uno dei nodi principali della ricerca archeologica in Italia meridionale. Gli scavi e le ricerche intrapresi nella zona stanno via via fornendo una serie di importanti informazioni che sono sufficienti ad ipotizzare la localizzazione in un comprensorio preciso, nel territorio tra la foce del fiume Savuto e la foce del fiume Oliva, tra Nocera Terinese e Campora S. Giovanni. La presenza di approdi, di percorsi fluviali che consentivano l’accesso verso le aree interne, di pianure coltivabili e di terrazzi culminanti in più o meno ampi pianori sommitali che si elevano per ca. 300 m sul mare ben difendibili e che consentivano il controllo della costa e delle vie di collegamento ha fatto si che l’area si rivelasse particolarmente adatta all’insediamento umano fin dall’antichità più remota.
L’intero comprensorio comprendente i centri interni di Serra d’Aiello, Aiello Calabro, Cleto, oltre a quelli costieri di Nocera Terinese, Amantea e Campora S. Giovanni, infatti, ad un’attenta osservazione che tenga conto dei dati topografici, storici e archeologici, restituisce un palinsesto culturale completo, dalla preistoria al medioevo, e si configura come uno dei contesti archeologici più interessanti dell’Italia meridionale.
Le ricerche archeologiche eseguite nella zona hanno evidenziato, infatti, una continuità insediativa dal neolitico al periodo imperiale romano, mentre la presenza di castelli e fortificazioni a Cleto, Aiello, Marina di Savuto, oltre che ovviamente ed Amantea, sono testimonianza dell’importanza del comprensorio nel medioevo almeno dall’età normanna.
Il territorio di Serra Aiello in particolare, che comprende i pianori di Cozzo Piano Grande, Cozzo Carminantonio e Monte di Serra Aiello, è stato oggetto nel corso degli anni di diverse ricerche che hanno evidenziato una fitta presenza di aree di interesse archeologico.
La documentazione archeologica più cospicua riguarda le fasi relative all’età del Bronzo e del Ferro, anche se tracce di occupazione umana relative al Neolitico ancora poco definite, evidenziate da notevoli quantità di strumenti e schegge di ossidiana e rari frammenti di ceramica impressa recuperati in superficie, sono documentate ai margini dell’area urbana di Serra Aiello, in località Nachicelle, mentre in diversi punti ricognizioni eseguite anche in tempi recenti hanno evidenziato la presenza di materiali di età arcaica, ellenistica e romana.
Resti di un insediamento della media età del Bronzo (XIV-XIII sec. a.C.) sono stati individuati presso il margine sud-orientale di Cozzo Piano Grande mentre nella parte più meridionale del pianoro alcuni saggi di scavo hanno evidenziato la presenza di materiali ceramici pertinenti alla fase finale della prima età del Ferro (IX – VIII sec. a.C.).
Ulteriori ricerche a Cozzo Piano Grande hanno consentito di mettere parzialmente in luce una fattoria databile tra la fine del IV sec. e l’inizio del III sec. a.C.
Meno consistente l’evidenza recuperata nell’area di Cozzo Carmineantonio, anche a causa della totale erosione della sommità sulla quale affiorano le formazioni rocciose naturali. Frammenti di impasto dell’età del Bronzo e del Ferro si sono rinvenuti lungo le pendici scoscese del versante occidentale.
Un dato di assoluta importanza è costituito dalla presenza, lungo i fianchi scoscesi di Cozzo Piano Grande e Cozzo Carmineantonio, di sepolture del tipo a grotticella artificiale, scavate nel tenero calcare locale, a pianta circolare o ellittica in nessuna delle quali sono stati rinvenuti resti della sepoltura. La tipologia delle tombe rimanda esempi di area sicula presenti anche in Calabria soprattutto tra Locri e Tropea, databili tra l’età del Bronzo e del Ferro.
Le ricerche fin qui ricordate, effettuate soprattutto negli anni ’80 hanno dato il via ad una serie di riflessioni circa la possibilità di ubicare nella zona il sito di Temesa e di ipotizzarne la struttura.
I risultati di maggiore rilievo ai fini della ricostruzione dei processi storici che hanno interessato il comprensorio, unitario nonostante i confini amministrativi moderni, tra l’età del Ferro e l’età arcaica sono però arrivati dalle ricerche intraprese dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria nell’ultimo decennio.
E’ il caso allora, di ricordare brevemente gli elementi principali della tradizione mitica e storica che a partire da Omero ha riguardato il sito di Temesa e come essa sembra stia trovando conferma nella ricerca archeologica.
Nel racconto omerico la dea Atena, sotto le mentite spoglie di Mente, re dei Tafii, racconta a Telemaco, in cerca di notizie del padre Odisseo, dei suoi viaggi nel Mediterraneo e di come si fosse recato a Temesa, tra gente che parlava una lingua non greca, a scambiare il ferro con il bronzo. La menzione omerica, quale che sia la cronologia che si voglia attribuire alla redazione dei poemi, orienta comunque verso un orizzonte molto arcaico, e risulta di assoluta importanza. Segnala, infatti, la presenza in Occidente di una comunità indigena al centro di traffici commerciali internazionali, strutturata dal punto di vista economico e politico – un re greco poteva avere rapporti diretti esclusivamente con un interlocutore dello stesso rango – la cui ricchezza derivava dal controllo di risorse minerarie, probabilmente di rame, che indicano un livello di sviluppo probabilmente superiore a quello dei coevi insediamenti autoctoni noti sulla costa tirrenica e ionica della Calabria.
Ma le fonti storiche forniscono riferimenti relativi a Temesa anche per le epoche successive, intrecciandosi, sebbene per via indiretta, ancora con il racconto omerico.
Callimaco, un poeta alessandrino del III sec. a.C., ad esempio, ricorda “antiche statue” realizzate con il bronzo di Temesa a conferma della fama delle sue miniere.
Strabone e Pausania, geografi vissuti nel I sec. d.C. ambientano a Temesa la vicenda di Polytes, uno dei compagni di Ulisse, che, sbarcato sulla costa tirrenica, a Temesa appunto, e ubriacatosi durante un banchetto, oltraggiò una fanciulla indigena, motivo per il quale fu ucciso e lasciato insepolto dagli abitanti del luogo. Il suo demone, sotto forma di lupo, iniziò a tormentare gli indigeni che disperati chiesero aiuto all’oracolo di Delfi. Per placare il demone essi avrebbero dovuto dedicargli un tempio ed offrirgli ogni anno in sacrificio la fanciulla più bella. Più tardi Euthimos, celebre pugile ed eroe di Locri Epizephirii, giunto a Temesa e invaghitosi della fanciulla per quell’anno destinata al demone, lo uccise e lo gettò in mare, liberando finalmente la città.
Sullo sfondo del racconto mitico si coglie il dato storico di un centro indigeno ricco e potente fin dall’età del Ferro che subisce, all’indomani della colonizzazione greca, i tentativi di conquista da parte di Sibari (Polytes) intorno alla metà del VI sec. a.C., e Locri (Euthimos), agli inizi del V sec. a.C., fallito o fortemente contrastato il primo, evidentemente andato a buon fine il secondo.
Scavi effettuati intorno alla metà degli anni ’90 in località Imbelli ai piedi delle pendici meridionali di Cozzo Piano Grande, hanno consentito di portare alla luce un edificio sacro databile tra VI e V sec. a.C. con ricchissime offerte votive in ceramica e metallo, tra queste numerose armi. Il tempio, apparentemente isolato nel paesaggio agrario, costituiva il punto di riferimento della comunità indigena insediata nel territorio secondo un modello di occupazione per nuclei sparsi disposti tra la foce dell’Oliva e quella del Savuto. Trova conferma la descrizione del tempio di Polytes “circondato da ulivi selvatici” fornita da Strabone e Pausania?
E ancora, nella primavera scorsa (2004, ndr), dopo una campagna di ricognizioni topografiche nel territorio comunale di Serra Aiello promossa dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria con il sostegno e la collaborazione del Gruppo Archeologico Alybas e l’Amministrazione Comunale di Serra Aiello, si è avviata una indagine archeologica in località Chiane che ha portato alla luce parte di una estesa necropoli dell’età del Ferro. La presenza di una comunità indigena dell’età del Ferro non è certo sorprendente, essendo già stata evidenziata dalle ricerche sopra ricordate, ma risulta eccezionale la quantità di informazioni che le poche tombe finora scavate hanno restituito. Soprattutto la ricchezza e la composizione di alcuni corredi, sia per quanto riguarda il repertorio vascolare che gli oggetti di armamento nel caso dei maschi e di ornamento nel caso delle femmine, e l’articolazione cronologica delle sepolture, comprese in un arco temporale di almeno un secolo, tra la fine del IX e la fine dell’VIII sec. a.C., sono il riflesso di una comunità perfettamente strutturata dal punto di vista sociale ed economico, probabilmente anche politico, che non trova confronti con contesti cronologicamente omogenei soprattutto nell’area tirrenica calabrese. La presenza di alcuni oggetti riferibili o confrontabili con ambiti campani ed etrusco-laziali fa pensare a contatti di matrice tirrenica già evidenziati dalla presenza straordinaria, data la cronologia più antica rispetto al contesto di rinvenimento, di un elmo villanoviano nel santuario di Imbelli.
E’ questo un elemento rapportabile alla comunità omerica che più sopra si è tentato di delineare?
La ricerca archeologica non è ad uno stadio di avanzamento tale da potere rispondere esaurientemente alle domande poste, ma certamente il tentativo di interpretare i dati disponibili e la serie di suggestioni che essi forniscono inducono a ritenere che certamente il comprensorio preso in esame e di cui Serra Aiello sembra il polo centrale custodisca il segreto di Temesa.
La storia degli scavi | Le ricerche di Temesa iniziano nel 1924 con Paolo Orsi, primo soprintendente archeologico della Calabria, che recupera alcuni reperti bronzei provenienti da Pantano di Cleto e da Serra d’Aiello, ora custoditi nel Museo archeologico di Reggio Calabria e nel Museo civico di Cosenza. Nella fattispecie: una punta di lancia, una spada di tipo Terni, un fodero di tipo Veio, un sauroter, una fibula a quattro spirali, una fusaiola in bronzo finemente decorata, fibule varie, un pendaglietto a forma di quadrupede; testimonianze di corredi funerari dell’età del ferro. Ancor prima, nel 1916, lo stesso Orsi aveva acquisito da privati un frammento di spada ad antenne, proveniente da Nocera Terinese, a poca distanza dal territorio di Serra.
In anni recenti, l’indagine archeologica riesuma alcuni frammenti ceramici dell’età del bronzo e della prima età del ferro (1984). Nel 1995, in particolare, viene portato alla luce il santuario di Imbelli (VI–V sec. a.C.) in cui si conservano, tra gli altri oggetti recuperati, uno scettro in bronzo ed un frammento di elmo crestato etrusco, segno evidente, quest’ultimo, della grande vitalità di scambi commerciali con popolazioni vicine e lontane.
I successivi ritrovamenti dell’agosto del 2003, avvenuti durante la prima campagna di scavi – sostenuta dalla Soprintendenza archeologica della Calabria, dall’Università di Napoli (Federico II), e dal Gruppo Archeologico Alybas di Serra d’Aiello -, hanno rafforzato la certezza che il Comprensorio preso in esame custodisca “il segreto di Temesa”.
Grande importanza riveste pure l’acquisizione da privati da parte del gruppo Alybas di alcuni reperti, tra questi una impugnatura di spada ad antenna del IX- VIII sec. a.C., poi consegnati alla Soprintendenza ed oggetto di presentazione durante il XLIII Convegno internazionale sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto e Cosenza nel 2003, da parte della già Soprintendente per la Calabria dott.ssa Lattanzi.
Nel corso del 2004, con la seconda campagna di scavi, terminata a giugno, e finanziata dalla stessa Soprintendenza archeologica calabrese per 20 mila euro, sono state portate alla luce, in località Chiane, 14 sepolture a fossa con uno scarto cronologico databile dalla fine del IX alla fine dell’VIII secolo a.C. La scoperta – illustrata a Serra Aiello nell’agosto 2004 dagli archeologi Luigi La Rocca e Fabrizio Mollo della Soprintendenza Archeologica della Calabria – manifesta chiaramente la presenza di un grosso insediamento della prima età del ferro sulle alture del bacino del fiume Oliva. Tuttavia, gli scavi rappresentano solo una piccolissima parte (appena 200 mq) di questa Necropoli che gli esperti della Soprintendenza valutano essere almeno 3000 mq, il che significa che il nucleo abitativo dovesse essere abbastanza consistente.
Nelle tombe sono stati ritrovati corredi vascolari, fibule, gioielli d’ambra, punte di lancia e sauroter e, più importante fra tutti, un disco d’oro di provenienza etrusca. Alcuni di essi, quelli metallici, hanno subìto un primo restauro effettuato dalla dottoressa Papasso. Reperti che testimoniano una Temesa ricca e centro vitale di commerci e – per l’utilizzo del ferro già nel 9° secolo a.C., prima ancora dell’arrivo dei greci avvenuto nell’8° secolo a.C. – di importanza politica notevole.
uest’anno, invece, come è nelle volontà e disponibilità della Soprintendenza e dell’Amministrazione comunale di Serra Aiello, la campagna di scavi proseguirà nel prossimo mese di settembre. Il progetto ha la priorità assoluta per la sovrintendenza calabrese e sarà finanziato con 40 mila euro, circa il doppio della campagna 2004. Evidente dunque l’importanza scientifica dei ritrovamenti.
Per quanto attiene la loro valorizzazione, il sogno del gruppo Alybas, animato da Franco Froio e dell’Amministrazione di Serra guidata dall’Avv. Cuglietta, è quello di realizzare un museo-antiquarium comunale dove “custodire ed ammirare permanentemente i reperti rinvenuti”. Al momento però, le possibilità di realizzare il museo sono poche. Servirebbero finanziamenti adeguati da parte della regione Calabria. (b.p.)
Altre tracce di Temesa? | Accanto al baricentro della ricerca di Temesa, rappresentato da Serra e Campora S. Giovanni (in quest’ultimo centro, di recente, sono state scoperte alcune tombe di grande interesse scientifico), c’è una zona sinora considerata marginale, ma che in passato è stata oggetto di alcuni casuali ritrovamenti. Parliamo di Aiello Calabro. Il sito su cui sorge il paese, è posto a confine dei territori di Serra e di Cleto, su una collina a circa 500 metri slm.
Negli anni ‘60, durante la costruzione di alcune case, in località Valle, e senza che il fatto trovasse la giusta eco, furono rinvenuti – come detto – alcuni oggetti in terracotta in una tomba a fossa contenente uno scheletro di donna (portava degli orecchini). A distanza di anni, nello stesso Rione Valle, durante lavori di realizzazione della fognatura, furono ritrovati altri reperti. Tali oggetti, sottoposti in seguito all’esame di esperti, sono stati classificati come aryballoi (porta profumi corinzi del 550 a.C. circa). Che questi oggetti siano di fattura magnogreca non ci sono dubbi. Come non ci dovrebbero essere dubbi (usiamo volutamente il condizionale, almeno sino a quando scavi e ricerche nei luoghi interessati non daranno una conferma certa) che il territorio di Aiello Calabro potesse essere parte di un territorio ampio, in cui erano diversi i nuclei abitativi a stretto contatto tra loro e che potrebbe corrispondere alla antica Temesa, cantata da Omero nel primo libro dell’Odissea, tra il IX e l’XIII sec. a.C. D’altronde, come sostengono gli esperti, la via di penetrazione verso la Sibaritide era, non già il Savuto, ma per brevità e facilità di percorrenza, il fiume Oliva sulla direttrice Olivo-Busento-Crati. Così, a cominciare dalla venuta dei greci alla metà dell’ottavo secolo a.C., l’insediamento iniziale sul territorio vicino al mare e alle rive dei fiumi Savuto e Olivo, si potrebbe essere spostato all’interno, nel corso dei secoli seguenti, come testimoniano i reperti del V, VI secolo trovati ad Aiello.
Peraltro, già storici e studiosi locali avevano ipotizzato Aiello come l’antico Tyllesium, città magnogreca, ed anche analisi sulla toponomastica (cfr. J. Trumper) non hanno escluso tale ipotesi. (Bruno Pino)
BOX | Il gruppo archeologico Alybas di Serra Aiello, fondato da Franco Froio, Sergio Isabella, Domenico Perri, Salvatore Perri ed Egidio Perri, si costituisce in associazione nell’aprile del 2003. La passione per la mitica città di Temesa è la molla che spinge questi novelli “Indiana Jones” ad iniziare un percorso di ricerca che – assieme al prof. Marco Pacciarelli, dell’Università di Napoli, al Dott. Cristiano Iaia, nonché alle studentesse che hanno partecipato alla Campagna di ricerche: Carmen Basile, Rosanna D’Anna, Carla Romano, Antonella Cioffi, Alessandra Gelsomino – porterà alla preliminare ricognizione dei luoghi ed alla seguente mappatura archeologica del bacino compreso tra la foce del fiume Olivo e del fiume Savuto.
In seguito, il gruppo partecipa attivamente alle campagne di scavi del 2003 e del 2004, eseguite dalla Soprintendenza Archeologica per la Calabria.
Da poco tempo, i soci di Alybas hanno allestito un centro studi dove si possono consultare (vedi anche sul web all’indirizzo http://www.gruppoalybas.com) le pubblicazioni sui ritrovamenti archeologici sin qui portati alla luce ed interessanti monografie, tra cui quella dedicata ai guerrieri dalla spada ad antenne. (b.p.)
SERRA D’AIELLO – L’Antiquarium archeologico della piccola cittadina di Serra D’Aiello – aperto al pubblico a fine maggio del 2007, e che si è appena arricchito di un altro ambiente espositivo – è tra le realtà culturali più significative e di valore del territorio.
L’inaugurazione della nuova sezione del prezioso quanto curato museo serrese è stata preceduta, lo scorso sabato pomeriggio (25 luglio), dagli interventi dei protagonisti che, ognuno per le proprie competenze, hanno contribuito alla realizzazione dello spazio museale.
Il sindaco Antonio Cuglietta, nel salutare tutti i presenti, ha voluto ringraziare, per questo ulteriore passo avanti, i diversi attori dell’iniziativa: dalla Soprintendenza nella persona di Gregorio Aversa, funzionario di zona, al comune di Amantea ed ai privati sui quali terreni sono state rinvenute le tombe alle quali appartengono i reperti in mostra; da Fabrizio Mollo, oramai etichettato come l’archeologo di Temesa e che prima o poi sarà insignito della cittadinanza onoraria, al professore Francesco Gioacchino La Torre dell’Università di Messina, tra i maggiori conoscitori delle emergenze archeologiche temesiane. In particolar modo, ancora una volta, Cuglietta ha detto più volte grazie ai volontari del gruppo Alybas capitanati da Franco Froio per i loro impegni e sacrifici quotidiani, ai quali ha voluto delegare, come segno simbolico di profonda gratitudine, il taglio del nastro (nella foto).
A seguire, Franco Froio del gruppo Alybas ha tracciato una breve storia dell’associazione e le diverse iniziative in cui i sodali si sono impegnati a partire dal 2003, le campagne di scavi, i ritrovamenti, le tappe che hanno portato all’apertura del museo. Froio ha pure annunciato, per il 22 agosto prossimo, l’inaugurazione del Parco archeologico di Cozzo Piano Grande finanziato qualche anno fa con un Apq per una somma di 500 mila euro.
Via via sono poi intervenuti Gregorio Aversa della Soprintendenza, che ha descritto l’Antiquarium come un “cuore pulsante della ricerca archeologica”, augurandosi, nel contempo, che i risultati in futuro saranno sempre così importanti e significativi; e l’archeologo Mollo che ha ricordato il lavoro di restauro dei reperti a cura di Pietro Salmena, e fornito qualche particolare in anteprima sulla mostra.
Infine, a prendere la parola, La Torre, che ha parlato dell’importanza dell’archeologia a Serra e della valorizzazione di Temesa, quale strada per lo sviluppo socio-economico del territorio. Il docente ha anche auspicato una maggiore collaborazione tra le diverse realtà territoriali che fanno riferimento a Temesa, in particolar modo con Nocera Terinese nel cui territorio ricade Pian della Tirena, luogo ricco di altri importanti reperti della città omerica. Per La Torre, c’è ancora molto da indagare, e c’è tanto da fare anche per una piena fruizione dei beni ritrovati. Come nel caso del Santuario di Imbelli (580 a.C. circa), una località sulle alture di Campora, dallo stesso ricercatore studiato e portato alla luce a metà degli anni ‘90, che insiste su un terreno ancora di proprietà di privati e che potrebbe e dovrebbe essere valorizzato nel prossimo futuro, estendendo per esempio il parco archeologico di Cozzo Piano Grande, a poche centinaia di metri da Imbelli, sino ad inglobare anche il luogo di Culto.
Dopo le parole, il taglio del nastro annunciato a cura di Froio e spazio per i tanti visitatori all’ammirazione delle teche. In mostra, l’interessante ricostruzione della tomba n° 9, detta alla cappuccina venuta alla luce nella necropoli di Campora; il bronzetto di Eracle, ritrovato negli scavi di località Chiane, e ancora corredi della necropoli arcaica camporese.
Più che descrivere, però, sarà meglio visitare di persona.
SERRA D’AIELLO – L’Antiquarium archeologico – gestito dal gruppo Alybas – si arricchiesce di una nuova ala in cui saranno esposti alcuni reperti di epoca arcaica rinvenuti durante gli scavi di Campora S. Giovanni. L’inaugurazione che avverrà contestualmente ad una mostra dal titolo “Il Territorio di Temesa tra indigeni e greci” è prevista per il prossimo 25 luglio alle ore 18.
Alla manifestazione – che gode del patrocinio della Comunità Europera, della Provincia di Cosenza (assessorato alla Cultura), del Comune di Serra d’Aiello, della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria, e del Gruppo Archeologico Alybas – parteciperanno Gregorio Aversa, funzionario responsabile della Soprintendenza Bsae; Gioacchino La Torre dell’Università di Messina; Fabrizio Mollo, archeologo e collaboratore della Soprintendenza; e Franco Froio, presidente del Gruppo Alybas.