Gli anniversari di Kafka, Costabile e Strati

di Carmelina Sicari

Cent’anni dalla morte di Kafka e la certezza che il grande scrittore ha individuato un rapporto finora inesplorato: quello tra evoluzione e metamorfosi. Cent’anni dalla nascita di Franco Costabile e la certezza che la sua opera sia epica. Cent’anni dalla nascita di Saverio Strati e la certezza che la sua vocazione più profonda sia la descrizione dell’infanzia. Di evoluzione si è parlato spesso da Darwin a Nietzsche perché l’evoluzione è di fatto la vita della natura. La natura vive evolvendosi ossia mutando. Leopardi intuisce pienamente questa verità quando in una celebre Operetta che fa esclamare la Moda nei confronti della morte: – Siamo sorelle. E Nietzsche proclama a gran voce che l’uomo futuro, quello del superamento, riderà dell’attuale stato dell’umanità come oggi l’uomo ride della scimmia. Ma la verità di Kafka è più profonda. La metamorfosi è adulterata, è tralignata. Ovidio il grande poeta latino nelle Metamorfosi aveva descritto le mille forme della natura. I miti raccontavano i cambiamenti che per quanto straordinari e strani rientravano sempre nel piano naturale. Gregor Samsa si risveglia insetto. Il ritmo greco del mutamento è stravolto. Niente è come prima. Ritmos catà ritmon diceva Platone e nelle Metamorfosi di Ovidio risplende la luce apollinea della vita. Qui invece angoscia buio, mistero. Bernini rappresenta la bellezza della metamorfosi negli occhi vitrei di Dafne nelle sue membra già arboree ma ancora umane, la gioia e lo stupore dell’esistenza. Qui terrore e non stupore. Nel gruppo scultoreo del Bernini c’è un ritmo di danza straordinario. Lo spirito della danza di Nietzsche. Qui solitudine. Nascondimento, terrore. I mostri che popolavano il mondo antico venivano sistematicamente affrontati e debellati da eroi come Ercole come Perseo. Qui i mostri, trovano il mondo tremebondo che si nasconde, palpita si autodistrugge. Costabile è poeta epico perché esprime l’immensità del dolore dell’emigrazione. Il canto dei nuovi emigranti è l’epos della terra abbandonata, il ritmo degli scarponi chiodati che battono il selciato, la musica dolente che l’accompagna e Strati rappresenta nella stessa maniera epica il dolore dell’infanzia povera in Tibi e Tàscia. Non tanto la ricerca linguistica è interessante in lui né il senso della revanche. È il nostro turno quanto proprio la dolente condizione di due adolescenti che giocano nonostante la miseria. La loro ricerca di riscatto dalla sofferenza è anch’essa epica e solenne. Per Costabile, morto suicida nel 1965, si tratta come per Strati dell’anniversario della nascita. Stranamente, il poeta di Sambiase nel raffigurare la tragedia dell’abbandono della terra, trova un ritmo solenne, epico, appunto. Passi cadenzati ritmano l’esodo, perché di esodo biblico si tratta, di una desacralizzazione, della perdita dell’Eden. Il canto degli emigranti è la forma più colta di epicità. La poesia oscilla tra la tenerezza dell’immagine con cui rappresenta la Calabria e questa epicità. La Calabria è la rosa nel bicchiere. Il cuore dei calabresi è un cuore cantastorie. Ma l’abbandono è il peccato di origine. Anche per Saverio Strati c’è un nucleo fondante. Esso non è la ricerca linguistica, neppure la revanche per la terra. Dal passato certo di operaio, Saverio Strati ha imparato l’importanza del linguaggio ma la sua non è ricerca linguistica così come non è revanchismo. Noi lazzaroni e È il nostro turno sembrerebbero condurre in questa direzione, ma anche per lui la narrazione è piano archetipale, ricerca delle origini.

Il lungo cammino della Canzone d’Aspromonte

di Carmelina Sicari

La canzone di gesta Aspromonte ha avuto un lungo percorso di formazione. Ci sono numerosi Aspromonti che hanno avuto origine dalla primitiva canzone che è in lasse monorime ed il lingua romanza. Essi hanno aggiunto alla trama episodi, personaggi, particolari che servivano ad includere ogni territorio nella tradizione carolingia di cui i Normanni si facevano continuatori, giacché la Canzone sorge in ambito Normanno ed è ambientata in Aspromonte, territorio normanno. Man mano anche la lingua romanza viene sostituita dal volgare. Questo processo è testimoniato dai codici soprattutto dal Marciano IV custodito a Venezia. Nel 1300 poi Andrea da Barberino ne trasferisce in prosa la trama nel libro VII dei Reali di Francia. Infine nel 1400 un poemetto in ottave ricavato dalla Canzone diviene l’antenato del Furioso per ammissione dello stesso Ariosto e si diffonde nelle corti padane in ben 14 edizioni. In quella ferrarese è indicato il nome dell’autore, Verdizzotto e del cantastorie conoscitore dei luoghi, Bivonio. La canzone viene composta dopo il sacco di Taormina del 902 che viene descritto dal Bios di S. Elia Iuniore e trova riscontro nella caduta di Risa, il nome medievale di Reggio narrata in forma altamente drammatica nel poemetto. Nel palais di Reggio-Risa era conservata una scritta in cui si parlava di Agolante. I luoghi vengono anche ricavati dalla memoria e dal lessico popolare, soprattutto la grotta di Costantino e la fonte Silvestra. L’ottava poi è più efficace per la narrazione e deriva dall’ottonario di origine religiosa.

Uno scrittore e i libri

di Carmelica Sicari
Sub specie memoriae Borges? Borges poeta della memoria come viene spesso definito? Piuttosto sub specie librorum. dei libri. Borges è considerato lo scrittore più efficace ed avanzato della memoria. Basta riflettere su due suoi racconti: Funes o della memoria, dove il protagonista sperimenta il terribile peso della memoria, anzi delle memorie. Non ha il dono dell’oblio, ricorda tutto e non solo i fatti ma i particolari anche quelli inessenziali. La sua memoria è insostenibilmente affollata. L’altro racconto è quello dello scrittore che non riesce a concludere l’opera a cui ha pensato tutta la vita. Condannato a morte e messo al muro nell’attimo prima dell’ordine di sparare il prodigio si compie. Egli finisce l’opera. Naturalmente si tratta di un processo mentale. Ma come per la memoria l’oblio è fondamentale allo stesso modo il processo mentale è basilare per l’esistenza e la storia. Eppure io definirei Borges scrittore dei libri. La sua passione per i libri è arcinota e tutte le sue biografie vi fanno cenno, ma soprattutto essa è andata crescendo man mano che aumentava la cecità,si addensava l’oscurità intorno a lui. C’è dunque una relazione tra i due elementi come se la cecità fosse la porta di ingresso della sapienza e questa fosse contenuta nei libri. Non era cieco Omero? E non era saggio don Chisciotte impazzito per i libri? I libri contengono la saggezza del vivere comune e la follia della vita sublime. Contengono le risposte possibili al mistero dell’esistenza. Come la mano del poema di Pascoli che sfoglia senza sosta il libro sull’altana. La produzione letteraria di Borges la biblioteca di Babele, Visioni, Labirinti si incrociano in Aleph, ma anche in Finzioni. Il tema della morte e dell’eternità dominanti.

All’origine della poesia novecentesca

di Carmelina Sicari

Baudelaire è il poeta che è all’origine della poesia novecentesca. Non è la conclusione di un altro poeta, De Angelis, che cura una nuova edizione della sua poesia ma è la conclusione a cui giunge il lettore dagli infiniti indizi che trapelano. Così Il male di vivere si rispecchia nella Stagione all’inferno, e la poesia Cittadina del cielo incatenata di cui parla Clemente Rebora, trova ascendenza nell’albatros. Il poeta è l’albatro che trascina le sue ali di gigante sulla tolda mentre i marinai avvinazzati lo scherniscono. Cambia appunto con il poeta de I fiori del male il rapporto con la poesia, quello con il lettore, il rapporto con la natura. Attraverso questi tre elementi nasce la poesia novecentesca. Il rapporto con il lettore è il più tremendo. Il lettore è ipocrita e complice del poeta ma anche la poesia non più epica né parenetica, è derisa ed inutile nella modernità. La visione della poesia, e conseguentemente del lettore, è totalmente ribaltata. Non più aulica od epica non più mirante a cose alte e sublimi. Manzoni schernisce. Lo chiamavano poeta e si trattava dell’idiota riconosciuto tale. Una visione pari all’albatro di Baudelaire. Quando poi nel Novecento Rinaldo di Alvaro dice alla madre di voler diventare poeta, questa si mette a piangere. Lontanissimi i tempi in cui Tirteo conduce alla vittoria i suoi con i suoi versi infiammati. Lontanissima anche l’età in cui Pindaro poteva esaltare nei versi il genos e soprattutto ripercorrere la storia. Il lettore sa tutto questo ed è perciò ipocrita e complice ma anche con una punta di pietà, fratello. Ma l’elemento più straordinario della rivoluzione è la natura non più cornice esterna della situazione bensì intimamente interna, legata al soggetto. La densità dell’albatro-poeta ritorna negli ermetici. Ad esempio: Ne mio cuore nessuna croce manca / è il mio cuore il paese più devastato, e anche: Ed è subito sera. Ma nella poesia petrarchesca: Chiare fresche e dolci acque, la natura vicina è però nettamente distinta dal soggetto. Così ancora in Leopardi: Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Ma quando arriviamo a D’Annunzio ed alla Pioggia sul pineto ci accorgiamo che tutto è cambiato. Il soggetto si confonde con la vita arborea e c’è una lunga preparazione a questa immedesimazione. La pioggia diviene una sinfonia e il pino ha un suono, il ginepro altro ancora fino alla perdita della memoria e della storia. Chi sa dove chi sa dove. Con i Limoni Montale reagirà a D’annunzio ma di fatto opererà un’analoga potente sintesi quando definisce i limoni le trombe della solarità. L’ultimo poeta ermetico, Lorenzo Calogero, il poeta di Melicuccà avrà imparato pienamente la lezione. Ecco le sue apparizioni: La non amante amata che m’ama ancora; La morte; Perpendicolarmente a vuoto; La vita. Potenza di sintesi, immagini rapidissime, contrasti potenti.

XII edizione del premio letterario e delle arti a San Marco Argentano

L’associazione intercomunale “La Città del Crati” nel promuovere il territorio, da oltre 25 anni, ha consolidato alcune iniziative che hanno lo scopo di scoprire talenti e di dare riconoscimenti di alto merito a personaggi calabresi. L’associazione ha nel suo logo un ponte che unisce le due rive del Crati, un simbolismo per mettere in comunicazione le comunità attraverso iniziative culturali, spettacoli e sportive; da sempre ha al suo fianco le istituzioni locali e altri enti che perseguono lo stesso obiettivo: mostrare una Calabria diversa da quella dipinta dalle cronache nazionali.
Il Premio anno dopo anno si perfeziona e si orienta, modellandosi al luogo in cui si svolgerà; quest’anno la manifestazione è ospitata a San Marco Argentano, sede di diocesi con la cattedrale e la sua cripta tra le più belle dell’intera regione, da non sottovalutare la meravigliosa e conservata torre.
Il “Premio Letterario e delle Arti”, giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione, è dedicata all’editoria religiosa; è un evento che vuole incentivare a leggere libri, a conoscere gli autori, ma soprattutto a mettere in evidenza artisti che operano in Calabria. La manifestazione si terrà sabato 27 aprile 2024, con inizio alle ore 17 nella sala convegni della Chiesa di Santa caterina; interverranno il vescovo di San Marco argentano-Scalea mons. Stefano Rega; il sindaco di San Marco Argentano Virginia Mariotti; l’editore cosentino Demetrio Guzzardi, l’art director del Premio Ermanno Arcuri e il giornalista Enzo Baffa Trasci.
Il “Premio Letterario e delle Arti”, nasce nel 2010, la prima edizione è ospitata dal Comune di Mongrassano; ad annunciare l’evento un dipinto poi riprodotto su un telo realizzato per l’occasione dal maestro della vetrofusione Silvio Vigliaturo con la scritta: “È ancora possibile…”, una frase che sintetizza l’impegno dell’Associazione “La Città del Crati” che attraverso tanti appuntamenti vuole valorizzare la Calabria che non ti aspetti, ricca di talenti e persone colte, probabilmente degli idealisti, ma prodighi a dare il meglio per esaltare una terra che ha una storia millenaria.
Le altre edizioni hanno portato il Premio in luoghi caratteristici nel territorio: Lattarico, San Demetrio Corone, Bisignano, San Martino di Finita, Santa Sofia d’Epiro, San Vincenzo la Costa, Rose. Tra gli autori di libri sul podio del Premio: il magistrato Nicola Gratteri; Michele Chiodo; Mario Iazzolino dell’Unical; Franco Nigro Imperiale regista teatrale; il preside nonchè già sindaco di Bisignano, Rosario D’Alessandro; il medico-musicista di Cariati, Cataldo Perri; il poeta Angelo Canino per i suoi scritti in vernacolo acrese; il poeta Ferruccio Greco; don Emilio Salatino per uno studio antropologico su San Francesco di Paola; l’artista arbëreshe Alfio Moccia (da poco scomparso); il maestro della pittura Rosario Turco; Assunta Scorpiniti, giornalista e scrittrice; Filomena Rago per le sue poesie; la giornalista Annarosa Macrì; ma sono tanti i nomi che in questi anni sono stati protagonisti dell’unico premio itinerante che promuove il territorio attraverso i personaggi. La storia del Premio ha visto collaborazioni con le principali case editrici calabresi; la Rubbettino di Soveria Mannelli, Pellegrini di Cosenza, Ferrari di Rossano, Apollo di Bisignano e quest’anno l’Editoriale Progetto 2000 di Demetrio Guzzardi che programmaticamente vuole essere una casa editrice che racconta la religiosità in Calabria.
Questi i nomi dei premiati del 2024: mons. Luigi Renzo, suor Lina Pantano, le Suore Battistine; Antonio Modaffari, Elena Maria Cozzupoli e Cesare Reda.
– mons. LUIGI RENZO vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea: «Ha al suo attivo tantissimi volumi stampati; le sue ultime pubblicazioni sono tutte orientate a far conoscere la grande santità calabrese; un “mosaico di bellezza e di esemplarità, che costituisce il miglior panorama della terra di Calabria”».
– suor LINA PANTANO superiora generale delle Suore Battistine: «Ha studiato la vita e il carisma di Sant’Alfonso Maria Fusco, fondatore della Congregazione di San Giovanni Battista, e recentemente ha pubblicato una biografia su suor Crocifissa Militerni (1874-1925) nativa di Cetraro, di cui è in corso la causa di beatificazione».
– ANTONIO MODAFFARI giornalista de La Presse e scrittore «Ha dato vita a un gruppo civico, che ha svolto tante iniziative, tra cui la pubblicazione di un libro, per far conoscere l’azione spirituale di mons. Agostino Castrillo, che nei pochi mesi del suo servizio episcopale nella diocesi di San Marco e Bisignano ha mostrato qual è il compito di un vescovo: pregare e soffrire».
– ELENA M. COZZUPOLI artista e scrittrice: «Oltre all’impegno in campo giuridico e nel volontariato, dedica molto del suo tempo alle arti; la sua passione per la musica classica si intreccia con la sua inclinazione per la pittura e la scrittura; da segnalare il suo libro su Maria Maddalena, la figura femminile che annuncia la risurrezione di Cristo».
– CESARE REDA poeta e artista “delle croci”: «La sua antologia di poesie “Semplici preghiere” racconta piccole cose, che sembrano farsi e disfarsi da sè, giungendo a un’armonia fatta di sensibilità e di ragione. Reda è l’artista “delle croci”, costruite con pietre e conchiglie di mare, che ci richiamano alla preghiera».

Un ricordo del filologo calabrese Costantino Arlìa, a 109 anni dalla morte avvenuta a Firenze il 18 febbraio 1915

Per questo anniversario della morte di Costantino Arlìa, ed in attesa del bicentenario della nascita (con questo post suggeriamo le celebrazioni del 2028), avvenuta ad Aiello il 23 agosto 1828, vogliamo proporvi brani da “La fabula del pistello da l’agliata” tratta da una antica stampa e “La quistione d’amore”, testo inedito del XV secolo che il linguista e accademico della Crusca calabrese pubblica a Bologna nel 1878.

1. Io non posso narrar la mia sciagura,
che son per gioco alla fortuna dato:
però vengo a contarvi una ventura,
la qual sol’ ebbi da poi che son nato;
habenchè la mia sorte adversa et dura
fruirla lungo tempo me ha vetato;
anzi pur tolta per più mia disgratia,
com’ advien a chi il ciel non presta gratia.

2. Guidato da lo adverso mio destino,
con van’ pensier’ sotto vana speranza,
soletto un giorno mi posi in camino
deliberato de provar se stanza
se retrovava paese o confino,
che de fortuna non fusse in possanza;
essa, ver me crudel quanto è possibile,
desidrar mi facea quel che è impossibile.

Per maggiori dettagli su Costantino Arlìa, si può consultare il profilo biografico pubblicato sul Dizionario biografico della Calabria curato da ICSAIC.

“Aiello ad litteram”, incontro con curatori ed autori e distribuzione del volume della biblioteca comunale di Aiello Calabro

Giovedì 28 dicembre, nel teatro comunale di Aiello Calabro, a partire dalle ore 18, si terrà un incontro dedicato all’antologia “Aiello ad litteram” della biblioteca civica. In questa occasione, il volume già presentato al pubblico lo scorso 6 novembre, sarà distribuito gratuitamente ad autori e comunità dall’Amministrazione comunale. Ci sarà spazio, pure, per interventi degli autori presenti, e per letture dei passi inseriti in antologia.

Napoleone e la gloria

Napoleone alla Battaglia di Austerlitz
dipinto dell’artista francese François Gérard

di Carmelina Sicari
Si è tornato a parlare dell’epopea napoleonica in occasione del film appena uscito. In realtà non si è mai smesso di parlarne ed a ragione. Tale è l’impronta che il Corso ha lasciato nella storia e non solo militarmente. Non si è però mai tentato di risolvere l’interrogativo lasciato come sospeso dal Manzoni ne Il cinque maggio. Fu vera gloria? Manzoni aggiunge: Ai posteri l’ardua sentenza. Ma i posteri tale sentenza non l’hanno mai pronunciata. È difficile farlo nella modernità che ha perso completamente il senso della gloria. Infatti essa non coincide con il consenso né con il successo che sono i parametri fondamentali dell’attualità. Manzoni aveva dato una risposta nella poesia contrapponendo all’epopea napoleonica un’altra epopea: quella religiosa. Bella immortal, benefica fede ai trionfi avvezza. Scrivi ancor questo […]. L’epopea napoleonica è descritta nella poesia con un’intensità ed un’efficacia impareggiabili. Il lampo dei manipoli, l’onda dei cavalli, il concitato imperio ed il celere ubbidire hanno un corrispettivo nella vastità dello scenario. L’azione di Napoleone va dal Manzanarre al Reno, ma la sua rapidità è prodigiosa. Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno. Mai versi furono così rapidi ed agili se non in qualche ottava dell’Ariosto. La brevitas si unisce alla rapidità suprema categoria letteraria così come indica Calvino in Lezioni americane. Eppure si ha la sensazione che il poeta aumenti le qualità dell’opera napoleonica per rendere più forte ed evidente il trionfo della fede a cui il grande condottiero alla fine nell’esilio di Sant’Elena si arrende. La sua sanguinosa orma, il segno di immensa invidia e di pietà profonda saranno riscattate dalla fede. Per Manzoni non fu vera gloria. Ma allora in che cosa essa a proposito di Napoleone può consistere? Viene in mente subito la battaglia e la vittoria folgoranti dei Tre imperatori, Austerlitz appunto, quella esaltata dallo scrittore Gallo che titolò un volume della sua opera su Napoleone, Il sole di Austerlitz. Lì si sono confrontate due visioni del mondo, l’ancien regime e le nouveau, il nuovo. Lí Napoleone tentò di realizzare il progetto di unità europea, lì davvero in gioco ci furono le sorti del mondo. Come nella battaglia di Isso in cui Alessandro Magno umiliò Dario terzo e pensò che il suo progetto di unità tra Asia ed Europa potesse compiersi. Lui, il discepolo di Aristotele, il lettore appassionato di Omero. E così con Omero evochiamo il mondo greco che ben conosceva il senso della gloria. Essa non stava nella conquista ma nel coinvolgimento di tanti, di tutti, nella coralità. La gloria è quella dei caduti alle Termopili. Lo dice con chiarezza Simonide di Ceo. Ed allora? Napoleone come Alessandro Magno è un trascinatore della gioventù. Sotto il suo impulso generazioni seguirono il suo esempio. Egli non solo, come dice Croce, divenne il sacerdote della libertà, ma fu il modello per i giovani. Nei dodici sonetti del Carducci esaltà il valore di tutta una generazione formatasi nella Rivoluzione francese. È la generazione napoleonica. Carducci ha peraltro sempre rifiutato il giudizio di essere esaltatore della Rivoluzione francese perché in realtà individua il senso della gloria. Egli mostra cosa possa la natura umana e quale ne sia il valore quando a terra non batte le ali. Come l’Ulisse dantesco Napoleone disse col suo esempio la virtù ed il valore possibili, quando l’uomo non si attarda a viver come bruto. Il suo esempio sarà seme delle lotte per la libertà del Risorgimento.

Giornata mondiale del libro. Un ricordo da liceale del 1985

Nell’aprile del 1985, eravamo in gita d’istruzione a Barcellona, con la quinta liceo scientifico di Amantea. La sera del 23, osservavo che anche a tardissima ora, c’erano ragazzi che suonavano ai citofoni dei palazzi con una rosa ed un libro in mano. Non ci feci caso più di tanto, pensando solo qualcosa tipo “mmah, come sono bizzarri questi catalani“.
Anni dopo, lo scrivente ignorantone, venne a sapere che era una festa nata diversi decenni prima, fissata nel giorno in cui si festeggia il patrono della Catalogna, San Giorgio, per ricordare tre grandi della letteratura mondiale passati a miglior vita proprio il 23 aprile del 1616, ovvero Cervantes, Shakespeare e Garcilaso de La Vega.
Poi l’Unesco istituì questa giornata per tutti a partire dal 1995.
Buona festa del libro!

Leggere un romanzo

di Carmelina Sicari
Chi autorizza il recensore a penetrare nel segreto della scrittura di un’opera letteraria? Un modulo critico sostiene che il critico letterario è philosophus additus auctori, filosofo aggiunto all’autore. Cerca il segreto della scrittura, aldilà delle intenzioni dello stesso autore. Indaga le cause, segue come un segugio le tracce, non si fa depistare dall’autore che cerca di eluderne la caccia. Non cade nel gioco di specchi che lo scrittore sapientemente organizza.
ll segreto di questa scrittura di Annarosa Macrì in “Sarti volanti”, edizioni Rubbettino, è contenuto nel mito di Orfeo, il poeta che ammansisce come primum le fiere, e poi cerca di strappare Euridice all’Ade, l’oscuro regno delle ombre unde negant redire quemquam, donde dicono che nessuno è mai tornato. Anche Annarosa Macrì tenta di ammansire le fiere con il canto la musica. La narrazione è anzi concepita come una gigantesca sinfonia con le variazioni nello spartito e nella sua presentazione la voce poetica è presentata con acuti e toni sommessi. Ma le fiere come quelle dantesche che impediscono la vista del colle della salvezza sono tante, sono inconsce talora.
Ci sono due soggetti nella decifrazione di un’opera. Il primo è il critico ma l’autore stesso è il secondo soggetto che diviene a sua volta philosophus additus siibi ipsi, filosofo aggiunto a se stesso.
L’autore posseduto dal sacro fuoco dell’ispirazione vede vivere i suoi personaggi quasi autonomamente. Affrontare le fiere dell’inconscio e rappresentare la vita dei personaggi è prova di grande coraggio. La scrittura necessita di coraggio come la verità, il coraggio della verità. Le forze oscure dell’Ade, affrontate, possono produrre l’incontro con il sé ed è questo che l’autore vuol ottenere ed è questo che il lettore intende carpire.
In crisi di ispirazione l’aspirante scrittrice Amelie, scopre questa elementare verità. Ripiega sul laboratorio di cucito, eredità avita, che diviene incrocio di sarti volanti e di storie, infinite storie.
Il coraggio del lettore sta nell’affrontare queste storie Orfeo deve affrontare e placare le fiere, lo scrittore i fantasmi interiori, il lettore si aspetta un racconto lineare ed una conclusione, si aspetta uno svolgimento in progress di cui nel libro non c’è traccia. Lo spaventa un così gran numero di pagine sul fondamento del detto callimacheo mega biblos mega kakon, un grosso volume un grosso male. Lo scrittore Orfeo evoca un mondo scomparso, l’Ade appunto, il lettore vorrebbe guardare avanti e conquistare l’oblio del passato. C’era una volta esordisce la favola ma qui non c’è un pezzo di legno, né un reame. Soprattutto si aspetta il lettore una morale che è assolutamente qui taciuta. Ma allora perché Orfeo scrive? La narrazione va avanti e indietro, il tempo si riavvolge costantemente su se stesso eppure lentamente il lettore si persuade. Di cosa? Che sta assistendo davvero allo spettacolo della vita, al suo colore, al suo enigma. Orfeo riprende la sua funzione, scende nell’Ade e fa rivivere i morti, come Rosa, la madre di Amelie, Nino, suo fratello e poi tanti tanti altri. Universi riappaiono, il laboratorio del padre ed il suo e luoghi, Parigi, Roma, Cosenza, Reggio.
Come in Proust l’odore della Madeleine spinge a ricreare a ritroso un mondo, così l’asola si apre alle storie, di amore certo quasi tutte ma senza amore,di dolore piuttosto. Forse la storia più bella è quella della madre di Amelie, che ha un amore di lontano per tutta la vita come i poeti provenzali.
La Sigla globale è esplicita, il coraggio, la verità della scrittura che si snoda come una maestosa elegia con le variazioni musicali, e su tutto il dolore dell’amore, degli amori, vissuti ed accettati. I personaggi amano e soffrono. Doloranti si affacciano sulla pagina gridando di dolore e come nel racconto di Cecov, noi piangiamo perché altri non soffrano, dicono. O come la moglie di Trasea Peto: non dolet, non duole, grida dopo essersi trafitta e porgendo il pugnale al marito. Sì forse la morale c’è in questa storia, in queste storie. È quella stoica, un sapore finale di anime e di resistenza.