La Calabria e la Legge elettorale. Una questione di rappresentanza paritaria

Da Carla Caruso, Vice Segretaria Nazionale Unione Nazionale Segretari Comunali e Provinciali riceviamo e diffondiamo

Su 50 consiglieri regionali una sola donna. Si modifica la legge elettorale e la rappresentanza paritaria non è presa nemmeno in considerazione. Siamo stanche di aspettare che la Regione Calabria si accorga di una sua palese violazione delle norme costituzionali (art. 3; art. 51; art 117.7). Per questo motivo sostengo insieme alle altre donne gli emendamenti alla Legge elettorale regionale e allo Statuto Regionale proposti dalle Istituzioni di parità della Regione Calabria, in particolare per quanto riguarda la rappresentanza di genere nella composizione delle liste e la doppia preferenza. Noi chiediamo ai Consiglieri regionali di attivarsi per proporre gli emendamenti e di sostenerli con il loro voto. Chiediamo ai nostri rappresentanti regionali di esprimersi pubblicamente sul loro sostegno all’iniziativa, e di spiegare le motivazioni di un eventuale rifiuto.

Di seguito, le proposte inviateci dalla dott.ssa Caruso.

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Emendamento al P.d.L. n.388/8 recante:

“Norme per l’elezione del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio regionale”.

All’art. 1 del P.d.L. n.388 /8 dopo la lettera b) è aggiunta la suguente:

“c) Il comma 6, “Al fine di assicurare la parità di accesso alle cariche elettive degli uomini e delle donne, ai sensi degli articoli 51 e 117, comma 7, della Costituzione, in ogni lista, a pena di inammissibilità, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

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Emendamento alla proposta di Legge Loiero-Bova n° 1 del 7 febbraio 2005, Art. 2, comma 2

Il comma 2 dell’art. 2 della P.d.L. n. 388/8 è sostituito dal seguente:

“L’art. 2 della legge 23 febbraio 1995, n. 43 è sostituito dal seguente:

“1. La votazione per l’elezione del Consiglio regionale avviene su un’unica scheda. La scheda reca, entro un apposito rettangolo, il contrassegno di ciascuna lista provinciale, affiancato, sulla medesima linea, da due righe riservate all’eventuale indicazione di preferenze. Alla destra di tale rettangolo è riportato il nome e cognome del candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale cui la lista provinciale è collegata. Il primo rettangolo nonché il nome e cognome del candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale sono contenuti entro un secondo più ampio rettangolo. In caso di collegamento di più liste provinciali con la medesima lista regionale, il nome e cognome del candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale è posto al centro di tale secondo rettangolo. In caso di collegamento di più liste provinciali con il medesimo candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale la collocazione progressiva dei rettangoli nel più ampio rettangolo è definita mediante sorteggio. La collocazione progressiva dei rettangoli più ampi nella scheda è definita mediante sorteggio. L’elettore esprime il suo voto per una delle liste provinciali tracciando un segno nel relativo rettangolo, e può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile, pena l’annullamento di entrambe le preferenze e ferma restando l’attribuzione del voto alla lista. L’elettore esprime il suo voto per il candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale anche non collegato alla lista provinciale prescelta tracciando un segno sul nome del candidato. Qualora l’elettore esprima il suo voto soltanto per una lista provinciale il voto si intende validamente espresso anche a favore del candidato alla carica di Presidente della Giunta regionale cui la lista prescelta è collegata”.

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Emendamento alla proposta di Legge Statutaria n° 10/8 recante: “Modifica dello Statuto della regione Calabria”

L’Art. 4 della proposta di legge statutaria è così modificato:

All’art. 35 dello Statuto, approvato con legge regionale 19 ottobre 2004 n. 25 sono apportate le seguenti modificazioni:

1. Nel comma 3: “La Giunta regionale è composta dal Presidente, dal Vicepresidente e da un numero di Assessori non inferiore ad otto e non superiore a 10 rappresentanti paritariamente i due generi.

2. Nel comma 4: ”Il numero degli Assessori esterni non può essere complessivamente superiore a due unità che rappresentino paritariamente i due generi.

3. La nomina ad assessore di componenti del Consiglio regionale comporta la sospensione di diritto dall’incarico di consigliere regionale e la sostituzione con un supplente secondo le modalità previste dalla legge elettorale regionale”.

4. Il Presidente può nominare fino a due Sottosegretari, rappresentanti paritariamente i due generi, per farsi coadiuvare nello svolgimento dei compiti inerenti al mandato. I sottosegretari partecipano alle sedute della Giunta pur non facendone parte. La Legge regionale ne fissa le indennità.

Le elezioni americane, Obama e la famiglia Pagnotta

Gli Italiani degli Stati Uniti hanno votato, secondo alcune fonti, per un buon 65% il neo presidente Obama che si insedierà alla guida degli Stati Uniti d’America il prossimo 20 gennaio. Abbiamo chiesto a Matthew Murtagh, giovane studente italoamericano di New York, di raccogliere per il blog le impressioni e le aspettative dei calabresi, e degli aiellesi in particolare che vivono negli States.
Qui di seguito una sorta di intervista ad una numerosa famiglia originaria di Aiello Calabro (Cs), i cui membri di prima seconda e terza generazione vivono tra Brooklyn e il New Jersey.
Le elezioni americane, Obama e la famiglia Pagnotta di Matthew Murtagh

4 novembre. La vittoria annunciata arriva intorno a mezzanotte. Giovani nelle strade per celebrare.  Nei quartieri popolari, feste mai viste per una causa politica americana. Davanti alla Casa Bianca, una manifestazione spontanea, con studenti, operai, e politici, di ogni razza e religione, insieme.  La canzone, “Sha na na na, hey hey hey, goodbye!,” cantata a Bush.  
A New York e nel New Jersey, la famiglia Pagnotta, d’origine aiellese, guarda ai risultati con grande attenzione, come tutti gli americani.  E, come la maggioranza dell’elettorato, i Pagnotta hanno risposto alla vittoria di Obama con gioia, speranza, ed orgoglio, per l’America, e per il mondo. 
“Penso che sarà un buon presidente,” ha detto Rose Marie Murtagh, nata a Brooklyn nel 1950. 
“Credo che ci sarà un cambiamento,” ha aggiunto la figlia degli aiellesi Rico Pagnotta e Anna Pucci.
Suo figlio Kevin, 17enne, è d’accordo. “È un buon cambiamento”. 
Per Marco Pagnotta, 54enne, fratello di Rose Marie, l’elezione di Obama rappresenta la vittoria dell’intelligenza contro l’ignoranza. “Non ha paura di dire quello che pensa,” ha detto Marco. “È un intellettuale, e ascolta intellettuali ed esperti. Bush non ha mai fatto così.”  
L’elezione rappresenta anche la vittoria di una nuova visione del mondo, Marco ha aggiunto, vista nella figura di Obama stesso, un nero, cresciuto in parte in un paese musulmano, adesso capo della repubblica americana. 
Mentre c’è molta gioia per il risultato, nessuno nella famiglia Pagnotta pensa che sarà facile per il nuovo presidente. I Pagnotta pensano a economia, educazione, e assicurazione sanitaria come i principali problemi da risolvere per il presidente eletto. 
“L’economia è la cosa più importante,” ha detto Francine Fuerst, sorella di Rose Marie, nata nel 1955. “Devono esserci più regole. I broker ed i banchieri guadagnano troppi soldi e non fanno niente per nessuno. Molti lavoratori hanno perso le loro pensioni, i loro risparmi.” 
“È tragica,” ha aggiunto Francine. “Non deve essere così.” Francine ha anche parlato delle scuole americane, specialmente delle università, che costano fino a 50mila dollari all’anno. “Non capisco perché costa così tanto. Il prezzo è fuori controllo. Non c’è senso.” 
Per Marco, la crisi sanitaria è centrale per la presidenza di Obama. Ha criticato il sistema privato in America come “dispendioso e controproducente.” Quando Obama farà il suo piano d’assicurazione universale, “sarà il suo Social Security,” ha detto, citando il famoso programma di Franklin Roosevelt per i pensionati. Secondo Rose Marie, Obama deve fare qualcosa per i ceti medi e gli studenti, e fermare le guerre. “Voglio vedere tagli delle tasse per i ceti medi, tagli nel costo dell’educazione per gli studenti, e la fine delle guerre,” ha detto Rose Marie. “Spero di vedere più soldi nelle mani di quelli che lavorano.” Ugo Pagnotta, però, nato ad Aiello nel 1925 e zio di Rose Marie, Marco, e Francine, non è così ottimista.  “Obama deve fermare le guerre.  Può fare questo.  Deve ridurre le armi.  Deve salvare il Medicare (l’assicurazione per i pensionati nda) e gli ospedali.  Può fare anche questo.  Ma c’è molto di più da fare.  Lui è in una posizione terribile, povero uomo,” ha detto. Ugo ha anche parlato della necessità di mantenere una sinistra forte, per lottare per il popolo nella nuova amministrazione.  Ha citato l’Italia come l’esempio di quello che può succedere senza una sinistra militante. “In Italia i comunisti sono scomparsi completamente,” ha detto.  Senza la sinistra, c’è solo Berlusconi, che “ha tutte le facce che volete.  Per fortuna, ha detto Ugo, non abbiamo un Berlusconi americano come presidente in questo momento di crisi.

Le elezioni del 18 aprile 1948. Quando il Fronte Popolare perse e vinse la DC

Quella domenica del 18 aprile 1948 le Sinistre che avevano combattuto contro il nazifascismo e costruito l’Italia libera persero in malo modo, proprio come in questa tornata elettorale del 13 e 14 aprile scorsi. Quali che siano le cause della sconfitta di oggi, quelle del 18 aprile 1948 erano davvero da imputare alla paura della Russia. Fu una campagna elettorale durissima, combattuta in città ed in ogni piccolissimo paesino. La propaganda della DC contro il Fronte Popolare Democratico, composto da comunisti e socialisti, sotto il simbolo di Garibaldi, fu improntata sullo scontro tra libertà e capitalismo da una parte (la DC) e totalitarismo-statalismo comunista dall’altra. E tanto fece la chiesa, apertamente a favore della Democrazia cristiana. Fu una vittoria schiacciante. La Dc alla Camera ottenne il 48,5% dei voti; mentre il Blocco del Popolo solo il 31%. Detto in cifre, quasi 13 milioni di voti, contro i poco più di otto dei socialcomunisti. Qui di seguito, proponiamo ai nostri navilettori una intervista di Liberazione del 12 aprile 1998 ad Armando Cossutta.

Le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con la propaganda anticomunista realizzata secondo le tecniche ossessive di una vera e propria guerra psicologica, e con la Dc che conquista la maggioranza assoluta (più del 48 per cento con quasi 13 milioni di voti) mentre le sinistre (Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare) si fermano al 31 per cento con poco più di 8 milioni di voti.
Allora, compagno Cossutta, cosa è stato quel 18 aprile dal quale ci separano cinquant'anni?
Le elezioni del 18 aprile non sono l'unico evento dell'anno 1948; anche se esso è più vicino alla nostra memoria storica, la sua portata fu tale da consentirci, oggi, di collocarlo tra gli accadimenti internazionali dei quali il 1948 è carico. Basterà ricordare per lo scacchiere europeo, o quello contiguo, la crisi in Cecoslovacchia, la rottura Urss-Jugoslavia, la divisione in due della Germania, la nascita di Israele. Quel risultato elettorale determinò l'origine, nel nostro paese, della Costituzione "materiale" ad appena tre mesi dalla approvazione della Carta costituzionale (la "Costituzione formale" che, per tanti aspetti di riforma democratica presupposti dal suo diritto, fu messa in frigorifero dai governi democristiani).
L'altro, e connesso, aspetto della Costituzione materiale fu la sensibile riduzione della nostra sovranità nazionale, perché l'Italia fu di fatto "occupata" dagli Usa. Non ci fu una invasione militare (anche se, come risulta da recenti acquisizioni storiografiche, una simile ipotesi fu studiata al Pentagono per l'eventualità di una vittoria del Fronte popolare). Ma già da allora e quindi successivamente furono adottate, con il pretesto della "diga anticomunista" decisioni destinate a pesare per lungo periodo nella nostra situazione politica. Pensiamo alle origini di "Gladio" e agli accordi segreti per la concessione di basi militari agli Usa. Tutto poté avvenire perché si assunse come fonte di legittimazione non la garanzia del quadro costituzionale ma l'identificazione politica tra la leadership degli Stati Uniti e la difesa del "mondo libero" per usare una espressione di quei tempi.
Il 1948, quindi, come anno di periodizzazione?
Senz'altro, ma a condizione di tenere presente un punto-chiave; e cioè che l'origine di tutti gli eventi mondiali del 1948 deve essere ricercata nell'anno precedente. L'anno di cerniera è il 1947. È in quell'anno che avviene la rottura con la precedente fase, quella dell'intesa tra le grandi potenze antifasciste nella guerra contro Hitler e Mussolini. Risale infatti al '47 la elaborazione della dottrina americana dei popoli liberi, la cosiddetta dottrina Truman, che rivendicando una specifica funzione antisovietica pone fine alla collaborazione tra le nazioni alleate e vincitori contro il nazifascismo.
Ma su quell'intesa c'è un'antica e superficiale querelle per cui Roosevelt, debilitato dalla malattia, non avrebbe avuto la capacità per resistere alle richieste di Stalin. Riprendo questo argomento perché adesso la storiografia revisionista lo fa suo conferendogli una finta nobiltà: quella di un Roosevelt che, in quanto democratico, crede alla parola e alle promesse di Stalin di organizzare libere elezioni nei paesi dell'Europa orientale...
L'intesa aveva attraversato momenti di tensione e di precarietà già durante il corso della guerra. Pensiamo alla contestazione sovietica sul ritardo, da parte degli angloamericani, nell'apertura del secondo fronte... Chi ripropone ancora oggi le tesi cui tu ti riferisci finge di dimenticare che non c'erano soltanto Roosevelt e Stalin. Come notò uno storico del valore di Ernesto Ragionieri sia a Teheran che a Yalta i "Tre Grandi" fecero ripetuti riferimenti alla volontà dei popoli che aspiravano ad una nuova organizzazione dei rapporti internazionali. Questo era all'origine lo spirito di Yalta. Questo doveva essere il fondamento dell'Onu. Ma il discorso pronunciato da Churchill a Fulton, nel marzo 1946, alla presenza di Truman, fu il proclama della rottura dell'unità antifascista. Con una efficace, sebbene dolorosissima, configurazione plastica il leader britannico parlò di un "sipario di ferro" che da quel momento avrebbe diviso l'Europa da Stettino a Trieste.
Visto con il senno del poi il carattere irreversibile di quella rottura, anche per il suo fondamento sul possesso americano della bomba atomica, doveva essere chiaramente avvertito. Come mai non lo fu, come mai non fu capito sino in fondo dalla sinistra italiana?
I principali esponenti della sinistra italiana, compresi i dirigenti del Pci, non credettero, o non vollero rassegnarsi a credere, al carattere definitivo di quella rottura. Quando nel 1947, subito dopo il viaggio di De Gasperi a Washington, comunisti e socialisti furono cacciati dal governo di cui facevano parte dal 1944 (i socialisti non continuativamente), nel paese non vi fu alcuna reazione. Eppure l'estromissione delle sinistre era avvenuta in forma immotivata e questo doveva far riflettere. Invece non vi fu alcuna manifestazione, né grande né modesta, né spontanea né organizzata, nemmeno nelle aree, nelle città (pensiamo a Sesto S. Giovanni dove io ero allora segretario di un Pci con 18 mila iscritti) a prevalente presenza della sinistra. Ho riflettuto molto su questa situazione, vera e propria anomalia, dal momento che la sinistra aveva allora una forte capacità di mobilitazione.
Alla domanda sul perché non si reagì contro quella cacciata che avrebbe dato avvio alla discriminazione anticomunista per un periodo pluridecennale, mi sento di rispondere che fu Togliatti a non volerlo. ..
...a proposito, alcuni storici hanno sostenuto che la debolezza della strategia comunista di allora nasceva dalla convinzione di Togliatti che la Dc rappresentasse una forza potenzialmente progressiva nella società italiana.
Così dicendo si fa torto a Togliatti perché si diminuisce il grande contributo che egli, con il Pci, ha dato alla costruzione della democrazia nel nostro paese. Certo, Togliatti volle evitare una pericolosa spaccatura con la Dc nel corso del lavoro unitario della Costituente poi concluso il 1° gennaio 1948 con la promulgazione dello storico testo costituzionale che recava le tre firme espressive, esse stesse, dell'intera epoca: quelle del liberale De Nicola, Capo dello Stato, del cattolico De Gasperi, Capo del governo; del comunista Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente. Detto questo si può aggiungere che forse Togliatti non volle anche perché riteneva che la divisione si sarebbe ricomposta e che a scadenza ravvicinata tre partiti di massa (come allora si diceva di democristiani, comunisti e socialisti) sarebbero tornati a governare insieme. E forse questa era su scala mondiale anche l'opinione di Stalin che dimostrava di non voler accettare come definitiva la nuova situazione e di ritenere ancora possibile la ripresa della collaborazione fra gli Stati vincitori della guerra. Ed invece era incominciata la nuova guerra, la cosiddetta guerra fredda e fredda per modo di dire perché fu, in verità, densa di conflitti aspri, anche militari, di acuti contrasti economici, di furibonde liti diplomatiche. Non sarebbe scoppiata un'altra guerra mondiale ma ad essa ci si avvicinò più volte. La divisione del mondo in blocchi contrapposti nasce allora: ma non ve ne fu consapevolezza. Fu un errore grave, credo, di sottovalutazione della realtà.
Torniamo al 18 aprile. Il Fronte popolare ottenne in percentuale quasi nove punti in meno rispetto a quanto, nelle elezioni del 1946, comunisti e socialisti avevano messo insieme presentandosi separatamente. Ci furono, inoltre, risultati differenti tra nord e sud. Si può parlare di errori di sottovalutazione?
La risposta del sud avvenne, in parte rilevante, sul piano sociale, cioè su quello dei tanti nodi storici irrisolti (lo sono anche oggi!) della questione meridionale. Le sinistre arrivarono alle elezioni, del tutto impreparate allo scontro, forse senza la completa percezione del clima di incubo che sarebbe stato creato sullo scenario elettorale. In ogni caso vi giunsero convinte di un successo che era fuori della realtà, mentre quella convinzione veniva utilizzata ed enfatizzata dalla Dc per proporsi come unico argine alla rovina del paese. «Bisogna vincere, costi quel che costi» aveva detto De Gasperi. La stessa formazione del Fronte popolare (voluto dal Psi più che dal Pci) fu un errore, perché rendeva oggettivamente più difficile un'azione distinta (non separata né tantomeno contrapposta) dei socialisti, della quale viceversa c'era bisogno sia per contrastare l'avvenuta scissione saragattiana e sia per tentare di ottenere adesioni da alcune frange del mondo cattolico, accecato dall'anticomunismo ma non del tutto disponibile a seguire una politica antioperaia.
Tu ritieni un errore la costituzione del Fronte popolare. Torniamo, allora, al "cruciale" 1947. Come mai a un anno dalla scissione socialista di palazzo Barberini non se ne avverti il carattere, per così dire, strategico?
Pesò anche in questo caso la sottovalutazione, della quale abbiamo già parlato, della rottura dell'unità antifascista. Non si comprese che la scissione in casa socialista era stata operata da Saragat per dare vita a una formazione democratica nettamente contrapposta ai comunisti. Con essa la Dc acquisì un alleato prezioso perché riuscì a darsi una copertura verso una certa sinistra, bilanciando così la sua scelta di fondo verso il mondo liberale e conservatore. Si costituiva la premessa per quell'intesa quadripartita fra la Dc e i partiti laici (Psdi, Pri, Pli) che doveva governare l'Italia a lungo con una formula impropriamente definita moderata, di tipo centrista, ma in realtà ben più che moderata, essendo essa stessa interprete ed esecutrice delle scelte volute dai poteri economici forti ormai ricostituitisi dopo la fase incerta dell'immediato dopoguerra. Si trattava di un blocco sociale e politico compatto, pur nelle sue interne differenziazioni, fortemente unito e determinato nel favorire la riorganizzazione capitalista, sulla base di una logica privatistica e sostanzialmente antioperaia, in spregio ai principi da poco solennemente sanciti nella Carta costituzionale. Veniva ripudiato il patto democratico e antifascista, ad esso si sostituiva e si contrapponeva un patto anticomunista, oggettivamente e soggettivamente antiriformatore, anzi dichiaratamente restauratore, protetto e foraggiato dai più potenti gruppi capitalistici, ed ispirato, manovrato, guidato dal grande alleato d'oltreoceano, gli Stati Uniti d'America.
Nella determinazione di questo risultato fu abilmente giocata la presunta minaccia sovietica. La capacità della propaganda anticomunista fu di rendere verosimile e incombente tale minaccia. Come si poté credere a simile eventualità se l'Urss non era intervenuta in Grecia in appoggio alla sollevazione comunista?
L'Urss non intervenne a sostegno dei partigiani di Marcos perché la Grecia era sotto la protezione anglo-americana. L'Italia era sotto la protezione dell'unica potenza atomica di allora, gli Stati Uniti. E che l'Urss non avesse alcun disegno di intervento era fra l'altro provato dal ben noto incontro a Mosca fra Pietro Secchia, allora vice segretario del Pci e lo stesso Stalin che lo ricevette insieme a Molotov e a Beria. Secchia racconta che alla sua domanda circa la possibilità di un intervento o di un aiuto sovietico nel caso si fosse giunti ad una fase di tipo prerivoluzionario, Stalin rispose muovendo negativamente per tre volte il dito indice, e accompagnando la mossa già di per se molto significativa con un secco niet. Ma in quel momento, nel 1948, molti credettero alle. menzogne sparse copiosamente sui giornali e dai pulpiti. Fu facile, così, al governo democristiano accettare, anzi ricercare, l'intervento americano, che si manifestò anche con lo scorrazzare delle navi di guerra Usa nei nostri mari.
Si può dire quindi che i programmi delle forze politiche in relazione ai tanti problemi del paese, da poco uscito dalla guerra, passarono in second'ordine e che la propaganda travolse la politica?
La campagna elettorale fu in effetti un capolavoro della propaganda anticomunista. I manifesti della Dc erano terrificanti rispetto al pericolo della vittoria dei comunisti (non solo questi avrebbero portato alla dittatura sopprimendo le libertà democratiche, ma avrebbero tolto la casa, requisito la vacca e la terra e avrebbero messo persino in comune le donne); mentre erano suadenti rispetto alle prospettive dipinte di rosa in caso di una propria vittoria, con promesse di aiuti alimentari ed economici da parte americana, cui erano particolarmente sensibili le orecchie e le menti di una popolazione stremata materialmente e moralmente dalla guerra e dalla paura della miseria.
La Chiesa intervenne massicciamente, persino con la scomunica che Pio XII volle comminata ai comunisti e agli amici dei comunisti, non risparmiando nemmeno la libertà di lettura (di libri, periodici eccetera che sostenevano la "dottrina o la prassi del comunismo"). Dall'America si fece sentire il cardinale Spellman con una dichiarazione, resa alla presenza di Truman e diffusa in ogni angolo del nostro paese; gli italiani venivano invitati a respingere lo «statalismo contro Dio e la Russia sovietica» e a scegliere l'America. In sintesi gli avvenimenti internazionali furono utilizzati per accentuare la necessità della presenza americana di fronte alle pretese minacce di invasione dell'Urss, che aveva occupato i paesi del centro Europa, dopo averli liberati dal dominio nazista, che aveva provocato la crisi cecoslovacca con la defenestrazione del governo democratico di Benes e Masarik , e che aveva costituito il Comiriform. Accadde così che in vastissimi ceti l'eventuale vittoria del Fronte popolare, cioè dei "socialcomunisti", fu sentita e temuta come vera e propria invasione sovietica. Se, pensando al 18 aprile si deve tecnicamente parlare di "elezioni politiche" (per il Senato e la Camera dei deputati) nella sostanza si trattò di un vero e proprio referendum: per vivere liberi con l'America e per impedire ai «cosacchi di arrivare con i loro cavalli a piazza San Pietro».
Qual è, dunque, a mezzo secolo di distanza il tuo giudizio conclusivo sul 18 aprile e sugli eventi che lo seguirono?
Certo, la delusione per la sconfitta fu enorme. Sembrò infranta una grande speranza che animava consistenti e forti masse popolari. Ma alla frustrazione, amara, si accompagnò una fortissima voglia di rivincita. Si spiega anche così la forza impetuosa del moto di lotta che si determinò pochi mesi dopo, il 14 luglio, per l'attentato contro Palmiro Togliatti: un moto di proporzioni enormi, uno sciopero che paralizzò il paese e che vide riempirsi le città di cortei e di manifestazioni imponenti. Ricordo a tale proposito la frase con cui il leggendario dirigente dei comunisti milanesi, Giuseppe Alberganti, commentò lapidariamente in piazza del Duomo, di fronte a una massa grandiosa di lavoratori, il valore di quelle due date: «Il 18 aprile ci siamo contati, il 14 luglio ci siamo pesati». Pochi anni dopo, nelle elezioni del 7 giugno 1953, le sinistre batterono la Dc sulla legge truffa e Alcide De Gasperi fu costretto a ritirarsi. E da allora, dal 18 aprile e dal 14 luglio 1948, i comunisti aumentarono di peso e di numero. L'Italia di oggi deve molto alla lungimiranza di Togliatti e del Pci, quando, nel 1947, vollero e seppero scegliere la strada, se pur difficile e lunga, dell'attuazione della Costituzione e della lotta delle masse popolari nell'alveo costituzionale.
Liberazione 12 aprile 1998

Rodolfo Walsh, il giornalista e scrittore che fu ucciso dalla dittatura argentina

Articolo de Il Quotidiano della Calabria del 26 marzo 2007, pag. 10

Era il 25 marzo del 1977 quando Rodolfo Walsh — il giornalista che sventò i piani della CIA rivelando, nell’aprile del ’61, l’imminente attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba — fu ucciso dalla dittatura argentina.

Il giorno prima di cadere vittima di un’imboscata tesa da un grupo de tareas dell’ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina Militare di Buenos Aires), Walsh aveva firmato e spedito una durissima lettera di condanna del regime alla stampa (che non la pubblicò) e alla Giunta Militare guidata da Videla e Massera, salita al potere il 24 marzo 1976 con il rovesciamento del governo di Isabelita Perón.

L’imboscata e la scomparsa
Quel giorno di marzo del ’77, Rodolfo Walsh rimase ferito mortalmente in un conflitto a fuoco con i militari; il suo cadavere fu poi trasportato all’ESMA. L’obiettivo degli assalitori, se il giornalista non si fosse ribellato tentando di difendersi con una pistola e ferendo uno dei militari, era quello di sequestrarlo e torturarlo.

Ancora oggi il sequestrato n. 26.001 — per la cui morte sono state condannate 16 persone, tra le quali Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta — risulta un desaparecido e il suo corpo non è mai stato restituito ai familiari.

La «Carta abierta» alla Giunta Militare
Nella sua lettera di denuncia, la Carta abierta de un escritor a la junta militar, Walsh accusava apertamente la dittatura di aver prodotto, in un solo anno di terrore e di violazioni dei diritti umani:
15.000 scomparsi;
10.000 detenuti;
4.000 morti;
Decine di migliaia di esiliati.

L’operato del regime, inoltre, aveva condotto il Paese al disastro economico e ridotto la popolazione alla fame.

«Queste sono le riflessioni che, nel primo anniversario del vostro infausto governo, ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili.»

La carriera e l’invenzione del New Journalism
Ammirato da intellettuali del calibro di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, Rodolfo Walsh era nato il 9 gennaio 1927. Nel 1941 si trasferì dalla provincia del Río Negro a Buenos Aires. Nel 1944 iniziò a lavorare come correttore di bozze e traduttore, mentre sette anni più tardi avviò la sua brillante carriera giornalistica.

Fu tra i fondatori dell’agenzia Prensa Latina a Cuba. Nel 1973, al rientro in Argentina, aderì ai Montoneros, la formazione guerrigliera della sinistra peronista. Durante il golpe del ’76 diede vita all’Agencia de Noticias Clandestina.

È celebre per il libro del 1957 Operazione Massacro (Operación Masacre, edito in Italia da Sellerio), considerato un capolavoro di giornalismo investigativo che anticipò di diversi anni A sangue freddo (1966) di Truman Capote. Il volume racconta l’Argentina del post-Perón, un periodo in cui i militari al potere proibirono persino di pronunciare il nome dell’ex presidente.

L’opera ricostruisce gli eventi del 9 giugno 1956, quando l’esercito — a seguito di un fallito tentativo di restaurazione peronista — giustiziò senza motivo un gruppo di civili inermi nella periferia di Buenos Aires. Un episodio appreso da Walsh grazie alla testimonianza di un superstite e approfondito con un’inchiesta che portò all’apertura di diversi processi.

L’eredità giornalistica
L’esempio di impegno civile di Walsh è stato raccolto da un gruppo di investigatori indipendenti (tra cui giornalisti, storici, docenti e studenti) che hanno fondato l’Agenzia Rodolfo Walsh, la quale si propone come missione: «L’investigazione e l’analisi di quei fatti, attuali e storici, che influiscono sulla realtà concreta e quotidiana del popolo e che sono occultati o manipolati dalle grandi corporazioni dell’informazione.»

Nando Aloisio

Quando Nando Aloisio muore è il 12 novembre del 1975. «In Argentina – come ci racconta il figlio Alfredito, docente di psicologia all’Università di Barcellona in Spagna che alla morte del padre aveva 18 anni, militante nella Gioventù del Partito Comunista -, si stava imponendo l’idea, mediante l’azione dei mezzi di comunicazione di massa, che il caos si stava avvicinando, e che mancava una condotta patriottica per far ritornare il paese alla “civilizzazione”. Era questa – aggiunge – un’epoca molto movimentata. Da un lato, i militari che ancora non si erano decisi a prendere il governo (lo avrebbero fatto poi l’anno seguente), si dichiaravano, con l’appoggio del parlamento, in guerra contro i gruppi guerriglieri. Dall’altro, era cresciuta una parte fascista che si incaricava di minacciare e ammazzare persone vicine alla sinistra».

Fernando Aloisio, era emigrato in Sudamerica nel 1948. Era nato ad Aiello Calabro (Cs) il 28 aprile 1923. Diplomatosi come perito agrario, aveva ricoperto dal 1944 al 1946 la carica di presidente dell’Ucsea (ufficio comunale statistico economico dell’agricoltura). Aveva organizzato la Camera del Lavoro di Aiello e la sezione locale del Partito Comunista e partecipato attivamente nel 1946 alla campagna in favore della Repubblica per il Referendum che diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e nel 1947-48 alla lotta dei contadini della sua regione con l’occupazione delle terre.

Poi, chiuso per ordine governativo l’ufficio dell’Ucsea che non aveva più ragione di esistere, Nando si ritrovò senza lavoro e venne il momento di partire, come ci ricorda il poeta comunista Peppe Verduci nel suo libro di Memorie di Lotta. In Argentina, assume la direzione di una importante Impresa nella provincia del Rìo Negro e si sposa con una ragazza del suo paese a Buenos Aires il 21 settembre 1950.
Ritornerà in Italia nel 1953, dedicandosi nuovamente all’azione sindacale in favore dei contadini. Ma nel 1954, si trasferisce, questa volta definitivamente, a Buenos Aires prendendo parte attiva alla vita della collettività italiana, sempre con lo sguardo ai suoi ideali politici e sindacali. Partecipa alla costituzione dell’Associazione Calabrese unificando il “Corum Bonum” e il circolo Calabrese; è membro dell’esecutivo della Azione Italiana Garibaldi, associazione antifascista degli emigrati italiani. Fa parte della Commissione Direttiva dell’AIMI (Unione e Benevolenza) e di Feditalia (Federazione delle Società Italiane in Argentina), essendo anche membro attivo del Gruppo Permanente del Lavoro e del Comitato di Coordinamento delle attività assistenziali del Consolato Generale d’Italia. Diventa presidente della Commissione Nazionale del Patronato INCA-CGIL e fa parte come esperto del Comitato Consultivo degli Italiani all’Estero con sede a Roma. Lavora pure diversi anni come impiegato del Banco de Italia y Rio de la Plata.

La situazione in cui agisce Aloisio, com’è quella argentina, un paese in grave crisi economica e politica e di terrorismo, è fortemente pericolosa, specialmente per coloro i quali militavano a sinistra. «Ricordo ancora – riferisce Alfredito Aloisio – le tante volte che mio padre fu minacciato dalle bande fasciste. Entravano nell’ufficio di notte, rompevano tutto e lasciavano carte intimidatorie».

Nell’ultimo dei viaggi a Roma per i suoi impegni legati all’attività sindacale e politica, Nando Aloisio disse che al ritorno in Argentina avrebbe dovuto sottoporsi alla consueta operazione al cuore per la sostituzione della valvola mitralica. Non volle dare ascolto all’amico compagno di partito Giancarlo Pajetta che lo pregò di farsi operare in Italia.

Il Quotidiano della Calabria 1 aprile 2006

Vedasi nota biografica su Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea dell’ICSAIC

Nuovo libro del compagno Peppe Verduci

“Frammenti di storia e ricordi”, edito da Pellegrini e patrocinato dall’Amministrazione provinciale di Cosenza, è il titolo del nuovo libro di Peppe Verduci, presentato al pubblico a novembre scorso nel salone di Rappresentanza del Comune di Cosenza. All’incontro, moderato dal giornalista Eugenio Furia, ha preso parte Giuliano Ricca, Segretario del Circolo cittadino di Rifondazione; il sindaco Salvatore Perugini; il giornalista Bruno Pino che ha collaborato alla stesura del libro e lo stesso Autore. Nel corso della manifestazione sono intervenuti pure Mario Oliverio, presidente della provincia di Cosenza; Angelo Broccolo, segretario provinciale del PRC; e Franco Iacucci, vice sindaco di Aiello Calabro.
Il volume, come già in altre pubblicazioni del “compagno” Peppe Verduci, raccoglie memorie e particolari avvenimenti vissuti dall’autore che riguardano la storia politica e sociale di Aiello Calabro nell’immediato secondo dopoguerra.
«Quello di Peppe – scrive Bruno Pino nella prefazione – non è e non vuole essere un libro che si alimenta di fonti documentali, ma più semplicemente, è una viva testimonianza dell’autore – permeata dalla passione, da emozioni e sensazioni personali – resa a distanza di decenni, e relativa ad episodi accaduti all’interno di una piccola comunità del sud in un certo periodo storico in cui, uscita dalla devastante esperienza della seconda guerra mondiale, l’Italia s’incamminava, attraverso spinte ideali contrapposte, a diventare un paese civile e democratico».
«Verduci – continua Pino – oltre a narrare con prosa semplice e scorrevole, del suo amore per il Comunismo, dell’attività spesa per il Partito, delle lotte, dei rapporti e dei contrasti con la Dc, tratteggia alcuni uomini di valore che nella Seconda Guerra Mondiale scelsero di essere Partigiani nella Resistenza come “l’eroe di Aiello Calabro” Geniale Bruni, al quale era intitolata la locale sezione Pci; e quello di tanti altri antifascisti che si sono sacrificati per i valori fondanti della democrazia. Ma soprattutto, Verduci, delinea una figura interessantissima della vita politica locale e poi internazionale. Ovvero quella di Nando Aloisio (Aiello C. 1923 – Buenos Aires 1975), fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, attivista nel 1946 nella campagna in favore della Repubblica in occasione del Referendum che nel 1946 diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e promotore nel 1947-48 delle lotte dei contadini per l’occupazione delle terre; poi emigrato in Argentina, e lì, nella terra dei Gauchos, sindacalista dell’Inca-Cgil e martire del peronismo, qualche mese prima del golpe del 1976».
Peppe Verduci, classe 1921, poeta e scrittore comunista oltre a questo lavoro, ha pubblicato, nel 1999, il libro “Memorie di Lotta – Aiello Calabro 1943 – 1970” (edito dall’Icsaic), in cui raccoglie le esperienze della sua militanza comunista e dove mette a fuoco le problematiche di una comunità che lo ha visto crescere e maturare, insieme ad una generazione di giovani dediti alla costruzione di una società improntata ai veri valori di una democrazia fattiva e concreta e non solo formale. Il libro – per il successo ottenuto – è stato poi rieditato da Pellegrini nel 2002.
Sempre con la Casa Editrice Pellegrini, ha pubblicato nel 2003 “Poesie”; e nel 2004 “Aiello Calabro – Appunti sparsi”, Sono invece del 2005 “Stralci letterari” e “I miei dieci anni a Lungro”.