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Categoria: Storia
L’Aiellese Domenico Medaglia, zio Mimì, protagonista di “Formato famiglia” su SAT 2000


AIELLO CALABRO Cs – Anziani e Internet. Se ne è parlato ieri, nella trasmissione televisiva “Formato famiglia” in onda su Sat 2000, la televisione dei Cattolici Italiani. Tra i protagonisti della puntata condotta in studio da Antonio Soviero e Arianna Ciampoli, in onda dalle 12 alle 13, c’era in collegamento esterno da Aiello Calabro (Cs), Domenico Medaglia, o Zio Mimì, come preferisce farsi chiamare.
Medaglia, maestro elementare per tantissimi anni, classe 1916, ha raccontato all’inviato Emilio Ravel (giornalista, autore televisivo italiano, uno dei pionieri della televisione in Italia) di come ha iniziato a smanettare col computer. Zio Mimì, quando aveva 84 anni – ora ne ha appena compiuti 93 – ha deciso che avrebbe dovuto imparare a usare il computer e a collegarsi alla Rete per comunicare con figli, parenti ed amici. Detto fatto. All’inizio un po’ di difficoltà, ma poi pian piano, con qualche aiutino, è riuscito a imparare senza troppe complicazioni. Così, ora, oltre ad usare il Pc per scrivere poesie, zio Mimì lo usa anche per stare in contatto con il mondo. Da qualche settimana, è addirittura iscritto a Facebook, il famoso social network. Come dire che – soprattutto per i suoi coetanei – non è mai troppo tardi per avvicinarsi ad uno strumento così importante.
Tre i collegamenti in esterna, nel corso della puntata, duranti i quali zio Mimì ha risposto alle curiosità di Ravel che, inoltre, ha intervistato in diretta pure i redattori del sito web dedicato agli Aiellesi nel Mondo, uno spazio virtuale che agevola gli emigrati del piccolo paesino calabrese a ritrovarsi e a non perdere contatto con le proprie radici culturali.
12 ottobre 1492. La Scoperta dell'America ed il ruolo della Calabria
Terraaaaaaaa!!! Terraaaaaaaaaaaaaaa!!! Quasi ci sembra di udirlo il marinaio di Colombo che dopo tanta navigazione in cerca delle Indie intravede le coste del Nuovo Mondo.
Da allora, quelle Terre lontane sono state meta di tanti. Anche molti Calabresi. I primi, stando alle cronache dell’epoca, furono due navigatori delle nostre parti. Oramai li conosciamo per fama. Sono Anton Calabrès e Angelo Manetti. Il primo di Amantea, si dice, l’altro di Aiello Calabro. Per maggiori informazioni, rimandiamo all’articolo di Giuseppe Pisano, in fondo al post.
Oggi dunque ricorre l’anniversario della Scoperta. Il Columbus Day, che si festeggia ogni anno a New York lungo la Fifth Avenue, quest’anno si terrà il 13 ottobre. Per maggiori dettagli sulla giornata dedicata all’emigrazione italiana, visionate la voce Columbus Day su Wikipedia, oppure visitate il sito della Columbus Citizens Foundation.
LA CALABRIA E LA SCOPERTA DELL’AMERICA
di Giuseppe Pisano
Ancora oggi nessuno vuol parlare – mi riferisco, in primis, alle istituzioni calabresi – del ruolo che la Calabria ha avuto rispetto alle vicende legate alla scoperta dell’America e alla figura di Cristoforo Colombo, apporti importanti, molti dei quali sconosciuti, offerti da marinai, personaggi misteriosi e, con ogni probabilità, uomini di chiesa e santi calabresi. E’ provabile documentalmente sia la presenza, nel primo viaggio di Colombo che portò alla scoperta del Nuovo continente, del marinaio calabrese Anton Calabrès sia la partecipazione ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Angelo Manetti proveniente dal paese di Aiello.
Di Calabrès possiamo dire che era imbarcato assieme a soli 25 uomini sulla “Pinta”, la caravella che avvisterà per prima la chimerica Terra. Calabrès è un personaggio affascinante che merita un’accurata indagine archivistica che potrebbe rivelarci notizie precise sui suoi precedenti viaggi di mare, sulle origini, sulla famiglia, su eventuali discendenti e altre sorprese ancora. Secondo gli ultimi studi effettuati sui componenti degli equipaggi del primo viaggio di Colombo sono stati individuati appena 4 uomini con precedenti penali sui 90 complessivi e tra questi non compare il nome di Calabrès. Per questo motivo, e per altri che al momento non posso ancora rivelare, potrebbe quindi darsi che questo nostro conterraneo fosse un esperto marinaio voluto da Colombo. Per quanto riguarda Manetti possiamo dire che partecipò a uno dei viaggi dell’Ammiraglio genovese, non escluso il primo, “allo scoprimento dell’Indie Occidentali” , per citare alla lettera ciò che viene riportato sulla misteriosa pagina di un testo del ‘700, in mio possesso, scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi.Tengo a dire misteriosa pagina perché se è vero che esistono pochissimi di questi esemplari dell’Orlandi sparsi in qualche biblioteca d’Italia è anche vero che pressoché dappertutto stranamente questi testi risultano mancanti della pagina riguardante il Manetti e la sua famiglia. Di recente mi è capitato di leggere che lo studioso Rocco Liberti, in un suo libro riguardante la storia del feudo di Aiello Calabro, afferma che nell’effettuare una ricerca sulla famiglia Viola il tomo dell’Orlandi gli fu consegnato privo dell’ultima pagina, di averlo cercato successivamente presso le più importanti biblioteche calabresi senza ottenere però alcun risultato. Inoltre, il Liberti ci fa sapere nella sua opera scritta all’incirca 30 anni fa che, con sua grande meraviglia, anche la seconda copia trovata per caso presso la biblioteca privata dell’appassionato bibliofilo Natale Zerbi risulta priva dell’ultima pagina e in questo caso addirittura, per fare intendere che tutto aveva un termine regolare erano state fatte sparire alcune parole e fatto punto. Infine, lo studioso afferma di avere potuto finalmente rintracciare la trattazione completa dell’Orlandi presso la biblioteca nazionale di Napoli. Anch’io spinto dalla curiosità, ultimamente ho deciso di effettuare una ricerca in merito ed ho potuto riscontrare, con mio grande stupore, che anche nella biblioteche di Soriano Calabro e Polistena, pur essendoci i tomi originali essi risultano ambedue mancanti dell’ultima pagina. Consultando il catalogo informatico delle biblioteche italiane (ICCU) predisposto dal Ministero dei Beni Culturali si può notare che il testo non esiste così come ultimamente non risulta esserci più nemmeno nella Biblioteca Nazionale di Napoli. A mio modesto avviso potrebbe esserci un tentativo di occultamento di tutto ciò che riguarda l’Italia, gli italiani e il Vaticano rispetto alla scoperta dell’America. Per quanto attiene alla provenienza dei due calabresi al seguito di Colombo, Angelo Manetti era di sicuro di Aiello in quanto lo attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi. Anton Calabrès suppongo fosse di Amantea o di uno dei paesi che gravitavano attorno a questo antico centro demaniale marinaro. Amantea a quel tempo era dotata di un porto capace di ospitare imbarcazioni di grande peso ed era un importante centro di commerci soprattutto della seta che sul mercato di Genova veniva preferita persino a quella proveniente dalla Spagna. La presenza genovese in questo territorio e in tutta la Calabria Citeriore all’epoca era davvero intensa. Commercianti e banchieri liguri spesso aiutati dal clero genovese, anch’esso fortemente presente in questa zona, finivano per monopolizzare tutte le risorse del territorio e già tra la fine del ‘400 e soprattutto nel ‘500 molte famiglie genovesi (Adorno, Ravaschieri, Cybo, Pinelli…) finirono per infeudarsi buona parte della Calabria centro-settentrionale e non solo.
Inoltre, ho potuto riscontrare che in Amantea esiste una tradizione orale, in particolare tra gli abitanti anziani della zona intorno all’ex collegio dei gesuiti, che ci fa sapere che negli anni successivi alla scoperta dell’America si svolse una grande cerimonia in onore del marinaio amanteano che partecipò con Cristoforo Colombo al primo viaggio di scoperta del nuovo continente e di lì a poco venne costruita una chiesetta denominata “della Pinta”. Nella zona più antica di Amantea esiste ancora un vico “la Pinta” e una fontana detta “della Pinta”.
Bisogna dire, purtroppo, che le istituzioni calabresi non hanno mai celebrato o in qualche modo tentato di rivalutare questi due personaggi importantissimi.Per quanto riguarda Calabrès pare esiste appena una piccola via al mondo dedicata a questo nostro importantissimo conterraneo e si trova a Soverato. Fu voluta nel 1982 da mio padre, Antonio Quinto Pisano quando allora ricopriva la carica di consigliere comunale. Per quanto attiene a Manetti sembra proprio caduto totalmente nel dimenticatoio. Eppure oggi che viene rivalutata la figura di papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo considerato dallo studioso Ruggero Marino il vero artefice del viaggio di Cristoforo Colombo, credo nessuno abbia mai colto l’importanza che la famiglia del Manetti fu sempre legata alla famiglia Cybo, quella famiglia che nel 1566 acquisterà, con un investimento definito “del tutto atipico” proprio la contea di Aiello. Come attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi, possiamo dire nessun altro uomo al mondo prima del calabrese Manetti risulta avere intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese: dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama.
Inoltre, non si può trascurare affatto l’idea di un probabile apporto dato da altri due grandi calabresi: il contemporaneo San Francesco da Paola e Gioachino da Fiore. Del Santo di Paola non bisogna guardare tanto ai suoi prodigi compiuti sul mare e spesso in favore dei naviganti che in taluni casi sembrerebbero essere segni premonitori come, ad esempio, il miracolo dell’attraversamento delle acque sul suo mantello dalla terraferma all’isola di Sicilia, ma bisognerebbe invece meglio capire perché Pio XII nel 1943 proclama al mondo San Francesco da Paola quale “Patrono della gente di mare italiana”; perché fu costruita la basilica in onore del Santo a Genova visto che sussistono ancora molti dubbi persino sul suo passaggio in quella città; qual è il significato degli incontri tra Francesco e papa Sisto IV, il pontefice che si era sforzato di unire i potentati cristiani di tutta l’Europa contro il pericolo musulmano; quale fu il vero ruolo dei Minimi in Spagna durante l’assedio di Malaga del 1487 e nel periodo della presa di Granata terminata nel gennaio 1492 visto che per il loro contributo offerto per la espulsione definitiva dei musulmani dalla penisola iberica da allora in Spagna furono indicati col nome di Frates de Victoria. E non si dimentichi che Bernardo Boyl – il padre eremita benedettino che risulta avere incontrato più volte il Santo che gli risvegliò il desiderio di vita più umile e penitente e che indosserà il saio dell’ordine di San Francesco di Paola – seguirà Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso il Nuovo Mondo come primo missionario in quelle terre e con poteri di vicario apostolico.
Per quanto riguarda Gioacchino da Fiore, Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi studiosi a livello mondiale di Colombo, disse che forse il vero movente che spinse Colombo ad affrontare questo difficilissimo viaggio fu la prospettiva mistica di essere protagonista d’una missione provvidenziale, e tutto ciò s’inquadra nella concezione del mondo derivata dall’abate calabrese, dalla quale Colombo, come tanti francescani del suo tempo, era più o meno consapevolmente influenzato e condizionato. Del resto lo stesso Colombo nel suo “Libro delle profezie” afferma che “Gioacchino da Fiore disse che doveva venire dalla Spagna colui che doveva riedificare il monte Sion”.
Francesco C. Volpe originario di Cleto con la mente rivolta al Risorgimento
di Manfredo Manfredi (Avvocato)
Fonte: Il Quotidiano della Calabria del 17 settembre 2008

Vedendolo girovagare per le strade di Amantea, dove vive ma non è nato, sembra uno di quei pensionati alla ricerca di un passatempo. E in effetti, Francesco C. Volpe, (dove C. non nasconde, all’americana, un suo secondo nome, ma sta per Cleto, il simpatico paese dell’entroterra tirrenico, dove egli è nato nel 1932, ed è un singolare espediente per distinguersi da un omonimo studioso del salernitano) pensionato lo è davvero, – è stato preside di scuola ed è a riposo ormai da anni -, ma con la mente sempre aperta agli studi che lo hanno appassionato sin da quando, all’Università di Roma, si laureava con una tesi su “Cultura calabrese tra Risorgimento e Unità”. Da allora il riferimento al Risorgimento, all’Unità d’Italia ed al periodo che ha preceduto l’avvento del Fascismo, nella ricerca storiografica sulla cultura calabrese, è stato una costante nel suo pensiero. Autore di opere come “Calabria: storia e cultura (1815-1922)”, con prefazione di Gaetano Cingari, cui è stato assegnato nel 1992 il Premio Sila, e come “Cultura e storia nel mezzogiorno tra ‘800 e ‘900”, con introduzione di Augusto Placanica, che ha avuto l’onore di essere adottato come testo per il suo corso di lezioni dal prof. Antonio Coco, titolare della cattedra di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Catania; estensore di voci storiografiche “Calabria Citra tra restaurazione ed unità” e “Il pensiero politico meridionale” ricompre – se nell’opera collettiva “Storia del mezzogiorno” di – retta da R. Romeo e G. Galasso, e collaboratore assiduo della “Rassegna storica del Risorgimento”, dell’”Archivio storico per le province napoletane”, de “Il ponte” e, soprattutto, di “Nuova antologia”, la prestigiosa rivista fondata da Giovanni Spadolini, dove, ancora di recente, è comparso un suo articolo su Giovanni Nicotera, il terribile (per la sua attitudine repressiva verso la sinistra estrema, che avrebbe con le sue intemperanze potuto ostacolare l’inserimento delle masse nella partecipazione alla vita dello Stato) Ministro degli Interni di origine calabrese dei governi De Pretis, con Franco Volpe, come tutti lo chiamano e lo conoscono, è piacevole fare quattro chiacchiere. Come uomo di scuola, il professor Volpe, è assolutamente favorevole alle iniziative che intende adottare l’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini, soprattutto per quanto riguarda la reintroduzione della figura del vecchio caro maestro unico ed il ripristino del voto in condotta; è preoccupato, come uomo di cultura, per l’invadenza della televisione, che oltre ad ostacolare la vera conoscenza, gli appare assolutamente diseducativa per la formazione dei giovani; è perplesso, anche per la poca presa che hanno fuori dai confini nazionali, sulla validità dell’attuale schiera di scrittori, letterati, storici, filosofi, giornalisti, dopo la grande stagione di fine ‘800-primi del ‘900; è rammaricato per non essere ancora riuscito a portare a compimento le sue ricerche sulla Calabria nella cultura meridionale dal Risorgimento ai primi del sec. XX, perché egli è assolutamente convinto, come del resto lo sono pure io, che dallo studio della nostra storia passata si traggono positivi ammonimenti e utili insegnamenti per il presente. Chiacchierare con il professor Volpe mi riporta alla mente il ricordo di un altro calabrese illustre, (anch’egli, in fondo, amanteano ma solo d’adozione, in quanto era nato ad Altomonte), il compianto prof. Luigi De Franco (scomparso poco più di dodici anni fa ed al quale ero legato da affettuosa amicizia), anch’egli di cultura sterminata ed accomunato a Volpe da quell’ideale di socialismo romantico che, purtroppo, ha finito con l’essere tradito sul piano della prassi, al punto che il partito che a esso si richiamava, oggi è pressoché scomparso, e dall’essere stati entrambi esclusi dal mondo accademico ufficiale, che, come giustamente ha scritto Augusto Placanica, dovrebbe rimproverarsi per “le furberie” per i “riti gretti” cui è ricorso per non coinvolgere nella sua struttura uomini di tal fatta. Il nostro incontro, dopo un breve commosso accenno al padre, scomparso nel 1936 in Africa ad appena 24 anni, e dal quale probabilmente ha ereditato la sua passione per gli studi (il padre, infatti, pur gestore di un negozio di alimentari, da autodidatta si era formato una sua cultura, tanto da essere corrispondente de “Il Mattino” e de “Il Popolo d’Italia”) termina col riferimento compiaciuto che egli fa a quel grande ed eclettico studioso che fu il professor Alessandro Galante Garrone, il quale, per una recensione a una sua opera, lo ringraziò, qualificandola «fra le più belle, intelligenti e generose che mi sia accaduto di leggere», e col ricordo di quegli ebrei che furono reclusi nel campo di concentramento di Ferramonti e che gli consentirono di curare un’apposita pubblicazione che venne inserita nel Bollettino dell’United States Holocaust Memorial Museum.
Celebrata la festa del Protettore San Geniale 2008
La Comunità Aiellese ha celebrato domenica scorsa la giornata di devozione dedicata a San Geniale Martire, Protettore principale della cittadina.Quello di quest’anno, anche se nessuno lo ha ricordato, era un anniversario tondo. A parte i 340 anni del Culto che si perpetua da domenica 6 maggio 1668, ricorrevano pure due secoli esatti della permanenza della Statua e delle Reliquie all’interno della Chiesa Matrice. Come ci ricorda Scipione Solimena, sino agli inizi di maggio 1808 San Geniale aveva sede nella Cappella gentilizia dei Cybo fuori le mura. Poi, “mentre nella prima domenica di maggio si portava il Santo in processione ritornata questa davanti la Chiesa Madre, dalla bocca del popolo che la seguiva, s’incominciò a gridare: «Vogliamo che il nostro Santo resti in questa Chiesa!». E così, il desiderio del popolo venne subito esaudito, con il collocamento della Statua dapprima nella Cappella a destra della Chiesa Matrice, e poi dal 1883, nella nuova Cappella dedicata al Martire.
Di questa volontà popolare, oggi, a duecento anni di distanza, è rimasto ben poco. Salvo che in qualche occasione – come per l’importante celebrazione del 2004, anno della ricognizione canonica delle Reliquie e del restauro conservativo della statua lignea settecentesca; e poi per quella del 2005, quando di celebrò San Geniale nel ricordo del terribile sisma del settembre 1905 – la festa sembra sempre di più cadere nell’oblio e nell’indifferenza. Nella mattinata di domenica si sono registrate solo i riti religiosi alla presenza delle locali Autorità civili e militari, e lo svolgimento della processione per le vie del paese accompagnata dalla banda musicale con la Statua contenente le sacre Reliquie, arricchita da Palma e Corona d’argento, e dalle preziose chiavi urbiche anch’esse d’argento forgiate dall’orafo aiellese Pasquale Bruni. Non abbiamo visto, però, eccetto che in un caso, i numerosi damaschi e le pregiate coperte di seta da finestre e balconi che in passato salutavano il passaggio del Santo; non un tradizionale pallone aerostatico, non un fuoco pirotecnico, e nemmeno il tipico torneo pomeridiano “du casu”. Abbiamo visto solo una Statua su una base processionale ottocentesca malconcia e precaria che andrebbe subito subito restaurata. Perché non lanciare una bella sottoscrizione pubblica? Perché non ritornare a ridare importanza – con un piccolo quanto significativo gesto – alle cose che più contano per la verace identità culturale della cittadina?
Di questa volontà popolare, oggi, a duecento anni di distanza, è rimasto ben poco. Salvo che in qualche occasione – come per l’importante celebrazione del 2004, anno della ricognizione canonica delle Reliquie e del restauro conservativo della statua lignea settecentesca; e poi per quella del 2005, quando di celebrò San Geniale nel ricordo del terribile sisma del settembre 1905 – la festa sembra sempre di più cadere nell’oblio e nell’indifferenza. Nella mattinata di domenica si sono registrate solo i riti religiosi alla presenza delle locali Autorità civili e militari, e lo svolgimento della processione per le vie del paese accompagnata dalla banda musicale con la Statua contenente le sacre Reliquie, arricchita da Palma e Corona d’argento, e dalle preziose chiavi urbiche anch’esse d’argento forgiate dall’orafo aiellese Pasquale Bruni. Non abbiamo visto, però, eccetto che in un caso, i numerosi damaschi e le pregiate coperte di seta da finestre e balconi che in passato salutavano il passaggio del Santo; non un tradizionale pallone aerostatico, non un fuoco pirotecnico, e nemmeno il tipico torneo pomeridiano “du casu”. Abbiamo visto solo una Statua su una base processionale ottocentesca malconcia e precaria che andrebbe subito subito restaurata. Perché non lanciare una bella sottoscrizione pubblica? Perché non ritornare a ridare importanza – con un piccolo quanto significativo gesto – alle cose che più contano per la verace identità culturale della cittadina?
Le elezioni del 18 aprile 1948. Quando il Fronte Popolare perse e vinse la DC
Quella domenica del 18 aprile 1948 le Sinistre che avevano combattuto contro il nazifascismo e costruito l’Italia libera persero in malo modo, proprio come in questa tornata elettorale del 13 e 14 aprile scorsi. Quali che siano le cause della sconfitta di oggi, quelle del 18 aprile 1948 erano davvero da imputare alla paura della Russia. Fu una campagna elettorale durissima, combattuta in città ed in ogni piccolissimo paesino. La propaganda della DC contro il Fronte Popolare Democratico, composto da comunisti e socialisti, sotto il simbolo di Garibaldi, fu improntata sullo scontro tra libertà e capitalismo da una parte (la DC) e totalitarismo-statalismo comunista dall’altra. E tanto fece la chiesa, apertamente a favore della Democrazia cristiana. Fu una vittoria schiacciante. La Dc alla Camera ottenne il 48,5% dei voti; mentre il Blocco del Popolo solo il 31%. Detto in cifre, quasi 13 milioni di voti, contro i poco più di otto dei socialcomunisti. Qui di seguito, proponiamo ai nostri navilettori una intervista di Liberazione del 12 aprile 1998 ad Armando Cossutta.
Le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con la propaganda anticomunista realizzata secondo le tecniche ossessive di una vera e propria guerra psicologica, e con la Dc che conquista la maggioranza assoluta (più del 48 per cento con quasi 13 milioni di voti) mentre le sinistre (Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare) si fermano al 31 per cento con poco più di 8 milioni di voti. Allora, compagno Cossutta, cosa è stato quel 18 aprile dal quale ci separano cinquant'anni? Le elezioni del 18 aprile non sono l'unico evento dell'anno 1948; anche se esso è più vicino alla nostra memoria storica, la sua portata fu tale da consentirci, oggi, di collocarlo tra gli accadimenti internazionali dei quali il 1948 è carico. Basterà ricordare per lo scacchiere europeo, o quello contiguo, la crisi in Cecoslovacchia, la rottura Urss-Jugoslavia, la divisione in due della Germania, la nascita di Israele. Quel risultato elettorale determinò l'origine, nel nostro paese, della Costituzione "materiale" ad appena tre mesi dalla approvazione della Carta costituzionale (la "Costituzione formale" che, per tanti aspetti di riforma democratica presupposti dal suo diritto, fu messa in frigorifero dai governi democristiani). L'altro, e connesso, aspetto della Costituzione materiale fu la sensibile riduzione della nostra sovranità nazionale, perché l'Italia fu di fatto "occupata" dagli Usa. Non ci fu una invasione militare (anche se, come risulta da recenti acquisizioni storiografiche, una simile ipotesi fu studiata al Pentagono per l'eventualità di una vittoria del Fronte popolare). Ma già da allora e quindi successivamente furono adottate, con il pretesto della "diga anticomunista" decisioni destinate a pesare per lungo periodo nella nostra situazione politica. Pensiamo alle origini di "Gladio" e agli accordi segreti per la concessione di basi militari agli Usa. Tutto poté avvenire perché si assunse come fonte di legittimazione non la garanzia del quadro costituzionale ma l'identificazione politica tra la leadership degli Stati Uniti e la difesa del "mondo libero" per usare una espressione di quei tempi. Il 1948, quindi, come anno di periodizzazione? Senz'altro, ma a condizione di tenere presente un punto-chiave; e cioè che l'origine di tutti gli eventi mondiali del 1948 deve essere ricercata nell'anno precedente. L'anno di cerniera è il 1947. È in quell'anno che avviene la rottura con la precedente fase, quella dell'intesa tra le grandi potenze antifasciste nella guerra contro Hitler e Mussolini. Risale infatti al '47 la elaborazione della dottrina americana dei popoli liberi, la cosiddetta dottrina Truman, che rivendicando una specifica funzione antisovietica pone fine alla collaborazione tra le nazioni alleate e vincitori contro il nazifascismo. Ma su quell'intesa c'è un'antica e superficiale querelle per cui Roosevelt, debilitato dalla malattia, non avrebbe avuto la capacità per resistere alle richieste di Stalin. Riprendo questo argomento perché adesso la storiografia revisionista lo fa suo conferendogli una finta nobiltà: quella di un Roosevelt che, in quanto democratico, crede alla parola e alle promesse di Stalin di organizzare libere elezioni nei paesi dell'Europa orientale... L'intesa aveva attraversato momenti di tensione e di precarietà già durante il corso della guerra. Pensiamo alla contestazione sovietica sul ritardo, da parte degli angloamericani, nell'apertura del secondo fronte... Chi ripropone ancora oggi le tesi cui tu ti riferisci finge di dimenticare che non c'erano soltanto Roosevelt e Stalin. Come notò uno storico del valore di Ernesto Ragionieri sia a Teheran che a Yalta i "Tre Grandi" fecero ripetuti riferimenti alla volontà dei popoli che aspiravano ad una nuova organizzazione dei rapporti internazionali. Questo era all'origine lo spirito di Yalta. Questo doveva essere il fondamento dell'Onu. Ma il discorso pronunciato da Churchill a Fulton, nel marzo 1946, alla presenza di Truman, fu il proclama della rottura dell'unità antifascista. Con una efficace, sebbene dolorosissima, configurazione plastica il leader britannico parlò di un "sipario di ferro" che da quel momento avrebbe diviso l'Europa da Stettino a Trieste. Visto con il senno del poi il carattere irreversibile di quella rottura, anche per il suo fondamento sul possesso americano della bomba atomica, doveva essere chiaramente avvertito. Come mai non lo fu, come mai non fu capito sino in fondo dalla sinistra italiana? I principali esponenti della sinistra italiana, compresi i dirigenti del Pci, non credettero, o non vollero rassegnarsi a credere, al carattere definitivo di quella rottura. Quando nel 1947, subito dopo il viaggio di De Gasperi a Washington, comunisti e socialisti furono cacciati dal governo di cui facevano parte dal 1944 (i socialisti non continuativamente), nel paese non vi fu alcuna reazione. Eppure l'estromissione delle sinistre era avvenuta in forma immotivata e questo doveva far riflettere. Invece non vi fu alcuna manifestazione, né grande né modesta, né spontanea né organizzata, nemmeno nelle aree, nelle città (pensiamo a Sesto S. Giovanni dove io ero allora segretario di un Pci con 18 mila iscritti) a prevalente presenza della sinistra. Ho riflettuto molto su questa situazione, vera e propria anomalia, dal momento che la sinistra aveva allora una forte capacità di mobilitazione. Alla domanda sul perché non si reagì contro quella cacciata che avrebbe dato avvio alla discriminazione anticomunista per un periodo pluridecennale, mi sento di rispondere che fu Togliatti a non volerlo. .. ...a proposito, alcuni storici hanno sostenuto che la debolezza della strategia comunista di allora nasceva dalla convinzione di Togliatti che la Dc rappresentasse una forza potenzialmente progressiva nella società italiana. Così dicendo si fa torto a Togliatti perché si diminuisce il grande contributo che egli, con il Pci, ha dato alla costruzione della democrazia nel nostro paese. Certo, Togliatti volle evitare una pericolosa spaccatura con la Dc nel corso del lavoro unitario della Costituente poi concluso il 1° gennaio 1948 con la promulgazione dello storico testo costituzionale che recava le tre firme espressive, esse stesse, dell'intera epoca: quelle del liberale De Nicola, Capo dello Stato, del cattolico De Gasperi, Capo del governo; del comunista Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente. Detto questo si può aggiungere che forse Togliatti non volle anche perché riteneva che la divisione si sarebbe ricomposta e che a scadenza ravvicinata tre partiti di massa (come allora si diceva di democristiani, comunisti e socialisti) sarebbero tornati a governare insieme. E forse questa era su scala mondiale anche l'opinione di Stalin che dimostrava di non voler accettare come definitiva la nuova situazione e di ritenere ancora possibile la ripresa della collaborazione fra gli Stati vincitori della guerra. Ed invece era incominciata la nuova guerra, la cosiddetta guerra fredda e fredda per modo di dire perché fu, in verità, densa di conflitti aspri, anche militari, di acuti contrasti economici, di furibonde liti diplomatiche. Non sarebbe scoppiata un'altra guerra mondiale ma ad essa ci si avvicinò più volte. La divisione del mondo in blocchi contrapposti nasce allora: ma non ve ne fu consapevolezza. Fu un errore grave, credo, di sottovalutazione della realtà. Torniamo al 18 aprile. Il Fronte popolare ottenne in percentuale quasi nove punti in meno rispetto a quanto, nelle elezioni del 1946, comunisti e socialisti avevano messo insieme presentandosi separatamente. Ci furono, inoltre, risultati differenti tra nord e sud. Si può parlare di errori di sottovalutazione? La risposta del sud avvenne, in parte rilevante, sul piano sociale, cioè su quello dei tanti nodi storici irrisolti (lo sono anche oggi!) della questione meridionale. Le sinistre arrivarono alle elezioni, del tutto impreparate allo scontro, forse senza la completa percezione del clima di incubo che sarebbe stato creato sullo scenario elettorale. In ogni caso vi giunsero convinte di un successo che era fuori della realtà, mentre quella convinzione veniva utilizzata ed enfatizzata dalla Dc per proporsi come unico argine alla rovina del paese. «Bisogna vincere, costi quel che costi» aveva detto De Gasperi. La stessa formazione del Fronte popolare (voluto dal Psi più che dal Pci) fu un errore, perché rendeva oggettivamente più difficile un'azione distinta (non separata né tantomeno contrapposta) dei socialisti, della quale viceversa c'era bisogno sia per contrastare l'avvenuta scissione saragattiana e sia per tentare di ottenere adesioni da alcune frange del mondo cattolico, accecato dall'anticomunismo ma non del tutto disponibile a seguire una politica antioperaia. Tu ritieni un errore la costituzione del Fronte popolare. Torniamo, allora, al "cruciale" 1947. Come mai a un anno dalla scissione socialista di palazzo Barberini non se ne avverti il carattere, per così dire, strategico? Pesò anche in questo caso la sottovalutazione, della quale abbiamo già parlato, della rottura dell'unità antifascista. Non si comprese che la scissione in casa socialista era stata operata da Saragat per dare vita a una formazione democratica nettamente contrapposta ai comunisti. Con essa la Dc acquisì un alleato prezioso perché riuscì a darsi una copertura verso una certa sinistra, bilanciando così la sua scelta di fondo verso il mondo liberale e conservatore. Si costituiva la premessa per quell'intesa quadripartita fra la Dc e i partiti laici (Psdi, Pri, Pli) che doveva governare l'Italia a lungo con una formula impropriamente definita moderata, di tipo centrista, ma in realtà ben più che moderata, essendo essa stessa interprete ed esecutrice delle scelte volute dai poteri economici forti ormai ricostituitisi dopo la fase incerta dell'immediato dopoguerra. Si trattava di un blocco sociale e politico compatto, pur nelle sue interne differenziazioni, fortemente unito e determinato nel favorire la riorganizzazione capitalista, sulla base di una logica privatistica e sostanzialmente antioperaia, in spregio ai principi da poco solennemente sanciti nella Carta costituzionale. Veniva ripudiato il patto democratico e antifascista, ad esso si sostituiva e si contrapponeva un patto anticomunista, oggettivamente e soggettivamente antiriformatore, anzi dichiaratamente restauratore, protetto e foraggiato dai più potenti gruppi capitalistici, ed ispirato, manovrato, guidato dal grande alleato d'oltreoceano, gli Stati Uniti d'America. Nella determinazione di questo risultato fu abilmente giocata la presunta minaccia sovietica. La capacità della propaganda anticomunista fu di rendere verosimile e incombente tale minaccia. Come si poté credere a simile eventualità se l'Urss non era intervenuta in Grecia in appoggio alla sollevazione comunista? L'Urss non intervenne a sostegno dei partigiani di Marcos perché la Grecia era sotto la protezione anglo-americana. L'Italia era sotto la protezione dell'unica potenza atomica di allora, gli Stati Uniti. E che l'Urss non avesse alcun disegno di intervento era fra l'altro provato dal ben noto incontro a Mosca fra Pietro Secchia, allora vice segretario del Pci e lo stesso Stalin che lo ricevette insieme a Molotov e a Beria. Secchia racconta che alla sua domanda circa la possibilità di un intervento o di un aiuto sovietico nel caso si fosse giunti ad una fase di tipo prerivoluzionario, Stalin rispose muovendo negativamente per tre volte il dito indice, e accompagnando la mossa già di per se molto significativa con un secco niet. Ma in quel momento, nel 1948, molti credettero alle. menzogne sparse copiosamente sui giornali e dai pulpiti. Fu facile, così, al governo democristiano accettare, anzi ricercare, l'intervento americano, che si manifestò anche con lo scorrazzare delle navi di guerra Usa nei nostri mari. Si può dire quindi che i programmi delle forze politiche in relazione ai tanti problemi del paese, da poco uscito dalla guerra, passarono in second'ordine e che la propaganda travolse la politica? La campagna elettorale fu in effetti un capolavoro della propaganda anticomunista. I manifesti della Dc erano terrificanti rispetto al pericolo della vittoria dei comunisti (non solo questi avrebbero portato alla dittatura sopprimendo le libertà democratiche, ma avrebbero tolto la casa, requisito la vacca e la terra e avrebbero messo persino in comune le donne); mentre erano suadenti rispetto alle prospettive dipinte di rosa in caso di una propria vittoria, con promesse di aiuti alimentari ed economici da parte americana, cui erano particolarmente sensibili le orecchie e le menti di una popolazione stremata materialmente e moralmente dalla guerra e dalla paura della miseria. La Chiesa intervenne massicciamente, persino con la scomunica che Pio XII volle comminata ai comunisti e agli amici dei comunisti, non risparmiando nemmeno la libertà di lettura (di libri, periodici eccetera che sostenevano la "dottrina o la prassi del comunismo"). Dall'America si fece sentire il cardinale Spellman con una dichiarazione, resa alla presenza di Truman e diffusa in ogni angolo del nostro paese; gli italiani venivano invitati a respingere lo «statalismo contro Dio e la Russia sovietica» e a scegliere l'America. In sintesi gli avvenimenti internazionali furono utilizzati per accentuare la necessità della presenza americana di fronte alle pretese minacce di invasione dell'Urss, che aveva occupato i paesi del centro Europa, dopo averli liberati dal dominio nazista, che aveva provocato la crisi cecoslovacca con la defenestrazione del governo democratico di Benes e Masarik , e che aveva costituito il Comiriform. Accadde così che in vastissimi ceti l'eventuale vittoria del Fronte popolare, cioè dei "socialcomunisti", fu sentita e temuta come vera e propria invasione sovietica. Se, pensando al 18 aprile si deve tecnicamente parlare di "elezioni politiche" (per il Senato e la Camera dei deputati) nella sostanza si trattò di un vero e proprio referendum: per vivere liberi con l'America e per impedire ai «cosacchi di arrivare con i loro cavalli a piazza San Pietro». Qual è, dunque, a mezzo secolo di distanza il tuo giudizio conclusivo sul 18 aprile e sugli eventi che lo seguirono? Certo, la delusione per la sconfitta fu enorme. Sembrò infranta una grande speranza che animava consistenti e forti masse popolari. Ma alla frustrazione, amara, si accompagnò una fortissima voglia di rivincita. Si spiega anche così la forza impetuosa del moto di lotta che si determinò pochi mesi dopo, il 14 luglio, per l'attentato contro Palmiro Togliatti: un moto di proporzioni enormi, uno sciopero che paralizzò il paese e che vide riempirsi le città di cortei e di manifestazioni imponenti. Ricordo a tale proposito la frase con cui il leggendario dirigente dei comunisti milanesi, Giuseppe Alberganti, commentò lapidariamente in piazza del Duomo, di fronte a una massa grandiosa di lavoratori, il valore di quelle due date: «Il 18 aprile ci siamo contati, il 14 luglio ci siamo pesati». Pochi anni dopo, nelle elezioni del 7 giugno 1953, le sinistre batterono la Dc sulla legge truffa e Alcide De Gasperi fu costretto a ritirarsi. E da allora, dal 18 aprile e dal 14 luglio 1948, i comunisti aumentarono di peso e di numero. L'Italia di oggi deve molto alla lungimiranza di Togliatti e del Pci, quando, nel 1947, vollero e seppero scegliere la strada, se pur difficile e lunga, dell'attuazione della Costituzione e della lotta delle masse popolari nell'alveo costituzionale. Liberazione 12 aprile 1998
70 anni fa, si esauriva il progetto di unificazione di Aiello, Cleto e Serra

Il sedici maggio del 1928, per gli effetti del Regio Decreto 9 aprile di quell’anno, e in virtù del Decreto prefettizio del 7 maggio che fissava la data effettiva di unificazione al 15 dello stesso mese, i centri abitati di Aiello, Cleto e Serra erano divenuti un unico comune. Nel giugno di 70 anni fa, invece, l’esperienza della nuova Aiello si concludeva definitivamente con l’autonomia di Serra raggiunta nel 1937, e dopo che Cleto aveva riacquistato la propria nel 1934. Come hanno spiegato Massimiliano e Fausto Cozzetto in una pubblicazione dal titolo “Fascismo e vita civile: Aiello Calabro, Cleto e Serra Aiello 1928-1937”, promossa nel 2003 dall’allora assessorato alla cultura del comune di Aiello Calabro, il progetto era stato fortemente voluto dal prefetto Agostino Guerresi, nativo di San Lucido e dal Podestà Valerio di Malta, esponente di una importante famiglia del paese che in quel frangente ricopriva le cariche, a titolo gratuito, anche di commissario prefettizio di Cleto e Serra.
Il periodo in questione era caratterizzato da una situazione in cui si sentivano ancora forti le conseguenze del sisma del 1905, e durante la quale «buona parte della vita comunale era dominata dal problema della distribuzione degli oneri fiscali su una base sociale che appariva in grave difficoltà», come dimostrarono nel febbraio del 1921 gli incidenti originati dall’imposizione della tassa sul focatico. In tutti e tre i comuni, le entrate gravavano per la quasi totalità sulla contribuzione fiscale degli abitanti. «In queste condizioni, né per Aiello, né per gli altri comuni del suo hinterland – spiega Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical – era pensabile l’attivazione delle procedure che avrebbero loro consentito di beneficiare della politica dei lavori pubblici, condotta in quegli anni sotto la spinta dell’azione ministeriale di Michele Bianchi». E così, a fronte di una avvertita necessità di dotare i centri in questione di importanti opere, soprattutto di carattere igienico, nasce l’idea del progetto politico-amministrativo che Guerresi propone al Ministero dell’Interno. Una idea di accorpamento, che secondo le intenzioni dei promotori avrebbe dovuto presentare, soprattutto, vantaggi notevoli in termini di solidità finanziaria degli enti.
«I comuni che propongo di unificare – scriveva Guerresi nella relazione al Ministero – hanno identità di costumi, di sentimenti e di tradizioni. Hanno, altresì, comunità di interessi e rapporti economici. La produzione di detti comuni, prevalentemente agricola ha un unico sbocco sul mercato di Aiello ove, peraltro, risiedono i maggiori proprietari di Cleto e Serra. Tutti e tre i paesi hanno, poi, unico scalo ferroviario sulla litoranea tirrenica: Serra Aiello. I rapporti tra gli abitanti di Cleto e Serra con quelli di Aiello, capoluogo di mandamento, sono frequenti. Per il disbrigo di affari, non esclusi quelli legali, per i rifornimenti all’ingrosso, per tutto quanto possa occorrere gli abitanti di Cleto e Serra sono da tempo immemorabile abituati a recarsi in Aiello. Sono, peraltro, essi favoriti dalle comode rotabili che allacciano fra di loro i paesi summenzionati ed, altresì, da numerose vie di campagna, vicinali e mulattiere che abbreviano notevolmente la distanza che separa ciascun comune da Aiello».
Oltre al quadro socioeconomico, il prefetto forniva dati su territorio e abitanti (per Aiello 4184 abitanti per un territorio di 3787 ettari; per Serra 708 ab. e 380 ettari; e per Cleto, 2174 ab. e 1922 ettari), e aggiungeva anche la proposta di distaccare dal territorio di Amantea un territorio di circa 86 ettari, che avrebbero portato i confini occidentali del nuovo comune sino al mare, soddisfacendo, fa notare Cozzetto, «una millenaria aspirazione della comunità aiellese: ampliare il territorio del nuovo comune, fino ad offrirgli uno sbocco diretto sul Tirreno, superando la storica, ma scomoda e talvolta conflittuale, mediazione di Amantea». «Questo comune, peraltro – chiariva Guerresi – sarebbe presto compensato di tale perdita in quanto con prossimo rapporto mi riservo di proporre l’aggregazione ad Amantea del comune di S. Pietro in Amantea, che ha una popolazione di 1.519 abit. e una estensione di ettari 108,3».
«Come era intrinseco alla natura autoritaria del regime – scrivono Massimiliano e Fausto Cozzetto, nello studio pubblicato nei quaderni della Deputazione di Storia Patria per la Calabria -, il progetto “Aiello Calabro” venne portato avanti senza alcun reale dibattito tra le popolazioni interessate. Uscito dalla mente di Guerresi e di Malta, esso venne sottoposto per un parere ai vertici amministrativi dei tre comuni che, coincidendo nella figura di di Malta, si espressero favorevolmente». Secondo Guerresi, addirittura, il progetto era stato accolto “entusiasticamente” dalle sezioni del fascio di Aiello e Serra, mentre quello di Cleto aveva fatto pervenire un ordine del giorno contrario che il prefetto liquidava «ispirato alle vedute di poche persone cointeressate a non perdere il dominio» e che invece le aspirazioni di quella popolazione vedessero «nell’aggregazione ad Aiello l’inizio della tranquillità e della pacificazione».
In realtà, l’unificazione dei tre comuni nella nuova Aiello di cui fu nominato commissario prima e podestà dopo lo stesso di Malta, non ebbe il successo che si aspettava il ceto politico fascista. Anzi, con la grande crisi del ’29, e per altre disposizioni governative sul piano amministrativo, la situazione finanziaria del nuovo comune non migliora affatto. Né sarà possibile assumere mutui per opere pubbliche, eccetto che per una sola occasione per il pareggio del bilancio. In questa temperie, l’esperienza politico-amministrativa si avvia a conclusione. Nel frattempo Guerresi era stato sostituito alla guida della Prefettura cosentina, il Podestà di Malta si era dimesso e veniva rimpiazzato nel ’32 da Attilio Solimena.«Le fondamenta del comune unificato – si legge nella parte conclusiva dello studio – iniziarono a fibrillare, venuto meno il ceto dirigente che lo aveva fortemente sostenuto, e ripresero, ovviamente, forza i gruppi che, a suo tempo, si erano opposti al progetto».
La Guerra civile spagnola

Nel luglio del 1936 – al culmine di una grave situazione politica, acutizzatasi dopo che nel febbraio precedente il Fronte Popolare aveva ottenuto una vittoria molto risicata sulle destre che non accettano facilmente il responso delle urne, e preceduta da una serie di scontri in molte città tra i due schieramenti – era scoppiata la Guerra Civile di Spagna. Per tanti aspetti, la prova generale della seconda Guerra Mondiale che di lì a poco insanguinerà l’Europa e che finirà, con la vittoria franchista, nel 1939. Un conflitto duro e atroce che rappresenta – come scrive lo storico Fausto Cozzetto – «l’emblema di un’epoca che vede il confronto di tre modelli di organizzazione della vita sociale: quello democratico occidentale, quello comunista e anarchico, quello fascista innestato sulla forza delle tradizioni militari e religiose della Spagna».
La precedente situazione politica e sociale. La Spagna in quegli anni presentava una situazione politica e socioeconomica complessa. Più di un decennio prima, nel 1923, c’era stato il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera che detenne il potere, con l’appoggio del re Alfonso XIII, sino al gennaio del 1930, quando le forti opposizioni alla sua politica lo costringeranno ad abbondonare.
Il 1931 è un anno cruciale. Dopo la caduta della monarchia – rimpiazzata a fine dicembre con l’emanazione della nuova Costituzione dalla seconda Repubblica (la prima durò dal 1873 al 1874) -, i partiti repubblicano e socialista si affermano nelle consultazioni di quell’anno avviando, con il governo Azaña, alcune riforme importanti (quella agraria in particolare) che incontreranno, però, molte difficoltà «sia per la resistenza dei ceti colpiti da quei provvedimenti – come asserisce Cozzetto -, sia per l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che li ritengono insufficienti».
Quella dei primi anni trenta, dunque, è una situazione in forte fibrillazione, le cui cause sono da ricercare nella forte arretratezza dell’economia spagnola, accentuata anche dalla recessione del 1929. Nelle campagne i contadini sono in rivolta contro i latifondisti; i capitali cominciano a prendere la via dei paesi esteri. È un momento questo, per le forze di destra, molto preoccupante per la salvaguardia dei loro interessi che porterà, nel corso del 1932, ad un tentativo di golpe da parte del generale Sanjurjo. In questa temperie, viene fondata nel 1933 la “Confederación Española de Derechás Autonomas” (CEDA) guidata da Gil Robles. Una formazione politica che ha per obiettivo la difesa degli interessi reazionari di proprietari fondiari, oligarchia finanziaria, alto clero, gesuiti e ceto militarista. In quello stesso anno, nascono altre due organizzazione politiche: le “Giunte di Offensiva Nazionale Sindacalista” e le camicie azzurre della “Falange”, guidata da Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, poi arrestato e fucilato nel novembre del ’36, sotto il governo del Frente Popular. Dall’altro lato, invece, si contrappongono le sinistre, formate principalmente dal partito socialista e da quello comunista.
Alle elezioni del 1933, le destre – che avevano usato ogni mezzo per attirare dalla loro parte i contadini medi e la piccola borghesia -, conquistano la maggioranza dei suffragi e formano un governo filofascista guidato dal radicale Lerroux. Nel periodo 1934-35, chiamato il “biennio nero”, verranno «ripristinati i precedenti privilegi ecclesiastici e sospesa la riforma agraria, liquidate le conquiste dei lavoratori, sottoposta a censura la stampa, bloccata la riforma della scuola, represse le manifestazioni popolari». In questo contesto, in cui comincia anche a farsi strada l’opportunità da parte dei partiti di sinistra di formare un fronte unico antifascista, tutto il paese è teatro di una serie infinita di scioperi che non di rado sfociano in guerriglia urbana e rurale che il governo seda con la Legione Straniera (il Tercio de Extranjeros) di Francisco Franco. Nelle Asturie, tale situazione diventa esplosiva. Circa 27 mila minatori socialisti, comunisti e anarcosindacalisti delle “milizie rosse” mettono in atto una vera e propria lotta armata “di tipo bolscevico” contro il governo, che per tutta risposta attua una violenta repressione con circa tremila morti e 40 mila incarcerati.
Tale episodio in particolare, induce le forze in campo (socialisti, repubblicani, cattolici baschi autonomisti, comunisti ed anarchici) a coalizzarsi ed unirsi nel Frente Popular che conquista una vittoria molto risicata nelle consultazioni del febbraio 1936 ottenendo il 48% dei consensi (poi con il premio di maggioranza arriverà al 55 % dei seggi), rispetto al 46% delle destre. Al governo va Quiroga, mentre Azaña diviene presidente della Repubblica al posto del destituito Zamora.
Le destre tuttavia non accettano facilmente il responso delle urne e scatenano rappresaglie in molte città. In aggiunta, anche il governo, ora “più oltranzista e massimalista”, accentua l’azione persecutoria nei confronti della chiesa, dà l’avvio alla confisca dei latifondi, e permette la formazione di gruppi armati rivoluzionari. Tra febbraio e luglio, si registreranno drammatici scontri con centinaia di vittime.
L’inizio della guerra civile. Il 18 luglio – dopo che il giorno prima erano insorte le guarnigioni militari a Melilla in Marrocco e delle Canarie dove era stato allontanato il generale Franco -, “l’alzamiento”, ovvero la ribellione delle forze armate, scatta in tutta la nazione iberica. Il casus belli è l’uccisione il 13 luglio da parte della polizia urbana repubblicana del monarchico J. Calvo Sotelo, capo dell’opposizione.
Il pronuciamiento (il 52° golpe dal 1814 quando si verifica il primo contro l’assolutismo di Ferdinando VII), non ha subito il successo sperato. I nazionalisti riescono a conquistare molte delle importanti città del sud come Cadice, Cordova e Granata; del nord come Vigo, La Coruna, Pamplona e Burgos; mentre fallisce il tentativo di prendere la capitale Madrid e Barcellona che sono difese dai volontari della milizia popolare. Nel frattempo, il 19 luglio, si dimette il governo Quiroga e al suo posto subentra Giral; e a fine luglio si costituisce a Burgos il governo nazionalista (Junta de Defensa Nacional).
La rivoluzione sociale. Accanto alle operazioni di guerra, nelle zone controllate dai repubblicani, dalla metà di luglio e sino a fine agosto del 1936, si innescano una serie di collettivizzazioni nei trasporti urbani e ferroviari, nelle industrie, nella aziende commerciali e nel settore agricolo, con l’esproprio di migliaia di imprese che saranno gestite direttamente dai lavoratori e dai loro sindacati. Un conflitto nel conflitto che trasformerà Barcellona, durante “i giorni di maggio” del 1937 (tragedia narrata da Orwell in “Omaggio alla Catalogna”), un campo di battaglia e di scontri all’interno delle stesse forze repubblicane, con i comunisti da un lato che volevano rinviare «ogni prospettiva rivoluzionaria alla fine della guerra» e gli anarchici dall’altro che invece volevano far coincidere la guerra con la rivoluzione.
Gli schieramenti. Le forze nazionaliste del generale Franco contano su buona parte dell’Esercito e in minima parte sull’Aviazione e sulla Marina che sono rimaste repubblicane. Delle fila franchiste fanno parte pure i falangisti, i carlisti e i monarchici legittimisti, i nazionalisti (che comprendono la maggior parte dei cattolici e del clero), e parte dei conservatori. Tra i repubblicani, vi sono i liberali, i nazionalisti baschi e catalani, i socialisti, i comunisti stalinisti e trotzkysti e gli anarchici.
Sul piano internazionale, sia l’Italia di Mussolini che la Germania di Hitler che con i capitalisti spagnoli condividono interessi economici, daranno subito il proprio appoggio alla causa fascista. Viceversa, alcune nazioni come Francia, Inghilterra e Usa, esponenti delle democrazie occidentali, temendo la vittoria anticapitalistica dei repubblicani e che il conflitto potesse estendersi al resto d’Europa, attueranno una politica di non intervento, condivisa poi nell’agosto del ’36 da 27 paesi (comprese Italia e Germania), tra cui pure la Russia, convinta che «se l’accordo fosse stato davvero rispettato da tutti, cioè anche da Italia e Germania, i fascisti spagnoli sarebbero stati sconfitti». Ma così non fu, poiché Mussolini ed Hitler intensificarono gli aiuti in maniera esplicita, mirando a estendere nel resto d’Europa il regime fascista. Un fatto che spingerà in particolare l’Unione Sovietica a riprendere gli aiuti militari e finanziari alla Repubblica.
In particolare, l’intervento internazionale si traduce nell’invio da parte italiana del Corpo Truppe Volontarie. Il grosso del contingente arriverà agli inizi del 1937. La Divisione Littorio conta circa 20 mila soldati ed altri 30 mila sono le camicie nere. I tedeschi, invece, mandano in terra di Spagna, già a partire dall’agosto 1936, la famigerata unità militare che qualche mese più tardi prenderà il nome di legione Condor, una flotta di un centinaio di nuovissimi aeroplani della Lutfwaffe che, tra le altre operazioni militari, si macchierà della strage della città basca di Guernica (26 aprile 1937), il cui bombardamento a tappeto ispira il celebre dipinto di Picasso.

Le Brigate Internazionali. Sull’altro fronte, dall’agosto del ’36, cominciano ad arrivare volontari da 52 paesi che saranno organizzati dalla Terza Internazionale a partire dall’ottobre del ‘36 nelle Brigate Internazionali che conteranno all’incirca 40 mila combattenti, di cui metà perderanno la vita in battaglia, saranno dispersi o feriti.
Delle Brigate Internazionali fanno parte i maggiori esponenti dell’antifascismo europeo. Nomi come Togliatti, Longo, Nenni, Tito, Marty ecc. e Carlo Rosselli che in Spagna è a capo della “Colonna Italiana Francisco Ascaso”, e che verrà assassinato da sicari mandati da Mussolini assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937, in Francia, dove si era rifugiato dopo il ferimento nelle fasi della guerra spagnola.
Le Brigate Internazionali – che svolsero un ruolo fondamentale nelle diverse battaglie di Madrid, Guadalajara e dell’Ebro – verranno poi disciolte nell’ottobre del 1938 per le politiche di non intervento portate avanti dalle democrazie occidentali.
Le principali battaglie e avvenimenti. Il 15 agosto i nazionalisti prendono Badajoz; il 4 settembre liberano Toledo tenuta in assedio dai repubblicani dall’inizio della guerra. Sempre in settembre, il socialista Largo Caballero è nominato capo del governo; mentre Franco diviene capo unico della Giunta militare. Nell’autunno, Madrid è teatro di uno scontro durissimo ed il governo si sposta a Valencia. Nello stesso periodo, l’Italia e la Germania riconoscono, ufficialmente, il governo di Francisco Franco.
Nel marzo del ‘37, la battaglia di Guadalajara, che dista pochissimo dalla capitale, vede impegnate le Truppe Volontarie italiane, che perdono la battaglia contro lo schieramento repubblicano, formato in prevalenza dalla Brigata Garibaldi. Il maggio successivo invece, è caratterizzato, come già accennato, da un’insurrezione operaia a Barcellona. A metà maggio cade il governo Caballero e ne diviene capo il socialista Negrin. A novembre la sede del governo cambia ancora da Valencia per Barcellona. Inizia a dicembre la battaglia di Teruel, vinta poi dai nazionalisti. Dopo un tentativo di trattare la pace, la guerra continua, e nella battaglia dell’Ebro, che dura da luglio a novembre del ‘38, i repubblicani tentano di ricollegare i territori da loro controllati. Sarà un fallimento che pregiudicherà l’esito finale dello scontro. A fine anno, Franco lancia l’offensiva finale che porterà, dopo la conquista di Barcellona, al riconoscimento da parte di Francia ed Inghilterra, nel febbraio del ‘39, del governo nazionalista; mentre il presidente della Repubblica Azaña, rifugiatosi in Francia, rassegna le dimissioni. La guerra finisce con l’entrata a Madrid dei franchisti a fine marzo del 1939.
Le violenze, le vittime. Il bilancio della Guerra civile è terribile. Si è parlato di un milione e 300 mila morti di cui 400 mila in combattimento da entrambe le parti. Ben 75 mila furono uccisi dalle sinistre tra il 1936 e il 1939; 400 mila dai franchisti nel corso della guerra, 100.000 eliminati sommariamente dai franchisti dopo la fine della guerra e 400.000 dopo una sentenza capitale (l’ultima nel 1953). A queste cifre bisogna aggiungere altre decine di migliaia di vittime della guerriglia che continuerà sui monti sino alla fine degli anni ‘40.
Tra i morti si contano anche nomi illustri. È il caso del poeta Federico Garcia Lorca che viene brutalmente ucciso dai franchisti nell’agosto del 1936. La sua colpa fu l’aver firmato, nel febbraio precedente, assieme ad altri intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, pubblicato poi su Mundo Obrero il giorno prima delle elezioni. «L’assassinio di Federico fu per me – scrisse il poeta cileno Pablo Neruda – l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce».
La chiesa cattolica annovera pure tra le sue fila, l’uccisione di una dozzina di vescovi, e circa 7 mila tra sacerdoti, suore e laici. Un dato, questo, che dà la misura dell’anticlericalismo del governo repubblicano, evidenziato all’epoca da Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del marzo 1937.
Nel marzo del 1987, Papa Woityla proclamerà beati, 8 dei martiri spagnoli uccisi durante quel sanguinario conflitto.
Combattenti antifascisti calabresi. Nei bollettini dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Cosenza), ne sono citati diversi. I nominativi sono tratti da fonti dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, con aggiunte di I. Sangineto. Tra questi, troviamo Gennarino Sarcone di Rogliano che in Spagna combatte sui fronti del Centro e di Teruel ed è commissario politico nella milizia di Carlo Rosselli. Al rientro in Italia, terminata l’esperienza nelle Brigate Internazionali, sarà arrestato nell’aprile del 1942 e mandato al confino. Tra le vittime, secondo quanto riportato in uno scritto di Tobia Cornacchioli, annotiamo l’anarchico Cosmo Pirozzo di Rosarno (1912 – Huesca 1937). Studente in Lettere e Filosofia a Torino, Pirozzo va in Spagna nei primi di agosto del 1936 e si aggrega alla milizia di Rosselli. Cadrà in battaglia il 12 gennaio del 1937, colpito dallo scoppio di un proiettile dell’artiglieria nemica, dopo aver soccorso il compagno ferito Luigi Talarico di Aprigliano. Tanti calabresi. Come pure il comunista cosentino Eugenio Gallucci che muore nella battaglia dell’Ebro; o il reggino Valentino Abruzzese (Rizziconi 1908 – Fuentes de Ebro 1937), ricordato assieme ad altri in uno scritto di Rocco Lentini, o ancora Marco Perpiglia. Ma è impossibile elencarli tutti.
Personaggi. “Antes morir de pie que vivir de rodillas! No pasaran!”. “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Così disse Dolores Ibarruri (1895 – 1989), meglio conosciuta come la Pasionaria, in un annuncio radio, la sera del colpo di stato. Poco più tardi a Madrid, con un compagno andrà nella Caserma di fanteria e arringherà i soldati incerti facendoli passare dalla parte repubblicana. In seguito promuoverà la nascita della milizia del Quinto Reggimento. Nel 1920, quando in Spagna nasce il Partito Comunista, la bella Dolores ne fa subito parte come membro del comitato provinciale del partito comunista basco. Inizia a scrivere su giornali come Mundo Obrero, organo ufficiale del partito, e si firma con lo psedudonimo di Pasionaria. Diviene in seguito membro del comitato centrale del partito. Arrestata più volte per il suo impegno politico, è sempre più presente nella attività del partito e nella battaglia contro il fascismo. Nel 1935 viene eletta membro del Comintern, ed è tra coloro i quali approva la costituzione del Frente Popular che vincerà le elezioni del febbraio ’36. Si adopera, all’indomani del pronunciamento delle forze armate, a formare le Brigate Internazionali. Con il Governo Caballero, in cui entrano a far parte anche i comunisti, la Pasionaria diventa vice presidente del Parlamento. Dopo la fine della guerra, andrà in Francia e poi in Russia dove diventerà cittadina sovietica. Nel 1942, alla morte di Diaz, è segretaria del partito comunista spagnolo in esilio e lo resterà fino al 1960, quando prenderà il suo posto Santiago Carrillo. Nel 1945 è vicepresidente del comitato esecutivo della federazione internazionale delle donne democratiche. Alla morte di Franco, nel 1977 verrà eletta deputata. Nei due schieramenti opposti spiccano anche altri personaggi. Per i repubblicani, il generale Lister, eroico difensore di Madrid e comandante del Quinto Reggimento; ed il colonnello Moscardò, comandante dell’Alcazar di Toledo, per i nazionalisti.
Romanzi e pellicole. Tra i libri e i film che hanno a tema il conflitto spagnolo, da segnalare principalmente: “Per chi suona la campana”. Il romanzo di Ernest Hemingway (21 luglio1899 – 2 luglio 1961) è del 1940. Il protagonista Robert Jordan, è un intellettuale americano che combatte nelle Brigate Internazionali. Viene inviato sulle montagne dal generale Golz dove dovrà far saltare un ponte, in concomitanza dell’offensiva repubblicana a Navacerrada nei pressi di Segovia. Prende contatto con un gruppo di guerriglieri che lo aiuteranno a compiere l’impresa. Qui conosce Maria e tra i due scoppia l’amore, con la benedizione di Pilar, la mujer di Pablo. Robert farà saltare in aria il ponte, ma sarà ferito in modo grave durante la fuga e rimarrà solo, ormai condannato a morte sicura, ad affrontare gli inseguitori. Per la figura di Robert Jordan, Ernest Hemingway si è ispirato a Robert Capa, “il più grande fotografo di guerra del mondo”, che perde la compagna Gerda durante la battaglia di Brunete nel luglio del ’37. A tre anni dall’uscita del romanzo, nel 1943, Per Chi Suona la Campana (For Whom the Bell Tolls) diventa un film di grande successo. La pellicola (colori, 170 min.) diretta da Sam Wood, ha come interpreti Gary Cooper nei panni di Robert, Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar) e Ingrid Bergman nel ruolo di Maria. Nel 1944 guadagna l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, il Golden Globe per il miglior attore non protagonista e per la migliore attrice non protagonista.
Altre opere cinematografiche. Spagna ’36 di Buñuel; Espoir di Andrè Malraux del 1938; L’Assedio dell’Alcázar e Sin Novedad en el Alcázar (1940), di Augusto Genina (versione italiana e spagnola), premiato alla mostra del cinema di Venezia nel 1940 con la coppa Mussolini. Ed ancora: Morire a Madrid di F. Rossif – Cinegiornali Sovietici (1936 – 1938); Terra e Libertà (1995) di Ken Loach; Aguiluchos de la Fai por Tierra de Aragona (1936); Bilbao di Bigas Luna del 1976; Ay, Carmela di Carlos Saura del 1989; Terra di Spagna di Joris Ivens con commento di E. Hemingway; Raza di Josè Luis S. De Heredia (con soggetto di Jaine De Andrade, pseudonimo del generale Franco).
A seguire, il dossier pubblicato da Il Quotidiano della Calabria del 17 luglio 2006
Rodolfo Walsh, il giornalista e scrittore che fu ucciso dalla dittatura argentina

Era il 25 marzo del 1977 quando Rodolfo Walsh — il giornalista che sventò i piani della CIA rivelando, nell’aprile del ’61, l’imminente attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba — fu ucciso dalla dittatura argentina.
Il giorno prima di cadere vittima di un’imboscata tesa da un grupo de tareas dell’ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina Militare di Buenos Aires), Walsh aveva firmato e spedito una durissima lettera di condanna del regime alla stampa (che non la pubblicò) e alla Giunta Militare guidata da Videla e Massera, salita al potere il 24 marzo 1976 con il rovesciamento del governo di Isabelita Perón.
L’imboscata e la scomparsa
Quel giorno di marzo del ’77, Rodolfo Walsh rimase ferito mortalmente in un conflitto a fuoco con i militari; il suo cadavere fu poi trasportato all’ESMA. L’obiettivo degli assalitori, se il giornalista non si fosse ribellato tentando di difendersi con una pistola e ferendo uno dei militari, era quello di sequestrarlo e torturarlo.
Ancora oggi il sequestrato n. 26.001 — per la cui morte sono state condannate 16 persone, tra le quali Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta — risulta un desaparecido e il suo corpo non è mai stato restituito ai familiari.
La «Carta abierta» alla Giunta Militare
Nella sua lettera di denuncia, la Carta abierta de un escritor a la junta militar, Walsh accusava apertamente la dittatura di aver prodotto, in un solo anno di terrore e di violazioni dei diritti umani:
15.000 scomparsi;
10.000 detenuti;
4.000 morti;
Decine di migliaia di esiliati.
L’operato del regime, inoltre, aveva condotto il Paese al disastro economico e ridotto la popolazione alla fame.
«Queste sono le riflessioni che, nel primo anniversario del vostro infausto governo, ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili.»
La carriera e l’invenzione del New Journalism
Ammirato da intellettuali del calibro di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, Rodolfo Walsh era nato il 9 gennaio 1927. Nel 1941 si trasferì dalla provincia del Río Negro a Buenos Aires. Nel 1944 iniziò a lavorare come correttore di bozze e traduttore, mentre sette anni più tardi avviò la sua brillante carriera giornalistica.
Fu tra i fondatori dell’agenzia Prensa Latina a Cuba. Nel 1973, al rientro in Argentina, aderì ai Montoneros, la formazione guerrigliera della sinistra peronista. Durante il golpe del ’76 diede vita all’Agencia de Noticias Clandestina.
È celebre per il libro del 1957 Operazione Massacro (Operación Masacre, edito in Italia da Sellerio), considerato un capolavoro di giornalismo investigativo che anticipò di diversi anni A sangue freddo (1966) di Truman Capote. Il volume racconta l’Argentina del post-Perón, un periodo in cui i militari al potere proibirono persino di pronunciare il nome dell’ex presidente.
L’opera ricostruisce gli eventi del 9 giugno 1956, quando l’esercito — a seguito di un fallito tentativo di restaurazione peronista — giustiziò senza motivo un gruppo di civili inermi nella periferia di Buenos Aires. Un episodio appreso da Walsh grazie alla testimonianza di un superstite e approfondito con un’inchiesta che portò all’apertura di diversi processi.
L’eredità giornalistica
L’esempio di impegno civile di Walsh è stato raccolto da un gruppo di investigatori indipendenti (tra cui giornalisti, storici, docenti e studenti) che hanno fondato l’Agenzia Rodolfo Walsh, la quale si propone come missione: «L’investigazione e l’analisi di quei fatti, attuali e storici, che influiscono sulla realtà concreta e quotidiana del popolo e che sono occultati o manipolati dalle grandi corporazioni dell’informazione.»
Nando Aloisio
Quando Nando Aloisio muore è il 12 novembre del 1975. «In Argentina – come ci racconta il figlio Alfredito, docente di psicologia all’Università di Barcellona in Spagna che alla morte del padre aveva 18 anni, militante nella Gioventù del Partito Comunista -, si stava imponendo l’idea, mediante l’azione dei mezzi di comunicazione di massa, che il caos si stava avvicinando, e che mancava una condotta patriottica per far ritornare il paese alla “civilizzazione”. Era questa – aggiunge – un’epoca molto movimentata. Da un lato, i militari che ancora non si erano decisi a prendere il governo (lo avrebbero fatto poi l’anno seguente), si dichiaravano, con l’appoggio del parlamento, in guerra contro i gruppi guerriglieri. Dall’altro, era cresciuta una parte fascista che si incaricava di minacciare e ammazzare persone vicine alla sinistra».
Fernando Aloisio, era emigrato in Sudamerica nel 1948. Era nato ad Aiello Calabro (Cs) il 28 aprile 1923. Diplomatosi come perito agrario, aveva ricoperto dal 1944 al 1946 la carica di presidente dell’Ucsea (ufficio comunale statistico economico dell’agricoltura). Aveva organizzato la Camera del Lavoro di Aiello e la sezione locale del Partito Comunista e partecipato attivamente nel 1946 alla campagna in favore della Repubblica per il Referendum che diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e nel 1947-48 alla lotta dei contadini della sua regione con l’occupazione delle terre.
Poi, chiuso per ordine governativo l’ufficio dell’Ucsea che non aveva più ragione di esistere, Nando si ritrovò senza lavoro e venne il momento di partire, come ci ricorda il poeta comunista Peppe Verduci nel suo libro di Memorie di Lotta. In Argentina, assume la direzione di una importante Impresa nella provincia del Rìo Negro e si sposa con una ragazza del suo paese a Buenos Aires il 21 settembre 1950.
Ritornerà in Italia nel 1953, dedicandosi nuovamente all’azione sindacale in favore dei contadini. Ma nel 1954, si trasferisce, questa volta definitivamente, a Buenos Aires prendendo parte attiva alla vita della collettività italiana, sempre con lo sguardo ai suoi ideali politici e sindacali. Partecipa alla costituzione dell’Associazione Calabrese unificando il “Corum Bonum” e il circolo Calabrese; è membro dell’esecutivo della Azione Italiana Garibaldi, associazione antifascista degli emigrati italiani. Fa parte della Commissione Direttiva dell’AIMI (Unione e Benevolenza) e di Feditalia (Federazione delle Società Italiane in Argentina), essendo anche membro attivo del Gruppo Permanente del Lavoro e del Comitato di Coordinamento delle attività assistenziali del Consolato Generale d’Italia. Diventa presidente della Commissione Nazionale del Patronato INCA-CGIL e fa parte come esperto del Comitato Consultivo degli Italiani all’Estero con sede a Roma. Lavora pure diversi anni come impiegato del Banco de Italia y Rio de la Plata.
La situazione in cui agisce Aloisio, com’è quella argentina, un paese in grave crisi economica e politica e di terrorismo, è fortemente pericolosa, specialmente per coloro i quali militavano a sinistra. «Ricordo ancora – riferisce Alfredito Aloisio – le tante volte che mio padre fu minacciato dalle bande fasciste. Entravano nell’ufficio di notte, rompevano tutto e lasciavano carte intimidatorie».
Nell’ultimo dei viaggi a Roma per i suoi impegni legati all’attività sindacale e politica, Nando Aloisio disse che al ritorno in Argentina avrebbe dovuto sottoporsi alla consueta operazione al cuore per la sostituzione della valvola mitralica. Non volle dare ascolto all’amico compagno di partito Giancarlo Pajetta che lo pregò di farsi operare in Italia.

Vedasi nota biografica su Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea dell’ICSAIC



