Accese le luci al castello di Aiello Calabro

AIELLO – Il 28 luglio, nel mentre a Fiumefreddo veniva inaugurato il castello restaurato (qui), ed era in corso il Bergamini day, anche ad Aiello è stata finalmente accesa l’illuminazione lungo il percorso che conduce alla porta d’ingresso, nei pressi della torre quadrata.

Appena possibile, faremo un giretto serale per fare qualche foto.

Post precedenti sul Castello:

21 marzo, Giornata Mondiale della Poesia. Per celebrare l’appuntamento, qualche poesia di Francesco Della Valle, poeta Aiellese del Seicento

Il 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente.
La data, che segna anche il primo giorno di primavera – è scritto sul sito dell’Unesco -, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace”.

Per celebrare l’appuntamento, in galleria foto, alcuni componimenti del poeta Francesco Della Valle (Aiello Calabro, 1590 circa – Roma ?, 1627).
Qui di seguito, un articolo che tratta del poeta calabrese.

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Francesco Della Valle, poeta aiellese del ‘600
di Bruno Pino (Il Quotidiano, settembre 2002)

“DI DUO Franceschi abbia la Patria il vanto /tu la spada adoprando ed io le carte /tu col valor del braccio ed io col canto”. I versi che recita Antonio Piromalli, professore emerito di Letteratura Italiana all’Università di Cassino, tra i maggiori critici e storici della letteratura italiana attualmente in circolazione – in occasione della conferenza sul poeta secentesco tenutasi recentemente alla Casa delle Culture della cittadina aiellese – fanno chiarezza sul luogo di nascita del poeta Francesco Della Valle, vissuto tra la fine del 1500 e i primi decenni del 1600. Appartenenti ad un sonetto delle “Rime” che scrisse il poeta, opera forse mai letta in precedenza con la dovuta attenzione, i versi citati da Piromalli sono dedicati all’amico Francesco di Malta, esponente di spicco di una delle famiglie nobili aiellesi, assalito dai turchi in battaglia e salvatosi eroicamente. Se la patria del di Malta era – come era – lo Stato feudale di Aiello, è logico dedurre, che anche Della Valle fosse aiellese. Anche un altro sonetto, sempre delle “Rime” che sono dedicate ad una donna della propria città natale, si rivela chiarificatore. In esso l’autore affida il compito all’amico Muzio Stefanini, aiellese anche lui, di andare a trovare la sua musa in Aiello (Là dove sotto a poco amica stella/ io nacqui e vissi i dì poco sereni/ vanne pur, Muzio, e dica all’empia/ che mia penna ha cara/ che ancor l’adoro/ e alla patria ingrata/ che suo malgrado a nome mio sia chiara.).
Ciononostante, alcuni studiosi reputano Della Valle nativo invece di Cosenza e nipote di Sartorio Quattromani. Questa tesi, trova fondamento nella dicitura riportata sulla copertina di una delle edizioni delle “Rime” (Napoli, 1617), in cui il poeta si qualifica cosentino; e anche nel sonetto che l’autore dedica alla città di Cosenza dove dice: “Nobil città, ch’al chiaro Crati in sponda; …Come presso (sic!) il tuo Seggio ebbi la cuna”. Analizzati con attenzione, gli elementi che sostanziano la tesi della cosentinità, risultano in qualche maniera poco sostenibili. Lo Spiriti, nelle sue “Memorie degli scrittori cosentini”, ci dice, invece, chiaramente, che il Della Valle “… di cui si rinviene il nome avanti la traduzione del IV libro dell’Eneide del Quattromani” visse intorno al 1570, mentre il Nostro “pubblicò le sue poesie il 1618, e dice l’Eritreo, che morì molto giovine (probabilmente nel 1627); onde se questi dovesse riputarsi lo stesso, che il primo, avrebbe dovuto avere nel 1618 almeno li suoi settant’anni; e perciò nò potea dirsi che fosse morto assai giovine”. Parimenti, anche la menzione che il poeta fa di Cosenza nel sonetto dedicato alla Città Bruzia (presso il tuo Seggio ebbi la cuna), trova una plausibile spiegazione nel fatto che potrebbe essere stata dettata unicamente dalla gloria e dalla potenza culturale e politica che la città dei Bruzi ebbe in quell’epoca.
Per l’autorevole storico e critico della letteratura italiana Antonio Piromalli, che con una prosa semplice e gradevole ha tenuto alto e costante l’interesse del numeroso pubblico, non ci sono dubbi. Francesco Della Valle è poeta aiellese, come lo era per Benedetto Croce che nel 1910 lo inserisce nell’antologia dei Lirici marinisti.
Durante l’incontro culturale – curato dall’assessorato alla Cultura del comune, a cui hanno assicurato la partecipazione attiva la professoressa Donatella Laudadio, attivissimo assessore alla Cultura dell’Amministrazione provinciale; il primo cittadino Francesco Iacucci; e Antonio D’Elia, presidente del sodalizio letterario “F. Della Valle” di Cosenza inaugurato alla Casa delle Culture di Cosenza a settembre del 2002 -, il professore Piromalli, ha tracciati con chiarezza il quadro storico in cui il poeta ha vissuto ed un singolare profilo del poeta. Due importantissimi documenti notarili, del 1604 e 1609, reperiti da Antonio D’Elia, che descrivono la donazione da parte del notaio GiovanPaolo Della Valle, padre di Francesco, dello Ius Patronatus dell’altare di San Lorenzo presso la chiesa di San Giuliano in Aiello, al figlio chierico che poi vi rinuncerà, forse per andare a Roma, nel 1609, ci informano che Della Valle dovesse appartenere al mondo ecclesiastico. Forse un sacerdote, diacono o chierico, durante la sua permanenza nella Città Eterna, dove visse lontano “dalla patria ingrata” (in un sonetto delle “Rime” (1618), dedicato a Girolamo Brivo, confessa di essere già da 10 anni a Roma), poteva vantare amicizie tra i più importanti personaggi dell’epoca. Sono suoi amici, il Cavalier Marino, Antonio Bruni, l’Eritreo, con cui condivide le frequentazioni all’Accademia degli Umoristi; il principe Filippo Colonna; Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I; il Duca Ranuccio Farnese; Roberto degli Ubaldini che sarà il suo mecenate; e, Cinzio e Pietro Aldobrandini, che lo zio, quello che diverrà Papa Clemente VIII, fa poi cardinali. Altro amico del Della Valle è il cardinale Maffeo Barberini, che salito al soglio pontificio nel 1623, col nome di Urbano VIII, si ricorderà del poeta che qualche tempo prima gli aveva dedicato alcuni sonetti, accordandogli nel 1626 – secondo Padre Francesco Russo che lo riporta dal quinto volume dei Regesti Vaticani -, una pensione sul conto del clero di Cosenza, città che Della Valle, desideroso di ritornare all’Accademia dei Costanti, reputa città di cultura.
La conferenza, tuttavia, non ha posto l’attenzione solo sugli aspetti biografici, pure importanti, soprattutto per una comunità, come quella aiellese, che come patria del Della Valle, ne riceve lustro.
Piromalli ha parlato per più di un’ora della sue poesie, raccolte ne “Le Rime”, pubblicate in due edizioni (Napoli 1617; e Roma 1622); ne “Le lettere delle dame e degli eroi” (Venezia 1622 e 1627 e Ravenna 1630) e in altre sue liriche che si trovano nella “Raccolta di sonetti d’autori diversi et eccellenti dell’età nostra” (Ravenna 1623) e in una Antologia pubblicata a Roma nel 1627, in occasione del Funerale della signora Sitti Maani Gioerida.
Lo stile, i modelli che prendono ispirazione da Petrarca, la rilevanza artistica del poeta, peraltro testimoniata da diversi studiosi come l’Eritreo, D’Amato, Spiriti, Accattatis, Croce, Getto, Tuscano, Procaccioli, lo stesso Piromalli, Crupi ed altri, che ne hanno analizzato lo stile, l’espressione e l’originalità della sua poesia, rendono giustizia ad un poeta che merita di essere studiato. D’altronde, le diverse tesi di laurea sul poeta prodotte all’Università di Salerno e all’Unical, come quelle del giovane Alessandro Citro, che è stato il primo a studiarlo, seguito dal compianto professore Saro Contarino e poi dal professore Ordine (significativa la borsa di studio assegnatagli per la sua tesi dalla Città di Cosenza recentemente); come pure Mariangela Romano di Salerno, Annalisa Montesanti di Lametia e di Antonio D’Elia che ancora continua le ricerche su Della Valle, testimoniano l’interesse del mondo accademico per questo poeta certamente non minore.
Ora, le sue opere, non stampate più da circa 4 secoli, potrebbero essere ripubblicate dal comune di Aiello Calabro con gli auspicabili contributi che regione Calabria e Provincia di Cosenza vorranno mettere a disposizione. Una intenzione ed un impegno preciso, che sono emersi da questo importante approfondimento letterario.

Storie di frane e paesi scomparsi. La vicenda di Laghitello in un convegno a Lago (Cs)

Laghitello anni ’30

In Calabria esistono diversi casi di abbandono di interi paesi. Paesi con secoli di storia alle spalle che scompaiono. Per gli effetti dello spostamento delle popolazioni verso le coste, perché interessati da forti flussi migratori, o perché distrutti da terremoti o alluvioni. A volte vengono abbandonati perché il terreno dove sorgono è interessato da una secolare vicenda di frane e dissesto idrogeologico.

La storia di Laghitello, antico casale di Aiello, è da iscriversi in questo ultimo caso. Ma più che abbandonato, si dovrebbe usare il termine “scomparso”. Il piccolo agglomerato, che proprio 200 anni fa, nel 1811, venne accorpato alla vicinissima Lago, è travolto nel corso del tempo da un segnato destino geologico che agli inizi degli anni ‘50 lo svuota del tutto. È il 1952-3 quando, racconta uno dei due testimoni intervistati per il documentario “Il paese scomparso” del regista Massimo De Pascale, gli ultimi abitanti rimasti si trasferiscono a Lago, nelle case popolari appena costruite. Il cortometraggio, ideato da Sergio Chiatto, Gaetano Osso e Francesco Mazzotta, in occasione del bicentenario dell’accorpamento, racconta attraverso le testimonianze di Nicola De Luca e Francesco Piluso, con immagini attuali e frame del passato, la vita che vi si svolgeva. Il mulino, gli orti, le coltivazioni di grano e “grandiano” (granoturco), le processioni votive in onore della Madonna delle Grazie custodita nella piccola chiesetta, il ponte di legno, a vucata delle donne, i suoni della forgia, lo zampillare delle uniche due fontane pubbliche dove prendere l’acqua per bere e per i bisogni, le partite tra ragazzi col pallone di pezza, le goliardate, la fame, la solidarietà tra i vicini.

La vicenda di Laghitello, che può assomigliare a quella di tanti altri paesini calabresi, sarà al centro di un convegno (Storie di frane e di paesi scomparsi; Laghitello, ricostruzione storica, antropologica e analisi dei fenomeni) che si terrà sabato 17 dicembre a Lago, a partire dalla 11, nell’auditorium delle scuole medie di via Falsetti. Insieme alle associazioni L’Arcipelago e Coccinella onlus che organizzano l’incontro, patrocinato dalla Provincia di Cosenza, ci saranno l’Istituto scolastico G. Mameli di Amantea, i comuni di Lago e Aiello, la Sigea e l’Istituto per gli studi storici di Cosenza. Nel corso nell’incontro, durante il quale verrà proiettato il cortometraggio citato (10 min. riprese e montaggio Nicola Carvello), interverranno: Sergio Chiatto (Laghitello nella storia); Gaetano Osso e Nicola Paoli (Ricostruzione dei fenomeni franosi nel territorio di Laghitello e Lago); Francesco Mazzotta (Il trasferimento dell’abitato di Laghitello e le ripercussioni sull’urbanistica di Lago). E i professori Gioacchino Lena dell’Istituto studi storici di Cosenza, e Vito Teti, docente di Etnologia e Letterature Popolari dell’Unical  che tireranno le conclusioni. Nelle intenzioni degli organizzatori, «il  convegno  si  pone  l’obiettivo  di  dare  una risposta    ai    tanti    interrogativi    che    ancora circondano le vicende di Laghitello e, soprattutto, di  far  conoscere  alle  nuove  generazioni  una pagina  molto  importante  ma  poco  nota  della storia locale». Inoltre, «la ricostruzione delle   vicende   della   piccola comunità rappresenta  quindi  un  vero  e  proprio dovere  e  anche  una  forma  di  tardivo  risarcimento per lo scempio di un luogo di estremo interesse, sia dal punto di vista   geologico che da quello antropologico».

Rivista calabrese di storia del '900. In distribuzione il n° 1-2011 del Periodico dell'Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea

Aiello, Colombo e papa Cybo. Scoperte e vecchie certezze

Il Quotidiano della Calabria 29 agosto 2011, pag. 52

Colombo, il Christo Ferens e i Cybo. Conversazione ad Aiello il 21 agosto prossimo

AIELLO CALABRO, CS (12 agosto 2011) – Chi era veramente Cristoforo Colombo? Era davvero figlio di papa Innocenzo VIII Cybo? E che ruolo ebbe, lo stesso pontefice, nella spedizione verso le Americhe? Fu una “scoperta” quella del Christo Ferens, del portatore di Cristo, o solo una “rivelazione”? E che rapporti aveva, l’Ammiraglio, con San Francesco di Paola?

Su questi ed altri interrogativi, che ruotano tutti attorno alla figura di Colombo, “l’eroe che dovrebbe essere santo” (il cui processo di beatificazione fu avviato ed interrotto per due volte), converseranno domenica 21 agosto 2011, ad Aiello Calabro, antico borgo del cosentino che fu feudo dei Cybo, il colombista Ruggero Marino, autore del libro “L’Uomo che superò i confini del mondo” (Sperling & Kupfer 2010), lo storico Fausto Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical, Giuseppe Pisano, studioso di Calabrès e Manetti, padre Rocco Benvenuto dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, e Mario Caligiuri, assessore alla cultura della regione Calabria. Ospiti del rendez-vouz ideato dal “Blog degli Aiellesi nel Mondo” animato da Bruno Pino, i sindaci Francesco Iacucci e Francesco Tonnara delle Comunità di Aiello e di Amantea.Le tesi di Marino, giornalista che ha lavorato per più di 30 anni a Il Tempo, esposte anche nei precedenti volumi: Cristoforo Colombo e il papa tradito (Newton Compton, 1991 e Edizioni RTM 1997), e Cristoforo Colombo, l’ultimo dei Templari (Sperling & Kupfer 2005), sono certamente “rivoluzionarie”. L’autore, che fa parte pure della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo, nell’ultimo libro «smonta uno ad uno i “miti” costruiti sulla figura dell’Ammiraglio». Colombo non sbarcherà in America per errore, nel tentativo di raggiungere l’Oriente, ma invece, «è perfettamente consapevole del suo obiettivo ed è molto più di un semplice e fortunato uomo di mare. Si muove sulla base di antiche mappe con la decisione di un missionario, di un soldato di Cristo, con lo stesso afflato religioso che caratterizza gli ordini cavallereschi e, in particolare, quello più misterioso della Storia: i Templari».L’incontro culturale, che si svolgerà, proprio nella piazza che ospita lo storico palazzo che fu dei feudatari Cybo, che tanta parte ebbero nella vicenda colombiana, sarà anche un primo passo verso ulteriori e più approfondite indagini sulla figura e sul ruolo di papa Giovanni Battista Cybo nel più importante avvenimento della storia dell’umanità, dopo la nascita di Cristo; e naturalmente, sui marinai Anton Calabrès di Amantea e Angelo Manetti di Ajello, il quale secondo l’Orlandi è tra i partecipanti alla spedizione di Vasco da Gama che lo porterà a Calcutta nel 1497, e «compagno di Cristoforo Colombo – come scrive lo storico Rocco Liberti – in uno dei suoi viaggi verso le Americhe».

Per saperne di più sull’argomento:

http://www.scribd.com/doc/60565137/Sunto-delle-Tesi-di-Ruggero-Marino

http://www.scribd.com/doc/62660764/La-meridionalita-di-Colombo

http://www.scribd.com/doc/62660768/San-Francesco-Di-Paola-e-Cristoforo-Colombo-g-Pisano-Art-Pubblicato-Su-Calabria-Letter-Aria

Santa Lucerna, una montagna di misteri e leggende

Monte S. Lucerna, tra misteri e leggende – Pubblicato su Il Domenicale de Il Quotidiano della Calabria 10 luglio 2011, pp. 18 e 19.
Le montagne calabresi nascondono ancora dei segreti? Certamente sì. Alcune, poi, sono state ispiratrici nel passato di leggende che ancora oggi vengono raccontate. È il caso, per esempio, di monte Santa Lucerna, in territorio di Grimaldi (Cs). Che, forse (gli addetti ai lavori però non si sbilanciano più di tanto), potrebbe, ed il condizionale è davvero d’obbligo, ospitare uno sconosciuto sito archeologico. 
Monte Santa Lucerna domina le vallate circostanti dai suoi 1.256 s.l.m in provincia di Cosenza, compreso nei territori dei comuni di Lago e Grimaldi. L’origine è ancora sconosciuta, e presenta una conformazione rocciosa complessa. Il clima è di tipo appenninico, quasi alpino. Così è descritto su Wikipedia.
Intorno a questa montagna aleggiano pure vecchie storie. Sono delle leggende di origine longobarda che parlano – come ci informa il Prof. Antonio Guerriero su un numero di “Grimaldi 2000” che cita un precedente scritto di Luigi Silvagni in Cronaca di Calabria – di una chioccia con sette pulcini d’oro, immensi tesori nelle viscere di S. Lucerna lì depositati «da una regina, padrona e signora delle fu antichissime e doviziose città di Alba-Longa, di Tirirocca e Serralonga e, a guardia di essi, sta un enorme serpente dall’alito asfissiante con doppia filiera di acutissimi denti e dalla coda biforcuta e tagliente a mo’ di rasoio, raggomitolato tra le sue formidabili spire al di sopra dei grandi vassoi di argento che contengono oro e pietre preziose. Allo scoccar della mezzanotte dal principio d’ogni plenilunio, sul Pizzone, dalle profondità della montagna – racconta Guerriero -, balza un gallo dalle penne d’argento, dai piedi e dalla cresta d’oro, con gli occhi di grossi zaffiri, che canta tre volte e subito sparisce, per dar posto ad una chioccia con sette pulcini, tempestati tutti di oro e di brillanti che, per pochi minuti, razzolano ed indi spariscono anch’essi. Al fortunato che cattura il gallo, la chioccia ed i pulcini, si spalanca dinanzi ai piedi il nascondiglio degli ambiti tesori, e ne sarà assolutamente padrone, allorquando avrà sostenuto e vinto un impari lotta con il mostruoso serpente».
Questo luogo misterioso è stato meta di recente di un gruppo di appassionati, novelli Indiana Jones alla ricerca di novità. Al ritrovo, sul valico di Potame, di buon mattino, man mano giungono un po’ da tutta la Calabria. Una quarantina di amanti di trekking, natura, geologia, archeologia e storia. A capeggiare il drappello è il prof. Gioacchino Lena, presidente dell’Istituto per gli Studi Storici di Cosenza che ha organizzato la giornata assieme alla SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) sez. Calabria. Insieme a lui, a farci da guida, il geologo Gaetano Osso, e lo storico Sergio Chiatto che a margine dell’escursione ha poi tenuto una conversazione sugli aspetti storici del luogo (vedi box).
Un caffè al bar Tre Monti, che non ha nulla a che fare col ministro, e via in direzione della montagna misteriosa. Un luogo importante, Santa Lucerna, che incute rispetto e interesse, non solo per l’aspetto geo-naturalistico, ma anche per quello storico-archeologico, sui quali Lena e Osso, con Amedeo Brusco e Nicola Paoli hanno condotto un preliminare studio, presentato nell’aprile dello scorso anno in occasione del Convegno Nazionale sul Patrimonio Geologico a Sasso di Castalda (PZ).
Arriviamo sul posto con le auto, alcune si fermano prima per la strada accidentata. Quando ci ritroviamo tutti, inizia la piccola inerpicata. Tra di noi, c’è anche la dott.ssa Rossella Agostino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria che valuta con attenzione quanto le guide ci mostrano.
In particolare Nino Osso illustra le caratteristiche morfologiche del sito, una finestra tettonica costituita da dolomie triassiche, con i versanti che si affacciano verso il mare ripidi e scoscesi, accidentati per la presenza di guglie, balze e dirupi dovuti ai fenomeni di erosione e dissoluzione dei costituenti carbonatici. L’interno è invece contraddistinto da numerose spianate sommitali e dalla presenza di doline, che nella porzione centrale deprimono l’acrocoro fino alla quota di 1213 m s.l.m.. Tutto il territorio di Potame costituisce ancora uno degli habitat naturali o naturalizzati ancora integro e di grande valenza naturalistica e paesaggistica.Sarà la parte archeologica a far discutere i presenti. Niente di certo, ma le ipotesi che sembrano contrastare, potrebbero invece essere entrambe plausibili.
L’area è caratterizzata dalla presenza di numerosi filari in muratura costituiti da pietre con diverso orientamento, piccole strutture in elevato di varia misura con evidenti riutilizzi e formanti piccoli ambienti. L’area edificata si sviluppa in modo irregolare, seguendo la morfologia del sito, per una lunghezza di oltre 700 metri e una larghezza massima di circa 300. La tecnica costruttiva, irregolare e grossolana, non presenta alcun tipo di legante tra i componenti della tessitura.
L’ipotesi – lo ripetiamo – sebbene sia solo tale e che andrà supportata da scavi e da studi approfonditi, è che i numerosi resti possano essere parte di un sito archeologico. Tuttavia, c’è chi, come Pino Filice di Grimaldi, è certo che tutta l’area, che nel recente passato è stata sfruttata con intensive coltivazioni agricole (patate, germano ecc.), ed i resti, altro non sono che opera di chi coltivava la zona (portando l’acqua dal vicino fiume Tenise con mezzi di fortuna), e dai pastori che la frequentavano.
Non resta che aspettare scavi e studi degli esperti, se e quando ci saranno, per saperne di più. Quello che è certo, per il momento, è che il luogo merita di essere visitato. Unica raccomandazione, andateci attrezzati da trekking e con qualcuno del posto che vi faccia da guida.
 
S. Lucerna, luogo di frontiera
di Sergio Chiatto
Il 13 febbraio 1404, quale filiale della parrocchiale di Grimaldi, (intitolata a San Pietro, della quale v’è traccia almeno dal 1360) la chiesa, sine cura, di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, ricadente nella diocesi di Cosenza, risultò officiata da Don Antonio de Flore del casale di Paterno, il quale contemporaneamente fu provvisto della terza porzione della chiesa parrocchiale di San Giovanni della stessa Paterno, solitamente retta da tre rettori. Qualche anno dopo, il 4 dicembre 1429, ne beneficerà, sebbene ad interim, tale Don Giacomo de Alessandro di Grimaldi), il quale nel contempo è il parroco (porzionario) della chiesa parrocchiale di San Pietro dello stesso luogo. Il de Alessandro subentrava al defunto Don Giovanni de Valle (originario anch’egli di Paterno). Appena quattro mesi dopo, esattamente il 29 aprile 1430, sarà Don Tommaso de Marsico ad acquisirne la prebenda, la cui prevedibile modestia, essendo la “nostra”, lo ripeto, chiesa “sine cura” (senza cura d’anime, ovvero chiesa – o cappella – solo filiale), era compensata dagli altri incarichi ricoperti dallo stesso de Marsico, il quale, appunto, era altresì titolare di una delle porzioni della chiesa parrocchiale di San Pietro, nonché di altre chiese (o cappelle) tutte di Grimaldi.
L’ultima notizia (tratta, come le precedenti, dal Regesto Vaticano per la Calabria del compianto P. Francesco Russo) sulla chiesa di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, data 24 maggio 1442, allorquando la stessa veniva provvista a tale Don Angelo de Augustino di Motta Santa Lucia, parroco anch’egli di una delle porzioni della più volte nominata chiesa parrocchiale di San Pietro di Grimaldi, il quale subentrava al precedente beneficiato, Don Tommaso de Marsico, defunto.
Era forse ormai venuta meno la funzione assunta dalla chiesetta all’atto della sua edificazione, la quale, nelle intenzioni dei suoi fondatori, doveva render sacro e quindi inviolabile il sito e fungere così da deterrente nei confronti di coloro i quali avessero avuto di mira la violenta acquisizione di quel territorio, che i grimaldesi, giova rammentarlo, avevano strenuamente e vittoriosamente conteso ai vicini in occasione di uno dei soliti riordini territoriali, uno dei quali avvenne proprio in ambiti quattrocenteschi. Perché Santa Lucerna, per la sua eminente posizione, fu chiaramente un luogo d’avvistamento, oltre che un confine, o un “limite” (forse in più occasioni ed in tempi anche remoti); e tale è ancora, delimitando attualmente i territori di Grimaldi, Lago e Domanico. Una “frontiera”, talora, da difendere con ogni mezzo, brandendo se del caso pure simboli religiosi e perfino magici, come mostruosi serpenti posti a guardia di improbabili tesori. Nei secoli successivi, XVI e XVII sicuramente, stando agli utili studi di Don Franco Vercillo, il luogo (Santa Lucerna) risultava destinato a “difesa”. Ricordo che nel suo ambito, con alcune limitazioni naturalmente, vi si poteva legnare, far pascolare il bestiame e praticare l’agricoltura e “l’industria” casearia. I fondi interessati, cosiddetti “chiusi”, erano inibiti agli estranei; al contrario di quelli “aperti” dai quali l’università (l’odierno comune) traeva delle entrate che sovente servivano ad alleviare la fiscalità posta a carico dei cittadini.

C'era una volta. Ricordi di vita di Aiello Calabro. Il paese e lo stagno Turbole

Ajello in una foto d’epoca (lo stagno Turbole sullo sfondo)

Angelo Manetti, il navigatore calabrese sulle navi portoghesi e di Cristoforo Colombo

Fonte: Calabriaplus (Articolo Rivista “Mediterraneo e dintorni” del 2007 di Giuseppe Pisano)
Forse nessun altro uomo al mondo prima di lui ha intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese, dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama. Si tratta di Angelo Manetti (o Manetto o Manetta), proveniente dal paese di Aiello Calabro, il quale rimane ancora oggi un personaggio del tutto sconosciuto. Notizie su questo misterioso navigatore calabrese si ritrovano su un testo datato 1770 scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi il quale afferma di ricavare da un antico manoscritto la notizia che il nostro conterraneo Manetti fece parte dell’importantissima spedizione marittima portoghese che portò, nel 1498, alla scoperta delle cosiddette “Indie Orientali”, fino a Calcutta. 


L’Oceano Indiano aveva avuto, durante tutto il Medioevo, contatti difficili con il Mediterraneo, perché bisognava superare la barriera musulmana, attraversare l’Egitto o le zone desertiche inospitali. Il grande merito di questa flotta portoghese, comandata da Vasco da Gama, consistè appunto nel mettere in contatto tali ambienti, aprendo il passaggio a sud-est, cioè la via diretta di comunicazione fra Atlantico e Oceano Indiano. Pare che la scelta del comandante, per questa delicata quanto quasi impossibile spedizione, fosse stata effettuata, prima di morire, dal re Giovanni II che allora ricopriva anche la carica di Gran Maestro dei cavalieri di Cristo di Tomar. Al finanziamento avevano concorso i Sernigi, banchieri fiorentini stabilitisi in Portogallo, la nazione i cui abitanti, per la loro grande attività evangelizzatrice esercitata in tutto il mondo, meritarono, da Papa Pio XII (lo stesso Papa che proclamò San Francesco da Paola “Patrono della gente di mare italiana”), l’appellativo di “popolo crociato e missionario”.
Tra i 160 membri dell’equipaggio (molti di loro avevano già partecipato ai viaggi di Diogo Cào e Bartolomeo Diaz effettuati tra il 1485 e il 1488) a bordo delle 4 navi che salparono da Lisbona l’8 luglio 1497 e giunsero, dopo avere doppiato il Capo di Buona Speranza, fino a Calcutta c’era, quindi, anche il nostro Manetti. Ma quale fosse, però, il suo vero ruolo in quest’ardua spedizione, che vide tra l’altro la decimazione di buona parte dei partecipanti a causa della malattia dello scorbuto, non è dato sapersi. Si potrebbe trattare, per usare un definizione dello storico Jacques Heers, di un “cavaliere navigatore”. Di certo si sa che Angelo Manetti apparteneva ad una famiglia aristocratica di Aiello, paese che fu infeudato dai Cybo, la casata del papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo il pontefice che, grazie ad alcuni studi effettuati di recente, pare sia stato l’artefice, il vero sponsor, del viaggio di Cristoforo Colombo. L’Orlandi ci fa sapere anche che la famiglia Manetti si era stabilita in Massa Carrara, la città dove dimoravano i Cybo. I legami tra le due famiglie erano da sempre molto forti e nel ‘700 il Conte Giovanni Battista Manetti rivestiva addirittura la carica di Segretario di Stato per conto della casa ducale di Modena.
Questi legami secolari tra le famiglie Manetti e Cybo e la notizia, riportata sul manoscritto antico, che Angelo Manetti partecipò ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Cristoforo Colombo gettano, senza ombra di dubbio, nuovi interrogativi sulla storia della scoperta dell’America e del grande navigatore genovese: si avvalora maggiormente la tesi, portata avanti principalmente dallo studioso Ruggero Marino, di una regia Vaticana e di papa Innocenzo VIII nella spedizione ultraoceanica; diviene sempre meno credibile la teoria secondo cui Cristoforo Colombo, dopo avere viaggiato con uomini come Manetti che avevano conoscenze dirette di navigazione sia nelle cosiddette Indie Orientali che in quelle Occidentali, non si convinse mai di avere scoperto un nuovo continente, mentre invece si avvalora maggiormente la tesi che l’Ammiraglio preferì non osare mettersi contro la cosmografia medievale per non essere tacciato di eresia; aumentano le probabilità che Colombo, e forse anche il nostro Manetti, appartenessero ad una setta, non esclusa quella dei cavalieri di Cristo (eredi dei Templari), che perseguiva un disegno, voluto dalla Chiesa di Roma, che doveva portare ad una nuova crociata antimusulmana, alle soglie del ‘500, per la riconquista del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Il tomo dell’abate umbro ci informa anche che il Manetti, dopo avere fatto ritorno ad Aiello, “si ritrovò alla battaglia di Seminara con il gran Capitano” Consalvo da Cordova che comandava la cavalleria contro i francesi.
Manetti rimane ancora oggi sconosciuto anche agli stessi calabresi, non esiste neanche una via o una piazza dedicata a lui in Calabria, e nemmeno nel suo paese d’origine. Tutto ciò è davvero triste, e ancor più triste è stato l’atteggiamento di non considerazione da parte di istituzioni come la Regione Calabria nei riguardi di un progetto di rivalutazione di questo personaggio straordinario presentato dal sottoscritto già due anni orsono.

C'era una volta… Ricordi di vita di Aiello Calabro. La Banda musicale anni '70