di Carmelina Sicari
Per molto tempo l’eroe, per me, è stato associato all’idea della morte in combattimento. Merito o colpa di mia madre, che non aveva conosciuto suo padre, morto da eroe sul Carso. Suo padre era una foto: un ufficiale decorato, severo, dinanzi al quale sua madre versava fiumi di lacrime.
Eroe che però rispondeva “presente” alle manifestazioni, o meglio rispondevano per lui un coro di voci.
Eroi erano i morti delle Termopili, tutti con ferite al petto; quelli del Risorgimento, con l’alloro alle chiome.
Le pire continuano a fumare nei classici.
Ma chi è l’eroe del nostro tempo?
Chi ha superato lo spazio del Grande Fratello della mistificazione che sosteneva: “La guerra è pace e l’odio è amore”.
È l’eroe della coscienza, che sa distinguere il bene dal male.
L’avvento dell’uomo-massa, segnalato da Ortega y Gasset, è il vero disastro consumatosi nella storia, con ben due guerre mondiali e la crisi della natura.
Esso significa perdita della consapevolezza e della responsabilità, i due elementi della coscienza.
L’eroe dai mille volti di cui parla Campbell aveva questi due elementi, che presiedevano alla vita individuale e sociale.
È in rischio l’autodistruzione.
È questo l’allarme necessario.
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La Calabria e l’augurio‑profezia
di Carmelina Sicari
Se l’unione è il primo elemento della rifondazione europea per il nuovo ordine, ce n’è un altro importante. In tempo di bilanci si scopre che esiste un paradosso.
La Calabria, considerata depauperata, in regressione perenne, ha un patrimonio incommensurabile di beni – come si dice oggi – immateriali.
Non è un caso che lo storico Augusto Placanica abbia detto: «Ogni idea grande conquista l’anima del calabrese».
E Antonello, il protagonista di Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, quando vede i carabinieri che sono venuti a catturarlo, esclama: «Ora finalmente potrò dire alla giustizia il fatto suo».
Egli crede di sapere cosa sia la giustizia.
Sicché la Calabria si trova ad avere il patrimonio più cospicuo ideale, non materiale, forse dell’intero pianeta, se è vero – come è vero – che ha il piano alternativo di un ordine mondiale rinnovato, alternativo alle progettazioni di potere odierne.
Parliamo naturalmente di Gioacchino da Fiore e della sua età dello Spirito, che non ha nulla a che vedere con le trame di sostituzione egemonica ora in atto. Le bianche stole e i koimetentes, quelli che dormono in attesa della renovatio, sono immagini epiche e sublimi insieme.
Questo è il primo auspicio per l’anno a venire.
Non un semplice mutamento, un cambio di governance – come si dice – ma una rivoluzione culturale è necessaria per la pace.
L’Aspromonte contiene il secondo auspicio: l’unità dell’Europa per la difesa del territorio. L’attaccamento al territorio è la seconda altissima idealità europea.
E poi l’ultimo auspicio: la naturalezza del vivere, il ritorno alla natura, rappresentata da Alvaro che diviene, con la pubblicazione di tutta la sua opera, scrittore nazionale al pari di Foscolo o di Manzoni.
Tre momenti di una condizione alta della storia della regione, di un sublime che non può cadere in oblio. Il primo momento è la visione grandiosa di un tempo che non è più dominato da economia e da lotte per il potere, in cui l’umanità raggiunge se stessa, scopre chi possa davvero essere.
L’ordine nuovo non può essere un cambio di poteri ma qualcosa che va oltre.
Ed infine, con Alvaro, il ripristino della filosofia della natura, così potente nel pensiero di Bernardino Telesio e Tommaso Campanella.
L’avvento dell’Europa come orizzonte della vita dei pastori d’Aspromonte: non più e non solo divinità montane con i lunghi cappucci calati sui volti e i bastoni a cui si appoggiano, ma ambasciatori di una naturalezza della vita a cui occorre ritornare.
Pasolini e la pagina del cuore
di Carmelina Sicari
Tra gli studi attuali su Pasolini, importante il convegno sullo scrittore a Lamezia Terme. Convegni e analisi confermano l’importanza assunta dallo scrittore nel panorama delle patrie lettere. Un piccolo contributo alla sua esegesi. C’è una pagina de I ragazzi di vita che ricorda da vicino il libro Cuore. Ricordate l’episodio di Ferruccio? La nonna lo rimprovera mentre lui sta morendo dopo averla protetta con il suo corpo. Sangue romagnolo, il racconto mensile in Ragazzi di vita, l’atto eroico compiuto dal ragazzo che salva l’anziana dalle acque portandosela sulle spalle e che poi finisce col contrarre la polmonite e morire, è come sommerso nel caos della quotidianità degli accadimenti confusi. A stento il lettore riesce a coglierne il potente significato. Ci sono degli eroismi sconosciuti, mistificati, incompresi, sommersi. Solo una vigile coscienza può riconoscerli e comprenderne la portata. E soprattutto questi eroismi non sono sbandierati, incorniciati offerti come tali su un piatto d’argento. La realtà che noi consideriamo bassa può coprirne il senso se non c’è ampia accortezza. Pasolini è dunque il grande interprete a livello laico della coscienza individuale e soprattutto collettiva. Entrambe gli appaiono offuscate incapaci di manifestarsi ed esprimersi nel caos della contemporaneità.
La chiesa di Latta
di Carmelina Sicari
Come Orazio fece con la fonte Bandusia, si licet comparare magna cum parvis, anch’io vorrei render celebre la chiesa di Latta (l’autrice non lo dice, ma verosimilmente dovrebbe essere a Messina, ndr). Detta così perché il tetto sprofondato al tempo delle bombe, era stato sostituito da uno di latta. Sorgeva nel cuore dei trabocchetti, rioni perpendicolari circondati da alti muraglioni sorti dopo il tremendo terremoto del 1908 in collina, sorta di suburra con gli alloggi addossati gli uni agli altri, con viuzze che ricordavano quelli dove nel Medioevo si distribuivano colpi di misericordia, dove ci si poteva anche perdere perché erano davvero trabocchetti. Era detta anche chiesa dei Pepi, non si capisce perché, se per via dell’odore insistente di peperoni della cucina povera del luogo. Non aveva molti fedeli la chiesa di latta se non quelli del circondario finché non giunse un giovane domenicano, Padre Carlo, che prese a suonare le campane così di frequente e così insistentemente che la gente finì con l’ascoltare, finché la chiesa non trovò il suo riscatto con una gigantesca, inopinabile metamorfosi. Padre Carlo rinvenne tra detriti, e trucioli un’icona preziosa, autentica, una Madonna, e la chiesa divenne la chiesa dei poveri, basiliana, nientemeno. Una chiesa che diveniva nobile come il brutto anatroccolo divenuto cigno. E questo per dire che c’è sempre speranza.
Prima la poesia
di Carmelina Sicari
Ci riempie di gioia la notizia che Melicuccà, il paese che ha dato i natali al grande poeta Calogero e Montemurro che li ha dati al suo più convinto lettore, Sinisgalli, sono uniti in nome della poesia da un gemellaggio. Se trionfasse questo metodo cioè l’unione di posti disparati e lontani non avremmo bisogno del riarmo.
A Melicuccà si è anche tenuto un festival della poesia. E dobbiamo ricordarci che se ogni riarmo prelude sempre alla guerra, la poesia è il più sicuro antidoto ad essa. E per questo motivo la modernità anziché optare per essa ha scelto colpevolmente le armi.
Manzoni sorrideva con tristezza al fatto che il mentecatto del paese venisse chiamato ‘poeta’ ed in un bellissimo racconto di Corrado Alvaro Rinaldo che aveva ammirato il poeta-celebratore nelle feste e nei conviti, alla madre che gli chiedeva cosa volesse fare da grande, rispondeva: – Il poeta. E la madre piangeva per la delusione.
Sì, Lorenzo Calogero di Melicuccà è un grande poeta, nonostante che il titolo non gli sia stato attribuito se non con grande fatica molto tardi e molto dopo il suo suicidio. Ma la sua presenza che lievita nella sua poesia intensamente come in Leopardi è solo un aspetto della sua cosmicità. Così come Il pastore errante nell’Asia del recanatese il poeta sente il figlio che gli nasce dall’Oceano e dialoga con le stelle, abbraccia l’universo intero in un impeto di vitalità e di amore. Grande poeta chi ci solleva dagli sterili ripetitivi motivi di una tradizione letteraria ormai desueta. Ma c’è un modulo critico riguardi la poesia che bisogna rivedere. È il rifiuto del dannunzianesimo attraverso la formula della poesia contemporanea come erede del Leopardi. Gozzano con l’esaltazione dell’odore dell’aglio e della cedrina certo appartiene a questa frontiera antidannunziana, così come Montale de I limoni. Ma dobbiamo considerare che il vate d’Italia sapeva perfettamente che l’essenza poetica è la parola vibrante se diceva Poeta, divina è la parola e il verso è tutto. Si tratta di individuare i punti intermedi tra Leopardi e le figurine che popolano gli idilli e la ricerca dannunziana. Tra questi va collocato Calogero.
La morte m’innamora
e la vorrei condurre a quel sito
in cui ella come amante amata
mi ama ancora.
Questi versi rendono evidente l’eredità di Leopardi ma sono ben oltre il dannunzianesimo nella ricerca linguistica. Calogero è un profeta della nuova poesia, quella che vincerà le guerre.
Omaggio a Strati
di Carmelina Sicari
Ho curato per Gangemi Editore l’introduzione al racconto-romanzo di Saverio Strati Tibi e Tascia e, sarò di parte, ma mi sembra il più bel libro dello scrittore di S. Agata che come dice nell’intervista pubblicata sul Quotidiano, si porta la Calabria nel cuore. È un racconto senza idillio, crudo, crudele anzi nel suo finale certo non lieto. Dei due ragazzi protagonisti, Tiberio detto Tibi e Teresa detta Tascia, solo uno si riscatta e guarda ad un futuro diverso, Tiberio. È un racconto che non ha nulla a che vedere con la ricerca linguistica né con la creazione di tipi, di caratteri collegati all’ambiente e da esso determinati come accadeva in La Cava. Un racconto dove la parentela con Alvaro si avverte fortissima per l’ingiustizia della sorte e per la crudezza della realtà lì rappresentata. Il mondo di Tibi e Tascia oscilla come per Antonello di Alvaro tra due realtà, quella dell’abbondanza che è il mondo dei signori, dei padroni e l’altro della necessità a cui appartengono Tibi e Tascia. Essi vivono l’adolescenza con un mito, il gioco. Un gioco primitivo quello della noccioline che finirà con l’essere anche nella sua elementarietà fagocitato dagli adulti. La necessità per Tascia è rappresentata dal bambino che si porta in collo, il fratellino a cui deve badare e per Tibi il non poter accedere agli studi. E la Calabria con le sue acque dilavanti, le fiumare, terra dura come la fatica. Non conosce rivendicazioni questa Calabria. Non è ancora il nostro turno. Eppure è forte e vera, come ne Il giorno della Calabria di Repaci, la sua bellezza sta nella sua forza. Mentre Tibi si allontana su una macchina rombante, Tascia riprende in braccio il fratellino, accetta il suo destino, la lotta, la resistenza. Certo non è il senso di rivalsa di Antonello che alla fine incontra la giustizia nella figura dei carabinieri che sono venuti a prenderlo. Non c’è il colore dei racconti di Rea. C’è un senso epico della storia e della vita. Metamorfosi ed evoluzione.
Costabile e Calogero, testimoni della Calabria perduta
di Carmelina Sicari
Ricorre il centenario della nascita di Franco Costabile, l’autore de La rosa nel bicchiere e de Il canto degli emigranti. È un triste anniversario perché seguìto immediatamente da quello della morte avvenuta per suicidio nel 1965. Quattro anni prima moriva allo stesso modo Lorenzo Calogero. I due testimoni sono loro. Di che? Della Calabria perduta, abbandonata, colma di tenerezza come appunto La rosa nel bicchiere ma traboccante di disperazione. Testimoni della marginalità del dolore particolare, i due poeti consacrarono nella poesia e nel suicidio l’appartenenza viscerale alla terra e la condivisione del suo destino, Costabile celebrando il tema del paradiso perduto specie ne Il Canto degli emigranti, Calogero, la cosmicità e la tragedia del vuoto ne I quaderni di Villa Nuccia e in Perpendicolarmente a vuoto. Il paradiso perduto si concretizza nella tremenda immagine dei passi sciolti che risuonano sul selciato di chi abbandona il proprio luogo natio per andare chissà dove chissà dove. Il vuoto è rappresentato in Calogero dall’immagine geometrica di Perpendicolarmente. Calogero è un poeta post ermetico in cui l’eredità di Leopardi si esprime in forme assolutamente nuove. Il vagheggiamento tutto leopardiano della morte così viene espresso: La non amante amata che mi ama ancora. Ma ci sono altri testimoni anche se meno tragici. Il giorno della Calabria di Leonida Repaci apre con un registro diverso, sulle bellezze della Calabria. Il Creatore assegna alla terra che somiglia alla California tutte le bellezze ed i beni possibili ma interviene il nemico pronto a spargere negatività. E poi naturalmente Alvaro che della terra scopre in Gente d’Aspromonte un tremendo dualismo. Regno di abbondanza quello del patronato e di miseria l’altro dei pastori. Antonello cova un sordo rancore per il mondo da cui è escluso e diviene ribelle e fuorilegge. Si propone quando arrivano i carabinieri d’arrestarlo, di dire il fatto suo alla giustizia che finalmente incontra. No, la vita dei pastori d’Aspromonte non è bella. Eppure loro i pastori con i lunghi cappucci calati sul viso e i lunghi mantelli poggiati ad un bastone sembrano divinità greche. E la terra è cruda con le piogge dilavanti ed i torrenti che straripano. Così in Strati in Tibi e Tascia le acque e la durezza delle stagioni condizionano il carattere e la storia di due adolescenti. Tutti testimoni di qualcosa che sembra ineluttabile, fatale, immutabile.
Ferrarotti, un intellettuale europeo
di Carmelina Sicari
Ora che è scomparso è doveroso rendergli omaggio. Intendo il sociologo illustre Franco Ferrarotti, intellettuale engagé, europeo, impegnato politicamente ma soprattutto attento analizzatore della realtà che intendeva demistificare spogliare delle infinite maschere che la ricoprono. È doveroso da parte mia che ho curato un’intervista sul successo da lui conseguito per l’editore Gangemi di Roma. I tratti della sua biografia sono da lui stesso definiti: “mi sono toccate almeno quattro carriere, più o meno illustri, traduttore per Einaudi e consulente industriale di Adriano Olivetti, diplomatico internazionale a Parigi, deputato al Parlamento”. L’esperienza più forte è però a mio giudizio quella con Adriano Olivetti. La sua attenzione ai valori umani, il suo rifiuto del successo e del potere sono maturati nell’ambito di quella esperienza. Ad Adriano Olivetti Ferrarotti dedica un’opera del suo fertilissimo repertorio L’utopia concreta di Adriano Olivetti. Olivetti si è formato a sua volta sul pensiero di Maritain e dunque il panorama degli incontri di Ferrarotti diviene ampio e straordinario. Con Nicola Abbagnano ha fondato I quaderni di sociologia, poi incontra Pavese, Ciampi, lo stesso De Gasperi che gli profetizza un grande futuro. Il concetto di comunità diviene centrale nel suo pensiero per cui la sociologia è arte dell’interdipendenza che bandisce l’individualismo e il senso del potere. La politica è invece il mondo fumoso della lotta sociale come dice in Fumose stanze. La ricerca di motivazioni umane si affianca all’analisi della produzione in una sintesi potente. L’attualità diviene fondamento e fondazione del futuro. La proposta sociologica pertanto individua le potenzialità individuali e sblocca la società. Non sentiremo la sua voce se non attraverso la sua opera ma essa è davvero fondamentale.
Fabrizio Ruffo di Caridi, altre riflessioni di Carmelina Sicari
di Carmelina Sicari
Il testo apparso presso Rubbettino dello storico Giuseppe Caridi è fondamentale per comprendere il Sud. La condizione del saggio, la sua penetrazione accorta e ricca di documentazione consente una riflessione aggiuntiva. Perché è così importante la figura del cardinale Fabrizio Ruffo? È il primo quesito che emerge impellente e quale è la sua configurazione umana e storica nell’attualità? La controversia sul giudizio da dare sul cardinale attraversa certo come uno spartiacque il dibattito tra giacobinismo e sanfedismo nella realtà meridionale sulle pulsioni cioè rivoluzionarie che su quelle reazionarie della società stessa. Le prime sono elitarie, appartengono all’emergente classe borghese, estese e popolari le seconde. Ma tale dibattito è superato da quello sulla figura del Cardinale che prende il comando in assenza del Borbone fuggito all’avanzare della rivoluzione. Chi è Fabrizio Ruffo che si mette a capo dei Lazzaroni? È un condottiero che scopre sul campo la sua vocazione o in homo novus che si improvvisa guerriero? La risoluzione dell’interrogativo è fondamentale per comprendere non solo una pagina di storia ma l’intero meridione. Dalle testimonianze storiche e anche dal saggio di Caridi, appare piuttosto un interprete della mentalità meridionale ed un anticipatore della mentalità che avrà la sua affermazione nel Congresso di Vienna una mentalità non solo e soltanto di conservazione ma di restaurazione. Che egli sia interprete della mentalità popolare del sud è dimostrato dal fatto che la raccolta dei lazzaroni in massa sia avverata quasi spontaneamente in un moto dunque che affonda le sue radici in una diffusa pietas devozionale che si erge contro il laicismo giacobino. Ruffo è anche anticipatore della cultura della restaurazione di cui si fa fautore il Congresso di Vienna. Non solo il ritorno dei legittimi sovrani, il legittimismo appunto ma la restaurazione dei valori tradizionali e in primo piano la fede. Non tanto condottiero dunque il cardinale quanto apostolo del rinnovamento della tradizione a livello nazionale ma soprattutto europeo.
Gli anniversari di Kafka, Costabile e Strati
di Carmelina Sicari
Cent’anni dalla morte di Kafka e la certezza che il grande scrittore ha individuato un rapporto finora inesplorato: quello tra evoluzione e metamorfosi. Cent’anni dalla nascita di Franco Costabile e la certezza che la sua opera sia epica. Cent’anni dalla nascita di Saverio Strati e la certezza che la sua vocazione più profonda sia la descrizione dell’infanzia. Di evoluzione si è parlato spesso da Darwin a Nietzsche perché l’evoluzione è di fatto la vita della natura. La natura vive evolvendosi ossia mutando. Leopardi intuisce pienamente questa verità quando in una celebre Operetta che fa esclamare la Moda nei confronti della morte: – Siamo sorelle. E Nietzsche proclama a gran voce che l’uomo futuro, quello del superamento, riderà dell’attuale stato dell’umanità come oggi l’uomo ride della scimmia. Ma la verità di Kafka è più profonda. La metamorfosi è adulterata, è tralignata. Ovidio il grande poeta latino nelle Metamorfosi aveva descritto le mille forme della natura. I miti raccontavano i cambiamenti che per quanto straordinari e strani rientravano sempre nel piano naturale. Gregor Samsa si risveglia insetto. Il ritmo greco del mutamento è stravolto. Niente è come prima. Ritmos catà ritmon diceva Platone e nelle Metamorfosi di Ovidio risplende la luce apollinea della vita. Qui invece angoscia buio, mistero. Bernini rappresenta la bellezza della metamorfosi negli occhi vitrei di Dafne nelle sue membra già arboree ma ancora umane, la gioia e lo stupore dell’esistenza. Qui terrore e non stupore. Nel gruppo scultoreo del Bernini c’è un ritmo di danza straordinario. Lo spirito della danza di Nietzsche. Qui solitudine. Nascondimento, terrore. I mostri che popolavano il mondo antico venivano sistematicamente affrontati e debellati da eroi come Ercole come Perseo. Qui i mostri, trovano il mondo tremebondo che si nasconde, palpita si autodistrugge. Costabile è poeta epico perché esprime l’immensità del dolore dell’emigrazione. Il canto dei nuovi emigranti è l’epos della terra abbandonata, il ritmo degli scarponi chiodati che battono il selciato, la musica dolente che l’accompagna e Strati rappresenta nella stessa maniera epica il dolore dell’infanzia povera in Tibi e Tàscia. Non tanto la ricerca linguistica è interessante in lui né il senso della revanche. È il nostro turno quanto proprio la dolente condizione di due adolescenti che giocano nonostante la miseria. La loro ricerca di riscatto dalla sofferenza è anch’essa epica e solenne. Per Costabile, morto suicida nel 1965, si tratta come per Strati dell’anniversario della nascita. Stranamente, il poeta di Sambiase nel raffigurare la tragedia dell’abbandono della terra, trova un ritmo solenne, epico, appunto. Passi cadenzati ritmano l’esodo, perché di esodo biblico si tratta, di una desacralizzazione, della perdita dell’Eden. Il canto degli emigranti è la forma più colta di epicità. La poesia oscilla tra la tenerezza dell’immagine con cui rappresenta la Calabria e questa epicità. La Calabria è la rosa nel bicchiere. Il cuore dei calabresi è un cuore cantastorie. Ma l’abbandono è il peccato di origine. Anche per Saverio Strati c’è un nucleo fondante. Esso non è la ricerca linguistica, neppure la revanche per la terra. Dal passato certo di operaio, Saverio Strati ha imparato l’importanza del linguaggio ma la sua non è ricerca linguistica così come non è revanchismo. Noi lazzaroni e È il nostro turno sembrerebbero condurre in questa direzione, ma anche per lui la narrazione è piano archetipale, ricerca delle origini.