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Tag: Storia
Campana e il suo elefante di pietra e Lorica
Aiello Calabro in bianco e nero
Altomonte
I riti pasquali della Settimana Santa ad Aiello Calabro
- Il Giovedì Santo – Coena Domini nel tardo pomeriggio-sera;
- Il Venerdì Santo – Via Crucis per le vie del paese nel tardo pomeriggio-sera;
- Il Sabato Santo – Processione con Gesù Morto e l’Addolorata in mattinata; Poco prima della mezzanotte Veglia Pasquale e S. Messa;
- Domenica di Pasqua – Sante Messe in mattinata.
La Coena Domini che apre il Triduo pasquale si svolge nel tardo pomeriggio di giovedì, in S. Maria Maggiore, con la partecipazione – durante la Messa celebrata dal parroco – degli Apostoli scelti fra le persone del luogo. A fine celebrazione viene distribuito il pane benedetto sia ai discepoli che ai fedeli. La forma del pane usata ad Aiello è il “tòrtano”.
La Via Crucis che ha luogo nella tarda serata di venerdì, viene annunciata per le vie del paese da giovani chierichetti che suonano “‘e tròccane” (in italiano battole, strumento in legno – idiofono – che si “suona” in luogo delle campane il Venerdì santo). Per la Via Crucis sono previste stazioni in tutto il Centro storico.
La Processione dell’Addolorata e del Cristo Morto del Sabato Santo. Sino a qualche anno fa, si portava, dalla Chiesa di San Giuliano sino alla Matrice, il Gesù Morto (ora essendo chiusa la chiesa di S. Giuliano la processione parte direttamente da S. Maria). Da qui, la processione con la statua dell’Addolorata, seguita dal popolo, raggiunge il Calvario dove il sacerdote e il popolo si fermano e davanti alle Croci vengono recitati 5 pater, ave e gloria in onore delle piaghe del Signore alternati dal canto “io t’adoro, Santa Croce”. Poi il corteo religioso continua lungo le vie del centro storico e si conclude nuovamente alla Matrice.
Qui di seguito, immagini del 2017 (ph. Bruno Pino).



Sibari e Cassano
Scavi di Sibari e grotte di Sant’Angelo a Cassano
Cosenza, in giro per il centro storico
Rocca Imperiale
Sant'Antonio Abate, la chiesa parrocchiale di rione Valle
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#AielloCalabro disegni #Cybo 1600 presso #ArchiviodiStatoMassaCarrara |
Il 17 gennaio, oltre alla #giornatadeldialetto, è anche S. Antonio Abate. E ad #AielloCalabro, secoli fa, quella di oggi, forse doveva essere una giornata di festa, poiché il santo è il protettore degli animali domestici, del bestiame e del lavoro dei campi, e il Rione Valle era abitato in prevalenza da contadini (per esempio, c’erano tanti Pino, come risulta dalle rivele del catasto onciario). Una giornata di festa perché a Valle o prabilmente nei pressi, anche fuori le mura, c’era una chiesa parrocchiale, esistita tra i secoli XVI e XVIII, intitolata appunto a S. Antonio Abate, di cui non è rimasta traccia nel tessuto urbano. Per fortuna però si conserva ancora (ne abbiamo copia anche nel nostro archivio, in attesa di deciderci a studiarla), la platea dei beni.
Il partigiano Giacomo Ulivi. “No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere”
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| Giacomo Ulivi (foto da Wikipedia) |
No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!
Da Lettera agli amici, di Giacomo Ulivi, partigiano, di cui ricorre oggi il settantesimo anniversario della morte avvenuta a Modena, in Piazza Grande, il 10 novembre 1944.
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| Il Quotidiano della Calabria 11 novembre 2014, pag. 40 |
70esimo anniversario della morte del giovanissimo partigiano Giacomo Ulivi
«No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!». La frase è estrapolata da una lettera di Giacomo Ulivi, uno studente universitario, di soli 19 anni, assassinato dai fascisti proprio 70 anni fa. Era il 10 novembre del 1944, quando fu fucilato nella piazza Grande di Modena, insieme ad Alfonso Piazza ed Emilio Po. Ulivi era nato il 29 ottobre del 1925, in provincia di Parma, città molto attiva nella lotta di Liberazione, dove peraltro, in una targa ricordo, in via D’Azeglio, si commemora un nostro partigiano calabrese, Americo Bruni, di Aiello Calabro (Cs), anch’egli giovanissimo (del 1923) come Ulivi, morto a Mauthausen nel marzo del 1945.
Nella lettera agli amici che non venne mai spedita, scritta durante un periodo di esilio forzato a Modena, considerato suo testamento spirituale, ora conservata all’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia Ferruccio Parri di Milano, Ulivi esorta i giovani coetanei a fare un esame di coscienza. «Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali». Come l’allontanamento «da ogni manifestazione politica».
«È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale – scrive appunto nella missiva -, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica […]. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di “specialisti”».
«Come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione – si chiede Ulivi -, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? […] Ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine […]».
E continua ancora la lettera, molto attuale, che abborre il disimpegno: «Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo?».
Studente di Legge, e convinto antifascista, dopo l’8 settembre ’43 Giacomo Ulivi entra nella Resistenza locale. Nel corso della sua attività per il Comitato di Liberazione Nazionale venne catturato dalle Brigate Nere. Venne prima torturato, e poi, per rappresaglia – a seguito dell’uccisione di quattro fascisti a Soliera (Mo), avvenuta sei giorni prima – venne condannato e fucilato.
Di questo giovane martire si parla nel volume appena edito per la collana “Vite ritrovate” a cura dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, che porta come titolo “La giovinezza tenace. I luoghi e le parole di Giacomo Ulivi” (testi di Giuliano Albarani, Michela Cerocchi, Sonia Pellizzer e degli studenti del Liceo scientifico “G. Ulivi” che hanno partecipato al laboratorio storico-didattico “I luoghi e le parole di Giacomo Ulivi”), la cui presentazione sarà il prossimo venerdì 14 novembre all’Isrec di Parma in occasione del settentesimo dell’eccidio di Piazza Grande di Modena. Un libro che sarà interessante e doveroso leggere. Non solo per rendere onore al sacrificio compiuto dai Partigiani, ma soprattutto per apprezzarne il messaggio di impegno, di speranza, di resistenza, e il monito a non delegare la responsabilità del nostro futuro ad altri.









