Aiello Calabro. Salviamo la chiesa di San Giuliano

AIELLO CALABRO – «Da oltre cinquanta anni, non ostante le pubbliche richieste, le petizioni rivolte a tutti i nostri parlamentari, la vecchia Chiesa di San Giuliano, che racchiude fra le sue mura piccoli tesori d’arte, non ha mai potuto avere un aiuto anche di modeste proporzioni per la esecuzione dei lavori di restauro più urgenti». Così scriveva il cronista in un articolo pubblicato il 30 gennaio 1955 su Cronaca di Calabria, in cui si annunciava, descrivendo lo stato precario del luogo di culto, l’intervento dell’On. Galati che aveva fatto assegnare un “cospicuo sussidio di circa cinque milioni” ad un progetto elaborato dal Genio Civile.
Dopo quei lavori degli anni ’50, la chiesa non ebbe però altri interventi di conservazione. Tanto che negli anni è andata progressivamente rovinandosi. A parte un intervento di qualche anno fa del comune che fece ripristinare la copertura, san Giuliano da tanti, troppi anni, versa davvero in brutte condizioni. E meriterebbe, per suo il valore storico e artistico, un necessario finanziamento da parte delle istituzioni competenti.
La chiesa, del periodo gotico-aragonese, venne costruita sotto i Siscar, feudatari dello stato aiellese. Al suo interno, vi sono le cappelle del SS. Rosario, una volta sede dell’omonima confraternita; e della Madonna del Carmine, ancora più interessante dal punto di vista artistico. Presenta un arco in arenaria scolpito in doppio ordine con lesene jonico-composite e lesene a grottesche muliebri. Un’opera che assomiglia molto – come fa notare lo storico dell’arte G. Solferino – a brani architettonici del Convento francescano degli Osservanti, a cui lavorò, per committenza dei Cybo, l’equipe dello scultore fiorentino Barbalonga, che ad Aiello si stabilì e dove aprì una scuola di scalpellini.
Intanto, sebbene non si abbia ancora notizia di prossimi restauri, l’attenzione per lo stato precario della chiesa, è tenuta alta sul web. Grazie alle numerose segnalazioni, su iniziativa del Blog di Aiello Calabro e dintorni, San Giuliano si è piazzata al 31° posto nella classifica regionale nell’ambito del censimento 2010 FAI dei Luoghi del Cuore, i cui risultati (ben 464.649 segnalazioni ricevute) sono stati resi noti qualche giorno fa.

Trascriviamo il testo dell’articolo di Cronaca di Calabria n° 4 – 30 gennaio 1955

S. Giuliano di Aiello Calabro
Aiello Calabro, 24
Mi corre l’obbligo di additare alla cittadinanza ed ai fedeli tutti, perché manifestano esultanza e riconoscenza, l’opera indefessa e silenziosa che l’On. Prof. Vito Giuseppe Galati ha compiuto in prò della vetusta Chiesa di San Giuliano Vescovo.
Da oltre cinquanta anni, non ostante le pubbliche richieste, le petizioni rivolte a tutti i nostri parlamentari, la vecchia Chiesa di San Giuliano, che racchiude fra le sue mura piccoli tesori d’arte, non ha mai potuto avere un aiuto anche di modeste proporzioni per la esecuzione dei lavori di restauro più urgenti.
Ora la Chiesa, che ospita anche la Congregazione del SS. Rosario, sarebbe stata certo dichiarata impraticabile e quindi inibita al pubblico culto, senza l’opera disinteressata e proficua dell’On. Galati, il quale, da me sollecitato, è riuscito ad ottenere un cospicuo sussidio di circa cinque milioni ed i lavori, su progetto dell’Uff. Genio Civile di Cosenza [nota: nel testo originale appare il refuso “On. Genio Civile”], sono già stati appaltati, sì che presto la vetusta Chiesa sarà restituita all’antico splendore.
Esterno quindi all’On. Galati, vanto ed onore della nostra terra, la pubblica riconoscenza dei fedeli e quella mia personale.

C'era una volta. Ricordi di vita di Aiello Calabro. Il paese e lo stagno Turbole

Ajello in una foto d’epoca (lo stagno Turbole sullo sfondo)

Raffaele Aloisio. Una conferenza, a Cosenza il 25 novembre prossimo, della studiosa Maria Elda Artese per approfondire la figura dell'artista Aiellese

R. Aloisio, L’adorazione dei Magi, Corigliano 1848
AIELLO CALABRO – Giovedì 25 novembre, a Cosenza vecchia (Gran Caffé Renzelli, ore 18), organizzata dal Laboratorio culturale “Cosenza che vive”, si terrà una conferenza sul pittore Aiellese Raffaele Aloisio. A tenere la relazione sarà Maria Elda Artese, laureata qualche mese fa all’Unical con una Tesi sull’artista ottocentesco.

Notizie sul pittore

“… i quadri dell’Aloisio stanno agli altri come due poemi epici ad una raccolta di sonetti”. Così si esprimeva il Padula in occasione della Esposizione tenuta a Cosenza il 1865, e certamente l’eclettico abate non era uomo di scarsa cultura e di cattivo gusto. Anche a voler fare la necessaria tara all’entusiasmo dello scrittore, oggi dobbiamo ritenere che il pittore Raffaele Alosio sia stato esponente di rilievo dell’ottocento calabrese. E’ un dato di fatto, più che una considerazione, ed emerge dalla quantità e qualità delle sue opere. Caratteristiche tutte che ci hanno spinto ad approfondire la conoscenza di questo artista, di grande successo nel secolo XIX, eppure dimenticato, al punto che è stato relegato, da scrittori pure validi, nel limbo di “modesto artigiano”, autore di “alcune pitture” di cui si davano titoli e caratteristiche inesatti, così come dei suoi dati anagrafici. Ed in proposito anche chi scrive deve recitare il suo mea culpa, poiché la contemporanea esistenza in Aiello di un omonimo “tintore” suo parente ha portato a fornire notizie inesatte nella precedente edizione del volume “Ajello – Antichità e Monumenti, 1994”. Ed altra parte – pur avendo raccolto un miriade di notizie sul “vero” Raffaele Aloisio, in vista della pubblicazione, assieme all’amico Giorgio Leone, di una monografia sull’artista – ancora rimangono molti lati oscuri sulla sua vita. Oggi possiamo solo dire che l’Aloisio è nato in Aiello nel giugno del 1800, da “mastro” Benedetto e da Nicoletta Volpe, e che è deceduto prima del 1888, sicuramente lontano da Aiello, molto probabilmente in una delle tante città che lo ospitarono per il suo lavoro. Quanto alla valenza artistica dell’Aloisio, essa viene messa in luce nel primo studio veramente scientifico, pubblicato da Giorgio Leone su “Il Serratore” (n° 22 del 1992). Il Nostro è chiaramente un neoclassico, dotato di un tratto incisivo e calibrato, che associa a volte a colori chiari, ma più spesso a “forma scura” (“l’Adorazione dei Magi”, intensa tela del 1848, nel “Corridoio delle Armi” nel castello di Corigliano, o il “San Francesco di Assisi” in collezione privata di Aiello, soprattutto la serie di opere realizzate per il Santuario della Madonna della Catena di Laurignano, ove godette dell’amicizia del Beato Falcone). Egli rivisita modelli tardo barocchi, o anche rinascimentali, utilizzando pure schemi compositivi di tradizione consolidata (strutture piramidali, scale gerarchiche). Se non raggiunge il brillante colorismo del Santoro (1809 – 1895), né tantomeno nella sua fedeltà al passato aderirà alle nuove istanze del Morelli (1826 – 1901), Aloisio è però un gradevole arcadico, capace, specialmente nel suo periodo migliore, di composizioni misurate che riescono in un operazione di recupero, attenta agli sviluppi dell’accademismo di fine ‘800, ed ispirata sempre a principi basilari d’estetica (vedi ad esempio il tratteggio del vestiario o degli elementi decorativi di contorno). Non meraviglia, quindi, che Aloisio sia stato premiato due volte in mostre a Napoli. E, soprattutto, va sottolineato l’apprezzamento, sinora ignorato, che l’artista ebbe nella sua epoca, e che è confermato, in maniera plateale e forse inaspettata, dalla diffusione delle sue opere, che figuravano in edifici sacri, monumenti e collezioni private da Cosenza ad Acri, Corigliano, Rotonda (Potenza), Rossano, Cariati, Marzi, Paola, Mormanno, Cleto, Lago, Schiavonea, Laino, Dipingnano, Laurignano, Castrovillari, Tessano, Carolei, oltre che nella natia Aiello. Tra di esse ricordiamo la bella “Madonna del Latte” (1834, collezione privata, Cosenza); la Santa Lucia” (1836) nel Duomo, ed altre opere nella chiesa di San Nilo ed in quella di San Bernardino, in Rossano; diverse tele nella chiesa di San Nicola, a Lago, e nella chiesa del Rosario (Paola), databili dal 1825 (le prime note) al 1840 – 1850; la “Madonna con Bambino” (Oratorio Confraternita Maria SS.), che presenta similitudini con quella di Aiello, la citata “Adorazione”, il “ritratto dell’architetto F. Bartholini” (collezione privata), la “Presentazione di Maria” (castello) tutte del 1848, in Corigliano; le pitture murali nella chiesa dell’Annunziata in Acri, databili 1840 – 1850, quando forse ebbe come collaboratore – allievo Luigi Midollo; la tela “Gloria di San Giuseppe” (Santuario, Schiavonea), commissionata intorno al 1856 dalla famiglia Compagna; le “Storie di Fra Benedetto”, del 1862 – 1865, e diverse altre, in Laurignano; la tela per la Chiesa di Santa Chiara (ora a San Omobono), in Cosenza; la “Crocifissione” di Marzi (1869); la grandiosa Pala “Giudizio Universale” (1871), la tela “Santa Teresa” (1872-80 ?) nella chiesa della SS. Trinità, e l'”Ecce Homo” (1870) in quella di San Francesco di Paola, tutte in Castrovillari; gli affreschi della chiesa di San Giuliano, la pala d’altare e la tela in Santa Maria delle Grazie, e numerose opere in collezione private, in Aiello e Cosenza.
Tratto da: “R. Borretti, Ajello – Antichità e Monumenti, 2001”

Aiello, San Giuliano per i Luoghi del Cuore 2010. C'è ancora tempo sino al 30 settembre per le segnalazioni

Vai all’evento Facebook clicca QUI
AIELLO CALABRO – C’è ancora tempo sino al 30 settembre prossimo per partecipare al censimento 2010 “I Luoghi del Cuore” dal Fondo Ambiente Italiano. Si può votare sul sito www.iluoghidelcuore.it, su Messenger e su www.iluoghidelcuore.msn.it, oppure inviando cartolinepresenti nelle filiali di Intesa Sanpaolo, e presso le Delegazioni FAI.
Tra le 60 mila segnalazioni, sinora raccolte, compaiono pure beni della cittadina, in particolare, tra i beni da proteggere, tutelare, o strappare alla inesorabile azione del tempo e dell’incuria umana, c’è la Chiesa di San Giuliano. A promuovere l’iniziativa sul web è il Blog di Aiello Calabro che ha invitato, a cadenze periodiche, tutti gli utenti e chi ha a cuore il patrimonio artistico e culturale dell’antico borgo, ad esprimere la propria preferenza.
«Come abbiamo avuto modo di verificare di persona, qualche tempo fa – scrive la redazione del blog cittadino -, la situazione della chiesa è gravissima. L’umidità – oltre al pavimento sconnesso, a evidenti crepe nei muri – sta erodendo gli affreschi ottocenteschi dell’Aloisio e c’è pericolo anche per le altre strutture architettoniche e per le statue lignee lì conservate».
Della chiesa del periodo gotico-aragonese, costruita presumibilmente sotto la famiglia Siscar, feudataria dello stato aiellese, originariamente trinavata ed oggi molto irregolare nella struttura, fanno parte due splendide cappelle: quella del SS. Rosario, sede dell’omonima confraternita; e quella della Madonna del Carmine, certamente la più interessante dal punto di vista artistico, che presenta – come spiega lo studioso Gianfrancesco Solferino – un arco in pietra arenaria scolpito in doppio ordine con lesene jonico-composite e lesene a grottesche muliebri. L’opera assomiglia molto, nella esecuzione, per le decorazioni ed il materiale usato, a brani architettonici del Convento francescano degli Osservanti, la cui committenza fu dei Cybo e si suppone che anche per San Giuliano ci sia stata l’intervento dei feudatari e dell’equipe dello scultore fiorentino Pietro Barbalonga, che ad Aiello si stabilì e dove aprì una scuola di scalpellini.

L'Anniversario. Un anno fa, il 7 giugno 2009, veniva a mancare il poeta Francesco Graziano

Un anno fa, era il 7 giugno, veniva a mancare il poeta Francesco Graziano, storico fondatore nel 1986 della rivista “ilfilorosso”, semestrale di cultura, poesia e letteratura. Una malattia, quella del secolo, ancora per tanti invincibile, lo ha strappato alla vita ed alla poesia. Era, il professore Graziano, come il capitano di una nave. «Il viaggio è finito, la nave è in porto, al sicuro, ma il Capitano giace immobile e freddo, sulla tolda della nave. Caduto». Così ne descrive la figura in uno dei tanti contributi e testimonianze in occasione del primo anniversario, la scrittrice Maria Antonietta Nardone, da lungo tempo amica e collaboratrice della rivista. «Il Capitano Graziano – scrive la Nardone, che omaggia il poeta con i versi di Whitman – ha governato la sua nave con piglio sicuro, con tenacia scrupolosa. Per 24 anni, ha portato in mare questa imbarcazione di idee, riflessioni, storie e critiche, versi e saggi che è stato e che spero continuerà ad essere ilfilorosso. È lui che ha saputo raccordare i fili, far alzare le vele, con sapienza conoscere e prevenire l’imprevedibile: la capricciosità dei venti. Instancabile, trascinante ma con un modo di fare sinuoso, delicato e non travolgente. Autorevole, ma non autoritario».

Una personalità piena di interessi, quella di Francesco Graziano, ricordata pure qualche mese fa, nel corso di una due-giorni, durante la quale venne delineato il suo impegno di intellettuale, di educatore e di operatore culturale. E di fondatore ed animatore della citata rivista che dirigeva assieme alla moglie Gina Guarasci, e che vantava e vanta dalla prima ora collaborazioni prestigiose, ed una vastissima rete di collaboratori.

«Ilfilorosso – ricorda Gina Guarasci – era la sua creatura più preziosa, che amava al pari delle relazioni amicali e dei giovani in cui riponeva grandi speranze e a cui dedicava tanta parte del suo tempo. I suoi alunni hanno ricordato, in più occasioni, i pomeriggi dedicati al “cinema d’autore”, a “cinema e letteratura”, a “poesia e cinema”; incontri densi di amore per l’arte e la cultura, ma intensi per i semi di verità, giustizia e impegno civile che Francesco cercava di seminare nelle menti e nei cuori».

Graziano era nato a Rossano (Cs) nel ‘49, città fiera della sua storia e delle sue origini bizantine, in lui, però, c’erano esperienze e radici diverse. Aveva passato i primissimi anni in Argentina, a Buenos Aires e gli erano rimasti nel cuore l’ansia di spazi immensi. Gli studi superiori, prima nel collegio di S. Demetrio Corone e poi quelli universitari a Napoli, dove venne a contatto con illustri maestri, lasciano tracce in lui che alimentano curiosità e passioni forti per la letteratura e il cinema. Giovanissimo, conobbe e strinse rapporti con molti intellettuali, tra cui Mario La Cava e successivamente con Roberto Roversi. Ha pubblicato studi su Montale, Moravia, La Cava, Pea, Cicognani, Satta, Seminara, Roversi, Campanella ecc. Due le raccolte di versi edite: Nasse del Sud (2002) e Cronache d’anni d’abisso e di vento (Rubbettino 2003).

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Il contributo integrale della scrittrice Maria Antonietta Nardone.

O, Capitano! Mio Capitano!

“O Capitano! Mio Capitano!” è il titolo di una celebre poesia di Walt Withman, che il film di Peter Weir, “L’attimo fuggente”, ha reso universalmente e trasversalmente noto.

Indimenticabile è la figura di un professore – e Francesco Graziano è stato anche, e non solo, un professore, mi dicono severo, ma certo appassionato; appassionato come il cinematografico professor Keating, interpretato da un umanissimo e intenso Robin Williams.

Quando ho pensato a Francesco come fondatore e direttore della ventennale rivista (e associazione) ilfilorosso hanno fatto irruzione nella mia mente i versi del poeta di “Foglie d’erba”. Il viaggio è finito, la nave è in porto, al sicuro, ma il Capitano giace immobile e freddo, sulla tolda della nave. Caduto.

Il Capitano Graziano ha governato la sua nave con piglio sicuro, con tenacia scrupolosa. Per 24 anni, ha portato in mare questa imbarcazione di idee, riflessioni, storie e critiche, versi e saggi che è stato e che spero continuerà ad essere il filorosso. È lui che ha saputo raccordare i fili, far alzare le vele, con sapienza conoscere e prevenire l’imprevedibile: la capricciosità dei venti. Instancabile, trascinante ma con un modo di fare sinuoso, delicato e non travolgente. Autorevole, ma non autoritario.

Basta sfogliare a caso i diversi numeri di questa sobria eppur elegantissima rivista per restare senza fiato nel constatare come si spazi dall’uso del dialetto ai più lontani paesi d’Oriente, dalla poesia alla prosa, da acute analisi sui più importanti films degli ultimi anni ai versi folgoranti sulla 1° guerra del Golfo di Roberto Roversi, dai saggi più eterodossi, che affondano in altri saperi e discipline, come quelli del poeta-critico-psichiatra Onano alle ricostruzioni delle tradizioni contadine più autentiche. E ancora saggi e critica letteraria su Montale e Sereni, Gatto e Borges. Invettiva ed estasi lirica, ricordo famigliare e affresco sociale, radicamento nel territorio, vissuto come una risorsa identitaria alta, indignazione per un declassamento etico del nostro paese prima ancora che economico e culturale. Il tutto, e tanto, tanto altro, governato da un rigore, intellettuale e stilistico, che non ha mai ceduto il passo. Lo ripeto: da un rigore, intellettuale e stilistico, che non ha mai ceduto il passo.

Quindi, che cosa colpisce di più di questa rivista?

Ricchezza di temi e di approcci; profondità di vedute, senso della prospettiva e l’essenzialità, riscontrabile peraltro anche nella sua forma grafica. L’ essenzialità, in terre ubriache di sovrabbondanza, ha davvero del prodigioso. Ma è un prodigio tutto umano, umanissimo, frutto della laboriosità e della caparbietà di un uomo, che ha chiamato a raccolta altri uomini e nuove donne, per attraversare un pezzo di strada o di mare, insieme, accanto, vicini pur nella propria irriducibile individualità. Come un allenatore di calcio che sappia valorizzare e promuovere le singole capacità dei suoi giocatori invece di uniformarli e omologarli ad una sua rigida idea di gioco. Insomma più uno Zeman che un Sacchi. Francesco Graziano non avrebbe mai frenato, spento o inscatolato in uno schema i suoi Baggio.

Che cos’altro ancora colpisce?

L’attenzione alla lingua, a questa nostra lingua italiana, tanto ricca di sfumature quanto spesso maltrattata; la lingua, che per molti scrittori e poeti è considerata la loro vera patria, la loro Heimat. Un’attenzione, nata dall’amore – per Simone Weil attenzione è amore -, che si coglieva non solo dal suo lavoro di direttore, di critico, direi ovviamente di poeta, ma anche dalla sua capacità di parlatore, che io ho avuto modo di conoscere dalle nostre conversazioni telefoniche, dai nostri incontri e più ancora dai suoi interventi in convegni e riunioni varie. Mi spiego; non mi riferisco ad una capacità affabulatoria, in qualche modo incantatrice, di un abile quanto talentuoso narratore. No. Quando Francesco parlava – e Francesco amava parlare – sentivo, veramente, vedevo all’opera, un uomo che stava pensando. Sentivo lo sforzo, la pausa, lo scrupolo di tradurre al meglio lo svilupparsi del suo pensiero. Ebbene, questa è un’esperienza che mi è capitata, a questo livello, in pochissime occasioni; faccio un nome su tutti: Emanuele Severino e pochissimi altri. Con questi pochi, con questi Felici Pochi, io ho sperimentato la gioia di ascoltare e vedere un uomo che pensa quando parla. Di questa gioia e di questa esperienza gli sarò sempre grata.

Chiudo questo mio intervento così come ho cominciato; col professor Keating del film di Weir. Quando il professore è costretto a lasciare il college dove insegna, è costretto perciò a congedarsi dai suoi ragazzi, essi, per salutarlo, salgono in piedi sui banchi di scuola, pronunciando i versi «O, Capitano! Mio capitano!». È un momento molto toccante della storia e del film tutto, che credo molti di voi ricorderanno.

Noi, che non abbiamo l’età ma soprattutto l’agilità di quei ragazzi, per non incorrere in qualche rovinosa caduta, possiamo esimerci dal salire sul tavolo o sulla sedia, e dire, semplicemente: ciao, capitano, mio capitano, nostro carissimo, unico capitano. Ciao.

FAI. I Luoghi del Cuore 5° Censimento. Il Blog ha segnalato la Chiesa di San Giuliano di Aiello Calabro (Cs)

Per unire l’Italia ci sono voluti mille uomini. Per votarla e salvarla, basti tu! Segnala i luoghi che vorresti far conoscere e amare: partecipa al 5° censimento dei LUOGHI DEL CUORE promosso dal FAI e da Intesa Sanpaolo.
Luoghi inconfondibilmente italiani in cui ognuno di noi può ritrovarsi. Insieme a te li scopriremo. Insieme a te faremo di tutto per proteggerli.

Il Blog di Aiello Calabro, come Luogo del Cuore ha appena segnalato la Chiesa di San Giuliano di Aiello Calabro (Cs).
… Come abbiamo avuto modo di verificare di persona, qualche tempo fa, la situazione della chiesa è gravissima. L’umidità – oltre al pavimento sconnesso, a evidenti crepe nei muri – sta erodendo gli affreschi ottocenteschi dell’Aloisio e c’è pericolo anche per le altre strutture architettoniche e per le statue lignee lì conservate. Della chiesa del periodo gotico-aragonese, costruita presumibilmente sotto la famiglia Siscar, feudataria dello stato aiellese, originariamente trinavata ed oggi molto irregolare nella struttura, fanno parte due splendide cappelle: quella del SS. Rosario, sede dell’omonima confraternita, in cui si conserva, tra le diverse statue lignee, un dipinto sulla volta raffigurante “l’Incoronazione della Vergine”, racchiuso in una cornice rococò; e quella della Madonna del Carmine. Questa cappella è certamente la più interessante dal punto di vista artistico. Presenta – come spiega lo studioso Gianfrancesco Solferino – un arco in pietra arenaria scolpito in doppio ordine con lesene jonico-composite e lesene a grottesche muliebri. L’opera assomiglia molto, nell’esecuzione, per le decorazioni ed il materiale usato, a brani architettonici del Convento francescano degli Osservanti, la cui committenza fu dei Cybo e si suppone che anche per San Giuliano ci sia stata l’intervento dei feudatari e dell’equipe dello scultore fiorentino Pietro Barbalonga, che ad Aiello si stabilì e dove aprì una scuola di scalpellini. All’interno della cappella si trovano gli affreschi di Aloisio, il pittore aiellese che visse nel ‘800 del quale tantissimi sono i lavori sparsi per tutta la provincia di Cosenza. Sono: “la Madonna del Carmelo in gloria tra due Santi” che si trova sulla volta; “la Decollazione di San Giovanni Battista” e “la Sacra Famiglia” sulle pareti laterali.
Sarebbe un peccato mortale farli perdere per sempre (come è già successo negli anni ’70 per un affresco del 500 posto nella Cappella Cybo presso l’Ex Convento degli Osservanti), permettendo all’umidità di compiere questo delitto ai danni dell’arte e della memoria storica.

25 Aprile. Un ricordo dei Partigiani Aiellesi

Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione – conclusasi il 25 aprile del ’45 – è stato notevole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Si parla di migliaia di Partigiani meridionali, molti dei quali calabresi, per lo più ex militari sbandati dopo l’8 settembre del ’43. Tanti morirono giovanissimi.
Ma quanti furono i Partigiani della Comunità tirrenica? Secondo alcune fonti, molti di più di quanto si pensi. Eroi dimenticati, spesso sconosciuti.
Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni (nella foto). Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.
Peppe Verduci ne aveva ravvivato la memoria nell’ultimo libro (Frammenti di Storia e Ricordi, Edizioni Pellegrini, Cosenza 2006), ricordando, a tutta la Comunità, l’intitolazione nell’immediato dopoguerra della sezione del Partito Comunista al giovane martire di soli 22 anni.
Dai ricordi del compagno Verduci affioravano anche i nomi di altri Partigiani ignoti alla memoria collettiva. Come Alfredo Bossio, partigiano a Valmontone, Carmine Mollame, Rosario Belluno e Raffaele Pucci, morto nell’ottobre 2007 (tesserino 001183, appartenente ai Corpi volontari della Libertà, Comando I zona Piemonte – Biellese, XII divisione d’assalto “Nodo”, grado Garibaldino, nome di battaglia “Monsone”). “Raffaele – scriveva Verduci nel suo libro – stava spesso con me e con Nando (Aloisio, fondatore del Pci e della Camera del Lavoro di Aiello, nda); ogni tanto, per dimostrarci la sua forte fede al Partito, saliva da Valleoscura portando in tasca il berrettino Partigiano, indossandolo poi nella sezione per mostrarci la falce ed il martello con la stella ricamata sulla visiera con filo argentato”.
Altri Aiellesi, che sono invece compresi nell’elenco dell’Icsaic di Cosenza, sono: Giovanni Coccimiglio (Aiello, 17 ottobre 1923), Partigiano dal 9 settembre 1943 al 15 gennaio 1944, e dall’11 agosto 1944 al 30 novembre dello stesso anno, nella Divisione Gramsci – Albania; Guglielmo Coccimiglio (Aiello, 29 febbraio 1917), soldato del 317° Fanteria Divisione Acqui, disperso in combattimento nel settembre 1943 in Grecia;Fortunato Lepore (Aiello, 5 febbraio 1914), Partigiano dall’11 ottobre 1943 al 30 novembre 1944, nella Divisione Gramsci – Albania; Francesco Vecchio (Aiello, 14 aprile 1919), Partigiano dal 9 settembre 1943 all’1 luglio 1944, nella Divisione Garibaldi – Jugoslavia. E forse tanti altri ancora sconosciuti.
Per altri contributi vedi:

C'era una volta… Ricordi di vita di Aiello Calabro. La Banda musicale anni '70

Antonio Del Corchio, artista Aiellese del XIX secolo. "Il particolare vezzo del pittore che nel 1863 dipinse la Madonna del Pettoruto" di S. Sosti in un articolo dello studioso Francesco Capalbo

Madonna del Pettoruto, Antonio Del Corchio, 1863

di Francesco Capalbo
FONTE http://francescocapalbo.blogspot.com/

In una contrada di Luzzi, sopra un piccolo pianoro dal quale è possibile scorgere in lontananza uno spicchio della catena del Pollino e la gola del fiume Rosa, è adagiata una chiesa rurale intitolata alla Madonna della Cava o della Sanità.
La storia narra che in questo lembo nascosto di Calabria l’intervento mariano portò soccorso a Lucrezia Scalzo, una ragazza disabile. L’interno della chiesa, di recente restaurata, è composta da tre corte navate decorate dal pittore Emilio Jusi, lo stesso che a metà degli anni cinquanta affrescò anche la chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire di San Sosti. Alla fine della navata laterale destra è collocata una tela raffigurante la Madonna del Pettoruto che, sia per il realismo dell’immagine che per la cura dei particolari, potremmo definire di derivazione classica. Il dipinto svela non solo quanto fosse diffuso nei secoli scorsi sul territorio della Valle del Crati il culto della Vergine di San Sosti, quanto anche la ricercata sensibilità artistica di un personaggio poco conosciuto.
L’autore del quadro, stando alla firma collocata sulla sua sinistra, fu nel 1863 il pittore Antonio del Corchio, nipote ed allievo del famoso Aloisio Raffaele Maria Luigi, che dipinse opere sacre conservate in varie chiese della Calabria.
Secondo lo studioso Raffaele Borretti, tra i due parenti vi fu un rapporto di mutua collaborazione desunto dal fatto che in una tela conservata a Laurignano è decifrabile il nome del nipote sotto il monogramma con il quale l’Aloisio era solito firmarsi.
Del Corchio, sulle orme dello zio, studiò a Napoli e fu testimone insieme ad altri giovani pittori calabresi del fiorire delle speranze culturali della nostra regione nel periodo post unitario. Nella città partenopea trovò accoglienza, mentre la Prefettura di Cosenza si fece carico dei suoi studi.
Tra gli estimatori del giovane artista vi fu anche Vincenzo Padula che accostò il pittore di Aiello Calabro a Tano Eugenio, eccellente ritrattista ed anche fervido garibaldino. Lo stesso scrittore fu impressionato, sia per la fantasia che per la bellezza delle forme, da un dipinto raffigurante Tommaso Campanella nell’atto di contemplare il cadavere di Bernardino Telesio e ne propose l’acquisto alla Provincia di Cosenza.
Padula tuttavia non fu sempre benevolo nei confronti dell’ artista di Aiello Calabro. Tagliente si rivelò ad esempio la sua opinione a proposito di una tela raffigurante san Gerolamo ed anche il suo convincimento a riguardo di un dipinto figurante lo scontro tra Argante e Tancredi. In questo ultimo caso ebbe a sentenziare senza parsimonia di parole che il ritrattista disconosceva l’opera di Torquato Tasso.
Di Antonio del Corchio rimangono anche gli affreschi della cupola di San Geniale, ora Chiesa del Sacro Cuore e della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Aiello Calabro, nonché il ritratto del Beato Domenico Lentini conservato in Lauria ed a lui attribuito in maniera incontrovertibile.
Svaniti appaiono ormai i dubbi intorno alla vera identità dell’uomo d’arte, ingenerati dalla bizzarra abitudine che egli aveva di anteporre la preposizione articolata “del” al suo vero cognome.
La firma “Antonio del Corchio” che compare sotto le sue opere sembra più che altro il ghiribizzo di un uomo d’arte che di nome faceva Antonio Corchio, figlio di Geniale e di Cecilia Aloisio, il quale venne alla luce nella contrada San Giuliano di Aiello Calabro in un giorno di fine settembre del 1834.

Aiello Calabro, Immacolata 2009

AIELLO CALABRO – Il suono della tradizione, quello delle zampogne, ed il profumo ed il sapore dei “cullurielli” caratterizzano come sempre la festa dedicata alla Immacolata Concezione. La serata delle vigilia, come vuole una usanza locale, non può passare senza assaggiare i “cullurielli”, una particolare ciambella di pasta lievitata a base di farina e patate, fritta nell’olio d’oliva, e senza sorseggiare un buon bicchiere di vino locale. Nella prima edizione, de “A chiazza se fa bella, ccu vinu e cullurella”, organizzata da Pro Loco, centro Anziani, gruppo Giovani e Comune, oltre a vino e cullurielli, c’erano anche i bravi zampognari roglianesi, Sergio Vizza e Sandro Sottile che hanno suonato nenie natalizie in piazza e per le viuzze del vecchio borgo medioevale.

La giornata della Immacolata, invece, svoltasi martedì con le sante messe del mattino, si è conclusa con la processione per le vie del paese guidata dal parroco padre Jean Paul Bamba, che da Santa Maria Maggiore ha riportato la Statua della Madonna a Santi Cosma e Damiano. Quest’ultimo luogo di culto è una deliziosa chiesetta che conserva al suo interno un rovinatissimo affresco (forse attribuibile al pittore ottocentesco Raffaele Aloisio), che campeggia sulla volta centrale della navata, con urgente necessità di restauro; ed una preziosa statuetta conosciuta come “A Mmaculatella”, del barocco napoletano, che andrebbe anch’essa restaurata.

Tra le iniziative che anno dopo anno si tengono l’8 dicembre, pure la giornata di solidarietà a favore dell’AIL, organizzata, oramai da diversi anni, dalla signora Lucia Baldini.