Terraaaaaaaa!!! Terraaaaaaaaaaaaaaa!!! Quasi ci sembra di udirlo il marinaio di Colombo che dopo tanta navigazione in cerca delle Indie intravede le coste del Nuovo Mondo.
Da allora, quelle Terre lontane sono state meta di tanti. Anche molti Calabresi. I primi, stando alle cronache dell’epoca, furono due navigatori delle nostre parti. Oramai li conosciamo per fama. Sono Anton Calabrès e Angelo Manetti. Il primo di Amantea, si dice, l’altro di Aiello Calabro. Per maggiori informazioni, rimandiamo all’articolo di Giuseppe Pisano, in fondo al post.
Oggi dunque ricorre l’anniversario della Scoperta. Il Columbus Day, che si festeggia ogni anno a New York lungo la Fifth Avenue, quest’anno si terrà il 13 ottobre. Per maggiori dettagli sulla giornata dedicata all’emigrazione italiana, visionate la voce Columbus Day su Wikipedia, oppure visitate il sito della Columbus Citizens Foundation.
LA CALABRIA E LA SCOPERTA DELL’AMERICA
di Giuseppe Pisano
Ancora oggi nessuno vuol parlare – mi riferisco, in primis, alle istituzioni calabresi – del ruolo che la Calabria ha avuto rispetto alle vicende legate alla scoperta dell’America e alla figura di Cristoforo Colombo, apporti importanti, molti dei quali sconosciuti, offerti da marinai, personaggi misteriosi e, con ogni probabilità, uomini di chiesa e santi calabresi. E’ provabile documentalmente sia la presenza, nel primo viaggio di Colombo che portò alla scoperta del Nuovo continente, del marinaio calabrese Anton Calabrès sia la partecipazione ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Angelo Manetti proveniente dal paese di Aiello.
Di Calabrès possiamo dire che era imbarcato assieme a soli 25 uomini sulla “Pinta”, la caravella che avvisterà per prima la chimerica Terra. Calabrès è un personaggio affascinante che merita un’accurata indagine archivistica che potrebbe rivelarci notizie precise sui suoi precedenti viaggi di mare, sulle origini, sulla famiglia, su eventuali discendenti e altre sorprese ancora. Secondo gli ultimi studi effettuati sui componenti degli equipaggi del primo viaggio di Colombo sono stati individuati appena 4 uomini con precedenti penali sui 90 complessivi e tra questi non compare il nome di Calabrès. Per questo motivo, e per altri che al momento non posso ancora rivelare, potrebbe quindi darsi che questo nostro conterraneo fosse un esperto marinaio voluto da Colombo. Per quanto riguarda Manetti possiamo dire che partecipò a uno dei viaggi dell’Ammiraglio genovese, non escluso il primo, “allo scoprimento dell’Indie Occidentali” , per citare alla lettera ciò che viene riportato sulla misteriosa pagina di un testo del ‘700, in mio possesso, scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi.Tengo a dire misteriosa pagina perché se è vero che esistono pochissimi di questi esemplari dell’Orlandi sparsi in qualche biblioteca d’Italia è anche vero che pressoché dappertutto stranamente questi testi risultano mancanti della pagina riguardante il Manetti e la sua famiglia. Di recente mi è capitato di leggere che lo studioso Rocco Liberti, in un suo libro riguardante la storia del feudo di Aiello Calabro, afferma che nell’effettuare una ricerca sulla famiglia Viola il tomo dell’Orlandi gli fu consegnato privo dell’ultima pagina, di averlo cercato successivamente presso le più importanti biblioteche calabresi senza ottenere però alcun risultato. Inoltre, il Liberti ci fa sapere nella sua opera scritta all’incirca 30 anni fa che, con sua grande meraviglia, anche la seconda copia trovata per caso presso la biblioteca privata dell’appassionato bibliofilo Natale Zerbi risulta priva dell’ultima pagina e in questo caso addirittura, per fare intendere che tutto aveva un termine regolare erano state fatte sparire alcune parole e fatto punto. Infine, lo studioso afferma di avere potuto finalmente rintracciare la trattazione completa dell’Orlandi presso la biblioteca nazionale di Napoli. Anch’io spinto dalla curiosità, ultimamente ho deciso di effettuare una ricerca in merito ed ho potuto riscontrare, con mio grande stupore, che anche nella biblioteche di Soriano Calabro e Polistena, pur essendoci i tomi originali essi risultano ambedue mancanti dell’ultima pagina. Consultando il catalogo informatico delle biblioteche italiane (ICCU) predisposto dal Ministero dei Beni Culturali si può notare che il testo non esiste così come ultimamente non risulta esserci più nemmeno nella Biblioteca Nazionale di Napoli. A mio modesto avviso potrebbe esserci un tentativo di occultamento di tutto ciò che riguarda l’Italia, gli italiani e il Vaticano rispetto alla scoperta dell’America. Per quanto attiene alla provenienza dei due calabresi al seguito di Colombo, Angelo Manetti era di sicuro di Aiello in quanto lo attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi. Anton Calabrès suppongo fosse di Amantea o di uno dei paesi che gravitavano attorno a questo antico centro demaniale marinaro. Amantea a quel tempo era dotata di un porto capace di ospitare imbarcazioni di grande peso ed era un importante centro di commerci soprattutto della seta che sul mercato di Genova veniva preferita persino a quella proveniente dalla Spagna. La presenza genovese in questo territorio e in tutta la Calabria Citeriore all’epoca era davvero intensa. Commercianti e banchieri liguri spesso aiutati dal clero genovese, anch’esso fortemente presente in questa zona, finivano per monopolizzare tutte le risorse del territorio e già tra la fine del ‘400 e soprattutto nel ‘500 molte famiglie genovesi (Adorno, Ravaschieri, Cybo, Pinelli…) finirono per infeudarsi buona parte della Calabria centro-settentrionale e non solo.
Inoltre, ho potuto riscontrare che in Amantea esiste una tradizione orale, in particolare tra gli abitanti anziani della zona intorno all’ex collegio dei gesuiti, che ci fa sapere che negli anni successivi alla scoperta dell’America si svolse una grande cerimonia in onore del marinaio amanteano che partecipò con Cristoforo Colombo al primo viaggio di scoperta del nuovo continente e di lì a poco venne costruita una chiesetta denominata “della Pinta”. Nella zona più antica di Amantea esiste ancora un vico “la Pinta” e una fontana detta “della Pinta”.
Bisogna dire, purtroppo, che le istituzioni calabresi non hanno mai celebrato o in qualche modo tentato di rivalutare questi due personaggi importantissimi.Per quanto riguarda Calabrès pare esiste appena una piccola via al mondo dedicata a questo nostro importantissimo conterraneo e si trova a Soverato. Fu voluta nel 1982 da mio padre, Antonio Quinto Pisano quando allora ricopriva la carica di consigliere comunale. Per quanto attiene a Manetti sembra proprio caduto totalmente nel dimenticatoio. Eppure oggi che viene rivalutata la figura di papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo considerato dallo studioso Ruggero Marino il vero artefice del viaggio di Cristoforo Colombo, credo nessuno abbia mai colto l’importanza che la famiglia del Manetti fu sempre legata alla famiglia Cybo, quella famiglia che nel 1566 acquisterà, con un investimento definito “del tutto atipico” proprio la contea di Aiello. Come attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi, possiamo dire nessun altro uomo al mondo prima del calabrese Manetti risulta avere intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese: dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama.
Inoltre, non si può trascurare affatto l’idea di un probabile apporto dato da altri due grandi calabresi: il contemporaneo San Francesco da Paola e Gioachino da Fiore. Del Santo di Paola non bisogna guardare tanto ai suoi prodigi compiuti sul mare e spesso in favore dei naviganti che in taluni casi sembrerebbero essere segni premonitori come, ad esempio, il miracolo dell’attraversamento delle acque sul suo mantello dalla terraferma all’isola di Sicilia, ma bisognerebbe invece meglio capire perché Pio XII nel 1943 proclama al mondo San Francesco da Paola quale “Patrono della gente di mare italiana”; perché fu costruita la basilica in onore del Santo a Genova visto che sussistono ancora molti dubbi persino sul suo passaggio in quella città; qual è il significato degli incontri tra Francesco e papa Sisto IV, il pontefice che si era sforzato di unire i potentati cristiani di tutta l’Europa contro il pericolo musulmano; quale fu il vero ruolo dei Minimi in Spagna durante l’assedio di Malaga del 1487 e nel periodo della presa di Granata terminata nel gennaio 1492 visto che per il loro contributo offerto per la espulsione definitiva dei musulmani dalla penisola iberica da allora in Spagna furono indicati col nome di Frates de Victoria. E non si dimentichi che Bernardo Boyl – il padre eremita benedettino che risulta avere incontrato più volte il Santo che gli risvegliò il desiderio di vita più umile e penitente e che indosserà il saio dell’ordine di San Francesco di Paola – seguirà Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso il Nuovo Mondo come primo missionario in quelle terre e con poteri di vicario apostolico.
Per quanto riguarda Gioacchino da Fiore, Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi studiosi a livello mondiale di Colombo, disse che forse il vero movente che spinse Colombo ad affrontare questo difficilissimo viaggio fu la prospettiva mistica di essere protagonista d’una missione provvidenziale, e tutto ciò s’inquadra nella concezione del mondo derivata dall’abate calabrese, dalla quale Colombo, come tanti francescani del suo tempo, era più o meno consapevolmente influenzato e condizionato. Del resto lo stesso Colombo nel suo “Libro delle profezie” afferma che “Gioacchino da Fiore disse che doveva venire dalla Spagna colui che doveva riedificare il monte Sion”.
Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
L’editoria calabrese è sempre più concreta
Leggiamo qui di seguito la terza puntata del “Diario di bordo’ della Fiera “Galassia Gutenberg” di Napoli che i nostri amici di “Bottega Editoriale” stanno redigendo per i quattro giorni della manifestazione stessa.
Oggi la nostra cronaca semiseria sarà seria. Anzi: serissima. A tal fine abbiamo sguinzagliato una delle nostre ‘bottegaie” più in gamba, Francesca Rinaldi, a verificare quali siano stati i generi editoriali che hanno maggiormente riscontrato l’interesse nel pubblico dei visitatori.
Ci racconta che la produzione libraria calabrese più interessante è stata la saggistica.
Ciò rappresenta, a nostro avviso, la conferma di una positiva tendenza che ci sembra più generale. Ci riferiamo al fatto che, ferma restando una forte vocazione verso la narrativa, l’editoria calabrese sta segnando una progressiva attenzione verso la concretezza. Il che significa, sempre a nostro avviso, che dalle astrazioni si sta passando alle analisi. Non che si voglia ovviamente sminuire il valore dell’arte letteraria. Ma una maggiore propensione allo studio delle nostre numerose e pregnanti problematiche, e una successiva individuazione delle possibili soluzioni, non e affatto disdicevole.
Anche nello specifico delle materie intravediamo una svolta positiva: abbiamo notato meno “storia patria”, meno “solfe” sulle nostre presunte “antiche virtù” e più denunce delle malefatte della ‘ndrangheta. Meno enfasi sulle nostre “migliori tradizioni” e più analisi sulle prospettive eoonomiche dello sviluppo locale.
Concludiamo su un piccolo gioco di assenze/presenze: stamane era stata annunciata la presenza, in un dibattito sul mercato editoriale, dell’editore Falzea. Eravamo pronti a domandargli come si conciliasse la sua adesione al dibattito con la sua non adesione alla Fiera. Ma non si è presentato. Chapeau alla coerenza!
Al contrario, va annotata la presenza, trafelata ma significativa, della Mongolfiera editrice alternativa che era stata inaspettatamente assente nei giorni scorsi. Oggi si è svelato il “perché. «Il nostro corriere – ha spiegato l’editore Giovanni Spedicati – ha dato forfait e non siamo riusciti a far pervenire i nostri testi. Ma, appena ho potuto, mi sono organizzato per portarli io personalmente”, Chapeau all’impegno!
“I Bottegai”
Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
I bottegai “persi” in dotti colloqui
LEGGIAMO qui di seguito la seconda puntata del “Diario di bordo” della Fiera “Galassia Gutengerg” di Napoli redatto da Bottega Editoriale.
SÌ. È vero. Ci siamo un po’ montati la testa. Ma vorremmo vedere voi dopo due giornata passate a chiacchierare con Stefano Rodotà, Gianni Vattimo, Mauro Giancaspro, Paolo Jedlowski, Rosa Russo Jervolino, Renate Siebert e Alex Zanotelli.
Vabbé, vabbé. Non è che tutti loro hanno passato tutto il loro tempo con noi. Però, dalla “chiacchiera” che abbiamo avuto con ciascuno di loro, sono emerse notizie e curiosità mica male… Un esempio? Ve ne offriamo due. Anzi, tre. Crepi l’avarizia! Con Rodotà abbiamo dialogato sul suo difficile rapporto con la Calabria e con i calabresi. Vattimo ci ha invece raccontato degli anni trascorsi, bambino sfollato a Cetraro dalla natìa Torino. E di come, una volta tornato in Piemonte, subì i dileggi dei suoi compagni di gioco a causa del suo acquisito dialetto. Ma il divertimento maggiore è stato quello di vedere la meraviglia del Sindaco di Napoli che ha notato – mica tanto contenta – come lo stand della Regione Calabria fosse posizionato meglio di quello della Campania…
Ma tornando nel vivo della manifestazione, riflettiamo un po’ sulla soddisfazione espressa ieri dal Vicepresidente della Giunta, Domenico Cersosimo, circa il fatto che, grazie alla Regione, gli editori calabresi hanno potuto – gratuitamente – partecipare a “Galassia”. Cosa avrebbe detto oggi se avesse potuto partecipare alla curiosa presentazione del libro sull’antica fabbrica di cellulosa di Serra San Bruno ove – accantonata la cravatta dell’amministratore e reinforcati gli occhiali dell’economista – avrebbe certamente apprezzato l’industriosità dei nostri avi. Comunque non è tutto perduto in quanto il Dirigente regionale Giacinto Gaetano, che assieme a Gilberto Floriani ha curato la presentazione, sarà certamente latore di tali notizie. Chiudiamo con una constatazione, seria ma non troppo, di Margherita Amatruda (una delle stagiste di “Bottega editoriale”). «Voglio diventare editore anch’io. Così potrò esaudire il mio sogno: campare con un lavoro che, più che un lavoro, è una goduria pura».
I Bottegai
Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
I pregi dei campani e gli assenti calabresi
Puntuali come le cambiali, i nostri amici di “Bottega Editoriale” redigeranno, per i quattro giorni della Fiera “Galassia Gutenberg” di Napoli, il loro abituale “Diario di bordo”. Ecco la prima puntata.
Questa prima puntata del nostro “Diario di bordo” è caratterizzata da cinque notizie positive. Prima di elencarle, però, siamo assaliti da un dubbio: che l’effetto dolcificante dell’ancora non ben digerito cioccolato pasquale ci stia condizionando nella valutazioni? Mah. Lo deciderete voi stessi, cari lettori, dopo aver letto le righe che seguono.
La prima notizia è che ci attendevamo di trovare un’ondata di “monnezza”. E invece no! Nulla più del solito, quantomeno.
La seconda è relativa ad un’inaspettata efficienza partenopea. Lo stand della Regione Calabria era stato installato in un settore non opportuno. Con prontezza e apparso il patron. Franco Liguori che, in men che non si dica, lo ha fatto spostare da un’altra parte: la negatività si è dunque trasformata in un baleno in positività: lo stand è adesso nel punto più centrale dell’intera fiera!
La terza è che una delle migliori collaboratrici di “Bottega editoriale”, Arianna Calvanese, inizialmente bloccata dalle barriere architettoniche, si è potuta unire a noi sempre grazie ad un altro intervento dell’organizzazione.
La quarta è che abbiamo scoperto un editore nuovo che, benché attivo da tre anni, è esploso veramente nel 2007: ci riferiamo alla Csa (di Crotone) che – nell’apposita sezione delle novità scaturite nello scorso anno – svolge un ruolo da vera protagonista.La quinta – ci suggerisce un gongolante (per la buona riuscita dell’iniziativa) Gilberto Floriani – sarebbe che, alla faccia dei coreani, la mozzarella di bufala è sempre più buona. Ma questa è un’altra storia che, tra l’altro, ci induce a bandire le ciance e di passare, anche perché le nostre righe stanno terminando, ad evidenziare che le presenze a questa edizione di Galassia, grazie al noto apporto della Regione Calabria, sono state massicce e sarebbe lungo elencare i presenti. Emergono in tal senso, le (poche) assenze: Rubbettino, Falzea, Progetto 2000 e pochi altri di minor peso.
“I Bottegai”
“Monsone”, l’ultimo dei partigiani aiellesi, si è spento a 91 anni lo scorso 22 ottobre presso l’ospedale di Paola.
Il sedici maggio del 1928, per gli effetti del Regio Decreto 9 aprile di quell’anno, e in virtù del Decreto prefettizio del 7 maggio che fissava la data effettiva di unificazione al 15 dello stesso mese, i centri abitati di Aiello, Cleto e Serra erano divenuti un unico comune. Nel giugno di 70 anni fa, invece, l’esperienza della nuova Aiello si concludeva definitivamente con l’autonomia di Serra raggiunta nel 1937, e dopo che Cleto aveva riacquistato la propria nel 1934. Come hanno spiegato Massimiliano e Fausto Cozzetto in una pubblicazione dal titolo “Fascismo e vita civile: Aiello Calabro, Cleto e Serra Aiello 1928-1937”, promossa nel 2003 dall’allora assessorato alla cultura del comune di Aiello Calabro, il progetto era stato fortemente voluto dal prefetto Agostino Guerresi, nativo di San Lucido e dal Podestà Valerio di Malta, esponente di una importante famiglia del paese che in quel frangente ricopriva le cariche, a titolo gratuito, anche di commissario prefettizio di Cleto e Serra.
Il periodo in questione era caratterizzato da una situazione in cui si sentivano ancora forti le conseguenze del sisma del 1905, e durante la quale «buona parte della vita comunale era dominata dal problema della distribuzione degli oneri fiscali su una base sociale che appariva in grave difficoltà», come dimostrarono nel febbraio del 1921 gli incidenti originati dall’imposizione della tassa sul focatico. In tutti e tre i comuni, le entrate gravavano per la quasi totalità sulla contribuzione fiscale degli abitanti. «In queste condizioni, né per Aiello, né per gli altri comuni del suo hinterland – spiega Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical – era pensabile l’attivazione delle procedure che avrebbero loro consentito di beneficiare della politica dei lavori pubblici, condotta in quegli anni sotto la spinta dell’azione ministeriale di Michele Bianchi». E così, a fronte di una avvertita necessità di dotare i centri in questione di importanti opere, soprattutto di carattere igienico, nasce l’idea del progetto politico-amministrativo che Guerresi propone al Ministero dell’Interno. Una idea di accorpamento, che secondo le intenzioni dei promotori avrebbe dovuto presentare, soprattutto, vantaggi notevoli in termini di solidità finanziaria degli enti.
«I comuni che propongo di unificare – scriveva Guerresi nella relazione al Ministero – hanno identità di costumi, di sentimenti e di tradizioni. Hanno, altresì, comunità di interessi e rapporti economici. La produzione di detti comuni, prevalentemente agricola ha un unico sbocco sul mercato di Aiello ove, peraltro, risiedono i maggiori proprietari di Cleto e Serra. Tutti e tre i paesi hanno, poi, unico scalo ferroviario sulla litoranea tirrenica: Serra Aiello. I rapporti tra gli abitanti di Cleto e Serra con quelli di Aiello, capoluogo di mandamento, sono frequenti. Per il disbrigo di affari, non esclusi quelli legali, per i rifornimenti all’ingrosso, per tutto quanto possa occorrere gli abitanti di Cleto e Serra sono da tempo immemorabile abituati a recarsi in Aiello. Sono, peraltro, essi favoriti dalle comode rotabili che allacciano fra di loro i paesi summenzionati ed, altresì, da numerose vie di campagna, vicinali e mulattiere che abbreviano notevolmente la distanza che separa ciascun comune da Aiello».
Oltre al quadro socioeconomico, il prefetto forniva dati su territorio e abitanti (per Aiello 4184 abitanti per un territorio di 3787 ettari; per Serra 708 ab. e 380 ettari; e per Cleto, 2174 ab. e 1922 ettari), e aggiungeva anche la proposta di distaccare dal territorio di Amantea un territorio di circa 86 ettari, che avrebbero portato i confini occidentali del nuovo comune sino al mare, soddisfacendo, fa notare Cozzetto, «una millenaria aspirazione della comunità aiellese: ampliare il territorio del nuovo comune, fino ad offrirgli uno sbocco diretto sul Tirreno, superando la storica, ma scomoda e talvolta conflittuale, mediazione di Amantea». «Questo comune, peraltro – chiariva Guerresi – sarebbe presto compensato di tale perdita in quanto con prossimo rapporto mi riservo di proporre l’aggregazione ad Amantea del comune di S. Pietro in Amantea, che ha una popolazione di 1.519 abit. e una estensione di ettari 108,3».
«Come era intrinseco alla natura autoritaria del regime – scrivono Massimiliano e Fausto Cozzetto, nello studio pubblicato nei quaderni della Deputazione di Storia Patria per la Calabria -, il progetto “Aiello Calabro” venne portato avanti senza alcun reale dibattito tra le popolazioni interessate. Uscito dalla mente di Guerresi e di Malta, esso venne sottoposto per un parere ai vertici amministrativi dei tre comuni che, coincidendo nella figura di di Malta, si espressero favorevolmente». Secondo Guerresi, addirittura, il progetto era stato accolto “entusiasticamente” dalle sezioni del fascio di Aiello e Serra, mentre quello di Cleto aveva fatto pervenire un ordine del giorno contrario che il prefetto liquidava «ispirato alle vedute di poche persone cointeressate a non perdere il dominio» e che invece le aspirazioni di quella popolazione vedessero «nell’aggregazione ad Aiello l’inizio della tranquillità e della pacificazione».
In realtà, l’unificazione dei tre comuni nella nuova Aiello di cui fu nominato commissario prima e podestà dopo lo stesso di Malta, non ebbe il successo che si aspettava il ceto politico fascista. Anzi, con la grande crisi del ’29, e per altre disposizioni governative sul piano amministrativo, la situazione finanziaria del nuovo comune non migliora affatto. Né sarà possibile assumere mutui per opere pubbliche, eccetto che per una sola occasione per il pareggio del bilancio. In questa temperie, l’esperienza politico-amministrativa si avvia a conclusione. Nel frattempo Guerresi era stato sostituito alla guida della Prefettura cosentina, il Podestà di Malta si era dimesso e veniva rimpiazzato nel ’32 da Attilio Solimena.«Le fondamenta del comune unificato – si legge nella parte conclusiva dello studio – iniziarono a fibrillare, venuto meno il ceto dirigente che lo aveva fortemente sostenuto, e ripresero, ovviamente, forza i gruppi che, a suo tempo, si erano opposti al progetto».
Su richiesta di Francesco de Siscar, viceré di Calabria e Signore di Aiello e Petramala, viene concessa dal Papa Sisto IV licenza di edificare una chiesa dell’Ordine di San Francesco degli Osservanti, intitolata a Santa Maria delle Grazie. La lettera papale, datata Roma 8 aprile 1472, e inserita nel documento del notaio aiellese Giovanni Angelo Inserra, fu letta alla presenza dei frati, quindi si procedette alla designazione ed alla concessione, da parte del Siscar, del territorio dove costruire la chiesa. Più tardi, nel 1597, la chiesa si arricchisce per volere della famiglia Cybo, con la costruzione della bella Cappella gentilizia che fu rimontata nel 1735 – dopo l’abbandono del Convento vecchio – assieme alle parti architettoniche del convento nel luogo dove si trova adesso. Il trasporto su un carro di buoi delle parti architettoniche e dell’affresco raffigurante la Madonna dal vecchio al nuovo convento è riportato dalla legenda popolare come miracoloso. Si racconta infatti che un campo di grano irrimediabilmente rovinato dal passaggio del carro ricrebbe più alto e rigoglioso di prima. Oggi, di quell’affresco non rimane nulla ed è stato sostituito con una pala d’altare del 1854 di Raffaele Aloisio.La Cappella Cybo-Malaspina e l’Ex Convento degli Osservanti
Testimonianza emerita del Rinascimento calabrese, la Cappella gentilizia, posta all’interno dell’ex complesso monastico dei Frati Minori Osservanti di San Francesco d’Assisi, fu realizzata nel 1597, su committenza della famiglia Cybo-Malaspina, dagli scultori Pietro Barbalonga di Aiello, trapiantatosi nella cittadina ma di origini messinesi, Andrea Matini e Battista Cioli.
La cappella era allocata originariamente nel convento “vecchio”, che si trovava a poca distanza da quello attuale. Nel 1622 però la struttura ebbe i primi cedimenti strutturali, aggravati poi dal terremoto del 1638. Così fu necessario ricostruire il Convento su un terreno più idoneo. I lavori iniziarono nel 1735, durante i quali le parti architettoniche della Cappella Cybo furono smontate e rimontate nella nuova struttura.
Caratterizzata dalle alte finestre ad ampolla, presenta, esternamente nello spigolo sud-est, una colonna con capitello ionico e tratto di trabeazione, alla cui sommità è collocato lo stemma in marmo di casa Cybo. Il portale d’ingresso del convento è in pietra tufacea scolpita con maschera al centro dell’arcata, con festoni di fiori e frutta. Entrando nell’atrio, abbiamo di fronte la Chiesa delle Grazie, a navata unica e con decorazioni in stucco. Nella parete di fondo (coro), si conservano due brani marmorei (arte napoletana del 1500) in bassorilievo: “Annunciazione” e “Dio Padre”, appartenenti al monumento sepolcrale di F. Siscar (feudatario dello Stato di Aiello e viceré di Calabria), e provenienti anch’essi dal vecchio convento. La Cappella Cybo, invece, il cui prospetto è alla sinistra dell’atrio, presenta all’esterno erme, timpani rettilinei spezzati, volti satireschi, conchiglie rovesciate). All’interno si trova l’altare a fastigio in marmi verdi, bianchi e neri di Calabria, al cui centro, ormai irrimediabilmente perduto era un affresco del ‘500 di scuola napoletana che raffigurava la Madonna delle Grazie. La porzione di muro su cui era l’affresco, si racconta, venne staccata e trasportata su un carro di buoi miracolosamente integra.
Per questo anniversario della Liberazione, vogliamo ricordarne qualcheduno. Primo fra tutti, Geniale Americo Bruni. Nato il 5 febbraio del 1923, da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorre la sua giovinezza ad Aiello e poi ad Acquappesa dove si sposa. Presto però inizia la guerra e Geniale viene arruolato. Passerà nella fila partigiane della 143° Brigata Garibaldi dell’Emilia Romagna dal primo gennaio 1944 sino alla data della sua eroica morte. Il Partigiano Bruni – di cui abbiamo trovato una lapide ricordo a Parma in via d’Azeglio, posta nel 1955 in occasione del decennale della Resistenza – si era reso protagonista di un atto coraggioso alla Salvo d’Acquisto. Per salvare il gruppo di compagni della Brigata a cui apparteneva, si accusò come esecutore solitario dello scoppio di una bomba contro i tedeschi in fuga. Il gesto gli costò la deportazione in Germania dove morirà nel Lager di Mauthausen il 18 marzo 1945.

Era il 25 marzo del 1977 quando Rodolfo Walsh — il giornalista che sventò i piani della CIA rivelando, nell’aprile del ’61, l’imminente attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba — fu ucciso dalla dittatura argentina.
Il giorno prima di cadere vittima di un’imboscata tesa da un grupo de tareas dell’ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina Militare di Buenos Aires), Walsh aveva firmato e spedito una durissima lettera di condanna del regime alla stampa (che non la pubblicò) e alla Giunta Militare guidata da Videla e Massera, salita al potere il 24 marzo 1976 con il rovesciamento del governo di Isabelita Perón.
L’imboscata e la scomparsa
Quel giorno di marzo del ’77, Rodolfo Walsh rimase ferito mortalmente in un conflitto a fuoco con i militari; il suo cadavere fu poi trasportato all’ESMA. L’obiettivo degli assalitori, se il giornalista non si fosse ribellato tentando di difendersi con una pistola e ferendo uno dei militari, era quello di sequestrarlo e torturarlo.
Ancora oggi il sequestrato n. 26.001 — per la cui morte sono state condannate 16 persone, tra le quali Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta — risulta un desaparecido e il suo corpo non è mai stato restituito ai familiari.
La «Carta abierta» alla Giunta Militare
Nella sua lettera di denuncia, la Carta abierta de un escritor a la junta militar, Walsh accusava apertamente la dittatura di aver prodotto, in un solo anno di terrore e di violazioni dei diritti umani:
15.000 scomparsi;
10.000 detenuti;
4.000 morti;
Decine di migliaia di esiliati.
L’operato del regime, inoltre, aveva condotto il Paese al disastro economico e ridotto la popolazione alla fame.
«Queste sono le riflessioni che, nel primo anniversario del vostro infausto governo, ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili.»
La carriera e l’invenzione del New Journalism
Ammirato da intellettuali del calibro di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, Rodolfo Walsh era nato il 9 gennaio 1927. Nel 1941 si trasferì dalla provincia del Río Negro a Buenos Aires. Nel 1944 iniziò a lavorare come correttore di bozze e traduttore, mentre sette anni più tardi avviò la sua brillante carriera giornalistica.
Fu tra i fondatori dell’agenzia Prensa Latina a Cuba. Nel 1973, al rientro in Argentina, aderì ai Montoneros, la formazione guerrigliera della sinistra peronista. Durante il golpe del ’76 diede vita all’Agencia de Noticias Clandestina.
È celebre per il libro del 1957 Operazione Massacro (Operación Masacre, edito in Italia da Sellerio), considerato un capolavoro di giornalismo investigativo che anticipò di diversi anni A sangue freddo (1966) di Truman Capote. Il volume racconta l’Argentina del post-Perón, un periodo in cui i militari al potere proibirono persino di pronunciare il nome dell’ex presidente.
L’opera ricostruisce gli eventi del 9 giugno 1956, quando l’esercito — a seguito di un fallito tentativo di restaurazione peronista — giustiziò senza motivo un gruppo di civili inermi nella periferia di Buenos Aires. Un episodio appreso da Walsh grazie alla testimonianza di un superstite e approfondito con un’inchiesta che portò all’apertura di diversi processi.
L’eredità giornalistica
L’esempio di impegno civile di Walsh è stato raccolto da un gruppo di investigatori indipendenti (tra cui giornalisti, storici, docenti e studenti) che hanno fondato l’Agenzia Rodolfo Walsh, la quale si propone come missione: «L’investigazione e l’analisi di quei fatti, attuali e storici, che influiscono sulla realtà concreta e quotidiana del popolo e che sono occultati o manipolati dalle grandi corporazioni dell’informazione.»