Camminando tra natura e storia, sulle tracce del passato

Album fotografico (100 scatti)
Escursione del gruppo “Jamu a Caminare 2015” del 27 settembre 2015 – Tappa Passamorrone – Varbàra; distanza 7,63 km –  tempo in movimento 3:09:34 – altitudine min. 377 – max 631

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Camminando tra natura e storia, sulle tracce del passato

Album fotografico (100 scatti)
Escursione del gruppo “Jamu a Caminare 2015” del 27 settembre 2015 – Tappa Passamorrone – Varbàra; distanza (A/R) 7,63 km –  tempo in movimento 3:09:34 – altitudine min. 377 – max 631

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I cipressi del castello: "Eh già sembrava la fine del mondo ma siamo ancora qua"

Sabato sera, me ne sono andato a letto abbastanza presto. E così, non ho potuto vedere le fiamme che sono divampate sul castello di Aiello Calabro, dove nei giorni scorsi sono state tagliate – nell’ambito di lavori per il progetto Pisl di consolidamento e messa in sicurezza del vecchio maniero – diverse piante di cipressi a ridosso delle strutture murarie.
Ho visto e saputo solo domenica mattina. E ho potuto poi fotografare il colle Tilesio ancora fumante da Varbàra, dove siamo andati per una magnifica escursione tra storia e natura – sulle tracce di #Temesa – col gruppo “Jamu a caminare”. 

Per fortuna, l’incendio non sembra aver fatto molti danni agli alberi. Secondo tanti, e anche secondo lo scrivente – posto che il giorno prima aveva anche piovuto e che siamo a fine settembre e non nel pieno del caldo torrido agostano tanto da giustificare una possibile autocombustione – sembrerebbe #icica proprio un incendio doloso. Una sola domanda a chi, eventualmente, se doloso è stato, ha appiccato il fuoco: ma perché? 

In ogni modo, gli alberi hanno resistito e sono ancora lì, e speriamo che ci restino. Anche perché, se non ci fossero, sai quante #policare vi crescerebbero.
La Redazione del Blog

P.s. Non so se sian stati allertati VV.FF. protezione civile e corpo forestale. Se qualcuno presente può raccontarci di più… Grazie.

Tra natura e storia. "Jamu a caminare", escursioni tra amici 2015

Qui di seguito, le gallerie fotografiche delle escursioni fatte col gruppo estemporaneo “Jamu a caminare”.
Escursione Monte Faeto Aiello Calabro 26 luglio 2015 – Galleria foto 1 e Galleria foto 2

Escursione Monte Cocuzzo Mendicino 20 agosto 2015 – Galleria foto

Escursione Monte S. Lucerna Grimaldi – Galleria foto 1 e Galleria foto 2

E Luce (Rna) fu

Foto di gruppo S. Lucerna (Grimaldi) 25 agosto 2015

GALLERIA FOTOGRAFICA (NIKON)GALLERIA FOTOGRAFICA (SAMSUNG)

‪#‎SantaLucerna‬ novelli ‪#‎indianajones‬ alla ricerca del tesoro perduto.

Bella escursione, quella su Monte Santa Lucerna di Grimaldi! Come anche le altre precedenti su Monte Faeto (Aiello Calabro) e Monte Cocuzzo (Mendicino). 

Voglio ringraziare tutti i partecipanti, ma soprattutto, per la disponibilità, Rosario Pedretti ed Eleonora Saccomanno che ci hanno fatto da guida. Ad Eleonora e Francesco Saccomanno, doppio ringraziamento per il tour pomeridiano (non previsto) nel centro storico di Grimaldi, che conoscevamo solo in parte e che è molto molto interessante. 

Ottimo anche il pranzo da I Sapuri de na vota. 

Vorrei aggiungere che, anche se il saldo tra le calorie spese nel camminare e quelle ingerite in tutte le escursioni è nettamente positivo, ci siamo assai assai scialati in tutte e tre le camminate tra amici. Grazie ancora e alla prossima. 

E Luce (Rna) fu. Le foto dell'escursione di Jamu a caminare a monte S. Lucerna e Grimaldi

Foto di gruppo S. Lucerna (Grimaldi) 25 agosto 2015


GALLERIA FOTOGRAFICA (NIKON)
GALLERIA FOTOGRAFICA (SAMSUNG)

‪#‎SantaLucerna‬ novelli ‪#‎indianajones‬ alla ricerca del tesoro perduto.

Bella escursione, quella su Monte Santa Lucerna di Grimaldi! Come anche le altre precedenti su Monte Faeto (Aiello Calabro) e Monte Cocuzzo (Mendicino). 

Voglio ringraziare tutti i partecipanti, ma soprattutto, per la disponibilità, Rosario Pedretti ed Eleonora Saccomanno che ci hanno fatto da guida. Ad Eleonora e Francesco Saccomanno, doppio ringraziamento per il tour pomeridiano (non previsto) nel centro storico di Grimaldi, che conoscevamo solo in parte e che è molto molto interessante. 

Ottimo anche il pranzo da I Sapuri de na vota. 
Vorrei aggiungere che, anche se il saldo tra le calorie spese nel camminare e quelle ingerite in tutte le escursioni è nettamente positivo, ci siamo assai assai scialati in tutte e tre le camminate tra amici. Grazie ancora e alla prossima. 

Accese le luci al castello di Aiello Calabro

AIELLO – Il 28 luglio, nel mentre a Fiumefreddo veniva inaugurato il castello restaurato (qui), ed era in corso il Bergamini day, anche ad Aiello è stata finalmente accesa l’illuminazione lungo il percorso che conduce alla porta d’ingresso, nei pressi della torre quadrata.

Appena possibile, faremo un giretto serale per fare qualche foto.

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Santa Lucerna, una montagna di misteri e leggende

Monte S. Lucerna, tra misteri e leggende – Pubblicato su Il Domenicale de Il Quotidiano della Calabria 10 luglio 2011, pp. 18 e 19.
Le montagne calabresi nascondono ancora dei segreti? Certamente sì. Alcune, poi, sono state ispiratrici nel passato di leggende che ancora oggi vengono raccontate. È il caso, per esempio, di monte Santa Lucerna, in territorio di Grimaldi (Cs). Che, forse (gli addetti ai lavori però non si sbilanciano più di tanto), potrebbe, ed il condizionale è davvero d’obbligo, ospitare uno sconosciuto sito archeologico. 
Monte Santa Lucerna domina le vallate circostanti dai suoi 1.256 s.l.m in provincia di Cosenza, compreso nei territori dei comuni di Lago e Grimaldi. L’origine è ancora sconosciuta, e presenta una conformazione rocciosa complessa. Il clima è di tipo appenninico, quasi alpino. Così è descritto su Wikipedia.
Intorno a questa montagna aleggiano pure vecchie storie. Sono delle leggende di origine longobarda che parlano – come ci informa il Prof. Antonio Guerriero su un numero di “Grimaldi 2000” che cita un precedente scritto di Luigi Silvagni in Cronaca di Calabria – di una chioccia con sette pulcini d’oro, immensi tesori nelle viscere di S. Lucerna lì depositati «da una regina, padrona e signora delle fu antichissime e doviziose città di Alba-Longa, di Tirirocca e Serralonga e, a guardia di essi, sta un enorme serpente dall’alito asfissiante con doppia filiera di acutissimi denti e dalla coda biforcuta e tagliente a mo’ di rasoio, raggomitolato tra le sue formidabili spire al di sopra dei grandi vassoi di argento che contengono oro e pietre preziose. Allo scoccar della mezzanotte dal principio d’ogni plenilunio, sul Pizzone, dalle profondità della montagna – racconta Guerriero -, balza un gallo dalle penne d’argento, dai piedi e dalla cresta d’oro, con gli occhi di grossi zaffiri, che canta tre volte e subito sparisce, per dar posto ad una chioccia con sette pulcini, tempestati tutti di oro e di brillanti che, per pochi minuti, razzolano ed indi spariscono anch’essi. Al fortunato che cattura il gallo, la chioccia ed i pulcini, si spalanca dinanzi ai piedi il nascondiglio degli ambiti tesori, e ne sarà assolutamente padrone, allorquando avrà sostenuto e vinto un impari lotta con il mostruoso serpente».
Questo luogo misterioso è stato meta di recente di un gruppo di appassionati, novelli Indiana Jones alla ricerca di novità. Al ritrovo, sul valico di Potame, di buon mattino, man mano giungono un po’ da tutta la Calabria. Una quarantina di amanti di trekking, natura, geologia, archeologia e storia. A capeggiare il drappello è il prof. Gioacchino Lena, presidente dell’Istituto per gli Studi Storici di Cosenza che ha organizzato la giornata assieme alla SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) sez. Calabria. Insieme a lui, a farci da guida, il geologo Gaetano Osso, e lo storico Sergio Chiatto che a margine dell’escursione ha poi tenuto una conversazione sugli aspetti storici del luogo (vedi box).
Un caffè al bar Tre Monti, che non ha nulla a che fare col ministro, e via in direzione della montagna misteriosa. Un luogo importante, Santa Lucerna, che incute rispetto e interesse, non solo per l’aspetto geo-naturalistico, ma anche per quello storico-archeologico, sui quali Lena e Osso, con Amedeo Brusco e Nicola Paoli hanno condotto un preliminare studio, presentato nell’aprile dello scorso anno in occasione del Convegno Nazionale sul Patrimonio Geologico a Sasso di Castalda (PZ).
Arriviamo sul posto con le auto, alcune si fermano prima per la strada accidentata. Quando ci ritroviamo tutti, inizia la piccola inerpicata. Tra di noi, c’è anche la dott.ssa Rossella Agostino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria che valuta con attenzione quanto le guide ci mostrano.
In particolare Nino Osso illustra le caratteristiche morfologiche del sito, una finestra tettonica costituita da dolomie triassiche, con i versanti che si affacciano verso il mare ripidi e scoscesi, accidentati per la presenza di guglie, balze e dirupi dovuti ai fenomeni di erosione e dissoluzione dei costituenti carbonatici. L’interno è invece contraddistinto da numerose spianate sommitali e dalla presenza di doline, che nella porzione centrale deprimono l’acrocoro fino alla quota di 1213 m s.l.m.. Tutto il territorio di Potame costituisce ancora uno degli habitat naturali o naturalizzati ancora integro e di grande valenza naturalistica e paesaggistica.Sarà la parte archeologica a far discutere i presenti. Niente di certo, ma le ipotesi che sembrano contrastare, potrebbero invece essere entrambe plausibili.
L’area è caratterizzata dalla presenza di numerosi filari in muratura costituiti da pietre con diverso orientamento, piccole strutture in elevato di varia misura con evidenti riutilizzi e formanti piccoli ambienti. L’area edificata si sviluppa in modo irregolare, seguendo la morfologia del sito, per una lunghezza di oltre 700 metri e una larghezza massima di circa 300. La tecnica costruttiva, irregolare e grossolana, non presenta alcun tipo di legante tra i componenti della tessitura.
L’ipotesi – lo ripetiamo – sebbene sia solo tale e che andrà supportata da scavi e da studi approfonditi, è che i numerosi resti possano essere parte di un sito archeologico. Tuttavia, c’è chi, come Pino Filice di Grimaldi, è certo che tutta l’area, che nel recente passato è stata sfruttata con intensive coltivazioni agricole (patate, germano ecc.), ed i resti, altro non sono che opera di chi coltivava la zona (portando l’acqua dal vicino fiume Tenise con mezzi di fortuna), e dai pastori che la frequentavano.
Non resta che aspettare scavi e studi degli esperti, se e quando ci saranno, per saperne di più. Quello che è certo, per il momento, è che il luogo merita di essere visitato. Unica raccomandazione, andateci attrezzati da trekking e con qualcuno del posto che vi faccia da guida.
 
S. Lucerna, luogo di frontiera
di Sergio Chiatto
Il 13 febbraio 1404, quale filiale della parrocchiale di Grimaldi, (intitolata a San Pietro, della quale v’è traccia almeno dal 1360) la chiesa, sine cura, di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, ricadente nella diocesi di Cosenza, risultò officiata da Don Antonio de Flore del casale di Paterno, il quale contemporaneamente fu provvisto della terza porzione della chiesa parrocchiale di San Giovanni della stessa Paterno, solitamente retta da tre rettori. Qualche anno dopo, il 4 dicembre 1429, ne beneficerà, sebbene ad interim, tale Don Giacomo de Alessandro di Grimaldi), il quale nel contempo è il parroco (porzionario) della chiesa parrocchiale di San Pietro dello stesso luogo. Il de Alessandro subentrava al defunto Don Giovanni de Valle (originario anch’egli di Paterno). Appena quattro mesi dopo, esattamente il 29 aprile 1430, sarà Don Tommaso de Marsico ad acquisirne la prebenda, la cui prevedibile modestia, essendo la “nostra”, lo ripeto, chiesa “sine cura” (senza cura d’anime, ovvero chiesa – o cappella – solo filiale), era compensata dagli altri incarichi ricoperti dallo stesso de Marsico, il quale, appunto, era altresì titolare di una delle porzioni della chiesa parrocchiale di San Pietro, nonché di altre chiese (o cappelle) tutte di Grimaldi.
L’ultima notizia (tratta, come le precedenti, dal Regesto Vaticano per la Calabria del compianto P. Francesco Russo) sulla chiesa di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, data 24 maggio 1442, allorquando la stessa veniva provvista a tale Don Angelo de Augustino di Motta Santa Lucia, parroco anch’egli di una delle porzioni della più volte nominata chiesa parrocchiale di San Pietro di Grimaldi, il quale subentrava al precedente beneficiato, Don Tommaso de Marsico, defunto.
Era forse ormai venuta meno la funzione assunta dalla chiesetta all’atto della sua edificazione, la quale, nelle intenzioni dei suoi fondatori, doveva render sacro e quindi inviolabile il sito e fungere così da deterrente nei confronti di coloro i quali avessero avuto di mira la violenta acquisizione di quel territorio, che i grimaldesi, giova rammentarlo, avevano strenuamente e vittoriosamente conteso ai vicini in occasione di uno dei soliti riordini territoriali, uno dei quali avvenne proprio in ambiti quattrocenteschi. Perché Santa Lucerna, per la sua eminente posizione, fu chiaramente un luogo d’avvistamento, oltre che un confine, o un “limite” (forse in più occasioni ed in tempi anche remoti); e tale è ancora, delimitando attualmente i territori di Grimaldi, Lago e Domanico. Una “frontiera”, talora, da difendere con ogni mezzo, brandendo se del caso pure simboli religiosi e perfino magici, come mostruosi serpenti posti a guardia di improbabili tesori. Nei secoli successivi, XVI e XVII sicuramente, stando agli utili studi di Don Franco Vercillo, il luogo (Santa Lucerna) risultava destinato a “difesa”. Ricordo che nel suo ambito, con alcune limitazioni naturalmente, vi si poteva legnare, far pascolare il bestiame e praticare l’agricoltura e “l’industria” casearia. I fondi interessati, cosiddetti “chiusi”, erano inibiti agli estranei; al contrario di quelli “aperti” dai quali l’università (l’odierno comune) traeva delle entrate che sovente servivano ad alleviare la fiscalità posta a carico dei cittadini.

Turismo. L’orgoglio dell’appartenenza poco sentito in questi luoghi splendidi

Fonte: Il Quotidiano della Calabria 9 luglio ’08 (di Sergio Zanardi, giornalista della Rivista Mythos)

TIRRENO – Per le opere strutturali vengono spesi centinaia di migliaia di euro, ma quando si tratta di porre in essere delle opere immateriali come la programmazione turistica del territorio, organizzare e diffondere la cultura “dell’accogliere bene”, chissà perché, scatta una sorta d’indifferenza, forse di panico. Erroneamente si crede che queste opere “immateriali”, non hanno valore sociale.
E’ uno dei tanti problemi di questa terra: si costruiscono le case, poi non si pensa ad arredarle. Morale, il risultato è quello visto in una mattina d’inizio estate. Nel borgo antico di Fiumefreddo, in quella piazzetta che a suo tempo stregò Salvatore Fiume e che strega chiunque vi approdi, c’erano cinque persone. Non molte, se si considera il periodo stagionale. E qui si entra in ciò che significa l’importanza di unificare e legare insieme, tutte le risorse del Sud Tirreno cosentino, avviato ad essere definito in un unico logo d’area, “La Riviera dei Borghi Antichi”, ovvero un concetto più concreto di sistema turistico. Una nicchia che poi, però, bisogna fare conoscere al mondo. Ora, per gioco, immaginiamo che La Riviera dei Borghi Antichi, cominci a prendere corpo, magari a partire dai residenti, perché a Campora San Giovanni e a Torremezzo, i punti che per ora delimitano quella parte di territorio indicato con questo nome, vengono collocati due mega cartelli, che indicano a chi transita sulla Ss 18, dove si è in quel momento; immaginiamo che tutti i borghi, a partire da quello di Amantea vecchia, per finire a quelli di Aiello e Cleto, facciano domanda collettiva d’iscrizione al club “I Borghi più Belli d’Italia”, immaginiamo che tutte le risorse territoriali siano legate da un unico filo, in un’unica rete e proposta collettiva di fruizione turistica, da Fiumefreddo a Belmonte Calabro , magari diventato “museo vivente della Storia e delle tradizioni calabresi”. Cosa succederebbe se avvenisse tutto questo? Intanto si diffonderebbe una cultura e un orgoglio d’appartenenza al luogo, si determinerebbe sicuramente un concetto diverso di turismo di qualità; resterebbero vive molte tradizioni, si genererebbero posti di lavoro. E quella piazzetta, a luglio, sarebbe vuota? Certamente no! Fantascienza? No, è quello che è già accaduto, dove hanno saputo organizzarsi in un sistema coeso.

Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria. Una pubblicazione di Francesca Paolino che parla anche della Cappella Cybo di Aiello Calabro

Postiamo, retrodatandolo, il seguente articolo:
“Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria 1550-1650” di Francesca Paolino, Laruffa Editore – Reggio Calabria, pp. 228, £. 50.000
Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria, 20 aprile 2000, pag. 36

L’opera di Francesca Paolino – architetto, saggista, oltre che docente alla facoltà di Architettura dell’Università in riva allo Stretto – viene pubblicata in queste settimane, per i tipi di Laruffa di Reggio Calabria e grazie al contributo del Dipartimento di Architettura e Analisi della Città Mediterranea e del MURST.
L’autrice non è nuova a questo tipo di pubblicazioni. Già in precedenza si è distinta per aver dato alle stampe saggi di storia dell’architettura, come peraltro hanno fatto in anni recenti altri suoi colleghi quali Mussari, Scamardì, Cammera, i quali hanno posto una devota attenzione nello studio di opere di cui la Calabria è ricca e sulle quali si vuole intervenire verso una loro effettiva valorizzazione.
L’analisi del periodo artistico che il saggio della Paolino si ripropone nasce tuttavia non senza alcune difficoltà. Difficoltà indicate dalla stessa autrice che sono “la scarsità delle fonti documentarie” a cui attingere. Causa la poca attenzione che la storiografia in passato ha dedicato alla Calabria artistica tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600. E solo in anni recenti, tale disattenzione – grazie anche all’apporto di nuovi studi da parte delle “giovani università calabresi” – affievolendosi, ha generato positivamente indagini approfondite. Sono comprese in queste indagini alcune tra le opere più rappresentative del periodo qui considerato. Si tratta di talune Cappelle gentilizie (nelle Chiese di San Domenico e San Francesco di Paola in Cosenza, La Cappella Spinelli nel Santuario di Paola, del SS. Sacramento e della Madonna Odigitria nella Cattedrale di Gerace e, infine, la Cappella Cybo-Malaspina dell’ex Convento dei Francescani Osservanti di Aiello Calabro) che appartengono “all’insieme delle opere dei secoli XVI e XVII presenti in terra calabrese ancora inesplorate e in molti casi del tutto ignote”.
“La Calabria – dice nel libro l’autrice – (…) mostra, attraverso un’indagine ormai largamente estesa, avviata da chi scrive, di possedere testi architettonici di notevole interesse e di grande suggestione, i cui caratteri sono estremamente variabili in ragione di fattori diversi e complessi. Ciò è attribuibile – continua – al fatto che la regione non arriva a formulare un’autonoma produttività artistica e architettonica, non esistendo i presupposti culturali, socio-politici ed economici per un siffatto salto di scala. Essa (la Calabria) si limita dunque ad accogliere opere concettualmente appartenenti ad aree culturalmente egemoni (Toscana, Roma, Napoli, Messina)…”. Ad emergere dall’analisi storiografica di siffatte opere di pregio, quale elemento caratterizzante, è la Committenza (per esempio la famiglia toscana dei Cybo per Aiello o le altre famiglie nobili anche calabresi o il Clero) che, esprimendo in esse opere “la lungimiranza e la volontà di autocelebrazione”, contribuiscono a renderle consone, almeno per quanto concerne le grandi opere d’arte, alla “temperie del periodo in cui – l’opera d’arte – è stata prodotta”. E validi esempi sono i monumenti nel libro presi in esame. “La fioritura – sostiene Francesca Paolino – di opere architettoniche – stimolata e sostenuta da intenti celebrativi e devozionali (espressione concreta dell’applicazione dei dettami del Concilio di Trento), attuata con l’apporto di idee e linguaggi innovativi rispetto al clima artistico della regione da maestranze ‘straniere’ -, è stata possibile grazie all’impiego di risorse litiche locali, calabresi, il cui sfruttamento è stato forse suggerito dalle stesse maestranze, integrato e completato da una parziale importazione di marmi bianchi di Carrara”. Già padre Giovanni Fiore da Cropani, il Barrio e il Pacichelli, tra i tanti storiografi, avevano decantato, nelle loro descrizione delle terre calabresi, le risorse litiche impiegate per la costruzione di “superbissime Cappelle, Colonne, Statue, e somiglianti…” (Barrio); come pure in epoca più recente nell'”Elenco degli edifici monumentali” del 1938 di Alfonso Frangipane, e in Paolo Orsi, precedentemente nel 1929, ne “Le Chiese Basiliane della Calabria”.
Il libro insomma “dà a ricomporre – per come suggerisce Rosario Gioffrè nella prefazione – un affresco culturale di un luogo e di un’epoca…”, ovvero la Calabria artistica tra il XVI e XVII secolo. “Le pagine, per esempio sulla Cappella Cybo (particolare in copertina) o su quella di San Francesco di Paola (La Cappella Spinelli), manifestano una chiarezza microchirurgica, settoria, nel riandare alla scoperta di ogni indizio fondabile su lacerti materici e informativi…”.


Bruno Pino