AIELLO CALABRO (CS) – «La poesia di Menotti Mazzuca ha il sapore e la semplicità del pane casereccio di una volta, dell’olio e del vino spremuto delicatamente con le mani». Le parole di Domenico Novembre – che ha curato la prefazione del libro “Giardino in fiore” (GF Graphics Woodbridge, Ontario, 2009) – non potrebbero descrivere meglio la raccolta poetica presentata domenica 29 agosto ad Aiello Calabro (Cs), paese di nascita dell’autore.
Nelle pagine del lavoro di Mazzuca – che oltre ad essere poeta, è medico specialista in diagnostica radiologica per la prevenzione del cancro in Canada – sono condensate liriche che si richiamano, come rileva Franco Gaspari (University of Ontario, CA), alle «semplici gioie della vita, spesso dimenticate in questa nostra stressante esistenza». Sono pervase, le poesie di Mazzuca, di amore, amicizia, e rispetto per la natura, temi attraversati, a volte, da una triste nostalgia, e, talvolta, da speranza ed ottimismo.
Non poteva mancare, tra le tematiche affrontate nel volume, la questione dell’emigrazione, vissuta direttamente dall’autore, nato nella cittadina tirrenica nel 1946. Ne sono testimonianza, in particolare, le poesie “la partenza”, dove, scrive D. Novembre, «le colline, gli uccelli, il profumo della terra, il suono delle campane formano una coralità che si stringe intorno agli emigranti nel triste momento dell’addio»; e “Paese”, in cui «la nostalgia è un sentimento che esplode nel fondo dell’anima, sollevando un tumulto di ricordi e di affetti per la propria terra, per la sua bellezza naturale e per le sue memorie».
Aperto dai saluti del sindaco Franco Iacucci, l’incontro moderato dall’assessore Pucci, è proseguito con una nota introduttiva di Mario Giannuzzi, già dirigente del locale Istituto scolastico. A seguire, l’intervento del dottore Mazzuca che ha ringraziato tutti i presenti, gli amici, il Sindaco e gli assessori presenti (Pucci, Baldini e Lepore). Parole di gratitudine anche e soprattutto per il suo mentore il prof. Remo Naccarato, gastroenterologo di indubbia fama internazionale, aiellese anch’egli, e professore all’Università di Padova, che spesso Mazzuca consulta per le ultime novità scientifiche per la rubrica radiofonica che conduce su Radio Chin, l’emittente italiana che trasmette da Toronto a beneficio delle comunità emigrate del nord America.
Mazzuca, nel corso del suo saluto, ha ribadito il suo impegno assieme a Tony Serravalle, presidente della Valle del Savuto Social Club, a favore di un rapporto sempre più intenso con le comunità di emigrati in Canada.
Sul finale, scambio di doni. Riconoscimenti al sindaco Francesco Iacucci e ad altri presenti da parte del governo dell’Ontario, a firma del Deputato del Parlamento federale Mario Sergio, e membro per il Canada della Consulta dell’Emigrazione della regione Calabria, consegnati da Mazzuca e Serravalle. E targa ricordo, per il medico aiellese, da parte dell’Amministrazione comunale.
Nota biografica
Menotti Mazzuca è nato ad Aiello Calabro (Cs) nel 1946. Quinto figlio di una famiglia numerosa, trascorre la sua infanzia in Calabria. Dopo le scuole elementari, si trasferisce al nord, tra Bergamo e Milano dove di prosegue gli studi e dove consegue la maturità classica. A Padova si laurea nel 1979 in Medicina e Chirurgia. Si specializza alla Harvard Medical School, e si dedica alla “diagnosi preventiva medica”. Attualmente gestisce diverse cliniche nell’Ontario in Canada. Si occupa, inoltre, di arte e letteratura, ed è molto vicino alla Comunità italiana per la quale cura una trasmissione radiofonica sulla prevenzione medica su Radio Chin.
Categoria: Libri
L’esperienza migratoria italiana. The Italian Immigrant Experience, di Antonio Pucci e John Potestio

Riproponiamo, qui di seguito, un nostro pezzo sull’emigrazione italiana in Canada. L’articolo era stato pubblicato su Il Quotidiano della Calabria del 27.02.2003, pag. 45.
Ne è passato di tempo da quando nella primavera del 1847, il genovese Andrea Gagliardo per primo si imbarcò per l’America con il Brigantino “Bettuglia”, viaggiando per 57 giorni tra “cielo e mare, cielo e mare”. Dopo i primi pionieri, tanti italiani hanno abbandonato la propria terra, in cerca di fortuna nel nuovo mondo.
Oggi, la cultura dell’emigrazione però “è molto emarginata in Italia perché – come ha spiegato recentemente padre Mario Maffioletti, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma (fonte News Italia Press) – è confinata a livello accademico e nei meandri di una società che non ha memoria”. Anche se è in atto una presa di coscienza della risorsa rappresentata dagli italiani all’estero.
Le storie di questo esodo, che ci aiutano a ritrovare la memoria storica, sono raccontate in centinaia di pubblicazioni. Una di queste che vogliamo segnalare ai lettori calabresi per la lucidità descrittiva del fenomeno migratorio, avuta tra le mani da poco tempo, ma che risale al 1988, è curata da due studiosi di origini calabresi. John Potestio e Antonio Pucci, docenti entrambi di Storia a Thunder Bay, l’uno alla Lakehead Board of Education; l’altro alla Lakehead District Catholic School Board, che hanno messo insieme i diversi contributi letterari, tutti in inglese, di qualificati studiosi dell’emigrazione. Ognuno dei “contributors” – tra cui: Robert Harney, Jean Morrison, Bruno Ramirez, Frank Sturino, Rudolph J. Vecoli e John Zucchi, molti dei quali professori delle Università di Toronto, Montreal, York, Minnesota, ed esponenti di spicco di altri autorevoli centri culturali -, è membro della C.I.H.A. (Canadian Italian Historical Association) ed ha concorso a vario titolo alla ricerca storiografica canadese.
Il libro – il titolo è “Italian Immigrant Experience” -, racchiude otto saggi, un interessante quadro della microstoria degli italiani in Canada e in Nord America che vale la pena di conoscere.
In uno di questi scritti, il cui autore è Antonio Pucci, uno dei curatori (originario di Aiello Calabro, mentre Potestio è originario di Grimaldi), viene offerta al lettore l’interessante storia dell’insediamento della Comunità italiana a Port Arthur e Fort William, poi divenute una unica città che prese il nome di Thunder Bay, immersa tra le foreste e il Lago Ontario e dominata da Monte McKay.
Inizialmente, tra il 1880 e l’inizio del secolo XX, Thunder Bay è meta di poche decine di emigranti italiani. Poi, nel primo decennio del ‘900, i flussi migratori dall’Italia aumentano, con l’aumento delle attività economiche, dovuto alla costruzione della strada ferrata che fa diventare Port Arthur e Fort William, un centro di “trans-shipment” (qui si accumula il grano trasportato dai treni e qui viene caricato sulle navi che lo trasbordano attraverso i Grandi Laghi). La nuova situazione economica, che rappresenta una opportunità di lavoro per molti -, richiama “strong backs and strong arms”, schiene e braccia forti, per lo più di italiani.
Nel 1911, i nostri connazionali censiti sono 710 a Fort William e 364 a Port Arthur. Ma il numero, negli anni, è destinato a crescere. Nel 1921 risultano 1342 e 698; nel 1931, 1642 e 923, mentre nel 1941 arrivano, rispettivamente, a 1902 e 1132, e tutti vengono “richiamati” da parenti ed amici o da “paesani”.
La “piccola Italia”, ingrandendosi, si organizza. Nasce nel 1909 la Società Italiana di Benevolenza intitolata al Principe di Piemonte, poi nel 1929 la Società di Mutuo Soccorso. In contemporanea, si assiste alla nascita di chiese cattoliche che fanno da fattore di coesione nella comunità. I nostri emigrati si distinguono anche per le battaglie sindacali che portano avanti, tra il 1902 e il 1912, contro la Canadian Pacific e la Canadian Northern Railways. Dopo questo periodo turbolento, tra gli anni ’20 e ’40, gli italiani iniziano a presentarsi con un’immagine positiva, mantenendo alti gli standard di moralità. Gli anni ’50, infine, segnano, con l’arrivo di nuove ondate migratorie, la trasformazione della comunità italiana nel più grande gruppo etnico di Thunder Bay, contando circa diecimila residenti, molti dei quali calabresi.
12 ottobre 1492. La Scoperta dell'America ed il ruolo della Calabria
Terraaaaaaaa!!! Terraaaaaaaaaaaaaaa!!! Quasi ci sembra di udirlo il marinaio di Colombo che dopo tanta navigazione in cerca delle Indie intravede le coste del Nuovo Mondo.
Da allora, quelle Terre lontane sono state meta di tanti. Anche molti Calabresi. I primi, stando alle cronache dell’epoca, furono due navigatori delle nostre parti. Oramai li conosciamo per fama. Sono Anton Calabrès e Angelo Manetti. Il primo di Amantea, si dice, l’altro di Aiello Calabro. Per maggiori informazioni, rimandiamo all’articolo di Giuseppe Pisano, in fondo al post.
Oggi dunque ricorre l’anniversario della Scoperta. Il Columbus Day, che si festeggia ogni anno a New York lungo la Fifth Avenue, quest’anno si terrà il 13 ottobre. Per maggiori dettagli sulla giornata dedicata all’emigrazione italiana, visionate la voce Columbus Day su Wikipedia, oppure visitate il sito della Columbus Citizens Foundation.
LA CALABRIA E LA SCOPERTA DELL’AMERICA
di Giuseppe Pisano
Ancora oggi nessuno vuol parlare – mi riferisco, in primis, alle istituzioni calabresi – del ruolo che la Calabria ha avuto rispetto alle vicende legate alla scoperta dell’America e alla figura di Cristoforo Colombo, apporti importanti, molti dei quali sconosciuti, offerti da marinai, personaggi misteriosi e, con ogni probabilità, uomini di chiesa e santi calabresi. E’ provabile documentalmente sia la presenza, nel primo viaggio di Colombo che portò alla scoperta del Nuovo continente, del marinaio calabrese Anton Calabrès sia la partecipazione ad uno o più viaggi, non escluso il primo di scoperta, di Angelo Manetti proveniente dal paese di Aiello.
Di Calabrès possiamo dire che era imbarcato assieme a soli 25 uomini sulla “Pinta”, la caravella che avvisterà per prima la chimerica Terra. Calabrès è un personaggio affascinante che merita un’accurata indagine archivistica che potrebbe rivelarci notizie precise sui suoi precedenti viaggi di mare, sulle origini, sulla famiglia, su eventuali discendenti e altre sorprese ancora. Secondo gli ultimi studi effettuati sui componenti degli equipaggi del primo viaggio di Colombo sono stati individuati appena 4 uomini con precedenti penali sui 90 complessivi e tra questi non compare il nome di Calabrès. Per questo motivo, e per altri che al momento non posso ancora rivelare, potrebbe quindi darsi che questo nostro conterraneo fosse un esperto marinaio voluto da Colombo. Per quanto riguarda Manetti possiamo dire che partecipò a uno dei viaggi dell’Ammiraglio genovese, non escluso il primo, “allo scoprimento dell’Indie Occidentali” , per citare alla lettera ciò che viene riportato sulla misteriosa pagina di un testo del ‘700, in mio possesso, scritto dall’abate umbro Cesare Orlandi.Tengo a dire misteriosa pagina perché se è vero che esistono pochissimi di questi esemplari dell’Orlandi sparsi in qualche biblioteca d’Italia è anche vero che pressoché dappertutto stranamente questi testi risultano mancanti della pagina riguardante il Manetti e la sua famiglia. Di recente mi è capitato di leggere che lo studioso Rocco Liberti, in un suo libro riguardante la storia del feudo di Aiello Calabro, afferma che nell’effettuare una ricerca sulla famiglia Viola il tomo dell’Orlandi gli fu consegnato privo dell’ultima pagina, di averlo cercato successivamente presso le più importanti biblioteche calabresi senza ottenere però alcun risultato. Inoltre, il Liberti ci fa sapere nella sua opera scritta all’incirca 30 anni fa che, con sua grande meraviglia, anche la seconda copia trovata per caso presso la biblioteca privata dell’appassionato bibliofilo Natale Zerbi risulta priva dell’ultima pagina e in questo caso addirittura, per fare intendere che tutto aveva un termine regolare erano state fatte sparire alcune parole e fatto punto. Infine, lo studioso afferma di avere potuto finalmente rintracciare la trattazione completa dell’Orlandi presso la biblioteca nazionale di Napoli. Anch’io spinto dalla curiosità, ultimamente ho deciso di effettuare una ricerca in merito ed ho potuto riscontrare, con mio grande stupore, che anche nella biblioteche di Soriano Calabro e Polistena, pur essendoci i tomi originali essi risultano ambedue mancanti dell’ultima pagina. Consultando il catalogo informatico delle biblioteche italiane (ICCU) predisposto dal Ministero dei Beni Culturali si può notare che il testo non esiste così come ultimamente non risulta esserci più nemmeno nella Biblioteca Nazionale di Napoli. A mio modesto avviso potrebbe esserci un tentativo di occultamento di tutto ciò che riguarda l’Italia, gli italiani e il Vaticano rispetto alla scoperta dell’America. Per quanto attiene alla provenienza dei due calabresi al seguito di Colombo, Angelo Manetti era di sicuro di Aiello in quanto lo attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi. Anton Calabrès suppongo fosse di Amantea o di uno dei paesi che gravitavano attorno a questo antico centro demaniale marinaro. Amantea a quel tempo era dotata di un porto capace di ospitare imbarcazioni di grande peso ed era un importante centro di commerci soprattutto della seta che sul mercato di Genova veniva preferita persino a quella proveniente dalla Spagna. La presenza genovese in questo territorio e in tutta la Calabria Citeriore all’epoca era davvero intensa. Commercianti e banchieri liguri spesso aiutati dal clero genovese, anch’esso fortemente presente in questa zona, finivano per monopolizzare tutte le risorse del territorio e già tra la fine del ‘400 e soprattutto nel ‘500 molte famiglie genovesi (Adorno, Ravaschieri, Cybo, Pinelli…) finirono per infeudarsi buona parte della Calabria centro-settentrionale e non solo.
Inoltre, ho potuto riscontrare che in Amantea esiste una tradizione orale, in particolare tra gli abitanti anziani della zona intorno all’ex collegio dei gesuiti, che ci fa sapere che negli anni successivi alla scoperta dell’America si svolse una grande cerimonia in onore del marinaio amanteano che partecipò con Cristoforo Colombo al primo viaggio di scoperta del nuovo continente e di lì a poco venne costruita una chiesetta denominata “della Pinta”. Nella zona più antica di Amantea esiste ancora un vico “la Pinta” e una fontana detta “della Pinta”.
Bisogna dire, purtroppo, che le istituzioni calabresi non hanno mai celebrato o in qualche modo tentato di rivalutare questi due personaggi importantissimi.Per quanto riguarda Calabrès pare esiste appena una piccola via al mondo dedicata a questo nostro importantissimo conterraneo e si trova a Soverato. Fu voluta nel 1982 da mio padre, Antonio Quinto Pisano quando allora ricopriva la carica di consigliere comunale. Per quanto attiene a Manetti sembra proprio caduto totalmente nel dimenticatoio. Eppure oggi che viene rivalutata la figura di papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo considerato dallo studioso Ruggero Marino il vero artefice del viaggio di Cristoforo Colombo, credo nessuno abbia mai colto l’importanza che la famiglia del Manetti fu sempre legata alla famiglia Cybo, quella famiglia che nel 1566 acquisterà, con un investimento definito “del tutto atipico” proprio la contea di Aiello. Come attesta inequivocabilmente il testo dell’Orlandi, possiamo dire nessun altro uomo al mondo prima del calabrese Manetti risulta avere intrapreso esplorazioni geografiche tanto estese: dalle cosiddette Indie Orientali a quelle Occidentali e per giunta insieme ai grandi esploratori della terra come Cristoforo Colombo e Vasco da Gama.
Inoltre, non si può trascurare affatto l’idea di un probabile apporto dato da altri due grandi calabresi: il contemporaneo San Francesco da Paola e Gioachino da Fiore. Del Santo di Paola non bisogna guardare tanto ai suoi prodigi compiuti sul mare e spesso in favore dei naviganti che in taluni casi sembrerebbero essere segni premonitori come, ad esempio, il miracolo dell’attraversamento delle acque sul suo mantello dalla terraferma all’isola di Sicilia, ma bisognerebbe invece meglio capire perché Pio XII nel 1943 proclama al mondo San Francesco da Paola quale “Patrono della gente di mare italiana”; perché fu costruita la basilica in onore del Santo a Genova visto che sussistono ancora molti dubbi persino sul suo passaggio in quella città; qual è il significato degli incontri tra Francesco e papa Sisto IV, il pontefice che si era sforzato di unire i potentati cristiani di tutta l’Europa contro il pericolo musulmano; quale fu il vero ruolo dei Minimi in Spagna durante l’assedio di Malaga del 1487 e nel periodo della presa di Granata terminata nel gennaio 1492 visto che per il loro contributo offerto per la espulsione definitiva dei musulmani dalla penisola iberica da allora in Spagna furono indicati col nome di Frates de Victoria. E non si dimentichi che Bernardo Boyl – il padre eremita benedettino che risulta avere incontrato più volte il Santo che gli risvegliò il desiderio di vita più umile e penitente e che indosserà il saio dell’ordine di San Francesco di Paola – seguirà Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso il Nuovo Mondo come primo missionario in quelle terre e con poteri di vicario apostolico.
Per quanto riguarda Gioacchino da Fiore, Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi studiosi a livello mondiale di Colombo, disse che forse il vero movente che spinse Colombo ad affrontare questo difficilissimo viaggio fu la prospettiva mistica di essere protagonista d’una missione provvidenziale, e tutto ciò s’inquadra nella concezione del mondo derivata dall’abate calabrese, dalla quale Colombo, come tanti francescani del suo tempo, era più o meno consapevolmente influenzato e condizionato. Del resto lo stesso Colombo nel suo “Libro delle profezie” afferma che “Gioacchino da Fiore disse che doveva venire dalla Spagna colui che doveva riedificare il monte Sion”.
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Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
L’editoria calabrese è sempre più concreta
Leggiamo qui di seguito la terza puntata del “Diario di bordo’ della Fiera “Galassia Gutenberg” di Napoli che i nostri amici di “Bottega Editoriale” stanno redigendo per i quattro giorni della manifestazione stessa.
Oggi la nostra cronaca semiseria sarà seria. Anzi: serissima. A tal fine abbiamo sguinzagliato una delle nostre ‘bottegaie” più in gamba, Francesca Rinaldi, a verificare quali siano stati i generi editoriali che hanno maggiormente riscontrato l’interesse nel pubblico dei visitatori.
Ci racconta che la produzione libraria calabrese più interessante è stata la saggistica.
Ciò rappresenta, a nostro avviso, la conferma di una positiva tendenza che ci sembra più generale. Ci riferiamo al fatto che, ferma restando una forte vocazione verso la narrativa, l’editoria calabrese sta segnando una progressiva attenzione verso la concretezza. Il che significa, sempre a nostro avviso, che dalle astrazioni si sta passando alle analisi. Non che si voglia ovviamente sminuire il valore dell’arte letteraria. Ma una maggiore propensione allo studio delle nostre numerose e pregnanti problematiche, e una successiva individuazione delle possibili soluzioni, non e affatto disdicevole.
Anche nello specifico delle materie intravediamo una svolta positiva: abbiamo notato meno “storia patria”, meno “solfe” sulle nostre presunte “antiche virtù” e più denunce delle malefatte della ‘ndrangheta. Meno enfasi sulle nostre “migliori tradizioni” e più analisi sulle prospettive eoonomiche dello sviluppo locale.
Concludiamo su un piccolo gioco di assenze/presenze: stamane era stata annunciata la presenza, in un dibattito sul mercato editoriale, dell’editore Falzea. Eravamo pronti a domandargli come si conciliasse la sua adesione al dibattito con la sua non adesione alla Fiera. Ma non si è presentato. Chapeau alla coerenza!
Al contrario, va annotata la presenza, trafelata ma significativa, della Mongolfiera editrice alternativa che era stata inaspettatamente assente nei giorni scorsi. Oggi si è svelato il “perché. «Il nostro corriere – ha spiegato l’editore Giovanni Spedicati – ha dato forfait e non siamo riusciti a far pervenire i nostri testi. Ma, appena ho potuto, mi sono organizzato per portarli io personalmente”, Chapeau all’impegno!
“I Bottegai”
Galassia Gutemberg 2
Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
I bottegai “persi” in dotti colloqui
LEGGIAMO qui di seguito la seconda puntata del “Diario di bordo” della Fiera “Galassia Gutengerg” di Napoli redatto da Bottega Editoriale.
SÌ. È vero. Ci siamo un po’ montati la testa. Ma vorremmo vedere voi dopo due giornata passate a chiacchierare con Stefano Rodotà, Gianni Vattimo, Mauro Giancaspro, Paolo Jedlowski, Rosa Russo Jervolino, Renate Siebert e Alex Zanotelli.
Vabbé, vabbé. Non è che tutti loro hanno passato tutto il loro tempo con noi. Però, dalla “chiacchiera” che abbiamo avuto con ciascuno di loro, sono emerse notizie e curiosità mica male… Un esempio? Ve ne offriamo due. Anzi, tre. Crepi l’avarizia! Con Rodotà abbiamo dialogato sul suo difficile rapporto con la Calabria e con i calabresi. Vattimo ci ha invece raccontato degli anni trascorsi, bambino sfollato a Cetraro dalla natìa Torino. E di come, una volta tornato in Piemonte, subì i dileggi dei suoi compagni di gioco a causa del suo acquisito dialetto. Ma il divertimento maggiore è stato quello di vedere la meraviglia del Sindaco di Napoli che ha notato – mica tanto contenta – come lo stand della Regione Calabria fosse posizionato meglio di quello della Campania…
Ma tornando nel vivo della manifestazione, riflettiamo un po’ sulla soddisfazione espressa ieri dal Vicepresidente della Giunta, Domenico Cersosimo, circa il fatto che, grazie alla Regione, gli editori calabresi hanno potuto – gratuitamente – partecipare a “Galassia”. Cosa avrebbe detto oggi se avesse potuto partecipare alla curiosa presentazione del libro sull’antica fabbrica di cellulosa di Serra San Bruno ove – accantonata la cravatta dell’amministratore e reinforcati gli occhiali dell’economista – avrebbe certamente apprezzato l’industriosità dei nostri avi. Comunque non è tutto perduto in quanto il Dirigente regionale Giacinto Gaetano, che assieme a Gilberto Floriani ha curato la presentazione, sarà certamente latore di tali notizie. Chiudiamo con una constatazione, seria ma non troppo, di Margherita Amatruda (una delle stagiste di “Bottega editoriale”). «Voglio diventare editore anch’io. Così potrò esaudire il mio sogno: campare con un lavoro che, più che un lavoro, è una goduria pura».
I Bottegai
Galassia Gutemberg 1
Diario di bordo
GALASSIA GUTENBERG 2008
I pregi dei campani e gli assenti calabresi
Puntuali come le cambiali, i nostri amici di “Bottega Editoriale” redigeranno, per i quattro giorni della Fiera “Galassia Gutenberg” di Napoli, il loro abituale “Diario di bordo”. Ecco la prima puntata.
Questa prima puntata del nostro “Diario di bordo” è caratterizzata da cinque notizie positive. Prima di elencarle, però, siamo assaliti da un dubbio: che l’effetto dolcificante dell’ancora non ben digerito cioccolato pasquale ci stia condizionando nella valutazioni? Mah. Lo deciderete voi stessi, cari lettori, dopo aver letto le righe che seguono.
La prima notizia è che ci attendevamo di trovare un’ondata di “monnezza”. E invece no! Nulla più del solito, quantomeno.
La seconda è relativa ad un’inaspettata efficienza partenopea. Lo stand della Regione Calabria era stato installato in un settore non opportuno. Con prontezza e apparso il patron. Franco Liguori che, in men che non si dica, lo ha fatto spostare da un’altra parte: la negatività si è dunque trasformata in un baleno in positività: lo stand è adesso nel punto più centrale dell’intera fiera!
La terza è che una delle migliori collaboratrici di “Bottega editoriale”, Arianna Calvanese, inizialmente bloccata dalle barriere architettoniche, si è potuta unire a noi sempre grazie ad un altro intervento dell’organizzazione.
La quarta è che abbiamo scoperto un editore nuovo che, benché attivo da tre anni, è esploso veramente nel 2007: ci riferiamo alla Csa (di Crotone) che – nell’apposita sezione delle novità scaturite nello scorso anno – svolge un ruolo da vera protagonista.La quinta – ci suggerisce un gongolante (per la buona riuscita dell’iniziativa) Gilberto Floriani – sarebbe che, alla faccia dei coreani, la mozzarella di bufala è sempre più buona. Ma questa è un’altra storia che, tra l’altro, ci induce a bandire le ciance e di passare, anche perché le nostre righe stanno terminando, ad evidenziare che le presenze a questa edizione di Galassia, grazie al noto apporto della Regione Calabria, sono state massicce e sarebbe lungo elencare i presenti. Emergono in tal senso, le (poche) assenze: Rubbettino, Falzea, Progetto 2000 e pochi altri di minor peso.
“I Bottegai”
Le scuole rurali di una volta, in un libro curato da Vittorio Naccarato

«Il giovane maestro Rosario Naccarato, assunto dalla Associazioni per gli interessi del Mezzogiorno, nell’autunno del 1923 raggiunge a piedi la scuola, ovvero il magazzino, dove attende gli allievi – “I piccoli eroi dell’infanzia”, come li chiamerà dopo averli conosciuti -, i quali si recano anch’essi nella scoletta, dopo aver superato “cuoschi e valluni”. Il maestro però, dopo aver terminato le lezioni, non ritorna in paese, ma si ferma nella contrada di S. Caterina, vivendo nelle due stanzette al primo piano.
Questa novità rappresenta il primo, ma indispensabile passo, perché si possa tenere aperta la scuola in contrade così isolate e lontane dal centri abitati, dimostrando alle famiglie contadine che finalmente lo Stato si ricorda di loro offrendo un servizio che tenga conto delle loro esigenze.
Su questa base si sviluppa un’avvincente esperienza didattica e sociale, che ha come protagonisti il maestro Naccarato, gli allievi e le loro famiglie, sotto la guida di Giuseppe Isnardi, direttore delle scuole dell’Associazione per la Calabria, e dei suoi collaboratori.
Se si moltiplica l’attività svolta a S. Caterina, documentata dai manoscritti del maestro, con quella delle altre centinaia di scuole rurali, si comprende perché Isnardi la definisca “l’esempio più grandioso di scuola libera che abbia avuto l’Italia dopo il Risorgimento”».
Il testo appena riportato è una breve sinossi del volume “Le scuole rurali agli inizi del ‘900” di Rosario Naccarato, per la cura di Vittorio Naccarato, edito da Klipper e presentato al pubblico negli ultimi giorni di agosto.
Il libro, oltre alle cronache scolastiche del maestro R. Naccarato, che rappresentano la parte centrale dello scritto, prende in esame anche demografia e società del paesino di Aiello Calabro tra Ottocento e Novecento e la “rivisitazione”, così come la chiama il curatore, delle due contrade contadine di Ciani e S. Caterina da dove provenivano gli alunni della scuola rurale in esame. Alla iniziativa tenutasi nel salone delle scuole elementari di via Nuova, oltre al curatore, hanno preso parte il sindaco Perri e l’assessore provinciale Covello. Tra gli interventi che si sono susseguiti, moderati dal giornalista Pino Grandinetti, quelli dell’antropologo Mauro Minervino, del dirigente scolastico Mario Giannuzzi, del direttore editoriale di Klipper, Francesco Kostner e del maestro Domenico Medaglia che qui di seguito riportiamo. (bp)
Rosario Naccarato maestro, visto attraverso ricordi e testimonianze di Domenico Medaglia
In questa bella opportunità mi è particolarmente caro fare emergere dalla mia memoria, andando naturalmente a ritroso di un bel pezzo di tempo, i ricordi remoti, ma nitidi, dell’insegnante Rosario Naccarato che, durante il suo quarantennale insegnamento, dispiegato a favore di innumerevoli generazioni di alunni, si è distinto per l’attaccamento al dovere, per la scrupolosità e per le sue capacità didattiche e creative di cui era sapientemente dotato, dando lustro alla scuola elementare.
Ha lasciato un ricordo non facile da dimenticarsi fra le scuole di Cosenza, fra quelle di Vibo Valentia ed in fine in quelle di Roma, dove aveva chiuso la sua impegnativa ed esaltante missione educativa, iniziata con molto entusiasmo intorno agli anni venti, prima nelle scuole serali per analfabeti, e poi in quelle rurali del Comune di Aiello Calabro.
Fra coloro che lo hanno avuto come Maestro dentro e fuori delle aule e in particolare fra la gente delle contrade che io ho potuto incontrare nei primi anni del mio insegnamento, ho raccolto per lui testimonianze d’affetto, e di venerazione. Quei contadini che hanno avuto a che fare con lui non più giovani ma invecchiati per il duro lavoro e per il peso dell’età avevano conservato sentimenti di gratitudine e di riconoscenza per le sue doti intellettuali ed umane.
Io l’ho conosciuto di persona prima per essere stato suo alunno durante un breve periodo in una scuola del centro urbano di Aiello Calabro presso cui, forse, aveva ottenuto qualche breve supplenza, ed in seguito, come collega negli anni immediatamente dopo l’ultimo conflitto mondiale. Mi è stato anche di guida nella preparazione del concorso magistrale affidandomi uno schema molto utile che lui stesso aveva stilato. Il suo metodo di insegnamento, acquisito alla luce degli studi pedagogici, applicato e perfezionato sempre con assiduità è stato infine premiato con esito favorevole.
All’educazione dei bambini delle scuole di campagna del territorio di Aiello si era dedicato con particolare passione, con tutta l’anima e con tutto il fervore che possedeva dotato com’era, di una volontà ferrea, consapevole dell’onere e della responsabilità che il maestro deve assumersi sin dall’inizio della carriera.
Il suo modo di educare non ha mai subito una grinza facendosi forte del suo talento e avvalendosi, peraltro, del metodo pedagogico della Montessori che egli aveva studiato e ne aveva certamente assorbito lo spirito.
Aborriva per convinzione e per carattere l’uso della ferula, di cui nei suoi tempi, e, ahimé anche nei tempi odierni, non solo se ne faceva uso secondo una errata giustificazione pedagogica ma addirittura c’era chi ne faceva abuso. Conviene fare rilevare che ottant’anni fa, il bambino era considerato come un recipiente vuoto e naturalmente ostile ad essere riempito di nozioni e di dottrina. Per i più, educare significava costringere l’educando, spesso con la violenza, a fare una cosa che per natura non desiderava fare. Di conseguenza quando il bambino non capiva o non seguiva le lezioni, era per la sua cattiva volontà. La conclusione di una tale visione era che l’insegnamento esigeva le percosse e le punizioni corporali per costringere la volontà a “raddrizzarsi”. Il regime fascista allora dominante su tutti gli aspetti della vita dell’individuo, favoriva certamente una tale cultura.
Va detto e ripetuto che il bambino non va costretto, ma convinto e persuaso. Il bambino non è colui che non vuole, ma colui che non sa. Non deve temere il maestro ma lo deve capire, non si deve sentire trascinato, ma attirato. Il maestro non va temuto, ma amato. Ognuno per natura aspira alla scienza e alla conoscenza. Sono le condizioni sociali che reprimono questa tendenza. Questa visione didattica il maestro Rosario Naccarato la portava con se non solo nell’insegnamento, ma la vestiva come un habitus morale.
E qui mi sovviene l’aforisma del pedagogista Lombardo-Radice: «Vorrei avere l’onore di portare scritto sul berretto: ‘Maestro di Prima elementare’». Insegnare ai ragazzi delle scuole elementari non è un compito così facile come potrebbe sembrare a chi non è del mestiere.
Fra i miei ricordi il più emozionante è quello che ho provato quando per caso sono capitato ad insegnare proprio nella stessa scuola dislocata in una lontana contrada sperduta nel territorio di Aiello dove l’allora collega aveva insegnato molti anni prima. Mi sentivo privilegiato di sedere sulla stessa sedia, toccare lo stesso tavolo che fungeva da cattedra, servirmi della medesima lavagna e insegnare le stesse cose che da lui avevo imparato e che mi riempivano di entusiasmo e di responsabilità.
La popolazione rurale di quella zona, dove aveva lasciato tracce del suo lavoro di insegnante condotto con tanta passione a favore di quanti gli stavano intorno pronti a chiedergli quello di cui avevano bisogno, mi aveva accolto con molta stima e con rispetto, ma rimpiangeva la mancanza del maestro che mi aveva preceduto. Conviene ricordare qui che l’Italia non era uscita certo illesa dall’esperienza della prima guerra mondiale e le ferite sociali, materiali ed economiche, erano tutte aperte e vive. Nel Meridione e ad Aiello questa pesantezza si faceva sentire più che in altre parti d’Italia. La scuola era un privilegio di pochi e l’analfabetismo era un fenomeno molto diffuso. Il Maestro era un punto di riferimento non solo scolastico, ma umano, sociale, spirituale.
E il Naccarato si è prodigato, con ogni mezzo, per contribuire al riscatto dei giovani incoraggiandoli e collaborando con i loro genitori, a non marinare la scuola, un bene supremo, necessario e indispensabile per la società umana.
Un popolo istruito è destinato a progredire e non può mai perdere le libertà conquistate.
Profilo dell’autore | Rosario Naccarato (1900-1980), nasce ad Aiello Calabro (CS) in una numerosa famiglia di artigiani. Dopo aver frequentato le scuole elementari in paese, studia privatamente per riuscire a conseguire il diploma magistrale. Assunto dalla Associazione per il Mezzogiorno lavora per un triennio nella scuola rurale di S. Caterina e, dopo aver vinto il concorso, nelle scuole statali di altre contrade aiellesi. Nel 1944-45 è il primo sindaco democratico di Aiello Calabro.
Ha lasciato numerosi manoscritti che sono stati oggetto di due pubblicazioni: “Appunti di diario ed articoli scolastici”, in cui si racconta l’esperienza didattica dal 1926 al 1929 nella contrada di Stragolera; “Socialismo e amministrazione nella Calabria contemporanea”, nel quale lo storico Giuseppe Masi ha raccolto gli appunti e le riflessioni che porteranno il maestro Naccarato da una critica sempre più serrata del regime fascista alla sua adesione agli ideali socialisti ed alla sua attiva partecipazione all’attività politica nel dopoguerra.
Profilo del curatore | Vittorio Naccarato insegna storia e materie letterarie nell’Istituto superiore di Tarquinia ed ha realizzato alcune ricerche sulla comunità tarquiniese in età moderna: “Cronaca degli scavi archeologici a Tarquinia dal 1862 al 1880. L’opera di Luigi Dasti” (2000) e “La città e l’agro di Comete [nome mediale della odierna Tarquinia] nel XVIII secolo”.
Racconti di vite oltreoceano, in un libro di Gabriele Niccoli

“NON dimenticherò mai quel primo Natale canadese. Lo passai solo come un cane. L’unica cosa che mi faceva andare avanti era il ricordo della famiglia e delle tradizioni che allietavano la mia gente e le mie terre in quel periodo. In quella cameretta scura che era ormai diventata sia il mio porto che la mia cella io rivissi il Natale della mia terra calabra”.
Il brano appena citato fa parte di un libro, pubblicato qualche tempo fa, che racconta le esperienze migratorie di italiani in Canada, si pone come interessante documento della storia degli italo-canadesi. D’altronde, è di corrente attualità, l’interscambio ed il confronto – rafforzati anche ultimamente tra l’Unical e le Università canadesi con il “progetto Canada” – sulle comuni radici culturali delle comunità di emigrati calabresi all’estero.
L’autore, o meglio, il curatore della pubblicazione è Gabriele Niccoli, direttore del Dipartimento di Italianistica e Francesistica dell’Università di Saint Jerome’s, originario di Grimaldi (Cs) e presidente della “Valle del Savuto Social-Cultural Club” di Toronto, uno dei più convinti sostenitori di questo progetto, presente a Cosenza qualche giorno fa all’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Università della Calabria.
I racconti di vite oltreoceano raccolti nel libro “Ricordi”, pubblicato da Éditions Soleil Publishing Inc. con il contributo del Governo canadese, del Consolato Generale d’Italia a Toronto, dell’Istituto di Cultura di Toronto e del Centro Scuola e Cultura Italiana, non sono che testimonianze dirette e personali “dello sradicamento dalla propria terra”, come avverte Niccoli, di “gioie e dolori della loro diaspora”, che ci dicono delle difficoltà dell’adattamento degli emigrati nel nuovo mondo.
Sebbene il libro sia una ri-scrittura del curatore che tuttavia dichiara di “aver conservato al testo, o ai testi, buona parte della loro voce e vivacità”, si struttura in diversi ricordi, a tema unico (l’esperienza migratoria), che gli stessi protagonisti italo-canadesi ci raccontano. Molte storie – scritte in italiano, altre in inglese – “si snodano – scrive nella prefazione Sergio Maria Gilardino, professore della McGill University di Montréal -, le une dopo le altre, portandoci di fronte la stessa vicenda: uomini e donne che lasciano una terra natia tanto amata, ma indigente, per cercare lavoro oltreoceano”. “Ne escono – scrive ancora Gilardino – confessioni che sono tanto vibranti nella loro urgente espressiva e, direi, lirica, quanto istruttive nella loro icastica proiezione del maledetto trapianto. Le soluzioni narrative – continua – variano: dai versi in dialetto, rimuginati dal fondo di dolci-dolorose memorie, alla ricostruzione di una vita incentrando il racconto su un dettaglio, un momento, un arrivo, una partenza”.
“Possa quest’opera – si augura il professore della McGill University – in un clima di sempre maggiore sensibilità da parte delle autorità italiane ai destini dell’italianità all’estero (al recupero delle competenze linguistiche e del patrimonio ancestrale) e di sempre maggiore interesse da parte dei giovani italo-canadesi, nati a valle del doloroso percorso degli antenati, portare quell’impulso e quei lumi che ancora mancavano per sanare con la lettura, l’intesa, gli scambi culturali e la comprensione il divario d’un secolo e d’un oceano”.
RICORDI
Racconti di vite oltreoceano
a cura di Gabriele NICCOLI
Éditions SOLEIL Publishing Inc. – Canada
Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria. Una pubblicazione di Francesca Paolino che parla anche della Cappella Cybo di Aiello Calabro


Postiamo, retrodatandolo, il seguente articolo:
“Cappelle Gentilizie e Devozionali in Calabria 1550-1650” di Francesca Paolino, Laruffa Editore – Reggio Calabria, pp. 228, £. 50.000
Pubblicato su Il Quotidiano della Calabria, 20 aprile 2000, pag. 36
L’opera di Francesca Paolino – architetto, saggista, oltre che docente alla facoltà di Architettura dell’Università in riva allo Stretto – viene pubblicata in queste settimane, per i tipi di Laruffa di Reggio Calabria e grazie al contributo del Dipartimento di Architettura e Analisi della Città Mediterranea e del MURST.
L’autrice non è nuova a questo tipo di pubblicazioni. Già in precedenza si è distinta per aver dato alle stampe saggi di storia dell’architettura, come peraltro hanno fatto in anni recenti altri suoi colleghi quali Mussari, Scamardì, Cammera, i quali hanno posto una devota attenzione nello studio di opere di cui la Calabria è ricca e sulle quali si vuole intervenire verso una loro effettiva valorizzazione.
L’analisi del periodo artistico che il saggio della Paolino si ripropone nasce tuttavia non senza alcune difficoltà. Difficoltà indicate dalla stessa autrice che sono “la scarsità delle fonti documentarie” a cui attingere. Causa la poca attenzione che la storiografia in passato ha dedicato alla Calabria artistica tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600. E solo in anni recenti, tale disattenzione – grazie anche all’apporto di nuovi studi da parte delle “giovani università calabresi” – affievolendosi, ha generato positivamente indagini approfondite. Sono comprese in queste indagini alcune tra le opere più rappresentative del periodo qui considerato. Si tratta di talune Cappelle gentilizie (nelle Chiese di San Domenico e San Francesco di Paola in Cosenza, La Cappella Spinelli nel Santuario di Paola, del SS. Sacramento e della Madonna Odigitria nella Cattedrale di Gerace e, infine, la Cappella Cybo-Malaspina dell’ex Convento dei Francescani Osservanti di Aiello Calabro) che appartengono “all’insieme delle opere dei secoli XVI e XVII presenti in terra calabrese ancora inesplorate e in molti casi del tutto ignote”.
“La Calabria – dice nel libro l’autrice – (…) mostra, attraverso un’indagine ormai largamente estesa, avviata da chi scrive, di possedere testi architettonici di notevole interesse e di grande suggestione, i cui caratteri sono estremamente variabili in ragione di fattori diversi e complessi. Ciò è attribuibile – continua – al fatto che la regione non arriva a formulare un’autonoma produttività artistica e architettonica, non esistendo i presupposti culturali, socio-politici ed economici per un siffatto salto di scala. Essa (la Calabria) si limita dunque ad accogliere opere concettualmente appartenenti ad aree culturalmente egemoni (Toscana, Roma, Napoli, Messina)…”. Ad emergere dall’analisi storiografica di siffatte opere di pregio, quale elemento caratterizzante, è la Committenza (per esempio la famiglia toscana dei Cybo per Aiello o le altre famiglie nobili anche calabresi o il Clero) che, esprimendo in esse opere “la lungimiranza e la volontà di autocelebrazione”, contribuiscono a renderle consone, almeno per quanto concerne le grandi opere d’arte, alla “temperie del periodo in cui – l’opera d’arte – è stata prodotta”. E validi esempi sono i monumenti nel libro presi in esame. “La fioritura – sostiene Francesca Paolino – di opere architettoniche – stimolata e sostenuta da intenti celebrativi e devozionali (espressione concreta dell’applicazione dei dettami del Concilio di Trento), attuata con l’apporto di idee e linguaggi innovativi rispetto al clima artistico della regione da maestranze ‘straniere’ -, è stata possibile grazie all’impiego di risorse litiche locali, calabresi, il cui sfruttamento è stato forse suggerito dalle stesse maestranze, integrato e completato da una parziale importazione di marmi bianchi di Carrara”. Già padre Giovanni Fiore da Cropani, il Barrio e il Pacichelli, tra i tanti storiografi, avevano decantato, nelle loro descrizione delle terre calabresi, le risorse litiche impiegate per la costruzione di “superbissime Cappelle, Colonne, Statue, e somiglianti…” (Barrio); come pure in epoca più recente nell'”Elenco degli edifici monumentali” del 1938 di Alfonso Frangipane, e in Paolo Orsi, precedentemente nel 1929, ne “Le Chiese Basiliane della Calabria”.
Il libro insomma “dà a ricomporre – per come suggerisce Rosario Gioffrè nella prefazione – un affresco culturale di un luogo e di un’epoca…”, ovvero la Calabria artistica tra il XVI e XVII secolo. “Le pagine, per esempio sulla Cappella Cybo (particolare in copertina) o su quella di San Francesco di Paola (La Cappella Spinelli), manifestano una chiarezza microchirurgica, settoria, nel riandare alla scoperta di ogni indizio fondabile su lacerti materici e informativi…”.
Bruno Pino






