La canzone di gesta Aspromonte ha avuto un lungo percorso di formazione. Ci sono numerosi Aspromonti che hanno avuto origine dalla primitiva canzone che è in lasse monorime ed il lingua romanza. Essi hanno aggiunto alla trama episodi, personaggi, particolari che servivano ad includere ogni territorio nella tradizione carolingia di cui i Normanni si facevano continuatori, giacché la Canzone sorge in ambito Normanno ed è ambientata in Aspromonte, territorio normanno. Man mano anche la lingua romanza viene sostituita dal volgare. Questo processo è testimoniato dai codici soprattutto dal Marciano IV custodito a Venezia. Nel 1300 poi Andrea da Barberino ne trasferisce in prosa la trama nel libro VII dei Reali di Francia. Infine nel 1400 un poemetto in ottave ricavato dalla Canzone diviene l’antenato del Furioso per ammissione dello stesso Ariosto e si diffonde nelle corti padane in ben 14 edizioni. In quella ferrarese è indicato il nome dell’autore, Verdizzotto e del cantastorie conoscitore dei luoghi, Bivonio. La canzone viene composta dopo il sacco di Taormina del 902 che viene descritto dal Bios di S. Elia Iuniore e trova riscontro nella caduta di Risa, il nome medievale di Reggio narrata in forma altamente drammatica nel poemetto. Nel palais di Reggio-Risa era conservata una scritta in cui si parlava di Agolante. I luoghi vengono anche ricavati dalla memoria e dal lessico popolare, soprattutto la grotta di Costantino e la fonte Silvestra. L’ottava poi è più efficace per la narrazione e deriva dall’ottonario di origine religiosa.
di Carmelica Sicari Sub specie memoriae Borges? Borges poeta della memoria come viene spesso definito? Piuttosto sub specie librorum. dei libri. Borges è considerato lo scrittore più efficace ed avanzato della memoria. Basta riflettere su due suoi racconti: Funes o della memoria, dove il protagonista sperimenta il terribile peso della memoria, anzi delle memorie. Non ha il dono dell’oblio, ricorda tutto e non solo i fatti ma i particolari anche quelli inessenziali. La sua memoria è insostenibilmente affollata. L’altro racconto è quello dello scrittore che non riesce a concludere l’opera a cui ha pensato tutta la vita. Condannato a morte e messo al muro nell’attimo prima dell’ordine di sparare il prodigio si compie. Egli finisce l’opera. Naturalmente si tratta di un processo mentale. Ma come per la memoria l’oblio è fondamentale allo stesso modo il processo mentale è basilare per l’esistenza e la storia. Eppure io definirei Borges scrittore dei libri. La sua passione per i libri è arcinota e tutte le sue biografie vi fanno cenno, ma soprattutto essa è andata crescendo man mano che aumentava la cecità,si addensava l’oscurità intorno a lui. C’è dunque una relazione tra i due elementi come se la cecità fosse la porta di ingresso della sapienza e questa fosse contenuta nei libri. Non era cieco Omero? E non era saggio don Chisciotte impazzito per i libri? I libri contengono la saggezza del vivere comune e la follia della vita sublime. Contengono le risposte possibili al mistero dell’esistenza. Come la mano del poema di Pascoli che sfoglia senza sosta il libro sull’altana. La produzione letteraria di Borges la biblioteca di Babele, Visioni, Labirinti si incrociano in Aleph, ma anche in Finzioni. Il tema della morte e dell’eternità dominanti.
Baudelaire è il poeta che è all’origine della poesia novecentesca. Non è la conclusione di un altro poeta, De Angelis, che cura una nuova edizione della sua poesia ma è la conclusione a cui giunge il lettore dagli infiniti indizi che trapelano. Così Il male di vivere si rispecchia nella Stagione all’inferno, e la poesia Cittadina del cielo incatenata di cui parla Clemente Rebora, trova ascendenza nell’albatros. Il poeta è l’albatro che trascina le sue ali di gigante sulla tolda mentre i marinai avvinazzati lo scherniscono. Cambia appunto con il poeta de I fiori del male il rapporto con la poesia, quello con il lettore, il rapporto con la natura. Attraverso questi tre elementi nasce la poesia novecentesca. Il rapporto con il lettore è il più tremendo. Il lettore è ipocrita e complice del poeta ma anche la poesia non più epica né parenetica, è derisa ed inutile nella modernità. La visione della poesia, e conseguentemente del lettore, è totalmente ribaltata. Non più aulica od epica non più mirante a cose alte e sublimi. Manzoni schernisce. Lo chiamavano poeta e si trattava dell’idiota riconosciuto tale. Una visione pari all’albatro di Baudelaire. Quando poi nel Novecento Rinaldo di Alvaro dice alla madre di voler diventare poeta, questa si mette a piangere. Lontanissimi i tempi in cui Tirteo conduce alla vittoria i suoi con i suoi versi infiammati. Lontanissima anche l’età in cui Pindaro poteva esaltare nei versi il genos e soprattutto ripercorrere la storia. Il lettore sa tutto questo ed è perciò ipocrita e complice ma anche con una punta di pietà, fratello. Ma l’elemento più straordinario della rivoluzione è la natura non più cornice esterna della situazione bensì intimamente interna, legata al soggetto. La densità dell’albatro-poeta ritorna negli ermetici. Ad esempio: Ne mio cuore nessuna croce manca / è il mio cuore il paese più devastato, e anche: Ed è subito sera. Ma nella poesia petrarchesca: Chiare fresche e dolci acque, la natura vicina è però nettamente distinta dal soggetto. Così ancora in Leopardi: Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Ma quando arriviamo a D’Annunzio ed alla Pioggia sul pineto ci accorgiamo che tutto è cambiato. Il soggetto si confonde con la vita arborea e c’è una lunga preparazione a questa immedesimazione. La pioggia diviene una sinfonia e il pino ha un suono, il ginepro altro ancora fino alla perdita della memoria e della storia. Chi sa dove chi sa dove. Con i Limoni Montale reagirà a D’annunzio ma di fatto opererà un’analoga potente sintesi quando definisce i limoni le trombe della solarità. L’ultimo poeta ermetico, Lorenzo Calogero, il poeta di Melicuccà avrà imparato pienamente la lezione. Ecco le sue apparizioni: La non amante amata che m’ama ancora; La morte; Perpendicolarmente a vuoto; La vita. Potenza di sintesi, immagini rapidissime, contrasti potenti.
di Carmelina Sicari La penna scrive da sola. Proprio così. Per l’indignazione. Il delirio di una possibile scissione in due parti dell’Italia sembra compiersi sotto gli occhi e l’indifferenza dei più. Quousque tandem abuteris, Catilina patientia nostra? Si chiedono alcuni. Perché il Sud non reagisce? Sarà colpa delle dominazioni che si sono succedute nel tempo e che sono tutte concluse. Ma la penna scrive da sola… La muove l’indignazione per il tradimento del Risorgimento, del giuro manzoniano che proclamava l’Italia una d’arme di lingua, d’altar… La muove l’indignazione della falsificazione della Questione meridionale divenuta in nome del profitto questione settentrionale, il tradimento delle generazioni di meridionalisti che denunciavano l’esproprio dei diritto, le disuguaglianze, il sacrificio di intere generazioni. La muove l’indignazione per lo sfruttamento l’abbandono. La penna scrive da sola anche per celebrare i pochi eroi che combattono per il Sud. Stranamente sono i vescovi. Uno di essi, l’arcivescovo di Reggio Calabria, Fortunato Morrone. protagonista di un convegno sul Mezzogiorno si è collegato all’opera di un suo precedessore, mons. Lanza, arcivescovo della stessa città, autore di una lettera pastorale sul Mezzogiorno che può considerarsi la Rerum novarum del Sud. Il Sud non è solo faccenda politica, sociale antropologica ma religiosa e morale. Gli hanno fatto eco gli altri protagonisti del convegno come l’ambasciatore Antonio Morabito, allievo come Mons. Lanza del collegio Capranica di Roma. E di lontano ma dopo aver dichiarato la sua partecipazione ideale sulle pagine del Quotidiano, Anna Rosa Macrì. La penna scrive da sola ricordando uno dei punti fondamentali dell’intervento di Mons. Morrone: l’Unità. L’Unità è assunto religioso e non solo storico e sociale. È l’elemento costitutivo di quello che si definisce il Regno ed è la caratteristica dello Spirito Santo. Andare contro l’Unità è dunque blasfemia, empietà. Antonio Morabito ha ricordato le tappe del pensiero sociale della Chiesa ed il forte richiamo della lettera di Mons. Lanza all’impegno concreto per lo sviluppo del Mezzogiorno. La penna scrive da sola. L’attuazione del progetto dell’autonomia differenziata è suicida. Non solo per l’anatema incluso nel tradimento ma per le proporzioni del fatto. Generazioni e generazioni bandiranno e proclameranno la maledizione e così come nel Credo, il nome di Pilato viene esecrato da millenni così, la divisione sarà oggetto di ludibrio e di maledizione. Non importa che il Sud sembri indifferente e subisca, la sua memoria sarà lunga, lunghissima.
Confesso di considerare con grande scetticismo l’ipotesi del ponte sullo Stretto e della sua possibile realizzazione, come d’altro canto quasi tutti quelli che abitano sulle sue rive. È un sogno certo della mia infanzia quando si cantava sui carri allegorici per la festa patronale: “ed andremo a piedi cucchi, cioè uniti – ed arriveremo fino là” e si mostrava l’altra riva. Faccenda di miracoli l’attraversamento dello Stretto che fu davvero attraversato da un Santo italo-francese, secondo la tradizione. Anzi l’attraversamento con mezzi inusuali, ed il ponte lo è, è avvenuto solo con San Francesco di Paola, santo italo francese, giacché è vissuto in Calabria la prima parte della sua vita ed in Francia la seconda. Santo calabrese ed europeo come sono europei tutti i più illustri calabresi, come Salfi, come Alvaro. È il santo che rappresenta maggiormente lo spirito dei Calabresi ed anche i loro sogni, le loro speranze. Il celebre miracolo dell’attraversamento dello stretto sul mantello tra l’infuriare dei marosi è stato espunto dalle biografie ufficiali. Non c’è certo documentazione adeguata ma è uno dei miracoli più strepitosi insieme all’attitudine del Santo di toccare il fuoco senza bruciarsi, di resuscitare i morti, di far sanguinare le monete frutto di estorsione ai poveri e così via. Un’attitudine taumaturgica che colloca il Santo al pari del poverello d’Assisi e di Sant’Antonio da Padova. San Francesco doveva recarsi dalla sponda calabrese a quella opposta messinese. Il traghettatore poiché il santo non aveva denaro per pagarlo, si rifiutò di traghettarlo. Allora il santo stese il suo mantello sull’acqua e vi salì insieme ad un fraticello percorrendo il mare in preda ad un tempesta furiosa. Il santo viene collocato tra gli umili ed i potenti perché l’ultima parte della sua vita la trascorse in Francia dove viene chiamato perché provvisto di spirito profetico e perché guarisse il re francese, Luigi XI. Ma questo non significa che San Francesco possa essere considerato amico dei potenti come degli umili perché la sua condizione di eremita lo poneva accanto ai poveri, agli oppressi, agli emarginati di ogni genere. Nella società specie meridionale questo ruolo assumevano gli eremiti, i fraticelli che abitavano nelle grotte e che si ergevano con insolito ed improbabile coraggio contro i potenti in difesa del popolo. Nella canzone di Aspromonte uno di questi va a sfidare Almonte e gli invasori. Nella biografia di San Francesco questo ruolo viene assegnato al Santo nel miracolo delle monete. Il Santo davanti a re Ferrante d’Aragona spezza le monete che provengono dal tributo del popolo e da esse sgorga sangue vivo. Non c’è un bios di San Francesco ma c’è una vera e propria legenda come quella sorta intorno a San Francesco di Assisi, la legenda aurea. Ci sono le storie milazzesi. La storia dell’impiccato che Francesco richiama in vita e che entra nel suo ordine. La storia del pozzo dell’acqua che diviene potabile. La storia dell’immagine impressa sulla porta di Candida sua seguace. Una fioritura come nei Fioretti di San Francesco. Questa fioritura di storie viene continuata nell’opera ottocentesca di Nicola Misasi che consacra definitivamente la vicenda di San Francesco come emblematica della Calabria. Francesco è il ribelle e rappresenta il cuore ed il carattere del calabrese così come Telesio ne rappresenta l’intelletto. Visione prettamente romantica ma molto suggestiva. Il ciclo francese è anche quello dei potenti. Costretto dal papa Sisto IV ad andare in Francia presso Luigi XI, egli incontra nel lungo viaggio Ferrante d’Aragona, il papa stesso oltre al re di Francia che non guarisce e resta legato da una promessa fatta al re a Tours fino alla sua morte. Ma sia il viaggio che la sua dimora in Francia sono costellati da guarigioni e prodigi. Francesco è anche dotato di profezia. La più grande è quella del gran monarca che ricorda da vicino Gioacchino da Fiore. In effetti se la leggenda della sua vita ricorda Francesco di Assisi e Antonio da Padova che lottava contro Ezzelino da Romano e compieva analoghi prodigi. Probabilmente la spinta decisiva verso la Francia fu dovuta all’impegno del papa di riconoscere la regola e l’istituzione dell’Ordine dei Minimi fortemente voluto dal santo che in tal modo intendeva contribuire alla riforma della Chiesa. Nella sua adolescenza il pellegrinaggio a Roma lo aveva spinto al desiderio di riforma soprattutto nella direzione della povertà. I minimi non devono aver denaro. E la fondazione dei conventi a Corigliano, a Paola, in Sicilia, a Genova, a Roma e poi a Praga in Europa segna il passaggio dalla vita eremitica a quella cenobitica. L’ultimo degli eremiti è San Francesco da Paola. La povertà come assunto della regola lo lega al movimento francescano del poverello di Assisi. Secondo la tradizione l’altro polo della regola Charitas gli viene dettato da un Angelo. Eremita e riformatore sempre umile ha spiegato in un altro miracolo il fondamento dei prodigi, la fede. Un giovane affetto da una piaga inguaribile si reca da lui che raccoglie un’erba e gli dice di fare un impacco sulla ferita. Il giovane scettico esclama che ha usato infiniti decotti e medicine inutilmente ed il Santo spiega che non è l’erba ma la fede a compiere il prodigio. La biografia del Russo insiste su questo aspetto cogliendo la sua carica riformista attraverso l’ordine dei minimi da lui impressa nella storia. Da ribelle a riformatore dunque ma sempre interprete dello spirito di trasformazione interiore. La regola fu approvata nel 1506 un anno prima della morte del Santo nel 1507, da Giulio II venne santificato appena dodici anni dopo la morte tanto grande è la sua fama. Il suo corpo bruciato dagli Ugonotti nel 1583 durante le guerre di religione in Francia ha fatto registrare un altro miracolo. Il fuoco suscitato dai profanatori continuava a spegnersi e solo quando essi fecero bruciare una croce si mantenne vivo. Solo il Santo forse può risolvere il problema del ponte.
C’è una parola ambigua ed inquietante nella sua carica di ambiguità che però trascorre insistente nelle cronache parlamentari e giornalistiche odierne, differenziata. Anzi stilisticamente accostata ad un termine luminoso come autonomia, costituisce un singolare ossimoro, chiara com’è quest’ultimo termine, oscuro e luminoso il primo. Differenziata nega due concetti fondamentali: l’uguaglianza e l’unità. Lasciamo stare il concetto di egalitè ed è, a proposito di stile, una pretensione, perché l’egalitè, è la meta finale di qualsiasi programma politico e non può essere dimenticato, traguardo di ogni utopia. Ricordate quando Natalia Ginsburg in Lessico familiare racconta che quando le hanno parlato di una certa dottrina politica che sosteneva l’uguaglianza, lei ha riconosciuto tale principio come ovvio, naturale, umano? Ma qui voglio spendermi nella difesa dell’altro principio, l’unità, altrettanto ovvio ed umano come il primo. La mia perorazione, per continuare sull’elemento stilistico, ha due punte, una personale e per così dire elegiaca e l’altra storica ed epica. Cominciamo da quest’ultima. La prova a sostegno dell’unità è contenuta, come la perla in uno scrigno sicuro, nell’Aspromonte, il poemetto che è una tappa, quattrocentesca della Canzone di gesta Aspromonte. Nei rimaneggiamenti con giunte e varianti della Canzone, il poemetto del ‘400 in ottave, antenato del Furioso ariostesco, costituisce il momento più alto dell’ideologia politica dei Normanni continuata nelle corti rinascimentali. I Normanni infatti avevano con chiarezza formulato il programma di unità politica partendo dal Sud, ripreso dalle corti e poi definitivamente nel Risorgimento. Solo la morte di Lorenzo il Magnifico interrompe il processo nel Rinascimento. I Sud anziché differenziato era il promotore in tale progetto di unità. Con la pace di Lodi del 1454 il progetto sembrava in procinto di decollare. Ma la vera prova della promozione dell’unità sta nelle edizioni del poemetto che dal triangolo normanno: Risa, Bagnara, Vibo, Mileto, trasmigra ad Urbino con i Gonzaga, a Firenze appunto, a Milano, a Venezia, a Ferrara con gli Este dove viene ripreso dall’Ariosto che fa del suo Furioso la continuazione, secondo la tradizione delle Chansons dell’Aspromonte. Ma la prova più forte è costituita dalla lingua che Verdizzotto dell’Accademia senese costruisce come pastiche di termini gergali ed alti tratti dalla tradzione epica per offrire una koinè straordinaria. E veniamo al secondo punto, la mia personale esperienza dell’unità. Mia madre che non ha mai conosciuto suo padre morto ventenne sul Carso per difendere la patria, mi ha insegnato che l’unità vale la vita e mi ha spinto a cercare la tomba di mio nonno, lei diceva al Re di Puglia che rappresentava l’unità della patria. Per anni nel Veneto io ne ho cercato traccia non solo nel sacrario ma anche nei piccoli cimiteri dei paesini circostanti. Invano. Finché un giorno un signore trentino stupito di tale ricerca, me ne chiese ragione. Io indicando le montagne dissi: – Mio nonno è morto lassù. Ne fu sconvolto e prese a cercare con me. Altri tempi certo. Ma l’elegia si alza forte per debellare l’oblio. Solo la memoria può infatti realizzare il sogno di Petrarca: di quell’umile Italia fia salute per cui morì la vergine Camilla ed Eurialo e Niso di Ferute.
di Carmelina Sicari, presidente di “Nuovo Umanesimo”
La vocazione unitaria del Sud ha radici antichissime che tornano alla luce in epoca di nuovi separatismi. È questo il tema di un convegno che l’Associazione “Nuovo Umanesimo” sta organizzando in risposta all’autonomia conclamata. La passione unitaria meridionale traspariva profondamente dalla popolarità di un eroe come Garibaldi nel Risorgimento protagonista di epopee popolari specie dopo la ferita in Aspromonte. Ma ancora prima l’unirà è oggetto di un progetto. Straordinariamente attuale come una risposta al separatismo, il progetto dei Normanni contenuto nella Canzone d’Aspromonte. C’è infatti nella canzone d’Aspromonte, la canzone di gesta, ambientata nella montagna sacra dei calabresi, in primo piano il segno dell’unità europea. Dopo la caduta di Risa-Reggio, per mano degli africani, tutti gli eserciti europei convergono in Aspromonte in difesa della cristianità. L’Aspromonte diviene così il baluardo a Sud dell’Europa come i Pirenei lo erano a nord. Orlandino è l’eroe della canzone di Aspromonte, così come nella canzone di Roland. L’empereur è colto da Orlandino mentre sta per soccombere nel duello col saraceno Almonte e esce vincitore conquistando l’elmo, la spada e il cavallo del pagano come ricorda Ariosto nel Furioso che prende le mosse proprio dall’Aspromonte. La fontana ha un ruolo importante nella Canzone. Essa non è soltanto il luogo dove avviene il fatale duello tra Almonte ed Orlandino, ma entra anche nella profezia di Gallicella. Gallicella è la donna guerriera che sarà il modello di Bradamante, la donna guerriera dell’Ariosto. Per secoli l’Aspromonte fu simbolo di valore ed unità finché i rifacimenti della prima canzone ne perpetuarono la memoria, includendo i vari territori con l’inserimento di particolari che l’esercito di cantastorie nelle corti rinascimentali, innestava nella vicenda principale. I Normanni nel cui ambito sorge la canzone avevano un progetto politico ben definito di unità che si rifaceva a quello europeo dei carolingi ma che guardava soprattutto all’Italia. Dunque la canzone non sarebbe la chiamata alla guerra santa ma il programma politico dei normanni successori dei carolingi e poi dei signori delle corti padane. I Normanni avevano in comune con le corti padane l’ideologia cavalleresca, il sogno di uno stato meridionale cuore dell’impero. Il primitivo progetto in questa direzione era tramontato alla morte di Federico II nel 1250 ma restava un’idea unitaria. Il progetto ha come elementi fondamentali la presenza forte dello stato e la continuità dell’elemento educativo con l’inclusione di tutti territori. Ogni territorio veniva incluso con un luogo, un personaggio, una gionta-aggiunta. Si crea pertanto una sorta di unità attraverso la lingua e la letteratura a cui lavorano intensamente le accademie. Il progetto politico educativo dei normanni in pratica si esaurisce alla morte di Federico ma ritorna con le corti. Lorenzo dei Medici è il continuatore del progetto di uno stato unitario europeo. La sua politica di equilibrio crea questo orizzonte politico. Dopo la pace di Lodi del 1454 tra Milano e Venezia e la morte del Magnifico, il progetto subisce un altro arresto ma viene ripreso dalle accademie. Le canzoni di gesta offrono un apporto notevole a tale progetto perché integrano nel ceppo principale tutti i territori con eroi locali, luoghi. Il poemetto della fine del ‘400 ha la sua importanza proprio nella direzione del progetto unitario. Riunisce infatti i dati dei vari Aspromonti e propone ancora l’idea di unità. La canzone trasmigra al nord accolta dai Gonzaga, ad Urbino e poi a Firenze a Milano, a Venezia il poemetto in ottave è di casa dagli Estensi e viene letto da Ariosto. Verdizzotto, il redattore, che appartiene all’Accademia senese bada al modello virgiliano ma costruisce l’ottava, provvede a riprendere la tradizione classica ma sostiuisce le invocazioni alle divinità pagane con preghiere cristiane. Se nella primitiva canzone prevale al fondamento del progetto educativo, la cortesia cavalleresca, qui, la solidarietà, il gioco delle varianti rispetto ai temi fissi è notevole. La salita di Namo resta invariata e così il duello tra Almonte ed Orlandino ma ci sono piccoli particolari che variano il tema, la tecnica del rinvio della narrazione nel momento culminante per creare sospensione sarà ripresa da Ariosto. Il poemetto che si diffonde dalla fine del ‘400 ad Urbino, Firenze, Milano,Venezia e Ferrara, porta al pubblico delle corti l’idea di uno stato meridionale che risale la penisola e crea unità. Il progetto diveniva quello dell’unità, nella differenza. Proprio quello di cui abbiamo bisogno.
Napoleone alla Battaglia di Austerlitz dipinto dell’artista francese François Gérard
di Carmelina Sicari Si è tornato a parlare dell’epopea napoleonica in occasione del film appena uscito. In realtà non si è mai smesso di parlarne ed a ragione. Tale è l’impronta che il Corso ha lasciato nella storia e non solo militarmente. Non si è però mai tentato di risolvere l’interrogativo lasciato come sospeso dal Manzoni ne Il cinque maggio. Fu vera gloria? Manzoni aggiunge: Ai posteri l’ardua sentenza. Ma i posteri tale sentenza non l’hanno mai pronunciata. È difficile farlo nella modernità che ha perso completamente il senso della gloria. Infatti essa non coincide con il consenso né con il successo che sono i parametri fondamentali dell’attualità. Manzoni aveva dato una risposta nella poesia contrapponendo all’epopea napoleonica un’altra epopea: quella religiosa. Bella immortal, benefica fede ai trionfi avvezza. Scrivi ancor questo […]. L’epopea napoleonica è descritta nella poesia con un’intensità ed un’efficacia impareggiabili. Il lampo dei manipoli, l’onda dei cavalli, il concitato imperio ed il celere ubbidire hanno un corrispettivo nella vastità dello scenario. L’azione di Napoleone va dal Manzanarre al Reno, ma la sua rapidità è prodigiosa. Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno. Mai versi furono così rapidi ed agili se non in qualche ottava dell’Ariosto. La brevitas si unisce alla rapidità suprema categoria letteraria così come indica Calvino in Lezioni americane. Eppure si ha la sensazione che il poeta aumenti le qualità dell’opera napoleonica per rendere più forte ed evidente il trionfo della fede a cui il grande condottiero alla fine nell’esilio di Sant’Elena si arrende. La sua sanguinosa orma, il segno di immensa invidia e di pietà profonda saranno riscattate dalla fede. Per Manzoni non fu vera gloria. Ma allora in che cosa essa a proposito di Napoleone può consistere? Viene in mente subito la battaglia e la vittoria folgoranti dei Tre imperatori, Austerlitz appunto, quella esaltata dallo scrittore Gallo che titolò un volume della sua opera su Napoleone, Il sole di Austerlitz. Lì si sono confrontate due visioni del mondo, l’ancien regime e le nouveau, il nuovo. Lí Napoleone tentò di realizzare il progetto di unità europea, lì davvero in gioco ci furono le sorti del mondo. Come nella battaglia di Isso in cui Alessandro Magno umiliò Dario terzo e pensò che il suo progetto di unità tra Asia ed Europa potesse compiersi. Lui, il discepolo di Aristotele, il lettore appassionato di Omero. E così con Omero evochiamo il mondo greco che ben conosceva il senso della gloria. Essa non stava nella conquista ma nel coinvolgimento di tanti, di tutti, nella coralità. La gloria è quella dei caduti alle Termopili. Lo dice con chiarezza Simonide di Ceo. Ed allora? Napoleone come Alessandro Magno è un trascinatore della gioventù. Sotto il suo impulso generazioni seguirono il suo esempio. Egli non solo, come dice Croce, divenne il sacerdote della libertà, ma fu il modello per i giovani. Nei dodici sonetti del Carducci esaltà il valore di tutta una generazione formatasi nella Rivoluzione francese. È la generazione napoleonica. Carducci ha peraltro sempre rifiutato il giudizio di essere esaltatore della Rivoluzione francese perché in realtà individua il senso della gloria. Egli mostra cosa possa la natura umana e quale ne sia il valore quando a terra non batte le ali. Come l’Ulisse dantesco Napoleone disse col suo esempio la virtù ed il valore possibili, quando l’uomo non si attarda a viver come bruto. Il suo esempio sarà seme delle lotte per la libertà del Risorgimento.
Sì, siamo greci. Il testo di Elio Stellitano, La sindrome bizantina, propone un sostanziale disvelamento, abroga la dissimulazione dell’essere qualcosa d’altro. L’elemento bizantino è l’essenza della nostra storia, di noi calabresi, ma è anche estensibile all’attualità per singolare contaminazione. I bizantini non sono mai spariti sotto i colpi delle armate normanne dalla storia della Calabria che diviene metafora della storia attuale. Ferocia, crudeltà e nello stesso tempo desiderio di andare oltre la storia, di vivere al di là del tempo, sono gli elementi contraddittori ma drammatici e reali della vicenda rappresentata nella poesia. Sì, perché si tratta di un testo poetico con cui l’autore inaugura un nuovo genere, la poesia storica, che non esiste nel nostro territorio letterario. Esiste l’ode manzoniana che volge al religioso con gli Inni sacri ma anche con i cori delle due tragedie. Esiste la lirica patriottica, l’inno, esiste la poesia di Merope dannunziana ma non una vera e propria poesia storica. La tradizione poetica nostrana è lirica e la storia è stata proclamata defunta già da un po’. L’Alexandros di Pascoli con un occhio bruno e l’altro azzurro risponde ai canoni del simbolismo più che a quelli della storia. Invece in America con Withman ad esempio e l’ode al Capitano per la morte di Lincoln, lo spazio letterario dedicato al genere è ampio. Naturalmente è epopea e storia negativa. Tra le muse non sorridono al poeta né Erato né Calliope. Solo Talia irride e stride nei versi, distici con rima, rapidi folgoranti. Le vittime lì trascorrenti sono anche carnefici ed il fuoco greco, la crudeltà imperanti dilagano fino ai nostri giorni e costituiscono una chiara metafora della nostra terribile realtà. Nella metafora gigantesca la Calabria thema di Bisanzio occupa un posto importante in cui abitano ancora tanti romei, dato che il cognome più diffuso è proprio Romeo. Dopo la caduta degli Dei ai Romani succedettero i Romei, ma che si estende con immensa dilatazione ad altre sanguinose province di oggi dove il mondo religioso delle icone, coesiste, singolare contraddizione con una crudeltà efferata. Il panorama umano sembra vario ma è uniforme nella spettacolare crudeltà. Teodora Amalasunta, Belisario, sono da essa accomunati e la sigla globale più del fragore delle armi e dei raggiri, nell’incubo dei complotti, è il sonno dell’umanità. Dormono persino i monaci sui codici miniati. Dormono nei bivacchi dei confini i mercenari slavi. Dormono i mercanti. Nei monasteri basiliani i saggi dormono sopra i codici purpurei. E i distici rappresentano, chiusi come sono dalla rima, la chiusura di un mondo sostanzialmente senza porte né finestre, monade assoluta. Il ritratto della galleria affollata più crudele è quello di Teodora cortigiana bizantina. Ma tremenda è anche l’ immagine di Odoacre, di Belisario, di Amalasunta. Talora poi l’arcipelago sommerso diviene esplicito e ecco apparire personaggi attuali, assassini che scrivono poesie e attuano metamorfosi senza cambiamento. La parola più ricorrente è notte. La notte di Narsete non illuminata dal fuoco greco che ne accresce la potenza e la tenebrosità. Non è la notte oscura mistica dell’abbandono di Dio ma quella dell’abbandono e della sparizione dell’uomo. La poesia storica così diviene anche profetica.
Firpo e Norberto Bobbio propendono proprio sulla base di ascendenze culturali precise, sull’ipotesi che si tratti di pedagogia. Il dibattito più interessante a ben comprendere è se valga di più sul piano dell’efficacia e dei risultati, l’utopia pedagogica o la prassi. Anna Arendt che sistematicamente affronta il problema della rivoluzione proponendosi il modello della rivoluzione americana non risolve la questione, giacchè la rivoluzione americana è totalmente volta alla prassi ed ha alle spalle il modello della rivoluzione francese con il cumulo della sua ricerca pedagogica dagli archetipi di Voltaire e Rousseau fino a Diderot ed agli enciclopedisti. I philosophes riappaiono nella rivoluzione americana ma La Repubblica di Platone è indubbiamente il manuale pedagogico di base. La somiglianza con La città del Sole non sta genericamente nell’identificazione in entrambi i testi, del Sole come giustizia e nei solari campanelliani come cultori della stessa, ma sta soprattutto in questa intenzione pedagogica. La città istoriata di Campanella con le mura che hanno immagini di uomini ed azioni illustri non è certo la Repubblica di Platone in cui sono elencate le virtù necessarie allo stato ideale. E tuttavia l’intento è analogo, Campanella pensa con certezza ad un gran rivolgimento che già legge nelle stelle. C’è un sonetto sulla congiunzione magna che dovrebbe avvenire nel 1630 il 24 dicembre.
Già sto mirando i primi erranti lumi sopra il settimo e nono centenario dopo alcuni anni insieme al sagittario raccozzarsi a mutar leggi e costumi
e te, Mercurio che l’impresa assumi di promulgar,qual pronto segretario, quel che poi leggi nell’eterno armario già statuirsi nei possenti numi.
L’eclissi annuncia grandi mutamenti ma Campanella plaude ad essi, li attende con sospirosa nostalgia. Il sonetto è del 1603 un anno dopo La città del Sole. In un altro sonetto in modo più esplicito la renovatio è collegata alla nascita di Cristo sempre attraverso i pianeti e Campanella si attribuisce la funzione pedagogica della predicazione.
del spazio immenso ai siti originali del ciel stellato i cardini congiunti donde or per molti gradi son disgiunti eran di Cristo nelle ore natali
mutava l’anno e i secoli mortali Febo di Capricorno nei due punti dov’ora il veggo e nel primo raggiunti tengono i lumi erranti principali
..Ecco ceder le sette empie nefande al Primo Senno e s’io fuor di periglio sarò, predichero’ cose ammirande.
La ribellione che gli viene imputata secondo la testimonianza dei biografi e non solo l’Amabile bensì anche il Capialbi ed il Cunsolo, viene ammessa dallo stesso filosofo non solo come impulso giovanile bensì come necessaria. Necessaria alla fondazione di uno stato che sia espressione della vera natura umana e dunque questa va formata, educata, elevata. La città del Sole come la Repubblica di Platone è un manuale di formazione umana,di educazione alla giustizia, alla salute del corpo e dell’anima insieme, all’unità di uomo e cosmo, di uomo e natura di natura e spirito. Per troppo tempo si è guardato alla Città del Sole come utopia per relegare un’opera di pedagogia politica nel mondo dei sogni, per renderla inutile se non dannosa. La stessa cosa è accaduta alla profezia gioachimita che è stata messa al bando e poi indicata tra le utopie, pericolosa per Henri de Lubac. Piccolo è bello, suonava un’opera generazionale negli anni 70. La scienza che pure attraverso l’analisi, ha consentito enormi progressi, è giunta ad un punto di non ritorno. Il modello chimico invasivo, è idolatrico pur esso. E deve essere integrato. Le radici della città del Sole sono nella polis. Innanzitutto il piccolo è la città è la cellula di un sistema universale. Per Campanella tale sistema è la Monarchia. La contraddizione che i critici hanno rilevato tra La città del Sole e la monarchia va risolto nella integrazione della città in un sistema più ampio. In secondo luogo dalla polis Campanella ricava la connessione tra tra politica ed educazione, politeia e paideia. La politica non può essere da sola pronuba del cambiamento necessario, poiché la legge della vita e della storia è l’evoluzione, il canbiamento. La politica piuttosto guarda alla conservazione. La paideia sovrintende al cambiamento prepara la gioventù ad interpretare l’evoluzione ed ad adattarvisi. Non i commerci, né il dialogo servono a questo solo la paideia. La Repubblica di Platone è il modello principe. Anche qui il dibattito se il suo pensiero sia platonico o no è assolutamente vano. Campanella intende costruire non un’utopia ma un manuale concreto che si riferisce ad una realtà a venire ma certa. Non è un neoplatonico nonostante difenda Platone da Aristotele, è un riformatore. La città è istoriata proprio per indicare tale concretezza. Le sue mura coperte di figure saranno contemplate dagli studenti che trarranno esempio da esse, esempio di aretè, virtù e diche – giustizia -. Non dai libri dunque il sapere, ma dal vivo. La politica e la paideia sono secondo natura. Il fascino imperituro della Città del sole sta nella sua forza anticipatrice. Croce consapevole di questo si è affannato a proclamare che Campanella non anticipa il comunismo. E per questo motivo, per salvare l’opera da contaminazioni storiche, la si è relegata nell’utopia. Ma la connessione paideia -politeia deve avvenire secondo la philosophia naturalis, che Campanella ricavava da Telesio. La forza riformatrice della Città del sole sta nel riiorno alla natura e qui sta l’anticipazione rispetto al nostro tempo. Qui la sua altezza profetica. Abbiamo urgenza di tornare alla natura ed a ciò che è piccolo e vicino, prossimo. La grande rivoluzione sta qui ed è qui che il passato diviene fecondo e può generare il presente prossimo venturo.