Aiello Calabro, storia e natura. Passeggiata CAI rinviata

Sabato 17 aprile, l’antico borgo di Aiello Calabro avrebbe dovuto essere tappa di una delle escursioni in programma per il 2021 del CAI Cosenza (organizzazione Sottosezione Mendicino e associazione Mistery Hunters), ma per l’attuale situazione pandemica la passeggiata è stata rinviata a data da destinarsi. Accoglieremo con molto piacere gli ospiti quando sarà possibile. Intanto teniamo caldi bastoncini e scarpe da trekking, proponendovi qualche notizia su Aiello Calabro (vedi il programma escursionistico 2021 completo). Buona lettura da Jamu a Caminare

Il video è stato realizzato da Davide Sacco

Sulle Terre di Temesa, da Torre Principessa a Mirabella e Augurato

Ospiti degli amici di Amantea, mercoledì 19 agosto, abbiamo camminato sulle Terre di Temesa. Partiti da Torre Principessa, dove esiste una villa romana – scavata nel 2010 e poi ricoperta per mancanza di fondi (vedi l’argomento qui) – siamo saliti verso Casino dei Liguori e contrada Mirabella per approdare al termine del cammino ad Augurato, altra bella contrada delle colline camporesi, con la sua chiesetta di S. Filomena e la deliziosa fontana costruita con una acquasantiera di antica fattura.
Segnaliamo, per Mirabella, la chiesetta dedicata a S. Anna che custodisce un dipinto restaurato (?) da poco che ci ricorda la mano del pittore aiellese dell’800, Raffaele Aloisio; e i prodotti caseari dell’azienda Santanna. Ad Augurato, come anche in precedenza lungo il percorso, abbiamo ascoltato brani recitati sul tema di Temesa e dell’Odissea. Chiusura dell’escursione, siglata dalla performance teatrale de La Buffa, e naturalmente con un panino ed un bicchiere di rosso locale. 
Alla prossima e buon cammino a tutti sulle strade della vita!

Raffaele Aloisio, il pittore di Aiello Calabro nato 220 anni fa

Per i 220 anni della nascita dell’artista Raffaele Aloisio, avvenuta il 29 maggio del 1800, ripubblichiamo un nostro articolo di diversi anni fa, aggiornato e rimodulato in alcune parti.

Buona lettura

Raffaele Pasquale Antonio Aloisio è stato tra i pittori di maggior successo dell’Ottocento calabrese. Era nato ad Ajello, antico borgo collinare del cosentino, il 29 maggio 1800. La data di nascita, che si riteneva fosse il primo di giugno, è stata corretta da Lorenzo Coscarella che nel corso delle sue ricerche – da cui attingiamo a piene mani – ha reperito l’atto di battesimo.

Questo pittore di successo dimenticato (omonimo di un altro Raffaele, nato nel marzo 1811 e morto nel maggio 1892) ebbe i natali da mastro Benedetto e da Nicoletta Volpe. Venne battezzato, come si legge nel documento del parroco don Antonio Sicolo, il 31 maggio nella chiesa di S. Giuliano, dal sacerdote don Lucio Maruca, mentre il padrino fu Giuseppe Maruca. Sempre l’atto di battesimo ci informa che il padre Benedetto, mastro calzolaio, era nato intorno al 1773 e morto nel 1828, figlio di Gregorio e Ippolita Pucci. La madre Nicoletta era nata invece intorno al 1778 e morta nel 1861, figlia di Giuseppe Volpe e Teresa Civitelli. Raffaele, che portava anche i nomi di Pasquale Antonio aveva anche altri fratelli che si chiamavano Giuseppe, Ippolita, Cecilia e Maria Teresa. Sempre nella chiesa di San Giuliano, ubicata nell’omonimo quartiere dove viveva la famiglia Aloisio, il 14 ottobre 1824, Raffaele sposa Teresa Corchio, figlia di Francesco e Anna Chiarello. Teresa, nata il 22 giugno 1800 e battezzata il 2 luglio in S. Maria Maggiore, era divenuta moglie dell’Aloisio dopo essere rimasta vedova di Vincenzo Civitello che aveva sposato a 16 anni. Dal matrimonio il 5 giugno 1826 nacque Nicoletta.

La morte dell’artista resta ancora un nodo da sciogliere. Potrebbe essere deceduto intorno al 1888, forse a Corigliano, o come sostiene Borretti, sicuramente lontano da Aiello, molto probabilmente in una delle tante città che lo ospitarono per il suo lavoro.

L’Aloisio, come dicevamo, era stato un artista molto attivo. Ne è testimonianza la mole delle commesse ricevute nel corso della sua attività durata circa un cinquantennio, e la diffusione delle opere conservate in molti luoghi di culto calabresi, ed in collezioni private. Anche la critica coeva non mancò di lodarne le capacità. Nel 1865, per esempio, nel corso di una mostra alla Camera di Commercio di Cosenza, Vincenzo Padula sul suo Bruzio (n° 81 del 25 gennaio 1865, pag. 3), nel commentare le opere presentate – Il Patriarca Lot, e La Resurrezione di Lazzaro – definì i dipinti del «vecchio e bravo artista», «la miglior cosa di quest’Esposizione». L’Abate acrese aggiunse, inoltre, che «I due quadri dell’Aloisio stanno agli altri come due poemi epici ad una raccolta di sonetti».

Se l’Aloisio ebbe fortuna presso la committenza e la critica del tempo, dalla sua morte in poi, però l’attenzione per questo pittore non è stata all’altezza della sua valenza artistica. Solo negli ultimi decenni si è ricominciato e scriverne. Prima, sul finire degli anni ’70, ne aveva tracciato un profilo lo storico Rocco Liberti; poi, in anni più recenti, in un articolo dello storico dell’arte Giorgio Leone su “Il Serratore” (n22 del 1992, pagg. 35-39), ed in un altro del 1994 (“Ajello – Antichità e Monumenti, 1994 e edizioni seguenti), a firma dello stesso Leone e di Raffaele Borretti, ne è stata ulteriormente rivalutata la figura. In seguito, l’Aloisio, di mestiere e dignità di pittore sia di opere a sfondo religioso, sia di lavori a sfondo biblico (così in F. Cozzetto, Lo Stato di Aiello, Editoriale Scientifica, Napoli 2001, pag. 242) è protagonista di alcune mostre tenutesi ad Aiello Calabro (giugno-luglio 2001, a cura del Comune), Corigliano, Ajeta, Rende (2003, a cura del critico d’arte Tonino Sicoli per il Centro Achille Capizzano di Rende), Lago (luglio 2003 e 2005, Parrocchia di S. Nicola,) e Laurignano (dicembre 2005, gennaio 2006, Passionisti di Maria Santissima della Catena di Laurignano).

Maria Elda Artese, giovane storica dell’arte, ha condotto qualche anno fa una ricerca sulle opere del pittore, gran parte delle quali, per la prima volta, sono raccolte organicamente in un catalogo – comprendente 66 schede, con foto relative a dipinti firmati e datati o attribuiti, dei quali diversi inediti – realizzato in occasione della sua tesi specialistica. Mancano solo alcuni dipinti dei quali non si sono potute eseguire le foto.

Secondo lo studio in parola, in cui l’autrice, attraverso la sequenza cronologica e l’ubicazione delle opere, ha cercato di ricostruire e aggiungere particolari alla biografia, i primi quadri conosciuti di Aloisio risalgono al 1825. Sono due dipinti di eguale dimensione, eseguiti su commissione di privati (l’eremita Bruno Scanga e Angelo Michele Parisi) e sistemati su due altari laterali della chiesa della Madonna dei Monti a Lago. All’anno successivo risale una coppia di tondi per due nobildonne di Lago, sistemati nella Chiesa dell’Annunziata. Nello stesso periodo, si registrano le commesse per altri due dipinti – La Madonna del Rosario e San Giuseppe e il Bambino – conservati nella Chiesa della Madonna della Consolazione di Pietramala, oggi Cleto. La scritta sul secondo quadro, infatti, indica come committente il nobile Tomasi Giannuzzi Savelli, che apparteneva, appunto, alla famiglia dei Baroni di Pietramala.

I dipinti prodotti in questi primi anni, evidentemente, resero noto Aloisio nella zona e giunsero quindi altre commesse: un trittico che fu ubicato nella Chiesa dell’Annunziata di Lago e tre affreschi per la Chiesa della Madonna della Consolazione di Pietramala.

C’è un periodo, dal 1825 in poi, di circa 10 anni, in cui non si conosce quasi nulla dell’attività dell’Ajellese. Si dovrà aspettare il 1835 per trovare la Pentecoste attualmente conservata a Rossano. «In questo dipinto – riferisce la storica dell’arte – risulta evidente una netta evoluzione rispetto ai precedenti. La classica composizione piramidale, che perde la staticità delle prime opere, viene affiancata da un motivo circolare ed i personaggi sono realizzati con grande cura. I vestiti ed il volto della Madonna restano, comunque, simili a quelli dei dipinti del 1826. Il salto qualitativo, soprattutto per quanto riguarda la composizione, fa pensare – aggiunge – che nel periodo precedente Aloisio abbia avuto esperienze in grado di maturarlo artisticamente. Probabilmente è in questi anni che si reca a Napoli a studiare ed ha la possibilità di ammirare quelle realizzazioni che avrebbero influenzato tutte le sue opere successive. Al salto qualitativo corrisponde anche, d’ora in poi, l’esecuzione di opere di maggiori dimensioni».

Tra il 1835 ed il 1843, la produzione conosciuta di Aloisio è ubicata tutta a Rossano, dove molto probabilmente ha soggiornato. «Non è da sottovalutare il fatto che Rossano – afferma M. E. Artese – venne colpita da un forte sisma il 25 Aprile 1836 – su 1.538 edifici ne furono rasi al suolo 370 e danneggiati irreparabilmente 392 – e che, dopo il terremoto, vi fu molto lavoro per la ricostruzione e la decorazione delle chiese, a cominciare dalla Cattedrale, nella quale troviamo una Santa Lucia dello stesso anno». Del 1840 è il Martirio di Santa Filomena della Chiesa di San Bernardino, mentre del 1843 sono le tele della Chiesa di San Nilo.

Nel 1843 e nel 1845 Aloisio presenta suoi quadri alla Mostra Borbonica, ottenendo due medaglie d’argento. Una circostanza, quest’ultima, che fa pensare ad un collegamento con Napoli «che meriterebbe – avverte la giovane storica – un’indagine approfondita».

Dal 1847, l’artista ritorna a lavorare in Ajello, come si evince da un articolo di Vocaturo che tratta degli affreschi della Chiesa di San Giuliano, eseguiti, con ogni probabilità, nello stesso anno, così come dello stesso anno è l’Immacolata ora conservata a Cosenza nella Chiesa del SS. Salvatore – già San Omobono -, commissionata da un’altra esponente della famiglia ajellese dei Giannuzzi Savelli.

A partire dal 1848, invece, è la città di Corigliano ad ospitare l’artista. Qui realizza la Madonna con Bambino e Santi attualmente presso l’Oratorio della Confraternita di Maria SS. dei Sette Dolori. La conferma della sua attività nella cittadina jonica ci viene dai due quadri conservati nel corridoio delle armi del castello, dei quali il primo – Adorazione dei Magi – è firmato e datato, mentre l’altro – Presentazione di Maria al Tempio – certamente più antico, presenta una figura di sua mano. Nei dipinti di Corigliano troviamo quella figura della Madonna che resterà costante in tutte le opere successive.

Alla fine del quinto decennio, il Nostro firma un’altra opera di grande impegno: gli affreschi della volta della Chiesa dell’Annunziata di Acri. «Non sappiamo se l’opera fu realizzata anche negli anni del soggiorno a Corigliano, ma di certo un coriglianese forse suo allievo, Medollo, realizzò un dipinto per un altare e probabilmente collaborò alla realizzazione della volta. Certamente – chiosa la studiosa – c’è uno stretto collegamento tra l’Adorazione dei Magi di Acri e quella di Corigliano, che presentano particolari identici, come la corona deposta per terra».

Sue opere, ancora, sono l’Immacolata (1850), conservata a Dipignano, il San Francesco di Paola (1851), dipinto su commessa della nobildonna Luigina Giannuzzi Savelli dei Baroni di Pietramala; la Madonna delle Grazie (1854) che adorna l’altare della cappella Cybo; e la Madonna del Rosario (1858), grande pala d’altare dell’omonima chiesa di Paola, eseguita nella città natale, come indica il cartiglio scritto da un nobile ajellese, e confermato dall’osservazione del profilo della catena costiera e del monte Cocuzzo che si ammira da Ajello.

Databile tra il 1862 ed il 1865, è, infine, il ciclo le Storie di fra Benedetto (Falcone), dipinti conservati nel Santuario di Maria SS. della Catena a Laurignano.

Ormai anziano, e noto in tutta la provincia, nel 1865 aveva presentato con successo a Cosenza – come accennavamo all’inizio – due quadri all’Esposizione della Camera di Commercio. Gli ultimi anni di attività, poi, lo videro ancora al lavoro su opere di notevole impegno a Castrovillari, dove si trovano alcune tra le migliori opere, quali: la SS. Trinità, il Cristo deriso e l’Estasi di Santa Teresa d’Avila, tra le ultime conosciute, insieme alla Madonna del Rosario di Rotonda, del 1872.

Poco o nulla si conosce degli ultimi anni di vita. Quello che si può dire, è che la sua è stata una attività nel solco della accademia. Un artista, per l’Artese, «impermeabile alle novità dei contemporanei (…), forse anche immobile in cinquant’anni di attività, ma di certo coerente con la sua formazione e autore di una produzione mediamente dignitosa e con qualche episodio di grande qualità».

«Rispetto al Morelli ed al Santoro, che per un pittore come Aloisio, ben introdotto nella provincia e nella ristretta mentalità ecclesiale e popolare della Calabria dell’epoca, potevano apparire esageratamente moderni – spiega ancora l’autrice del saggio -, il Nostro sembra rivestire il ruolo del “calmo” interprete delle istanze pietistiche popolari, e appoggiare sia gli ambienti curiali non troppo attenti alle nuove istanze artistiche, sia soprattutto le masse dei fedeli, dei quali nelle opere ritroviamo intatti vecchi sentimenti con linguaggi, a volte più evoluti, ma conformi agli schemi tradizionali e soprattutto realizzati da un loro contemporaneo».

«I molti riconoscimenti ottenuti e la presenza delle sue opere in tutta la provincia di Cosenza – conclude – testimoniano il successo avuto in vita e la stima di cui godette. Evidentemente Aloisio, seppur in un ambito provinciale, fu interprete del sentimento e della cultura dell’epoca, e questo basta per collocarlo tra i più significativi artisti dell’Ottocento calabrese». Che merita, giova ribadirlo, di essere oggetto di ulteriori studi e di iniziative culturali. (Bruno Pino)

ALBUM FOTOGRAFICO

 

Riferimenti bibliografici:

  • Bruno PINO, Raffaele Aloisio, inventor et pictor dell’Ottocento calabrese, in Calabria Sconosciuta, n° 131, luglio-settembre 2011, pagg. 11-14;

  • Rocco LIBERTI, Storia dello Stato di Aiello in Calabria, Barbaro editori, 1978, pp. 203-204;

  • Giorgio LEONE, Per una storia dell’arte sacra nella valle del Crati, convegno di studio su Bisignano e la Val di Crati tra passato e futuro, [Atti del convegno di studi (Bisignano: 1991)], a cura di Rosalbino Fasanella – Luigi Falcone – Nuccio Fucile, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1993, pp. 139;

  • Gian Luigi TROMBETTI, Castrovillari nei suoi momenti d’arte, Castrovillari, “Il coscile”, 1989, p. 98;

  • Giorgio LEONE, “Il Serratore” n° 22 del 1992, pagg. 35-39;

  • Mons. Luigi RENZO, Chiese di Rossano: guida storico-artistica, Rossano, Grafosud, 2000;

  • Fausto COZZETTO, Lo Stato di Aiello, Feudo, istituzioni e società nel Mezzogiorno moderno, Editoriale Scientifica, Napoli 2001, pag. 242;

  • Tarcisio PINGITORE, Aloisio Raffaele in Rubens Santoro e i pittori della Provincia di Cosenza tra Otto e Novecento, [Catalogo della Mostra (Rende: 2003)], a cura di Tonino SICOLI e Isabella VALENTE, Catanzaro, Edizioni AR & S, 2003, p. 146;

  • Raffaele BORRETTI – Giorgio LEONE, Raffaele Aloisio, in Ajello (a cura di R. Borretti), terza edizione, Cosenza, Pellegrini, 2007, p. 72;

  • Maria Elda ARTESE, Raffaele Aloisio, Unical 2009, Relatore prof. Giorgio Leone.

  • Lorenzo COSCARELLA, Aloisio, dalle radici aiellesi alle opere in provincia, in “Parola di Vita”, aprile 2013, pag. 19; e Blog Esplorazioni Cosentine (https://esplorazionicosentine.wordpress.com/2013/04/17/raffaele-aloisio-dalle-radici-aiellesi-alle-opere-in-provincia/);

  • Il Blog di Bruno Pino (www.brunopino.it) – Tag Raffaele Aloisio.

SCHEDA SU RAFFAELLO (SIC) ALOISIO SU CATALOGO BENI CULTURALI

I San Giuseppe di Raffaele Aloisio e Francesco Antonio Lupi

In occasione del 19 marzo, data in cui si ricorda San Giuseppe, ci piace postare tre opere che ritraggono il padre putativo di Gesù.
La prima è il San Giuseppe dell’aiellese Raffaele Aloisio, del 1864, e si trova nel Santuario della Madonna della Catena a Laurignano. La seconda è una pala d’altare di Francesco Antonio Lupi, datata 1859 e si trova nella chiesa della Madonna delle Grazie a San Pietro in Amantea; mentre la terza è la statua del santo custodita nella chiesa di S. Maria Maggiore in Aiello Calabro, pure attribuibile a Lupi.
Seguono informazioni più dettagliate.


1 – “San Giuseppe con Gesù e S. Giovannino“.
Olio su tela, misura 150 x 90, sagomato in alto (per la probabile destinazione ad un altare), con cornice barocca probabilmente coeva. Si trova nel Santuario della Madonna della Catena, in Laurignano (Cosenza).
La tela reca, a sinistra in basso, sul gradino, la classica firma di Raffaele Aloisio [monogramma “A” e “R” intrecciate, P. (cioè pinse o pinxit) 1864], e proviene, come le altre, dal vecchio Santuario.
È un’opera della maturità dell’artista e presenta una interessante ricchezza coloristica e compositiva — anche se da quest’ultimo punto di vista soffre di qualche lieve disarmonia.
San Giuseppe è rappresentato seduto, reggente Gesù Bambino con la destra mentre nella mano sinistra tiene la verga fiorita.
In basso a destra — per chi guarda — appare San Giovannino, che leva e congiunge le mani in preghiera, inginocchiato ai piedi di Gesù, che con la mano destra benedice.
Dall’alto si affacciano alcuni putti alati. (Testo di Raffaele Borretti)

2 e 3 – La statua di San Giuseppe, secondo lo storico dell’arte Gianfrancesco Solferino, è da attribuire a Francesco Antonio Lupi, pittore e scultore di San Pietro in Amantea, vissuto dal 1810 al 1894. Nella nota biografica curata dallo storico Ferruccio Policicchio, apprendiamo che Lupi studia a Napoli, “grazie ad una “borsa di studio” concessa dal re Ferdinando II, nell’Istituto delle Belle Arti”. Fu artista talentuoso – sebbene sconosciuto sino al 1997, anno in cui fu oggetto di una tesi di laurea all’Unical -, dal bel tratto, dalle “armoniose tinte che riescono a far vedere ed imitare l’antico, l’espressione dell’ideale umanistico, della bellezza, l’eleganza e le proporzioni dei modelli…”. Le sue opere si trovano in molte chiese calabresi. 

Come si potrà notare confrontando la seconda e la terza immagine, c’è una straordinaria rassomiglianza e la mano non può che essere dello stesso artista sanpietrese.

Auguri a chi porta questo nome e auguri a tutti i papà!

Un appello per salvaguardare e tutelare il patrimonio culturale calabrese, dopo la "scoperta" del dipinto dell'Ultima Cena a Saracena

“E se approfittassimo dell’entusiasmo per l’affresco di #Saracena per conoscere meglio il nostro vasto quanto misconosciuto patrimonio culturale e ci mobilitassimo, paese per paese, chiesa per chiesa, palazzo per palazzo, per la sua salvaguardia e tutela?”, 
E’ l’invito di Antonio Cavallaro, su Il Quotidiano del Sud – Calabria di oggi (6 gennaio 2019, pag. 28), a conclusione di un articolo che tratta della scoperta dell’affresco dell’#UltimaCena a Saracena, con interventi di Gianfrancesco Solferino, Mario Panarello e Vito Teti.
Già per #AielloCalabro, per rispondere all’appello, ci mobilitammo nei primi anni Duemuila per salvare la chiesa di #SanGiuliano e gli affreschi del nostro artista #RaffaeleAloisio. Qualche anno fa (nel 2007), lo stesso Gianfrancesco scrisse un accorato pezzo “Il grido muto di Aiello” per richiamare l’attenzione e l’azione sul patrimonio storico e artistico della cittadina. Ma, a meno che io sia stato disattento, constato amaramente che né la Comunità, né le Istituzioni hanno fatto qualcosa di concreto.
Vedi anche il post su FB ==> https://www.facebook.com/brunopino66/posts/10218948744819449
Qui di seguito l’articolo completo.
L’affresco di Saracena e la Calabria degli ossimori
di Antonio Cavallaro
Fa quasi tenerezza la reazione che si è registrata in questi giorni di fronte alla scoperta della “Ultima cena calabrese”, come già qualcuno, probabilmente proiettato in improbabili iniziative commerciali, l’ha frettolosamente definita, da parte dell’associazione culturale Mistery Hunters e di Mystica Calabria.
Tenerezza perché si tratta comunque di manifestazioni di affetto e protezione verso un patrimonio culturale come quello calabrese che necessita di efficaci azioni di tutela, ma anche per l’incredibile ingenuità con la quale persino alcuni media hanno gridato allo scoop, alla notizia sensazionale, allo straordinario ritrovamento.
La vicenda ricorda per molti versi quella del ritrovamento della “Ninfa dell’Angitola”, un presunto bronzo antico ritrovato nell’omonimo lago artificiale e rivelatosi, dopo qualche ora di euforia diffusa, ma sarebbe meglio dire di delirio collettivo, un semplice basamento di un tavolino da salotto di un genere tuttora in vendita su siti cinesi di ecommerce come Alibaba.
Già, perché anche in questo caso non c’è nulla di straordinario che giustifichi tanto entusiasmo né mobilitazioni collettive per la salvaguardia del presunto capolavoro.
«L’iconografia dell’ultima cena è presente praticamente in tutti i refettori degli ordini mendicanti e, già prima degli ordini monastici» ci ricorda lo storico dell’arte Gianfrancesco Solferino che abbiamo contattato per un parere sulla vicenda. «Non dimentichiamo inoltre – continua lo studioso – che l’affresco di Leonardo ha conosciuto una fortuna critica eccezionale dovuta sia alla notorietà dell’autore sia alla tecnica impiegata dal Maestro che ha causato la perdita quasi totale dell’affresco. Quella che vediamo oggi a Milano è una sinopia restaurata fino all’inverosimile e di Leonardo rimane molto poco. L’affresco, com’è noto, si deteriorò mentre era ancora in vita Leonardo. Anche per via di tali vicende e per quell’aura di mistero che vi ha sempre ruotato intorno, l’opera ha goduto di una notorietà eccezionale che ha fatto sì che venisse replicata infinite volte soprattutto intorno alla metà dell’Ottocento quando è diventata il soggetto di stampe, olografie, affreschi, dipinti murari… In quel periodo, inoltre,“La Santa Lega Eucaristica” di Milano produsse una serie di santini aventi a soggetto l’opera che ne consentirono una diffusione straordinariamente capillare»
Il fatto che vi sia una copia del celebre capolavoro leonardesco anche a queste latitudini non riveste dunque alcuna eccezionalità.
A tal riguardo Mario Panarello, docente di Storia dell’Arte presso il dipartimento PAU dell’Università di Reggio Calabria, ha osservato: «Esistono diverse copie dell’ “Ultima cena” di Leonardo in Calabria. Penso per esempio a quella dipinta da Raffaele Ursini sulla volta della chiesa matrice di Camini in provincia di Reggio Calabria. Non dimentichiamo che in passato i modelli di dipinti famosi venivano diffusi anche attraverso le incisioni. Io stesso – ci ha raccontato Panarello – possiedo una stampa molto deteriorata raffigurante il capolavoro leonardesco appartenuta a Zimatore e Grillo, pittori attivi tra otto e novecento che pure hanno riprodotto in diverse occasioni questo soggetto».
Nessun mistero dunque… nessuna esoterica setta di discepoli del maestro di Vinci operante in Calabria. Peraltro, nota lo storico dell’arte, «nessun pittore del Cinquecento avrebbe mai riproposto Leonardo. Ma al di là di questo, da quello che si può vedere dalle immagini che circolano sui social, siamo di fronte a un’opera certamente “simpatica” ma che non costituisce nulla di importante. Da quello che ho potuto vedere dalle immagini diffuse in rete si tratta con ogni probabilità di una pittura murale realizzata da un pittore, un decoratore, attivo tra Otto e Novecento».
Se, in ogni caso avevate programmato un viaggio a Saracena, non cambiate programma. Come ricorda Panarello, «Saracena possiede straordinarie opere d’arte. Basti citare la bellissima statua dell’immacolata di Pietro Bernini, padre del più noto Gianlorenzo, che rappresenta sicuramente l’opera più bella che lo scultore abbia prodotto tra Roma, Napoli e la Calabria, o il bellissimo crocifisso ligneo cinquecentesco custodito nella chiesa di Santa Maria del Gamio».
«Siamo ancora di fronte a una Calabria degli ossimori» ha commentato l’antropologo Vito Teti «Non valorizziamo tesori veri di cui abbiamo certezza e preferiamo ignorarli andando alla ricerca di presunti tesori da valorizzare. È come se l’emergenza di qualcosa di sconosciuto possa risolvere definitivamente il problema dell’immagine della Calabria. Sembra quasi che per salvare la nostra identità vi sia bisogno di qualcosa di continuamente nuovo e straordinario. La nostra è una terra di ruderi, castelli, rovine, chiese di cui non si sa e non si dice nulla, si preferisce attendere il miracoloso che possa legittimare la nostra identità. In fondo è lo stesso atteggiamento che abbiamo nei confronti dei personaggi illustri. Scandagliamo le genealogie di questo o di quello per individuare un possibile legame con la Calabria e ignoriamo quelli che in questa terra sono realmente vissuti».
La smania di mobilitazione per salvare l’affresco di Saracena non può non far pensare con un velo di tristezza e, se vogliamo, rabbia a quante opere di grandissima importanza e bellezza stiano sparendo sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti.
«Perché non andare a vedere in che condizioni versa – si chiede con amarezza Gianfrancesco Solferino – la deesis della Chiesa di San Zaccaria a Caulonia, definita dalla storica dell’arte medievale Liana Castelfranchi Vegas, uno dei più importanti affreschi dell’Italia meridionale del XII secolo, e che sta letteralmente sparendo nell’indifferenza delle istituzioni e che è ospitata in maniera indegna sotto una tettoia di ferro e vetro».
E se approfittassimo dell’entusiasmo per l’affresco di Saracena per conoscere meglio il nostro vasto quanto misconosciuto patrimonio culturale e ci mobilitassimo, paese per paese, chiesa per chiesa, palazzo per palazzo, per la sua salvaguardia e tutela?

La Novena dedicata all’Immacolata nella chiesetta ‘e Santu Cuosimu

S.S. Cosma e Damiano o "Santu Cuosimu", come si chiama in dialetto aiellese, si confonde tra le case del Centro Storico; è lì, tra le trame medioevali delle viuzze, su per la parte più alta del paese, sotto il castello, da secoli. Ha attraversato indenne il tempo e i moti tellurici che hanno squarciato in passato la nostra terra.
Tanto tempo fa, in questo luogo cultuale del XVI secolo, dedicato ai santi Medici, non era insolito vedervi aggirarsi gli adepti con la mozzetta celeste della Confraternita dell'Immacolata, membri della borghesia, e ancora prima quelli della Confraternita di Santa Maria dei Battenti. La chiesetta dalla linea "a capanna" è affiancata dalla cella campanaria ed arricchita da un portale lapideo del 5-600, opera degli scalpellini roglianesi. L'interno è a navata unica dove si conserva, sebbene visibilmente bisognoso di restauri urgenti, un affresco dell'ottocento dell'Assunzione della Vergine, probabilmente del pittore locale Raffaele Aloisio, mentre l'altare maggiore in stile Rococò ha nella cona un nicchia in cui prende posto la piccola e preziosa statua lignea del barocco napoletano raffigurante l'Immacolata, verso la quale, la Comunità locale ha un particolare legame devozionale che risale al 1623, l'anno della terribile pestilenza, in cui la Vergine veniva proclamata Patrona principale della città.
Qui, in questa deliziosa chiesetta - restaurata nel 2001, e prima ancora nel 1951 da parte dell'allora procuratore della Confraternita dell'Immacolata, Saverio Gervino, che "con intelletto d'amore l'ha fatta risorgere al culto antico" - si svolge ogni anno il Novenario dedicato alla Immacolata Concezione. Il suono della tradizione, quello delle zampogne, ed il profumo ed il sapore dei “cullurielli” che si spandono per le vie dell'antico borgo, caratterizzano come sempre la festa che apre le porte al Natale. La serata delle vigilia, come vuole una usanza locale, non può passare senza assaggiare queste particolari ciambelle di pasta lievitata a base di farina e patate, fritte nell'olio d'oliva, e senza sorseggiare un buon bicchiere di rosso vino locale. (bp)

Gli affreschi di San Giuliano del pittore Aiellese Raffaele Aloisio compiono 170 anni

AIELLO CALABRO – Gli affreschi di San Giuliano, del 1847, “la Madonna del Carmelo in gloria tra due Santi” che si trova sulla volta; “la Decollazione di San Giovanni Battista” e “la Sacra Famiglia” sulle pareti laterali, compiono 170 anni. Non molti per delle opere d’arte, ma il loro stato di salute è molto compromesso. In verità, dal momento che non li vediamo da anni, non sappiamo dire se c’è stato un peggioramento. Avevamo lanciato diversi appelli in passato, a partire dai primi anni duemila, ma da allora poco o nulla si è fatto. I dipinti, come è risaputo, sono dell’artista aiellese Raffaele Aloisio (Aiello 29 maggio 1800 – ?) di cui potrete leggere le notizia biografiche QUI.

Arte. Il San Girolamo di Del Corchio

Ogni tanto, cogliamo l’occasione di una qualche data, per divulgare piccoli puzzle della nostra storia locale. Oggi, 30 settembre, che sul calendario si ricorda San Girolamo, patrono di archeologi, bibliotecari e studiosi, postiamo l’immagine di un’opera dell’artista #Aiellese #AntonioDelCorchio.

Breve profilo biografico
Antonio Del Corchio, nasce in Aiello Calabro il 24 settembre 1834. 
Dal 1853 al 1863 risulta essere uno studente di belle arti, ritenuto meritevole del sussidio concesso dall’Amministrazione Provinciale. Secondo lo studioso Raffaele Borretti, il Del Corchio fu allievo di Aloisio, (di cui era nipote) come può desumersi dal fatto che in una delle tele conservate a Laurignano (Frazione di Dipignano) è decifrabile la sua firma, apposta sotto il solito monogramma di Aloisio.
Il Padula, per lui, ebbe espressioni di apprezzamento: «(nelle sue opere) vi è verità, vi è vita, vi è tuono di tinte, quello che però ammiriamo nel Corchio è la sua facoltà inventiva».

Opere:
• Affreschi Cupola di S. Geniale, ora Sacro Cuore, Chiesa di S. Maria Maggiore in Aiello Calabro;
• Beato Domenico Lentini da Lauria, olio su tela, Fondazione, Lauria.

Vedi anche:
http://aiellocalabro.blogspot.it/2013/06/opere-di-antonio-del-corchio-artista_1748.html
http://aiellocalabro.blogspot.it/2010/01/antonio-del-corchio-artista-aiellese.html
http://aiellocalabro.blogspot.it/2016/02/il-beatodomenicodalentini-in-un.html

Al Papà, poesia di Franco Pedatella

San Giuseppe, 1864, opera pittorica dell’artista Raffaele Aloisio
Al papà.
Dopo aver pensato alla mamma, lo stesso giorno ho pensato all’altra figura che nella famiglia ha sempre avuto un ruolo centrale per quanto riguarda il sostentamento e la guida educativa e morale, quando la donna, nella famiglia patriarcale, agiva solo all’interno delle mura domestiche: il padre.

Il tuo papà è quei che con grand’arte
ti guida pei sentieri della vita,
se c’è il bisogno lascia tutto e parte
dietro a colei che gli è di man sfuggita:
la buona sorte ch’ei vuol t’accompagni
per tutti i giorni della tua esistenza.
Gli astri anche vuole che ti sian compagni
quando è necesse a te loro assistenza.
Poi vuol che non ti manchi il pane in bocca
e il sol ti arrida e illumini la notte
bianca la luna e l’acqua alla tua brocca
sia sempre pura qual sorgente emette.
Perché abbia questo tu, le spalle ha rotte

ei che dei giorni suoi fe’ dì di lotte.
F. Pedatella

#SanGiuseppe, opera pittorica dell'artista #RaffaeleAloisio

‪#‎RaffaeleAloisio‬ ‪#‎SanGiuseppe‬ 1864
‪#‎MadonnadellaCatena‬
‪#‎Laurignano #Cosenza‬ ‪#‎pittore‬ di ‪#‎AielloCalabro‬